Pagine di storia letteraria

Part 17

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Ma il Pontano non presenta che una sembianza del Rinascimento: questo nel concetto suo piú nobile, come risorgimento del naturalismo ideale, doveva nell’accordo dell’antichità e del cristianesimo e nell’accordo esteticamente migliore delle belle forme greche alle belle forme toscane, di Omero a Dante, di Virgilio al Petrarca, doveva, dico, essere inteso e tentato in Firenze. Nel palazzo di Via Larga, monumento magnifico dell’arte toscana adorno delle piú rare e pregiate reliquie di Grecia, Lorenzo de’ Medici dà l’una mano al Poliziano, l’altra al Pulci. Ei per sé non fu artista o inventore eccellentissimo, ma operò efficacemente su i circostanti e i contemporanei, risollevando a piú razionalità col platonismo l’ideale dantesco e petrarchesco, e con ciò ritornando egli e richiamando l’arte e lo stile alle nobili tradizioni del trecento per quanto, e non era poco, rimaneva in esse di vivo, e in quelle chiare fresche e dolci acque riforbendo la poesia popolare dall’attrito plebeo: nella quale ultima opera gli fu compagno il Poliziano. E tutti due presero a rifare un po’ piú letterariamente il dramma popolare, senza che riuscissero a dargli novità alcuna o movimento di vita e di composizione; ripresero, e con incomparabile felicità, la lirica popolare: le canzoni a ballo e certe ottave sí dell’uno sí dell’altro sono delle cose piú spontanee e piú schiette di tutta la nostra poesia, ridono d’una rosea morbidezza che è pur gran pregio dell’arte e non fu raggiunta piú mai. Ma il sommo di quell’arte assimilatrice in originale imitazione, che uscir dovea dagli antichi monumenti e da quei del trecento studiati con ingegno e con animo desto al senso del presente, il sommo di quella bella e breve arte fu toccato dal Poliziano. Scrittore greco e latino a quattordici anni, traduttore di Omero a quindici, padre della filologia, revisore del testo delle Pandette, poeta di mitologia viva e di classicismo elegante e fervido nelle Stanze e nell’Orfeo, e insieme improvvisator fiorentino; egli, accoppiando la dottrina alla popolarità, la riflessione alla spontaneità, è il tipo, se non piú grande, certo piú universale e piú vero, del miglior quattrocento. E, non ostante alcune macchie della sua vita e alcune brutture de’ suoi carmi latini, anche il piú gentile. Il Pontano è troppo materialmente sensuale e stanca; il Poliziano ama con sentimento di greco la natura bella e serena, e ne rispecchia la imagine nella quiete dell’idillio, ch’egli insegnò o lasciò in retaggio con l’armonia dell’ottava all’Ariosto ed al Tasso.

Il Medici e il Poliziano detersero quella parte di poesia popolana ch’e’ tolsero a maneggiare; il Pulci nella massa informe dell’epopea di popolare sollazzo, della quale abbozzai piú sopra l’imagine, impresse il suo individuale suggello. Egli sentendosi, come ogni poeta vero, tratto ad espandere la disposizione dell’animo suo nel suo tempo, le cui tempre e condizioni partecipava e sperimentava tutte, non andò cercando materie e forme strane; ma ad infondervi l’anima sua tolse la materia che piú aveva alla mano, le rapsodie cavalleresche e avventuriere delle piazze e delle strade; e anche serbò il colorito e le formole dei rapsodi che le componevano o le cantavano. Ma non si lasciò assorbire com’essi dall’argomento: egli intervenne co’ sentimenti suoi all’opera epica, vi mescolò i suoi intendimenti, che erano a punto i sentimenti e gl’intendimenti della borghesia italiana del tempo. Il Pulci non è ateo: egli, come il popolo italiano, ondeggia tra lo scetticismo a cui la educazione delle circostanze lo portarono, e le memorie effettive, piú che credenze, della religione a cui il sentimento della prima educazione lo richiama: quindi una professione di fede epicurea a canto d’una invocazione a Maria. Il Pulci in fondo non crede a quelli imperatori e re, a quelli eroi, a que’ giganti, e piú d’una volta dà loro repubblicanamente e filosoficamente la baia; ma curioso, e, come il popolo italiano, avido del mirabile, del fantastico, del soprannaturale ben trovato e bene adobbato, cupido d’impressioni e di sensazioni tuttor rinnovantisi, si lascia trasportare dal suo racconto; e a certi punti grida, strepita, benedice, prega e piange, per poi tornare a scherzare e sorridere quando il nodo dell’avventura è sciolto. Tale è Luigi Pulci: non credente ma né pure ateo, non certo caldo di spiriti cavallereschi ma né pure intenzionato di parodiarli, non romanzesco ma né pure burlesco: tutto insieme, il poeta piú indipendente del Rinascimento, il piú popolare forse della nostra letteratura o quello almeno che piú si lascia andare alla natura sua; e per ciò forse il piú maltrattato dai cultori della poesia fatturata.

