Part 27
Le liriche del Testi hanno dunque argomenti, oltre che i fatti del tempo, morali e d’amore: in queste ha cercato la novità di Tibullo, Ovidio, Properzio, lasciando (è il primo che lo dichiara apertamente) i concetti ideali e metafisici del Petrarca: in quelle professa di aver seguito Pindaro e specialmente Orazio, dietro l’esempio del Chiabrera; del quale ritiene i metri, l’endecasillabo tetrastico e la combinazione di endecasillabi e settenari a coppie nella strofe di sei versi e a volte di terzetti nella strofe di nove. Piú che da Pindaro, che io nel Testi non trovo, il poeta estense ritrae da Orazio; di cui qualche volta amplifica una breve in una lunga ode sua (_Poco spazio di terra_) e talvolta fonde in una la imitazione di due (_Fuggon rapidi gli anni_). Spesso nell’ode introduce la narrazione, cosí nel mezzo come in principio: talvolta tutta l’ode non è che un racconto. E il racconto deduce dall’epopea omerica: le sirene ad Ulisse, nell’ode _Nel mar che bagna a Lilibeo le piante_; Ulisse e Circe (_Già caduta dal cielo era ogni stella_): dal Testamento vecchio, il convito di Belthezar (_Poco spazio di terra_); dal poema del Tasso, Ubaldo e Rinaldo (_Già della maga amante_); dalla storia, Cristoforo Colombo (_Spesso cangiando ciel si cangia sorte_). Procede, dicemmo, dal Chiabrera, ma è di lui piú sciolto, piú disteso, piú eguale. Sente anche del Tasso in certa dignità ed eleganza temperata; e direste che presentisse il Metastasio, o meglio il Metastasio si ricorda di lui in qualche cosa nel tono e nel sentenziare. Il fatto è ch’egli sente piú moderno, piú vero, piú caldo che non il Chiabrera e altri del tempo; e con la breve ed immediata espressione fa piú colpo su ’l lettore. Pochi esempi. Gli eccessi della repressione spagnola nella rivoluzione dei Paesi Bassi:
Tronchi da ferro atroce Anversa piange D’Orno i nobili busti e d’Agamonte, E mendicando va con mesta fronte Pellegrini soccorsi esule Orange.
L’Escuriale:
Reggia di sangue e di sepolcri piena Goder non può di successor felice; Ed è pompa crudel, gloria infelice, Regnar qual basilisco in vota arena.
L’arcivesco di Bordeaux, a balía di Richelieu, ruba e corseggia le coste liguri, corse e sarde:
Nulla mi cal se fatto Nocchiero di pastor dai liti galli Pontifical pirata i legni spalme, E per l’immenso tratto Delle tirrene procellose valli Corra merci a predar invece d’alme.
Il Leopardi cosí lo giudicò una prima volta: «il Testi ha dicitura competentemente poetica ed elegante, non manca d’immagini, ha anche qualche immaginetta graziosa, ha sufficiente grandiosità ed anche qualche eloquenza; le sentenze non sono mal collocate né esposte, quantunque non nuove: riesce anche benino assai nelle canzoni filosofiche alla oraziana: imita spesso e qualche volta quasi traduce Orazio; ma non ha l’animatezza, la scolpitezza e la concisa nervosità e muscolosità ed energia e lo spirito del suo stile, né molta originalità e novità, né proprio proprio sublimità di concetti e d’invenzioni»[122]. Poi ritornò su questo primo giudizio, e nella lettera al Giordani non dubitò di dar la palma al Testi su ’l Chiabrera.
I PRODROMI DEL RISORGIMENTO
[_Opere_, XVI, 135-138].
