Part 28
Del resto, come quel che v’era di buono nella poesia della Pleiade affogò tra il _phoebus_ del regno di Enrico IV e Luigi XIII, cosí tra le ampolle del seicento il fiore della poesia melica industriosamente coltivato dal Chiabrera. Chi può giovarsi di quelle scempiaggini sguaiate di concetti con tante fiorettature svolazzi trilli e gorgheggi di parole e di rime, che sono le canzonette dei secentisti? chi legge oramai il Lemene, che pure è il classico del genere? Ma il dramma per musica, nel suo periodo ascendente, tenea vivo anzi esagerava quell’amore pe ’l ritmo melodico, che divenne allora universale tra noi. Erano i tempi che un papa, Clemente XI, faceva a’ suoi be’ giorni di simili ariette:
Vaghi fiori, già sparsi di gelo. Fanno pompa di rara beltà; E di perle cadute dal cielo Ogni rosa conchiglia si fa.
E uno scienziato, il Magalotti, che pur compose delle canzonette, ne andava in visibilio: «Poter del mondo! vaghi fiori, sparsi, pompa, gelo, raro, beltà, perle, cielo, rosa, conchiglia! Si può egli imaginare specie piú graziose e suoni piú delicati?»[127].
Da tutto ciò gli stranieri si fecero un concetto che la nostra poesia altro in somma non fosse che un suono; e pur lodando ci svergognavano: testimone la signora Staël, dove fa dire a Corinna[128]: «On se laisse charmer peu nos douces paroles de _ruisseau limpide_, de _campagne riante_, d’_ombrage frais_, comme par le murmure des eaux et la variété des couleurs; qu’exigez-vous de plus de la poésie? pourquoi demander au rossignol ce que signifie son chant?.... La mesure des vers, les rimes harmonieuses, ces terminaisons rapides, composées de deux syllabes brèves, dont les sons glissent en effet, comme l’indique leur nom (_sdruccioli_), imitent quelquefois les pas légers de la danse; quelquefois des tons plus graves rappellent le bruit de l’orage ou l’éclat des armes; enfin notre poésie est une merveille de l’imagination, il ne faut y chercher que ses plaisirs sous toutes les formes». Nelle quali parole tuttavia qualcosa di vero c’è, né la lingua nostra ha da vergognarsene affatto. Ma quando un illustre poeta recente di Francia, pur lodando il Leopardi, trova il modo di farci entrare i _langueurs du parler d’Ausonie_, parrebbe da vero che fosse la lingua di Dante e del Davanzati la quale si lasciasse smozzicare su le labbra dei cortigiani per amor di moda e per il buon piacere della marchesa di Pompadour. Di nessun dei nostri fu detto ciò che il Vinet disse del Quinault[129], aver egli _disossato_ la lingua di Pier Cornelio. Del resto, un altro e piú vero guaio provenne all’Italia dal melodramma, il vezzo della grazia sgraziata da per tutto: potendo, sarebbesi voluto tosare e ritondare la Selva nera e le foreste d’America come le spalliere di bosso dei giardinetti e i meli nani dei _potagers_.
II.
Certo poeta toscano, abbattendosi una volta a sentir cantare un’arietta che principiava _Il lion che scherza e ride_, fece lí su due piedi questi versetti:
Il vezzoso terremoto Va ingoiando le città; Ed il fulmine giulivo, Non lasciando un uomo vivo, Va scherzando in qua e in là.
Anche improvvisava, forse dopo uditi recitare qualche dozzina di sonetti su la foggia dello Zappi, quest’altri:
Due colombine intatte, Candide piú del latte, Bella donna mi diede In premio di mia fede. Servo crudel me l’ammazzò ad un tratto. Or voi v’indovinate Che cosa m’abbi fatto? Io me le son mangiate.