Il Pulci, in Firenze democratica, infondeva i suoi spiriti e la vita del suo ingegno nella materia epica cavalleresca, pur serbandole la trasformazione che il popolo le aveva dato: Matteo Boiardo, nell’aristocratica Ferrara, prendeva a rinnovarla signorilmente con l’intenzione a un ideale artistico. Ciò che dell’elemento feudale e delle tradizioni cavalleresche poté salvarsi e soprannuotare alla invasione borghese e plebea erasi raccolto nelle corti lombarde, e le popolazioni lombarde, forse per una segreta affinità elettiva a quelle tradizioni, le conservarono piú volontieri e piú lungamente; e da codeste tradizioni fu ben presto attratto il conte di Scandiano, gentiluomo e feudatario. Egli sarebbe, senza Torquato Tasso, il primo e l’ultimo vero cavaliere della poesia italiana; certo, è il solo cavaliere della prima età del Rinascimento, e pure non ha nulla del Don Chisciotte: è cavaliere e dotto e cittadino italiano insigne. Studia i poeti francesi, e traduce Erodoto e Senofonte: compone rime con le piú squisite forme dantesche e petrarchiane ammollite e rifiorenti alla tepida aura dell’antica poesia, e traduce lo Anfitrione e l’Asino d’oro; ricerca memorie storiche pe’ suoi castelli e contraffà i cronisti del medio evo, e scrive ecloghe latine; serve i duchi come governatore militare, e si fa rimproverare da un solenne giurista l’avversione alla pena di morte; conversa con i contadini del suo feudo, e fa suonare le campane a doppio quando ha trovato un bel nome per un bell’episodio. Cosí fatto il Boiardo, un de’ piú vari e larghi e amabili esemplari dell’ingegno italiano, impresse la piú varia e larga e genial rinnovazione della materia cavalleresca a racconto romanzesco che abbiano le letterature del Rinascimento, fondendo insieme per una parte i poemi del ciclo carolingio e quelli del ciclo bretone, l’eroismo e l’avventura, l’ideale epico e l’intreccio amoroso, e in quella fusione mescolando per l’altra parte l’epopea antica, gli episodi omerici e virgiliani. E tutto questo fece su ’l serio, imperocché egli credeva a’ suoi cavalieri e gli amava: quanto studio di verità, quanto fervore di artista nei caratteri che egli primo in questa terza lavorazione dell’antica materia determinò, e fissò! quanta gentilezza in quelle donne, ch’egli creò, naturali e tenere e nobili insieme! Il Boiardo è senza dubbio un de’ piú grandi poeti italiani: con tutto ciò a quella prolissità, a quel suo manco, alle volte, di forza risentita nel colorire, mentre ha pur cosí larga facoltà di comprendere e rappresentare, voi v’accorgete che egli, il cavaliere, è vecchio di qualche secolo. Che aveva a fare con la età dei condottieri e degli avvelenatori il principio cavalleresco?

