Pagine di storia letteraria

Part 26

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El dulce lamentar de los pastores, come in bellissimo verso cantava Garcilaso de la Vega, un de’ celebri imitatori del poeta napolitano. Per un secolo intero l’Europa fu allo specchio dell’_Arcadia_ a farsi classica: su le tracce del Sannazaro, a mezzo il Cinquecento, in Spagna, Giorgio di Montemayor componeva la _Diana_, e il gran Cervantes, nel 1584, la _Galatea_: in Inghilterra, nel 1590, fiorente Shakespeare, che al Sannazaro deve almeno il nome di Ofelia, Filippo Sidney rifaceva un’_Arcadia_; e in Francia, nel 1610, Onorato d’Urfè faceva l’_Astrea_.

In Italia l’opera del Sannazaro potè in appresso suggerire o prestare alla futura favola pastorale paesaggi e figure di personaggi liricamente appassionati: per intanto ebbero piú fortuna le parti metriche, le quali imitate originarono e divulgarono una specie di ecloghe nuove, di cui molte furono anche recitate e rappresentate. Dello stesso tempo altre piccole poesie rappresentative, non sempre e non tutte in terza rima, vennero in uso, pur col nome di ecloghe e piú largamente di commedie pastorali e rusticali; le quali paionmi piú tosto discendere per degenerazione dalla _Nencia_ del Medici e dall’_Orfeo_ del Poliziano. Ora è invalsa un’opinione che in coteste due specie, frequenti su ’l finire del secolo decimoquinto e nei primi trenta o quarant’anni del decimosesto, vuol cercare e trovare le origini prossime del dramma pastorale. Il che, se intendasi della favola o tragicommedia del Tasso e del Guarino, non mi pare opinione sicura; e vorrei mostrarlo, non pur prendendo in piú largo esame gli esempi accennati un po’ di passaggio e alla svelta da altri, ma anche recandone io di nuovi. Potrebbe essere una mostra non incuriosa di fatti ed esempi d’una poesia mezzo aulica e mezzo popolare, non molto conosciuta o da molti.

LA SECCHIA RAPITA

[_Opere_, II, III; 130-140].

Ad Alessandro Tassoni è merito non comune avere contrastato l’uso pessimo del secolo suo, pur rimanendo pensator libero e novatore non licenzioso; è lode rarissima avere dai servigi che a príncipi rese molti e pericolosamente importanti ritratto scarso o nullo il guadagno, franco l’ingegno, incontaminata la vita; è gloria grande aver partecipato con Traiano Boccalini, con Tommaso Campanella, con Fulvio Testi, con Salvator Rosa la eredità santissima del pensiero italiano ad un tempo, nel quale piú certa ed acerba seguitava a quello la calunniosa vendetta dei potenti stranieri e nostrani.

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.... E nuova opera in vero, tanto per l’organismo delle parti quanto per la mistura della composizione, è il poema della Secchia rapita.