Tommaso Crudeli (1703-1745), perocché è questa ultima vittima dell’inquisizione che per intanto ride, avea ragione di mettere in parodia cosí fatte svenevolezze; egli che tentava rendere all’ode piú liberi movimenti e spiriti piú leggeri, e che del resto par conciliasse il sensualismo filosofico di Francia al naturalismo de’ vecchi toscani. Un po’ di belletto sí, ma nessuna arguzia sentimentale nelle sue rime: e dirimpetto alla teorica del Balzac su la donna di trentacinqu’anni sono innocenze da collegiale queste del Crudeli[130]: «Da’ quattordici anni fino a’ diciassette avrete amor per amore; da’ diciassette fino a’ ventuno un miscuglio d’interesse e d’affetto. Piú là si passa al pericolo di trovare non una donatrice, ma una venditrice d’amore. Quindi è che le ventenarie donne riducono ogni loro occhiata a mistero... Calcolano con somma economia le nostre entrate; fermano nella loro mente quanti maschi e quante femmine a numero ci vogliono partorire; quanto di dote a quelle, quanto di assegnamento a quelli: e tanta è la loro previdenza, che dispongono della roba fin del secondo letto... Quelle al contrario, la fresca età delle quali in vicinanza del terzo lustro si gira, amano sinceramente lontane da ogni mistero; vi porgono il cuor sulle labbra, semplici e naturali nei loro discorsi; godono il presente senza pensare al futuro. Salutate una di costoro, vi parrà che vi dica con quell’occhio brillante, con quel giocondo sorriso: assaltami, che non sono inespugnabile; mi renderò». Che se in qualche pagina dell’_Arte di piacere alle donne_ egli ormeggia troppo scopertamente certi passi del IV libro di Lucrezio, gli valga per assoluzione la moralità di qualc’altra: «Io ho conosciuto molte donne, che hanno dalla lor compagnia allontanati coloro che esse consideravano come poco religiosi. Giustamente lor faceva orrore vedere un uomo che non conosce i doveri dell’umanità e in tanto gli esercita in quanto teme le leggi». Come poeta il Crudeli trionfa nei pochi e mirabili apologhi; nelle cosucce d’amore non ha grandi intenzioni: di piú, a queste, tenute a mente dagli amici e da loro pubblicate dopo la morte dell’autore, manca l’ultima mano e forse anche la seconda. E’ pare che il Crudeli innesti la galanteria francese su ’l tronco del Chiabrera e del Menzini; e la sua maniera ondeggia tra le costui canzonette e gli idilli del Marino. Per la tempera dell’animo e per l’educazione toscana dell’ingegno è l’epigono della men cattiva scuola del secolo XVII, se bene piú giovine del Rolli e del Metastasio.
Il Rolli e il Metastasio, ecco i veri corifei della canzonetta: due umbri, di quel paese cioè ove piú molle e quasi cascante è l’inflession delle voci: concittadino l’uno di San Francesco, che al secolo intonava ballate d’amore per le vie e in religione l’inno al sole dal letto di morte; concittadino l’altro di Iacopone, che per varietà di versi e di metri fu quasi il Chiabrera del secolo XIII: cresciuti ambedue alla scuola del piú disgraziato verseggiatore italiano, il Gravina; ambidue da principio improvvisatori, laboriosi compositori da ultimo; vissuti ambidue il fior degli anni in paesi di lingua germanica.
Del Metastasio (1698-1782) produsse il secolo passato a brevissimo intervallo una trentina circa fra biografie e apologie, in tedesco, in inglese, in francese, in italiano: _ultimi noscent Geloni_, cantava la medaglia coniatagli in Firenze; e gli ucraniesi di Pultava e i mulatti di San Salvadore udivano e recitavano le opere sue. Oggigiorno il bisogno di discorrerne ci sarebbe, ma non qui; non essendo la sua lirica altro in somma che un riflesso della drammatica: drammi raccorciati, le cantate; ariette allungate, le canzonette. Ma che meraviglie! «Di tante migliaia di persone (scriveva il Baretti[131]) che possono fra l’altre sue poesie ripetere a libro chiuso tutta la canzonetta a Nice, non ve n’ha forse cinque in ogni cento a cui l’impararla a memoria abbia costato piú fatica che il leggerla due o tre volte... I versi del Metastasio s’insinuano nella memoria d’un leggitore senza ch’egli se n’accorga e sappia come; imperciocché la sua poesia è sopra ogn’altra chiara e precisa, che tanto vale quanto dire piú naturale che non veruna delle poesie nostre, quantunque fra di esse l’Italia possa con ragione vantarsi d’averne delle naturalissime. Dirò