La storia italiana nella metà prima del secolo XVIII potrebbe per certa guisa assomigliarsi al quarto atto d’un dramma: tutto ciò che è annunziato preparato e svolto negli atti anteriori, si ravvolge di nuovo, si mescola e intralcia. Nell’atto quinto, cioè nella seconda metà, fuor di metafora, tutto ciò che dell’antico sistema politico e della vecchia società rimane, precipita o accenna a precipitare, per dar luogo a un nuovo ordine di cose. Non però che in questo mezzo lo spirito e il pensiero italiano sia retrocesso o eclissato: il costume si è, pur troppo, guasto, e depravato e abiettato il sentimento; ma l’ingegno nella terra di Dante, di Michelangelo, di Galileo, piú veramente che non il sole nei regni di Carlo quinto, non tramonta mai. Nel secolo XIV il lavoro artistico fu toscano: e quando nel XV e XVI allargandosi alla penisola divenne italiano, toscano pur sempre rimase il motivo, toscane eran le forme, o almeno eran quelle dai grandi scrittori toscani consecrate. All’opera del Rinascimento le altre popolazioni italiane conferirono co ’l latino o con l’elemento volgare: nella forma e nell’anima letteraria serbarono quasi sempre la impronta toscana. Del secolo XVII, la prosa, e per nuova infusione scientifica galileiana e per l’abituale e meglio regolata imitazione classica, è pur sempre toscana; ma la poesia, movendo dal Tasso e sbizzarrendosi co ’l Marino, apparisce meridionale. E meridionale è nella metà prima del sec. XVIII l’Arcadia: il cui solo vero poeta, e il maggior poeta italiano dopo il Tasso e dell’Europa in quegli anni, Pietro Metastasio, fu tale perchè serví, innalzandola co ’l suo magistero a rappresentazione estetica per eccellenza, serví a una condizione e necessità dell’arte nostra pronunziata e presentita dal secolo XVI finiente, l’idealizzazione cioè della poesia con la musica nel melodramma; che fu l’opera tipica del settecento e l’ultima forma poetica d’invenzione italiana, e terminò con la perfezione nell’_Attilio Regolo_ dato al teatro imperiale di Vienna nel carnevale del 1750. Ma la metà prima del secolo XVIII, al che non avvertono i superficiali esploratori della storia letteraria non veggenti oltre l’Arcadia, fu anche tutta occupata dal gran lavoro della dottrina critica intorno alla storia e al giure, alle origini alle instituzioni e alle leggi, alle costumanze e alle lingue, che promosso nel secolo XVI dal Sigonio e da Vincenzo Borghini, emigrato nel XVII in Germania e in Olanda, rimpatriava originalmente ed eminentemente italiano con Giov. Vincenzo Gravina [1664-1718], G. B. Vico [1668-1744], Lod. Antonio Muratori [1672-1750], Scipione Maffei [1675-1755], Pietro Giannone [1678-1748]. Quali uomini e come immortalmente moderni!
Il Vico rivelava la divinazione e la scienza dell’istorie alla Germania per mezzo dell’Herder e alla Francia per il Michelet, e rilegasi al Risorgimento nostro per lo scritto piú omogeneo di Giuseppe Ferrari. Il Gravina trasmetteva al Montesquieu la massima fondamentale «La riunione di tutte le forze particolari costituisce lo stato politico di una nazione: la riunione di tutte le volontà ne costituisce lo stato civile». E il Maffei, un de’ primi evocatori delle arti antiche, un de’ primi affrontatori de’ problemi medievali e un fiero abbattitore delle ultime medievali superstizioni, osava presentare al consiglio de’ Dieci una proposta di riforme che forse avrebber salvo il Senato di Venezia; in vano. E il Muratori, non pur dava all’Italia con la sua storia l’avviamento dell’avvenire, ma dava severi moniti alla Curia romana su le rapacità e iniquità sue e savi consigli al suo duca di buon governo ed economia. E il Giannone, rivendicatore della podestà civile, vittima egli di due despotismi, finiva con parola e mente romana vaticinando a casa Savoia, che lo teneva prigione, i destini futuri mercè la disciplina e la tradizione dell’armi.
L’OPERA DI L. A. MURATORI
[_Opere_, XVI, 79-86].