E, poi che la Divina Commedia non aveva lasciato effetti, che cosa poteva ormai operare in Italia il principio religioso? Dal lavoro letterario troppo è evidente la sua assenza. E pure, mentre per un lato l’elemento ecclesiastico seguitava esagerando la sua trasformazione romana sino a far pagana la corte dei papi, il principio religioso, per l’altro lato, contro il sensualismo classico del Pontano, contro lo scetticismo popolaresco del Pulci, contro il paganesimo artistico del Poliziano, contro l’idealismo romanzesco del Boiardo, contro la corruzione dei Medici, di Firenze, d’Italia e della Chiesa, contro il Rinascimento in somma insorgeva con un ultimo tentativo di ascetica reazione in persona di Girolamo Savonarola. Non tutto il clero, a dir vero, avea seguitato il pontificato nella sua abiettazione, e nella sua degenerazione la Chiesa: che anzi, quanto piú quello e questa avanzavano, tanto piú, in quegli ordini specialmente che parteciparono con maggior ardenza al rinnovamento cattolico dei secoli decimosecondo e decimoterzo, andavano crescendo gli spiriti dell’opposizione: la quale negli scrittori ascetici del trecento e del quattrocento va sempre piú maturando un cotal concetto di riformazione, tanto piú chiaramente accennato quanto quegli scrittori sentivano la necessità di raffermare, purificando la Chiesa, il sentimento cristiano e il dogma cattolico contro la civiltà profana che d’ogni parte dilagava e premeva. E il movimento di opposizione cristiana mise capo in Girolamo Savonarola. Nel quale, posto, per un’incidenza che non è tutta caso, tra il chiudere del medio evo e l’aprirsi della modernità, quasi a raccogliere e benedire gli ultimi aneliti della libertà popolana già sorta nel nome del cristianesimo e a mandare l’ultima vampa di fede verso i tempi nuovi, voi vedete convergere le aspirazioni piú pure, voi vedete rinascere le figure piú ardite del monachismo democratico. In lui lo sdegno su la corruzione della chiesa che traeva alla solitudine i contemplanti, in lui l’amore alle plebi fraterne che richiamava su le piazze e tra le armi dei cittadini contendenti ad uccidersi i frati paceri, in lui la scienza teologica e civile di Tommaso, in lui il repubblicanismo di Arnaldo, in lui finalmente anche le fantasie e le fantasticherie di Iacopone da Todi. E di quel pensiero italiano che intorno alla religione andavasi da secoli svolgendo nell’arte nella scienza nella politica, di quel pensiero che è lo stesso cosí in Arnaldo repubblicano all’antica come in Dante ghibellino o nel Petrarca letterato, cosí in fra’ Iacopone maniaco religioso come nel Sacchetti novelliere profano, il Savonarola pronunziò la formola: Rinnovamento della Chiesa. Era troppo tardi. Quel che nella mente italiana del Savonarola era avanzato di intendimento civile tra le ebrietà mistiche del chiostro, ei lo depose grandiosamente nella istituzione del Consiglio grande: del resto, come martire religioso, salva la reverenza debita sempre a cui nobilita il genere umano attestando col sangue suo la sua fede, come novatore mistico, egli (perchè no ’l diremo?) egli è misero. Rivocare il medio evo su la fine del secolo decimoquinto; far da profeta alla generazione tra cui cresceva il Guicciardini; ridurre tutta a un monastero la città ove il Boccaccio avea novellato di ser Ciappelletto e dell’agnolo Gabriele, la città ove di poco era morto il Pulci; respingere le fantasie della natura, novamente rivelatasi, alla visione, le menti dalla libertà e dagli strumenti suoi, novamente conquistati, alla scolastica; fu concetto quanto superbo altr’e tanto importuno e vano. Il Rinascimento sfolgorava da tutte le parti; da tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri stampati in Firenze e in Italia irrompeva la ribellione della carne contro lo spirito, della ragione contro il misticismo; ed egli, povero frate, rizzando suoi roghi innocenti contro l’arte e la natura, parodiava gli argomenti di discussione di Roma; egli ribelle, egli scomunicato, egli in nome del principio d’autorità destinato a ben altri roghi. E non sentiva che la riforma d’Italia era il rinascimento pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli piú sinceramente cristiani; e tra le ridde de’ suoi piagnoni non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere pietosamente il pallido viso di Nicolò Machiavelli.

LORENZO DE’ MEDICI

[_Opere_, II, 21-34; 48-54; 62-64].

LE RIME E LE SELVE D’AMORE.