anzi di piú, che in molti inglesi mi sono io abbattuto, i quali, comeché non estremamente versati nella lingua nostra, potevano pur ripetere a mente tutta quella canzonetta a Nice, senza poter ripetere una sola strofa delle tre traduzioni di essa che sono stampate nella Scelta di poesie inglesi pubblicata a Londra in sei tomi da Roberto Dodsley; e sí che in ognuna di quelle tre traduzioni si sono molto fedelmente conservati ed espressi assai bene i pensieri e l’ordine di essi tal quale è nell’originale, ma la chiara e precisa espressione di que’ pensieri non s’è conservata, né a parer mio si poteva conservare. E cosí in Francia molti e molti sanno a mente quella canzonetta; ma è noto a pochissimi che lo stesso Voltaire, oltre a molt’altri, l’abbia fatta francese, perché Voltaire come ogn’altro traduttore di essa l’ha tratta dal Metastasio, e non dal centro del proprio cuore, come si può dire che il Metastasio abbia fatto. E sí che ai leggitori del Metastasio, e specialmente a quelli che sono o che furono innamorati e che pizzicano insieme del poeta, sembra che poca fatica s’avrebbono avuto a fare per dire i loro pensieri, e massime i loro pensieri amorosi, come il Metastasio ha detto i suoi, e che avrebbono anch’essi potuto con somma agevolezza esprimerli eziandio con quelle stessissime parole di cui il Metastasio s’è servito; né si può quasi a prima vista sospettare che il parlare in versi con la facilità del Metastasio sia cosa difficile oltremodo: però, dalla prova che tanti e tanti n’han fatta, tutti e poi tutti senza eccettuarne pur un solo sono stati convinti o hanno convinto altrui che l’apparenza inganna, che il dire facilmente anche le cose piú facili a dirsi è cosa tutt’altro che facile, anzi pure difficilissima fra le piú difficilissime».
Ma cotesti pregi di chiarezza di precisione e facilità son nulla rispetto a una maggior lode che i coetanei davano tutti d’accordo al Metastasio, proclamato dall’autore della _Nuova Eloisa_ (il quale, e non il Voltaire, come credé il Baretti, tradusse la canzonetta a Nice) _le seul poète du coeur, le seul génie fait pour émouvoir par le charme de l’harmonie poétique et musicale_. E il Monti piú tardi[132]: «un’anima cosí delicata, cosí limpida, cosí tenera e trasportata come la sua non vi è né vi sarà mai»; poi rigirando la lode all’_accigliato ed irto orator del Contratto_: «il solo autor della _Giulia_, se avesse aspirato al vanto di poeta piú che a quel di filosofo, forse avria potuto rassomigliarla qualche poco ma non eguagliarla». Il Metastasio aveva del resto imparato insieme la scienza del cuore e quella della musica con un metodo comodo e per la piana dalla bella moglie del Bulgarini, la Romanina, che manteneva ella l’amico e la famiglia di lui; e le lezioni, anche di musica, s’intende, nella quale perfezionato dal Porpora divenne autore egli stesso, poté poi ripetere a suo bell’agio in Vienna alla vedovella d’Althann. Noi dell’ottocento, passati nella materia del cuore per tante burrasche d’estate, dal Lamartine per il Balzac al De Musset, e dal Goethe per il Byron all’Heine, dobbiamo pur farci una ragione che i settecentisti aveano bene il diritto di confezionare il _caro cuore_, come Omero lo intitola, secondo il loro gusto.
Che se poi volessimo assolutamente tenere in picciol conto il Metastasio poeta, potrebbe darsi che avessimo un po’ di torto.
Il gondolier ch’Erminia sol sapea Or va cantando Arbace ed Aristea:
attestava il Bertòla[133]: e quando il popolo ti assaggia, ti vuole, ti corre dietro da sé e ti ama spontaneamente, ciò, anche secondo il Gozzi, è segno principale dell’immortalità de’ tuoi scritti. Trent’otto anni, e che anni!, erano passati dalla morte del poeta, e il popolo di Napoli nella notte dal 3 al 6 luglio del 1820 stava in grande concitazione aspettando le notizie della reggia. Spunta l’alba; e rumoreggia e cresce la voce che il re ha accettato la constituzione di Spagna. Allo scoppio di coteste anime napoletane la poesia non poteva mancare; non mancava per parte sua il poeta; perocché era tra la folla Gabriele Rossetti improvvisante. Ma sapete voi l’intercalare obbligato che venne imposto dal popolo all’innografo della constituzione di Spagna? Erano due versi del Metastasio e propriamente della canzonetta a Nice:
Non sogno questa volta, Non sogno libertà.