..... E pure su quel primo aprire del secolo l’Italia parea dar qualche guizzo, mal saprebbesi dire se degli ultimi spiriti della vita vecchia o dei primi annunziatori della nuova. La Sicilia, dopo centosettant’anni d’oblio, ripigliava il filo delle sue storie al punto ove l’avea lasciato nel 1550. Giovan Battista Caruso (1673-1724), cui Bacone aveva divezzato dalla filosofia scolastica e il Mabillon indirizzatolo agli studi diplomatici, dava mano nel 1720 a una _Bibliotheca historica Siciliae, seu historicorum de rebus siculis a saracenorum invasione ad Arragonensium principatum collectio_ (Palermo, due volumi): comprende trenta documenti inediti e rari, tra i quali compariscono la prima volta degli arabici. In Venezia, dove sin dal 1648 si era pensato a una raccolta di scrittori delle storie veneziane, Apostolo Zeno incarnava al fine il disegno nel 1721 con la stampa degli _Istorici delle cose veneziane i quali hanno scritto per pubblico decreto_, quando chiamato alla corte di Vienna ne commise la continuazione al fratello Pier Caterino, che la condusse a fine in dieci volumi nel 1722, con la intenzione, non però mai recata in effetto, di far seguitare a quelli che eran delle cose edite altri poi delle inedite. Il buono Apostolo nel lasciare l’Italia lasciava erede il Muratori del suo grande giovanile disegno d’una raccolta storica nazionale; e lo afforzò cominciata che l’ebbe, di consigli, di lodi, d’aiuti, cedendogli quel che aveva adunato per sé, tra gli altri il manoscritto della cronaca di Dino Compagni, prestandosegli assistente o mediatore per la collezione dei testi.
* * *
Quelle siffatte produzioni storiche erano state in Italia fin allora come chi dicesse sporadiche, quasi fruttificazioni ritallite d’alcun seme qui e colà sepolto d’una coltura anteriore o lasciato cadere da uccelli migranti o trasportato a volo dai venti sopra alture solinghe; il gran dissodamento, la gran seminagione, la gran fioritura storica non era omai piú italiana: l’esempio, il motivo, l’impulso ci veniva dal di fuori. L’Italia, fin che vide svolgere felice o no la storia viva da se stessa o in se stessa, la contemplò, rapita nel miraggio dell’antichità percossole in faccia dalla incessante magia del rinascimento, come una prosecuzione, in necessarie permutazioni, della storia romana; e la contemplò e se la rappresentò, a sé e agli altri, con gli spiriti e le forme di quella: ciò che vi portò di nuovo fu la filosofia pratica degli ordini statuali e una quasi divinazione nella serie degli antecedenti e dei conseguenti; in che fu massimo il Machiavelli: ma la scienza del fatto nessuno, salvo forse il Guicciardini, la possedè o la curò, dei nostri grandi cinquecentisti, contenti e superbi di quel loro filosofare acutamente sufficientissimo e di quel loro narrare superbamente togato. Quando la storia neanche avvenne piú in Italia, quando la energia dello spirito scattò fuor del paese e delle sue contingenze, attratta o dal vampo delle guerre civili o dal turbine delle agitazioni politiche tra le vicende di Spagna, delle Fiandre, di Germania, di Francia, fino dall’ardenza delle missioni religiose nell’Asia, allora ci fu una storia del mondo straniero descritta da italiani su ’l disegno di quella del cinquecento, e di quella del cinquecento piú scioltamente parlata ma meno intensamente pensata: la concezione scientifica della storia generale d’Italia, non che fare un passo avanti, arretrò. La Germania, mossa dall’impulso della riforma, trascinata dal suo vertiginoso circolamento d’erudizione, die’ un esempio vigoroso d’infaticabilità nella compilazione dei grandi corpi di storia onde veniva a resultare l’organismo de’ suoi secoli: compilazione che l’Olanda poi e l’Inghilterra disciplinarono sotto una cotale scorta d’idee giuridiche. La Francia diede l’altro grande esempio di compilazione della storia nazionale sotto due idee direttive, politica e morale, con una dotta costruzione e ordinazione degli istrumenti e del metodo. L’Italia intanto eloquente nelle storie degli altri aveva perduto nella propria la conscienza di se stessa: o meglio dallo smarrimento della conscienza propria si era rifuggita nel cosmopolitismo della scienza. La scienza fu il grande affare dell’Italia nel secolo decimosettimo: su i termini del quale e nella metà prima del seguente, mentre gli acquisti scientifici italiani passavano alle altre nazioni per essere applicati ed ampliati, dalle altre nazioni, dalla Francia, dalla Germania, dall’Olanda, passavano a noi gli esempi e gl’impulsi al lavoro su l’antichità nuova, se mi sia permesso dire cosí, del medio evo e su la storia. Gli esempi e gl’impulsi s’abbatterono tra noi, in quello scivolante passo tra due età, ad uomini, dopo la disgregazione del secolo diciassettesimo, rifatti in un ritorno sopra di sé, alle idee filosofiche dell’antichità senza retorica, alle erudizioni del rinascimento senza scolastica, alla giurisprudenza dell’impero senza cavillazione; cioè a Giov. Battista Vico, a Lod. Ant. Muratori, a Pietro Giannone. E cosí, mentre il Leibnizio recava i lumi della politica nell’opera del raccogliere, e il Mabillon quelli della diplomatica e della critica nell’opera del pubblicare, il Muratori si accingeva ad applicare gli aiuti e gl’istrumenti riacquistati all’Italia dall’uso degli stranieri, si accingeva ad applicarli a opera nuova e nostra, i _Rerum italicarum scriptores_, il piú gran corpo di storia nazionale che fosse fin allora pubblicato in Europa.