Il quale, pigliando le mosse da una contraffazione del combattimento di Scarpolino o Zappolino nel 1325, quando i Modenesi perseguirono i Bolognesi sconfitti fino alle mura di Bologna e un di loro tolse di dentro dalla porta San Felice una secchia di legno, séguita con la battaglia della Fossalta del 1249 (la quale con audace anacronismo si fa dal rapimento della secchia originare), dove i Modenesi furono sconfitti, e re Enzo mandato da Federigo II in loro aiuto restò prigioniero di Bologna; termina con la pace a eguali condizioni conchiusa tra le due città. Vi s’intrecciano come avvenimenti secondari un riconquisto di Rubiera, inventato di pianta; una presa di Castelfranco per parte dei Modenesi, che storicamente fu nel 1323; un soccorso di Ezzelino da Romano a Modena, portato in altra guerra del 1247; un assalto notturno di Modenesi nel campo dei Bolognesi assedianti, imitato da una battaglia che imprevista diedero quei di Modena ai Bolognesi conquistatori di Castel San Cesario nel 1229; come pure dalle spedizioni di Bologna e suoi alleati contro il castel di Bazzano nel 1228 e contro castel San Cesario nel 1229 è presa la rassegna degli ausiliari de’ Bolognesi. Aggiungi a tutto questo un concilio di numi nuovamente faceto, e l’episodio degli amori di Endimione e della Luna vagamente colorito con le tinte dell’idillio latino, non senza le lascivie del tempo, benché al poeta paresse di aver fatto cosa omerica (ed è a notare che l’Alfieri, scrivendo nei primi suoi studi, tra gli altri esami dell’Aminta, della Gerusalemme, dell’Orlando anche quel della Secchia, la critica tutta, tranne la «descrizione di Diana e d’Endimione, cantata da Scarpinello, ed a mio parere, sublime»); Venere che dorme la notte all’osteria con Bacco e Marte, e Venere che nel suo fulgore di diva greca viaggia pe ’l mare commosso alla volta di Napoli; la rassegna delle milizie modenesi di un basso grottesco e le ottave dove si narra la battaglia di Fossalta, le quali per calore non si vergognano al paragone di quelle dell’Ariosto né per dignità di quelle del Tasso; il tenero episodio di Ernesto e Iaconia, e il grossolano travestimento dello stupro di Lucrezia; la resa burlevole di Rubiera, e la giostra di Melindo guerriero incantato; Gherardo Rangone che combatte per le mura della patria, e Titta Zerbin romanesco vanaglorioso; la figura giovenile e splendida del biondo re Enzo, e la obbrobriosa del conte di Culagna, tristo, sciocco, svergognato e vigliacco; e quindi gli uomini del secolo decimosettimo introdotti a operare come quelli del decimoterzo, e quelli del decimoterzo pensanti e parlanti a modo del decimosettimo; e le allusioni a poeti e accademici e comentatori, ed a principi e prelati e papi contemporanei; e le varietà dello stile opposte insensibilmente tra loro, e il cambiar tono da ottava ad ottava: e in questo contrasto disordinato di principii e di forme avrai a punto le sorgenti del ridicolo, e quindi la novità artistica del poema eroicomico. Di fatto, se è vero che il ridicolo di sua natura esclude ogni finalità reale dal canto degli oggetti, imperocché il riso che nasce da un contrapposto disarmonico e inaspettato, e il fine che suppone un concerto nei mezzi ordinati a conseguirlo, sono insieme discordi, sarà pur vero che la ragione artistica del poema eroicomico risulta dalla opposizione della materia e forma tra loro e piú dalla mancanza di una finale coordinazione degli avvenimenti; mancanza artistica trovata prima da Guglielmo Schlegel[113] nel dramma di Aristofane, e analizzata poi profondamente da Vincenzo Gioberti[114].