Ora, quando un poeta ha saputo mantenersi tanti anni fedele il cuore e la memoria d’un popolo, quel poeta è certamente il rappresentante d’una gran parte della fantasia nazionale. Che se certi versificatori, i quali _regalmente nell’atto ancor protervi_ sdraiano e voltolano la loro vanità nel polverone di certi versi liberi e sciolti, non ne volessero convenire; io mi contenterò che il poeta cesareo sia nelle delizie di A. Manzoni e che _alla popolarità senza esempio e senza emulo di cotesto ingegno mirabile_ s’inchini N. Tommaseo[134]; non sospetti, crederei, né l’uno né l’altro di tenerezza per l’Arcadia.
Compagno ed emulo del Metastasio nei primi certami arcadici e nelle improvvisazioni era Paolo Rolli[135] nato in Roma nel 1687 di padre borgognone e d’una Arnaldi patrizia tudertina. Ma nel Rolli piú maturo d’età l’emulazione fu presto gara; e la gara eccitò un sentimento che doveva somigliare all’invidia, poiché fu nudrito per tutta la vita e mascherato male da disprezzo: il buon Metastasio per parte sua _ammirava_. Piacque l’ingegno del Rolli al Bolingbroke in alcuni viaggi che questo ministro della regina Anna e precettore di scetticismo al Voltaire faceva a Roma per sue brighe in favore della successione cattolica degli Stuardi; e piacque a un altro inglese, il lord Steers Sembuch, che poco dopo il 1713 lo portò seco a Londra. Ove fu maestro di toscano alla famiglia reale; e, come lo stipendio di quattrocento scudi all’anno riusciva scarso al vivere di Londra, ebbe la permissione d’insegnare alle famiglie nobili.
Anche guadagnava del compor drammi per la reale academia di musica. Ne scrisse dieci; e furono stampati a Verona nel 44, con in fronte, quasi a concorrenza del Metastasio, il titolo di _poeta di S. M. Britannica_. E vantavasi dello _stile non sentito ancora in Italia_; lagnandosi che l’_abilità sua per tali componimenti, notissima nelle regioni transalpine, nella sola Italia fosse ignorata ancora_. Ciò co ’l Frugoni, che a lui rimpatriato offriva nel 49 per parte di non so qual corte 40 zecchini d’un dramma. Al Rolli parevano pochi; e aggiungeva: «So come farla conoscere [quell’abilità]; e lo porrò ad effetto dopo il prossimo santificato anno; poiché, quando il buono si dona, lo spaccio n’è sicuro». Con tutte queste vanterie d’avaro, i drammi del Rolli sono detestabili; né basta a scusarlo ch’ei dovesse conformarsi al gusto inglese, come poi volle imitare i francesi in altri due fatti in Italia. Manca a que’ drammi lo spirito poetico, non che drammatico; v’abbonda la stranezza prosaica, la durezza, la ineleganza. Lo doveva tuttavia sentire egli stesso; poiché, quasi a giustificare sé e a mordere insieme il Metastasio, diceva al Frugoni: «Benissimo voi rispondeste alla richiesta circa il mio drammatico stile, se fosse metastasiano. Avrebbesi forse voluto me imitativo copiatore?... Altro stile in qualunque opera d’ingegno o di bell’arte non conobbi mai, se non quello che sorge dal trattato soggetto. Quindi è prodotta la maestrevole varietà de’ classici autori in ogni qualsiasi loro o lungo o breve componimento, pennelleggiando con differenti colori, onde risulti la quanto piú varia tanto piú perfetta armonia dell’intero. In fatto melodrammatico io son di parere che il sostenere ben spesso la versificazione energica sia necessario, sí perché la musica allungatrice dell’espressioni non la snervi, e sí perché la dolcezza di teneri affetti consecutiva alla precedente forza sia piú commovente.... _Ridetur chorda qui semper oberrat eadem._ Oh quante belle lungagnole allettano il lettore d’un dramma, che riescono noiose allo spettatore!» Io temo invece fosse proprio il caso della volpe e dell’uva. A ogni modo son notevoli certe sue idee che prenunziano la riforma alfieriana: «Quel Catone, scriveva nel 1761 a un amico, s’arrenò. Gli amori introdotti in cotanto seria circostanza e troppo continuati me ne hanno dato avversione». E nel 55 aveva cominciato a ridurre in isciolti un melodramma per forma che _solo gli spettatori di fino poetico orecchio vi riconoscessero il verso, quando fosse recitato come dovrebbesi; ma ve lo riconoscessero con molta dilettazione_.