Segnati anzi tutto nettamente i limiti e le materie: croniche, istorie, documenti, testimonianze di cose italiane dall’anno dell’era cristiana 500 fino al 1500, cioè dal principio del secolo sesto alla fine del decimoquinto, cioè dall’oscuramento della letteratura e specie della storia al massimo folgorare del rinascimento di tutt’e due. Tenuti fuori cosí, ciò che era grossa parte delle raccolte germaniche, gli storici del cinquecento, di cui la fama andava per tante lingue e il racconto per tante stampe; ristretta l’ammissione degli umanisti del quattrocento a soli gl’inediti e i men diffusi; restava comporre insieme quanto fosse dato trovare sí a stampa sí per manoscritti, e pubblicare o ripubblicare il tutto raffrontato co’ testi piú autorevoli: ripubblicare, con le illustrazioni de’ primi pubblicatori opportunamente rivedute e a’ lor luoghi emendate, il già pubblicato: pubblicare novamente l’inedito con prefazioni e note brevi e concinne a ripurgare il testo, a rischiarare i fatti, a somministrare le nozioni di storia che potessero occorrere. Centosedici fra piccole e grandi le scritture che il Muratori riprodusse da anteriori edizioni; ma ben duemila tra diplomi, cronache, storie, poemi, statuti ei seppe trarre da archivi di famiglie, di città, di vescovati, di monasteri, di capitoli, non che da biblioteche pubbliche e private. Vero è ch’egli ebbe a dolersi della insipienza e ignavia che invidiò la compiutezza della raccolta; credo avesse in mente i Genovesi, i quali, _improvvida sollicitudine et politico inani metu_, avevangli rifiutato fino il raffronto all’originale del Caffaro, e i Lucchesi da cui non poté ottenere una parte della cronaca di Giovanni Sercambi con la quale integrare l’altra che l’Ambrosiana gli somministrava. Dei Veneziani non disse parola: ma i fatti furono gli stessi. Le tre repubbliche mostrarono di restare a dietro anche in questo agli altri miseri governi della miserissima Italia; e si può di tutte tre ripetere ciò che di Lucca scrisse un de’ suoi, Salvatore Bongi, nel pubblicare di recente intero il Sercambi. «Una certa prudenza, che a noi in tanta mutazione di casi pare ignobile timidezza, consigliava a’ cauti signori di fare ogni opera perchè non si stampassero libri di storia paesana». Ma non piú franco Vittorio Amedeo II di Sardegna lasciò cadere in nulla le promesse due volte date, una dal ministro march. Del Borgo (1721), altra da esso lui con autografo (17 aprile 1723) al Muratori, anzi gli notificò d’aver fatto sopprimere una desiderata cronaca di Saluzzo, «contenendo cose che non sono decorose né utili per il nostro interesse». Al difensore delle ragioni estensi le porte della vaticana erano chiuse: i signori milanesi, che presero l’accomandita della collazione, le fecero battere da uno di loro: fu risposto, la concessione de’ codici vaticani potrebbe parere trar seco una tacita approvazione dell’opera per cui doveva aversi la piú gelosa riserva (10 aprile 1723). Dopo sí alto esempio non è meraviglia che il cardinale Albani negasse al Muratori l’archivio di Nonantola di cui era abbate. Codici e carte del Friuli gli furono sequestrati dalla boria saputa del vescovo d’Ancira Giusto Fontanini, il quale, son parole di esso Muratori, «dopo saccheggiati gli archivi di quella regione e fatte di gran promesse a quei cittadini, voleva esser lui solo il restauratore della storia friulana».