Cosí intesa la essenzialità della Secchia rapita, tu vedi come mal si apponessero quei critici che dietro il Sismondi[115] la dissero epopea non nuova in Italia dopo quelle del Pulci, del Berni, dell’Ariosto. Or la Secchia si differisce dal Morgante; in quanto il Morgante è la schietta rappresentazione della vita medioevitica, co ’l suo ideale or grossolano e grottesco or mirabilmente semplice e puro, con la sua misura di entusiasmo e di dubbio, di serietà e d’allegria, di gaiezza e mestizia, di delicatura e rozzezza: mistura che tu vedi storica nelle costumanze e nelle feste; artistica nei misteri e nei canti, nelle novelle e nelle ballate, e in ultimo nella Divina Commedia. Si differisce dall’Orlando innamorato del Berni; in quanto che il ridicolo del Berni è piú veramente una esagerazione di concetto che non un concetto esso stesso; e in quanto che il Berni, pur lasciandosi alcuna volta trasportare dalla natura sua in quel suo quasi tradurre, conservò però la forma organica dell’autor suo ch’è mitica e ciclica. Si differisce dall’Orlando furioso; in quanto che l’Ariosto ritrovò il suo concetto primordiale ed ebbe il suo fine nella credenza e nella moda letteraria del secolo suo, ed il ridicolo dell’Ariosto è piuttosto un accidente secondario che non una condizione essenziale. La Secchia rapita è un esempio di quella epopea che sola avanzò all’Europa occidentale, dopo che il gran mutamento di credenze e pensieri avvenuto nel secolo decimosettimo ebbe chiuso il medio evo. Esaurito il mirabile mitologico nell’Orlando furioso e il mirabile soprannaturale nella Gerusalemme liberata, poiché per una parte il fumo de’ roghi dell’inquisizione soffocò la poesia teologica e filosofica, e per l’altra il freddo alito della Riforma dissipò le floride illusioni del medio evo, gli uomini oppressi dalla realtà della vita sentirono piú radamente l’entusiasmo; il mirabile e il soprannaturale non intesero piú, e lo rappresentarono o dubitando con l’imitazione o sorridendo con la burla. Quindi il fine della letteratura attiva dei secoli antica e il cominciamento della riflessiva dei nostri; quindi l’origine della epopea eroicomica, co ’l Pantagruel in Francia, co ’l Don Quixote in Spagna, con la Secchia rapita in Italia. Se non che, mentre nel Pantagruel è acre irrisione del passato e del presente, nel Don Quixote è sogno fantastico d’un ideale inopportuno, nella Secchia al contrario è riso spensierato sovra un tempo che fu. E come il pensiero che produsse la Riforma cede poi necessariamente il luogo al razionalismo analitico, il quale preparò la rivoluzione dell’89 e dopo aberrò in aspirazioni eterogenee fin che non si ricompose come in un sistema scientifico, cosí tu vedi nello svolgimento posteriore della poesia eroicomica la Pucelle d’Orléans precedere la rivoluzione, accompagnarlesi la Guerre des Dieux, susseguirla il Don Juan solitario e selvaggio, venire ultimi quasi testamento del razionalismo i Paralipomeni della Batracomiomachia.

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Toccate cosí la ragione e la genesi della Secchia rapita, dirò che, a meglio essere poema interamente ridicolo, difetta anche d’uno scopo finale che chiaramente si scerna. Perché io non vorrei ammetter per buona la supposizione del Sismondi, che il fine di questo poema possa essere nella satira delle guerre civili italiane. E che importava far deridere le guerre civili agl’italiani del secolo decimosettimo, i quali nel torpore del servaggio né pure avevano facoltà di mutarsi da un lato all’altro? o meritava egli il conto di burlarsi per questo di uomini già morti da quattrocent’anni e che a’ contemporanei del Tassoni non assomigliavano né di costumi né di carattere? Anche al Foscolo parve che, «se il Tassoni sparge il ridicolo sulle abitudini, su i costumi e sulle opinioni di taluno in particolare, egli prende però di mira soggetti piú alti», che egli «detestasse i reggitori stranieri d’Italia, e desiderasse di presentare una viva pittura delle miserie partorite dalle guerre civili e dalle querele domestiche degl’italiani»; ma poi si ristringe a dire che egli «intendeva volgere in burla la falsa importanza che gli uomini danno a cose da nulla», e che «trastullossi colle stoltezze degl’individui e delle nazioni»[116]. E forse né pure si è apposto al vero Paolo Emiliani Giudici, il quale par si compiaccia credere uno de’ fini del Tassoni il «colpire nelle radici la mitologia»[117]. A me sembra che il Tassoni si burli degli dèi d’Omero a quel modo stesso che si burla del vescovo Boschetti e del legato Querenghi e del cardinale Ubaldini, e ch’ei gli travesta come press’a poco il potestà modenese e gli ambasciatori di Bologna. Piú il Tassoni ammirava l’Adone e il Pastor fido, e dalla mitologia tolse le figure e i colori del viaggio di Venere e il soggetto degli amori di Diana e Endimione, episodio trattato mirabilmente su ’l serio. Piuttosto, dopo aver veduto il fine principale del Tassoni nel pigliar vendetta del conte di Culagna, crederò co ’l Giudici stesso che il poeta anche mirasse a farsi beffe dell’estro affettato dei manifattori di epopee del secolo decimosettimo; nella cui prima metà, oltre un saggio incompiuto del Tassoni stesso ed altri del Testi, si contano venti epopee piú conosciute; e tanto piú volentieri lo crederò, da poi che esso il Tassoni in una lettera del 16 al Barisoni definisce la Secchia «un capriccio spropositato, fatto per burlare i poeti moderni». E burla di fatto, delle epopee classiche, i concilii degli dèi e i lunghi colloqui dei combattenti tra loro; delle epopee romanzesche, le fatature e le magie e la gran bontà de’ cavalieri antichi; burla le comparazioni del Marini, e Girolamo Preti