Altri guadagni ebbe dal procurare edizioni di classici italiani; le _Rime_ e _Satire_ dell’Ariosto (1716), il _Lucrezio_ del Marchetti (1717), il _Pastor Fido_ (1718), il _Berni e berneschi_ (1721-24), il _Decameron_ (1725). Dal 29 al 42 tradusse il _Paradiso Perduto_ con tale una fedeltà al testo che parve infedeltà alle tradizioni dello stile poetico italiano: del poeta narrò dottamente la vita, e difese lui e il Tasso dalla censura un po’ leggera dell’autor dell’_Enriade_. Tradusse anche l’_Ester_ e l’_Atalia_; ed opere in prosa non da canzoniere, gli _Avanzi di Roma antica_ dell’Owerbeke (Londra, 1731), la _Cronologia degli antichi regni_ emendata dal Newton (Venezia, 1754), fino certe dissertazioni _Sul cibo degli antidiluviani uomini_ dal latino d’un padre Baldassarri minor conventuale. Né dello stile pedantesco di coteste versioni c’è modo a rifarsi con quelle di poeti classici ch’e’ pur condusse; ché la Bucolica di Virgilio (1742) è cosa ben mezzana, peggio ancora l’Anacreonte (1741). Il Cocchi in Londra gli aveva insegnato un po’ di greco; ma dalla prefazione all’Anacreonte s’intende che il Rolli esemplò la sua versione su quella latina del Barnes e del Maittaire. Ora tradurre dal tradotto (domanda lepidamente il Coltellini; e se ’l tengano a mente certi traduttori che non son mica il Monti) se non è quasi acquarello di vino ripassato, che cos’è? E pure il Rolli a chi gli parlava dell’_Anacreontica vaghezza_ del Metastasio avea cuor di rispondere: «Siami licito dir con modestia: saría particolare, che il miglior traduttore di quel soavissimo greco fino a oggi nella nostra, non che in ogni altra culta lingua, non ne avesse appresa la maniera!... Oh quanti anacreontisti, o piú vero diesillisti, affollano i torchi d’Italia!».
Degli anacreontisti aveva ragione; nella cui folla sarebbe ingiustizia confonderlo. Ed è peccato non vedesse la luce un’opera sua annunziata dal Giornale de’ letterati di Venezia, _Delle tre sorte di nostra poesia appartenenti alla musica, cantate, ballate, melodrammi_; argomento piú rilevante che a prima vista non paia: ed egli lo poteva trattar da maestro; egli che nella varietà del ritmo avanza di certo il Metastasio; che innestò alcuni metri felicemente, ad altri latini e fino scozzesi diè cittadinanza.
Parrà incredibile, a chi gusti la scorrevolezza e il brio del Rolli tra certe difficoltà, quel che affermava il Coltellini; che egli compensasse con applicazione improba e di schiena la tardità organica del suo cervello. Tuttavia alcune durezze, e certi segni di stento, e certe lungaggini e impedimenti e ineleganze prosastiche rimangono anche nelle sue cose migliori, quasi ad acquistar fede al Coltellini; e la canzonetta su la primavera, delle piú eleganti, nelle varie edizioni fu tormentata di ostinati conceri. I contemporanei trovavano anche diversità molta di pregio fra le rime del Rolli, e tenevano per iscadenti quelle composte in Inghilterra: del che il Bertòla accagionava il _travaglio delle capricciose traduzioni_ prese a fare dal poeta e _la bizzarria e intolleranza del suo ingegno_. Se, come pare, son di origine romana le poesie ad Egeria e di londinese quelle a Lesbia, la diversità sarebbe intrinseca, e indicherebbe un mutamento, oltre che nell’aria de’ paesi, nell’animo e nel costume dell’uomo: nelle prime spira un’auretta tibulliana, luccica nelle seconde una favilluzza di sentimento catulliano. Del resto riman su per giú vero il giudizio del Bertòla: «Fu nobile e affettuoso poeta lirico, e nelle canzonette non cede forse né di grazia né di verità al Metastasio e lo supera nell’eleganza.... Parmi che le canzonette del Rolli abbiano maggior grazia ed affetto, e quelle del Metastasio maggior finezza e delicatezza: la semplicità e la naturalezza è grande benché diversa in ambedue[136]». Vuolsi aggiungere che il Rolli arricchí la nostra poesia di due generi, comunque si vogliano giudicare; della cantata lirica a imitazione di G. B. Rousseau; e della _chanson à boire_, che alla nostra nazione, sobria piú che non si crede, mancava; ed egli, nato di padre borgognone, n’ebbe dalla natura, piú che il Chiabrera dall’imitazione classica, la scintilla.