Torniamo a cose piú degne. Tra gli _Scriptores rerum italicarum_ una novità furono, come non ammesse fino allora nelle cosí fatte raccolte, le cronache volgari; volgari non pur nella favella onde la risvegliata gente latina attestava il suo novello essere, ma anche nella nudità delle cose che riferivano. «Quella stessa semplicità — notava il dottissimo raccoglitore con avvertimento che sa d’una critica nuova —, quella stessa semplicità e popolar forma del descrivere che succedesse, ha il suo pregio; non vi scorgi arte e colori da infoscare la verità, e vi occorrono minuzie che ingegni maggiori avrebbero saltate e pur c’interessa conoscere». Non prevenne la critica nuova, anzi osservò la rigida secchezza del suo secolo, in altri casi, quando alcune di quelle piú grosse cronache sí volgari sí latine, movendo il racconto da Gesú Cristo e anche da Adamo, ripetono e ricopiano, con tramettere di favole e di leggende, ciò che si può avere ben altrimenti puro da altre scritture. «Di tali cronache è da accogliere e può poco o molto conferire alla nostra erudizione ciò che scrivono del loro secolo o degli scorsi di recente: in ciò sono da consultare, e, se non ostino migliori documenti, in ciò quei poveri scrittori meritano la medesima fede che prestiamo agli altri maggiori». Cosí pensava e scriveva il Muratori; e le mutilava, senza pietà, delle parti vane: fiabe e leggende non lo allettavano a cercarvi sotto nulla.
Queste le massime e le norme che L. A. Muratori si propose e tenne nella sua grande raccolta.
LA MELICA ITALIANA DEL SECOLO XVIII
[È la prefazione al volume _Erotici del secolo XVIII_, Barbèra, 1868 — _Opere_, XIX, 3-62].
I.
«Alcuni poeti, d’età già maturi quando Metastasio era ancor giovinetto, ritentato aveano le grazie e la metrica leggerezza di cui Chiabrera sulle tracce di pochi abbozzi avea felicemente arricchito il nostro parnaso». Cosí il Bertòla[123] determina nell’arcadia i principii alla raccolta di questo volumetto. E il Tommaseo[124]: «È la maniera de’ madrigalucci, delle anacreonticucce, delle ariette, de’ sonettini ermafroditi; la maniera sdolcinata, imbellettata, puerilmente ingegnosa, fiaccamente tenera, che il cinquecento quasi ignorava, che incomincia a prender piede in sul principio del secolo seguente, e della quale il Rosario del Lemene è modello. Il secento, assorto nell’ampolloso e nel goffo, parve insensibile alle grazie di questa sguaiateria piú modesta, che pure era legittima figlia del secolo; e solo il settecento parve volesse inebriarsene e pascersene».
Benché è vero che il cinquecento _ignorò_ quasi cotesta maniera, pure, a coglier di essa le origini, bisogna rimontarlo fino alla seconda metà, che tutto in Italia rassettò, smussò, rinverniciò. Cominciarono allora a sentirsi certe novità nella versificazione e nei metri, le quali finirono co ’l mutare quasi affatto il tono della poesia, e che a punto rispondono al mutarsi e al rinnovar della musica. La vecchia canzone toscana non era piú per il canto; e il madrigale e la ballata, sue appendici addette alla poesia galante, musicabili e musicate a uso delle brigate gentili e festive, ubbidirono alle nuove esigenze del gusto. Dalle note dei musici fraticelli del trecento a quelle dei musici cavalieri delle corti estense e toscane ci correva; e il madrigale dové essere ingentilito dallo Strozzi dal Guarini dal Tasso, e la ballata raccorciarsi di mano in mano fino a capire nei termini dell’arietta, che ella conteneva già virtualmente nel ritornello. E alla vecchia ballata (ballata propriamente per ragion di metro anche se intitolata canzonetta) successe la canzonetta nuova, di sapor peregrino, la _chanson_ dei francesi in somma; la cui generazione in Italia io per me credo non fosse senza l’influsso degli esempi di Francia.