Poeta degno d’immortali onori Nel tempo che puzzar soleano i fiori,

e i seguitatori del toscanesimo e del bello stile antico, e la «Musa gentil di Fulvio Testi», e «il legno santo» del Bracciolini. Tale è questa ingegnosa parodia che chiude il ciclo epico in Italia: necessario portato di quel secolo, nel quale altro non si vide e non potea vedersi del medio evo e dell’età dei comuni che il lato ridicolo.

Ma le sue burle non son tutte su ’l buon tempo antico e su gli amici suoi e su’ poeti contemporanei. Qui torna bene quel che dice il Foscolo, tacitamente contradicendo al primo asserto, che «gli eroi del poema di Alessandro Tassoni sono presi fra’ suoi coetanei. V’introdusse amici e nemici, e questi ultimi non sono trattati con troppa grazia». Hannovi amari sogghigni su ’l re di Spagna e su l’imperatore nelle ottave da noi restituite al Concilio degli dèi:

Di celeste pittura e di gioielli, D’oro e di perle i quadri erano ornati. Due sovraporte d’agata i piú belli Fur da la Musa mia solo notati. Ne l’uno intorno a un campo di baccelli Eran due grandi eserciti attendati, E in mezzo un tal piccin grosso di coppa Dava il fuoco a la barba a un re di stoppa.

Un Cesare ne l’altro aver parea La semplice camicia in su la pelle; E sopra un seggio imperïal sedea Con la berretta quadra e le pianelle. Ma due ragazzi che di dietro avea Gli attaccavano al cul le zaganelle; Ed egli con la man sopra un tappeto Diceva la corona, e stava cheto.

Timido è il cenno all’usurpazion di Ferrara consumata da Clemente VIII («il seme del superbo Aldobrandino») a danno di Cesare d’Este; ma profeticamente ardita la minaccia a Roma,

Se in lupi si trasformano i pastori Gli agnelli diverran cani arrabbiati.

Scherza su le guerricciole tra il duca di Modena e la signoria di Lucca, pe ’l confine di due terre della Garfagnana, combattute nel 1602 e nel 13, in cui dall’una parte e dall’altra si tagliavano viti e scorzavano castagni. E nella descrizione dei soccorsi fiorentini è facile scorgere la satirica allusione ai quattromila fanti mandati dal Gran Duca Cosimo II in aiuto al Duca di Mantova minacciato nel 1613 dalle armi di quel di Savoia; è facile scorgerla, dico, a chi abbia letto i motteggi del nostro su quell’aiuto in una lettera al conte di Polenghera ministro di Carlo Emanuele.

In quanto a’ pregi di stile, riporterei nel generale la sentenza di Pietro Giordani: «Alessandro Tassoni del suo poema non si vergogna dagli ottimi»[118]: nel particolare loderei la vivacità del molteplice stile, la narrazione franca e spedita, il colorito largamente vario, la ben sostenuta facilità dell’ottava scorrente in suoni diversi. Ma, che che ne dica il Giudici, vi noterei certe improprietà di parole e di frasi, e non radissimi gli esempi dell’esagerato, del concettoso, del falso. A chi poi domandasse di che qualità sia il ridicolo e faceto nella forma del Tassoni, non saprei rispondere se non per via di esclusioni e con una similitudine. Non è il riso ingenuamente gioviale del Berni, né il piacevolone del Caporali, né l’incisivo di Rabelais, né il profondo di Cervantes, né l’accademico di Boileau, né il buffonesco di Scarron, né l’acuto filosofico di Voltaire. Gittate gli occhi sopra un ritratto di Alessandro Tassoni: vedete quella cera di galantuomo? quella fronte alta, serena, mitemente increspata verso il sopracciglio? quegli occhi vivi e placidi a un tempo, e l’arguta bonarietà che ne spira? e le labbra rilevate e le guance piene, non grossamente? e della faccia un pochetto rotonda, il profilo dignitoso e severo? Guardate bene cotesta faccia, in cui la indifferenza non è inerte, né la quiete apparisce infingarda; e potrete averne un’imagine del ridicolo del Tassoni. È un sorriso aristofaneo, pieno, largo, soavemente diffuso in tutto il pensiero e in tutta la forma; sorriso spensierato, se vuoi, e talora plebeo; ma dopo il quale non sogghigni né fremi con amarezza. Ciò non ostante Chénier il minore lasciò scritto del Tassoni queste parole «Il freddo Tassoni fu eclissato dal Despréaux, che questa volta indulgente l’onorò di qualche lode»[119]. Chénier doveva aver letto la Secchia rapita nella traduzione francese del Perrault.