Nel 1465[24] passava di Pisa Federico d’Aragona, figliuolo al falso e crudele Ferdinando re di Napoli, fratello all’avaro e feroce Alfonso duca di Calabria, pur lodato egli di lealtà, di generosità, di mitezza; tanto che da’ baroni congiurati contro il padre e il fratello fu nell’85 invocato re, e ne’ rovesci del 96 chiamato a regnare da’ principi di Salerno e Bisignano e dal conte di Capaccio fuorusciti, a casa d’Aragona nemici. Convenne in Pisa con lui il figliuolo del magnifico Piero: e consenzienti ambidue ne’ medesimi studi, e, come giovani, aperti e amorevoli, nella serena solitudine dell’antica città si intrattennero a lungo su la poesia vecchia d’Italia. Né l’uno avrebbe allora creduto d’aver poi a comandare il sacco di Volterra, e l’ire repubblicane affogare nel molto sangue de’ Pazzi e loro aderenti e strozzarle con la corda che troncò le vite del Frescobaldi del Balducci del Baldovinetti, e con le frodi e le lusinghe e il mal tolto tutta guastar la città; né l’altro imaginava pure che, veduto mancare d’un tratto al padre potentissimo il regno, e questi e i due fratelli o abdicati o morti in desolazione, spogliato anch’ei del potere nel 1501 mirerebbesi intorno nella rocca d’Ischia «accumulate con miserabile spettacolo tutte le infelicità della progenie di Ferdinando»[25], i figliuoli piccoli circondati di prepotenze e d’insidie, l’una sorella repudiata da Ladislao di Boemia dopo aiutatolo a ripigliare il reame, l’altra, già duchessa di Milano, orbata ora del marito, dello stato, del figliuolo unico, e che esulerebbe egli stesso ai nemici per morirsi a Tours in dominio di chi i suoi spodestò. Sí bene, improvvidi dell’avvenire, pareano allora que’ giovani fatti da natura soltanto agli eruditi ragionari co ’l Poliziano, all’ameno conversare co ’l Sannazaro. E Federico aprí a Lorenzo il desiderio di vedere tutti i vecchi scrittori per opera di lui in un volume raccolti. Per che Lorenzo, «non senza grandissima fatica fatti ritrovare gli antichi esemplari e di quelli alcune cose men rozze eleggendo», glie ne mandò nel 66 in un codice in foglio di pagine 292, «aggiunti nello estremo alcuni suoi sonetti e canzone, perchè pareva che cosí a Federigo piacesse»[26].

In cotesto codice, secondo che ne dice Apostolo Zeno il quale ebbelo a vedere dal Facciolati e lo afferma esistente dei tempi suoi nella libreria Foscarini[27], l’ultimo componimento co ’l nome d’autore è a pagina 283 un sonetto del notaro da Lentino: gli altri che dalla pagina 284 van sino al fine gli ritrovò lo Zeno nell’edizione aldina delle Poesie del Magnifico. Ora Lorenzo nato del 1 gennaio 1448 era nel 66 poco piú che diciottenne: delle rime adunque molte furono composte nell’adolescenza e nella gioventú prima, altre, come da piú luoghi rilevasi, anche dopo il matrimonio con la Clarice Orsini che «gli fu data»[28] nel 69. Ma la disposizione delle rime del Medici, com’è nelle stampe, non pare secondo ordine di tempi e di affetti: a che si dovrebbe, e, credo certo, potrebbesi, rimediare, quando un’edizione di tutte le scritture di lui si rifarà sui manoscritti. Pur tuttavia non è difficile scorgervi entro due maniere diverse. Nella prima il lavorío è tutto quasi d’industria a rappezzare e riadattare le forme prese qua e là; lavorío di giovane che scrive d’amore sol perché vede informati dall’amore i modelli del bello stile che s’ha posti davanti. Di questa maniera, a cui crederei appartenessero i versi mandati a Federigo ch’io mi figuro essere i primi nell’ordine delle stampe, pochi saggi ho dato, tenendomi come al parer dell’autore: il quale, movendo il comento de’ suoi sonetti da quelli per morte di bella donna (LXVI-LXX del canzoniere) onde mostra che cominciasse l’amore suo e la poesia, viene a fare quasi una tacita rifiutazione de’ versi anteriori.