Non vorrei già negare al cinquecento qualche raro saggio melico arieggiante alla canzonetta: ma rimarrà pur vero che questa nella sua forma letteraria cominciò ad apparire fra le rime di Ottavio Rinuccini e specialmente per entro i suoi drammi. Ora da Caterina a Maria de’ Medici si sa che tra Francia e Italia ci fu per lo scambio letterario quasi un trattato di commercio, essendo nostri consoli a Parigi sotto Francesco I ed Enrico II l’Alamanni, Bartolommeo del Bene sotto Carlo IX ed Enrico III, e in fine Ottavio Rinuccini nel regno del primo Borbone e della bella Maria. Importammo da principio, e di molto; da ultimo esportammo qualcosa. Perocché in quel mezzo Anacreonte dissepolto da Arrigo Stefano (1354) aveva con un tócco del suo _ramo di giacinto_ stimolato e sollecitato il passo troppo pesante della musa francese; l’avea, sventolando le molli ali della sua poesia, rinfrescata e ricreata dell’arrampicarsi affannoso per una ronchiosa versificazione. Il Ronsard, che salutò con tanto ardore lo scoprimento del vecchio di Teo, fu anche il primo a tradurlo (155); e gli tenne dietro Remy Belleau (1556), alla cui versione faceva gli onori della musica il Renvorsy (1559). E fu súbito un germogliare di canzoni, nelle quali il liquore sottile della ironica delicatezza si mescolò per tal guisa alla natía polpa gallese, che ne vennero frutti di strano e gradito sapore: e tale fu la sveltezza la leggerezza il soffio di quella piccola poesia, che la Francia per avventura non ha piú avuto altro di simile. Ma di ciò han parlato abbastanza gli odierni critici francesi, e sopra tutti, da critico e da poeta, l’illustre Sainte-Beuve[125].
A noi basti notare che nulla per allora si fece in Italia di somigliante: e che una delle piú graziose strofe anacreontiche, la strofetta di sei versi intrecciata di ottonari e quadernari co ’l tronco o senza, perfezionata poi dal Chiabrera, comparí la prima volta nell’_Euridice_ del Rinuccini (1600), molti anni dopo da che in Francia era stata trovata variata e rivariata dal Ronsard dal Du Bellay dal Belleau. Che se quando il Rinuccini andò a Parigi, la dittatura grammaticale del Malherbe avea cominciato a cacciar di nido la Pleiade, tuttavia la poesia anacreontica fioriva ancora su le bocche de’ cortigiani e fioriva il Desportes. Reduce in patria il cavalier fiorentino dové e con l’esempio e co’ discorsi sollecitare il Chiabrera, frequentatore della corte di Firenze e suo amico, per quella via. Il fatto sta che il Chiabrera, rassomigliante al Ronsard anche nella smania del grecheggiare e del far epopee classico-nazionali-genealogiche, gli rassomiglia specialmente nel bene; per la miglior prova ch’ei fece nella poesia leggera, pe ’l ringiovanimento metrico ch’ei diede alla nostra poesia. Ma parecchi dei metri adoperati dal Chiabrera sono gli stessi del Ronsard; e volerli raccapezzare nei vecchi canzonieri fu piú che altro un’ubbia del Quadrio e dell’Affò: se qualche vestigio vi se ne rinviene, se qualche suono spezzato ne giunge agli orecchi, è un caso originato dal capriccio di quegli antichi nel comporre quei loro discordi e frottole. E il verso tronco, rarissimo, anzi quasi un’eccezione, nelle vecchie rime, dov’è constituito solamente dalla vocale pura, il tronco, che dopo il Rinuccini e il Chiabrera domina nella poesia breve italiana, non sarebbe stato per avventura suggerito dalla cadenza della rima mascolina francese, che si trovò essere d’un gran servizio alla musica per i finali? Ha un bel dire il Cerretti[126], che il Tebaldeo per primo scrivesse canzonette e imitasse Anacreonte: le canzonette come le componeva il Tebaldeo, cioè le ballate, contavano ormai tre secoli di vita, erano decrepite a quel tempo; né d’Anacreonte leggevasi altro che un frammento quasi smarrito nelle _Notti_ di Gellio. Cosí poco da alcuni classicisti del settecento conoscevasi la storia elementare della classica letteratura.