FULVIO TESTI

[_Opere_, XVI, 405-412].

Fulvio Testi venuto su di piccola gente, ebbe al servizio degli Estensi titolo di conte; dai carichi e dai maneggi politici, in cui per loro si adoperò, pronto com’era e voltabile d’ingegno, d’animo irrequieto e incontentabile, ebbe onori, inimicizie, disgrazie. Contava nel 1617 a pena ventiquattro anni, che un’edizione di sue rime intitolata a Carlo Emanuele duca di Savoia fu sequestrata, imprigionato lo stampatore, multato l’autore di duecento scudi e d’esilio. Al duca, che in quell’anno sosteneva la sua seconda guerra con la Spagna, ei si rivolgeva cosí:

Carlo, quel generoso invitto core Da cui spera soccorso Italia oppressa, A che bada? a che tarda? a che piú cessa? Nostre perdite son le tue dimore. Spiega l’insegne omai, le schiere aduna, Fa che le tue vittorie il mondo veggia: Per te milita il ciel, per te guerreggia Fatta del tuo valor serva Fortuna..... Carlo, se ’l tuo valor quest’idra ancide Che fa con tanti capi al mondo guerra, Se questo Gerion da te s’atterra Ch’Italia opprime, i’ vo chiamarti Alcide.

E del suo Alcide cosí ragionava le lodi nella prosa della dedicatoria: «Né veramente si può vedere senza stupore che ’l maggior re del mondo Le sia venuto due volte sopra, con due i maggiori eserciti ch’egli facesse già mai né contra i suoi ribelli né contra i Turchi né contra i Mori d’Africa; condotti da due i maggiori capitani che fossero nel suo imperio; uniti delle piú bellicose nazioni di tutta Europa, spagnoli italiani e alemanni; scelti la maggior parte di veterani indurati nelle guerre di Fiandra, arditi e coraggiosi per le passate vittorie; spalleggiati dagli aiuti e dalle intelligenze di poco meno che tutti i prencipi d’Italia; mantenuti co’ tesori dell’Indie, nell’abbondanza della Lombardia; inanimiti dalle ribellioni e dai trattati occulti dei piú intimi di Vostra Altezza; e che due volte cosí grandi apparecchi, cosí tremendi sforzi, sieno stati come nebbia al vento di tramontana dissipati e distrutti dal suo valore.... Contra Vostra Altezza non han potuto né grandezza d’imperio, né valore di capitani, né numero e quantità di soldati, né macchine militari, né aiuti esterni, né guerre piú che civili, né stratagemmi, né tesori....: ché tutte l’arti tutte le prove de’ suoi nemici sono cadute in vano. Ed eglino si sono ridotti a segno ch’è paruto loro di meritare il trionfo quando con ogni sforzo e ogni industria hanno potuto sorprendere una piccola terra ne’ confini di V. A., benché con perdita di quattro e sei delle loro». Vero è che il cantore dell’Alcide savoiardo indi a nove mesi supplicava al serenissimo principe Alfonso d’Este, rappresentando il suo pentimento:

Lasso! meglio era pur che dell’Alpino Eroe non avess’io le lode intese, O non m’avesse almen furor divino Spinto a cantar le di lui chiare imprese. Ma qual lito è si strano e peregrino Cui l’alta sua virtú non sia palese? Qual è sí rozzo cor, alma si scabbra, Ch’abbia alle lodi sue chiuse le labbra?... Se del monarca ibero offesa in parte La dignità fu dalla penna mia, Semplice è quell’error, non fatto ad arte. Testimonio la terra e il ciel ne sia. Or vergherò, signor, ben mille carte Delle ispaniche lodi, e s’uopo fia, Soli d’Austria gli onor, soli i trofei Saran nobil soggetto a’ versi miei.