Cosí, grammatico, critico, traduttore, poeta, passò il Rolli i piú begli anni della vita in Inghilterra, dove il gusto per la lingua italiana durava, massime in grazia della musica. Delle _ninfe_ di Londra dice esso il poeta:
L’ariette cantano d’Italia bella; E in cosí dolci labbra dolcissima Fassi la musica e la favella.
E cantavano anche le sue rime; le quali, se in Italia si trovavano su le tavolette delle dame e leggevansi ne’ ventagli e su le ventole ed erano anche ristampate alla spicciolata _fino tra le canzoni semiobolarie de’ ciechi_ (lo dice con una smorfia di sprezzo il Coltellini), in Inghilterra venivano intonate e recitate nel _gran mondo_; e lady e cavalieri facevano pressa intorno al poeta a commettergliene tuttavia per qualche officio o complimento galante. Cosí che, quando nell’agosto del 1747 rimpatriò, dopo la morte della regina sua speciale favoreggiatrice e pe’ risparmi nelle cose di teatro comandati dalla guerra per la successione d’Austria, non era egli un po’ ingiusto il Rolli in questa apostrofe alle sue muse?
Troppo è già che la vostra natía Soavissima ignota armonia Qual rugiada in arena se n’ cade. Aer puro di clima sereno, Chiaro sol, cheto mar, suolo ameno Vi richiamano a lieto ritorno; Ove intesa è dolcezza di canto. Ove ogni alma ne sente l’incanto, Delle muse è il verace soggiorno.
L’Inghilterra lo aveva applaudito, avealo nominato della Società reale; gli aveva dato per ben trent’anni denaro, tanto da vivere in Londra con decoro egli e da mantenerne in Roma la famiglia non agiata e da maritarne due sorelle: se ne tornava con una raccolta di libri stimata quasi superiore alle facoltà d’uom privato, e con un avanzo di sterline da potere il resto della vita campar del suo: e il Rolli trattava come una Barbaria cotesta povera Inghilterra, gridando con l’ombra di Sicheo: _Fuggii gli avari lidi_. Oh, questi poeti, con tutti i loro ideali per la testa, sono pure alle volte la bassa e cattiva gente! Tuttavia il _Marziale in Albion_, un quasi giornale epigrammatico delle sue _impressioni inglesi_, è curioso a vedere per gli accenni, in versi non belli, ai costumi degli isolani e degli _scocollati_ italiani che vivevan nell’isola facendola da maestri di lingua e da raffazzonatori di libretti.
Finalmente si consolò:
. . . . . . Or non respiro Aer umido e freddo e denso fumo, Ma di colli a cui dier l’utili piante Bacco, Cerere, Pallade e Pomona L’aria leggiera sotto azzurro cielo.
Questo ultimo verso, il piú bello, per avventura, che abbia mai fatto il Rolli, il quale del resto in certe elegie e canzonette delineò il paesaggio de’ colli romani e ritrasse la natura piú dal vivo che non costumassero i poeti d’allora, accenna al soggiorno ch’egli elesse in Todi. Era stato fin dal 1735 ascritto a’ nobili di quella città, e come oriundo pe ’l lato materno dalla patrizia famiglia Arnaldi, e come accettissimo _principibus regali etiam maiestate fulgentibus_: ed ivi si ritrasse nel 1747 in compagnia di un giovane inglese, co’ molti suoi libri e con la non poca superbia. Con le ghinee degli _avari lidi_ si comprò tanto da poter cantare:
Della mia Cerere biondeggia il campo, Miei folti grappoli ingemman l’olmo.