Ed è bello a udir Lorenzo de’ Medici narrare con effetto e colorito di poeta in quel suo comento, come da una bara s’incominciò a lui conoscenza universale d’amore e di vita. Portavano al luogo della sepoltura, scoperto il volto, la persona bellissima di Simonetta Cattaneo amata da Giuliano de’ Medici. L’acerbità della morte e la bellezza in cadavere anche stupenda trasse il popolo a lacrimare, i dotti a comporre versi dove la chiamaron divina[29]; e forse il faceano per lusingheria a Giuliano. Quattro epigrammi che degnamente parvero greci scriveva un giovinetto da Montepulciano, che poi con la imagine di lei soavemente mesta e attristata della nube di morte doveva adombrare il colorito smagliante d’un poema famoso. E Lorenzo, passeggiando la sera con un amico suo, veduta per la splendida notte d’aprile una stella chiarissima che su tutte l’altre lucea, «Non ce ne maravigliamo — disse all’amico —; perchè l’anima di quella gentilissima o è trasformata in questa nuova stella o si è congiunta con essa»[30]. E ne’ giorni di poi andandosi per certi amenissimi prati solo e meditabondo, e scòrto tra gli altri un fiore di Clizia, pensò: presto, ché la sera è vicina, perderebbe quel fiore la dolcissima visione dell’amato suo: ma bene l’aurora benigna renderebbe a Clizia l’aspetto dell’astro desiderabile: al mondo chi renderà la luce di colei che c’è morta?[31]. Quindi, rivestendo la persona d’amatore della bella defunta, imaginava in ogni luogo veder lei e di lei addolorarsi; e desiderava morire, e non voleva, «ché la morte da poi ch’era stata negli occhi di colei tanto era addivenuta gentile, che anche gli dèi nel cielo vorrebbon morire»[32]. Tanto che «stimando grandissima felicità e dolcezza dover essere quella di colui, il quale per ingegno o per fortuna avesse grazia di scrivere d’una tal donna, cominciò a cercar colla mente se alcun’altra ne fosse nella nostra città degna di tanto onore amore e lode»[33]. Dove il Ginguené osserva: «Quando un giovine di vent’anni si mette a questa ricerca, non ci spende gran tempo in vano»[34]. Di fatti, «in una festa pubblica della nostra città ove concorsono molti uomini e quasi tutte le giovani nobili e belle»[35], trovò Lorenzo la donna desiderata, di bellezza e grazia, com’è naturale, sopra la morta. Tacque egli il nome: ma la indiscrezione de’ poeti amici, che agli innamorati come il Medici si prestano incomodi encomiatori per lo meno, lo rivelò. E il Poliziano fe’ nella Giostra un tal suo bisticcio di Lucrezia e di Lauro[36]; e Luca Pulci introdusse una Lucrezia parlante a Lauro in terzetti, dove si discorre di versi «amebèi» e la erudizione e i latinismi sdruccioli sono meravigliosi per donna fiorentina[37]: in fine Ugolino Verini indirizza apertamente, quanto si può a donna in latino, un’elegia «ad Lucretiam Donatam ut amet Laurentium Medicem»; nella quale dicesi che Lorenzo è bello (i contemporanei e i ritratti rispondon che no) e nobile e ricco e poeta, dunque lo lascerà morire crudelmente di amore? e dove troverà giovine piú degno?

Hunc, sæva, immiti patieris amore perire? Et quis te juvenis dignior alter erit?

Manco male, che dopo toccato non so che di spalle, di braccia, e fino di «parva forma mamillarum», conchiude che Lorenzo la amò salvo il pudore e niuna rea favola offese il nome di lei.

Hic te dilexit salvo, Donata, pudore, Et famam læsit fabula nulla tuam[38].

Di che, e dal cantare alto de’ poeti (che in diverso caso avrebber taciuto o velato le persone ed i nomi) e dal tenore delle poesie di Lorenzo e dalla storia della sua vita, è da inferire con Roscoe, Ginguené e Sismondi[39], che l’affetto del nostro per la Donati fosse piú di poeta che altro, e che sceltala come personificazione dell’oggetto d’un amore ideale ei l’adornasse e atteggiasse ne’ versi a seconda della sua imaginazione; bella donna, modello a bella poesia.