Fra questi alti e bassi dello spirito or ridondante ed or dimesso, e della fortuna variata or dal favore de’ padroni or dalla malevolenza e dall’invidia degli emuli, egli ebbe agitata la vita; oscuramente finitagli a cinquantatre anni nella fortezza di Modena ove fu rinchiuso dal duca nel 1646.

Nel 1636 usciva in Modena la edizione delle _Poesie liriche_ del conte Fulvio Testi, di quelle che egli nella sua forte virilità riconosceva e voleva sue. Pubblicandole sentiva procedente oramai il trionfo della scuola greca e latina, sentiva il Chiabrera e lui esserne i conduttori; e cosí ne assegnava il processo e il programma. «Pindaro, a giudicio de’ piú sani intelletti, fu ’l principe de’ lirici: molti lo stimarono impareggiabile; e tal un disse che l’imitare il suo stile era un mendicar precipizi. Ma gl’ingegni moderni non punto inferiori agli antichi hanno colla sperienza insegnato ch’allo studio e alla fatica nissuna cosa è impossibile. Il signor Gabriello Chiabrera è stato il primo a correre questo arringo della pindarica imitazione, riportandone applauso sempre grandissimo, ma non mai maggior del merito. Taccio d’un personaggio eminentissimo la cui sovrana dignità potrebbe forse chiamarsi offesa di queste lodi [Urbano VIII]; ma non lascierò già addietro mons. Giovanni Ciampoli e ’l signor don Virgilio Cesarini, i due miracoli d’Italia; che se ben l’uno e l’altro si sono serviti della poesia per ornamento e per ricreazione degli studi piú gravi, hanno però nell’opere loro dimostrato che le muse toscane non arrossiscono in paragone alle greche. Io, lusingato dal genio ed esortato da tutti e tre i suddetti signori, deliberai di far prova delle mie forze; ma parendomi che lo stare intieramente su la massima greca potesse partorire oscurità, e sappiendo dall’altra parte ch’Orazio era stato grandissimo emulator di Pindaro, il tolsi per guida, osservando diligentemente le frasi, le sentenze, le digressioni e gli altri lumi ch’egli o prese dal greco o inventò col proprio ingegno... I soggetti sono per la maggior parte morali, perchè a questi io mi sento singolarmente inclinato; ho però anche trattate alcune materie d’amore, ma con qualche novità; poichè, lasciando quei concetti metafisici ed ideali di cui sono piene le poesie italiane, mi sono provato di spiegare cose piú domestiche, e di maneggiarle con effetti piú famigliari, a imitazione d’Ovidio di Tibullo di Properzio e degli altri migliori. So che molti mi riprenderanno perchè di tratto in tratto abbia usate maniere latine: ma io tengo opinione che la frase poetica non s’impari se non dagli scrittori greci e latini, e se in questo mi sono abbagliato io non cerco né scusa né perdono»[120]. Nove anni dopo questa animosa levata di insegne, il Testi dava fuori altra piú copiosa edizione, pur confermando il suo programma ed affermando con certo vanto il crescente favore: «Non aspettate di veder forme nuove di scrivere, perch’io sto su la via vecchia, su l’imitazione cioè de’ greci e de’ latini, e particolarmente di Pindaro e d’Orazio, i due piú sicuri maestri, s’io non m’abbaglio, della lirica poesia. Tal è il mio genio: e se considero il gusto de’ secoli antichi ed anche la soddisfazione che ne mostra il moderno, io non devo pentirmi della maniera. Anzi alcune penne elevatissime si son già messe a praticar quest’aria, e con mia vergogna e consolazione insieme ci hanno fatti per entro voli di maraviglia»[121].