E già questo amore tutto mentale, che ispirato da un mortorio ha principio in una festa, ne ricorda un altro, che da’ lieti ritrovi del calen di maggio e dalla bara d’una fanciulla incominciato si leva piú che umano d’accanto al cadavere di Folco Portinari e si fa metafisico al trapassar dell’amata. E l’altiero popolano del duecento e il signore popolaresco del quattrocento scrissero ambidue versi d’amore avanti e dopo il matrimonio, e dopo con piú ardore che avanti; taciuto il nome delle donne con vereconda premura, delle quali non si sa certo che ad essi corrispondessero; ebbero, pur ammogliati ed amanti, altri ben piú terreni e meno artistici amori; anche, cementarono i loro versi con minuzia d’analisi e concitazione di sentimento, con visioni e descrizioni poetiche e con dispute di scolastica e di retorica, con tanta insistenza a ricercare il perché dell’affetto, quanta mettono i grammatici dietro il perché della frase. Piú che probabilmente dall’Allighieri e dai duecentisti mosse Lorenzo la seconda maniera della sua poesia: il quale, e credeva che «le canzoni e i sonetti di Dante fossero di tanta gravità sottilità ed ornamento da non avere comparazione in prosa o orazione soluta»[40], e le rime de’ vecchi toscani sceglieva come intendente, e come amatore le facea ricercare e copiare, e davane giudizio acuto e verissimo nell’epistola a Federico. Di fatto l’impeto come ispirato di talune intonazioni, e le invenzioni sottili con le figure e le frasi ardite e scultorie di parecchi sonetti suoi, non tengon di Dante? non sente del Cavalcanti quel «dare alle potenze dell’anima, ai fantasmi, agli affetti, persona, vita, operare umano, e crear cosí mitologia ignota ai greci e a’ latini»?[41] non sente di Cino la purezza di certe imagini e la facilità briosa delle gentilezze pur meditate? Non però l’amore del Medici è l’amore del medio evo e del Cavalcanti e di Dante, che viene

A guisa d’uno arcier presto soriano Acconcio sol per ancider altrui[42]

e che

.... fere tra gli spiriti paurosi E quale ancide e qual caccia di fora:[43]

si mostra d’avere assistito alle disputazioni di Marsilio Ficino, d’aver seduto nello Studio di Firenze alle lezioni del Landino e segnato nel recitare del Poliziano la cadenza del distico e dell’ode asclepiadea. Le amenità degli epigrammi dell’Antologia, le candide invenzioni d’Anacreonte, le forme rigogliose di Tibullo, di Properzio, d’Ovidio, ti scherzano, ti sorridono, ti tondeggiano dinanzi in alcun verso del Medici; rinfrescate in una vena corrente d’antica ingenuità, rintegrate nella gentilezza paesana di Dino Frescobaldi e di Lapo Gianni. Ne già te n’accorgi, se non vi poni ben mente: perché egli, pari anche in questo ai toscani antichi, ha gran larghezza d’imitazione; e, come osserva il Roscoe[44], in quasi tutti gli aspetti della natura e negli annali dell’istoria e nelle regioni della mitologia e nei misteri del platonismo rintraccia le imagini sue; che poi molteplici ti saltano agli occhi dal fondo di quel suo colorito, ben comparato dal biografo inglese «alle meno corrette e piú animate e brillanti pitture della scuola veneziana»[45].

Il che tutto ravviva e ringentilisce l’amore alla solitudine e alle bellezze della natura: onde tra i canzonieri italiani, che i piú sentono il rinserrato e la polvere delle biblioteche, appare freschissimo questo del Medici. Mirabile ciò nell’uomo cresciuto alle cupe macchinazioni nella casa di Via Larga, avvezzatosi a simulare e dissimulare nel Palagio dei Priori. Infelice! e certo intendeva che fosse la quiete umile e solitaria egli che scrisse,

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori, Le piazze i tempii e gli edifizi magni....

Un verde praticel pien di bei fiori, Un rivolo che l’erba intorno bagni, Un augelletto che d’amor si lagni, Acqueta molto meglio i nostri ardori;

egli che pur invocando la dea della voluttà, Lascia, le dice, il troppo delicato regno di Cipro, e

vien sopra il ruscello Che bagna la minuta e verde erbetta,

Vieni a quest’ombra ed alla dolce auretta Che fa mormoreggiar ogni arboscello, A’ canti dolci d’amoroso augello; Questa da te per patria sia eletta, egli che desidera seco la donna sua

Alla dolce ombra e sopra questo rio Che co’ miei pianti si lamenta e geme[46].

Onde bella e vera l’imagine che della Musa del Medici figurava il Poliziano: