Part 16
Ed ecco: per un Petrarca che andava frugando le città dei barbari in cerca di qualche opera obliata di Cicerone; per un Boccaccio che saliva trepidante di gioia nella biblioteca di Montecassino tra l’erba cresciuta grande su ’l pavimento, mentre il vento soffiava libero per le finestre scassinate e le porte lasciate senza serrami scotendo la polvere da lunghi anni ammontata su’ volumi immortali, e sdegnavasi a vederli mancanti de’ quadernetti onde la stupida ignoranza dei monaci avea fatto brevi da vendere alle donne; per uno, dico, ecco sorgere le diecine di questi devoti dell’antichità, affrontando pericoli di lunghi viaggi, passando monti e mari, peregrinando poveri e soli per contrade inospitali, tra popoli o avversi o sospettosi, de’ quali non sapevan la lingua, tra tedeschi, tra turchi. Andavano, dicean essi, a liberare i gloriosi padri «dagli ergastoli dei germani e dei galli». E i baroni dai torrazzi del castello e i servi della gleba per avventura ridevano al veder passare quegl’italiani magri, sparuti, con lo sguardo fisso, con l’aria trasognata, e salire affannosi le scale ruinate di qualche abbazia gotica, e scenderne raggianti con un codice sotto il braccio: ridevano, e non sapevano che da quel codice era per uscire la parola e la libertà, che dovea radere al suolo quelle torri e spezzare quelle catene; non sapevano che quei poveri stranieri erano i vati di un dio ancora ignoto ma prossimo successore al dio medioevale, immane dio medioevale con la cui sanzione non solo i servi esistevano, ma erano dati cibo ai mastini del barone, e le loro donne arse per istreghe dai monaci. Fino a questi ultimi tempi usò in Italia ridere del fanatismo erudito del quattrocento; e piú ne ridevano e declamavano i piú ignoranti ai quali è permesso godere i frutti della coltura laica moderna e schernire i primi operai, perché non ebbero propriamente l’aria di giardinieri eleganti. Ma è forza ai discreti ammirare la fede e la religione che ebbe per la scienza e per l’arte il secolo decimoquinto, riconoscere il progredimento della società italiana ne’ suoi amori nelle sue passioni intellettive, quando leggesi (e sia pur un mito) come il Guarino veronese, perdute per naufragio due casse di libri che trasportava da Costantinopoli, incanutí dal cordoglio, come il Panormita per comperare un Tito Livio vendé un podere, come gli antichi manoscritti rubavansi con lo stesso furore di devozione che secoli innanzi le reliquie dei santi. E a quella guisa che alcuni secoli innanzi l’un re mandava all’altro per dono preziosissimo qualche frammento di un legno della croce, cosí ora la repubblica di Lucca attestava la sua gratitudine al duca Filippo Maria di Milano col presente di due codici; e Cosimo de’ Medici inviava per tessera di pace ad Alfonso di Napoli un Tito Livio, aperto súbito con avidità grande del re contro l’avviso dei cortigiani e dei fisici, i quali coi sospetti d’allora ammonivano, badasse bene, in quel libro, dono di nemico, potersi ascondere un veleno che solo aspirato uccidesse l’uomo; e quel re stesso a udirsi leggere un capitolo di Quinto Curzio guaría dalla febbre. Secolo strano cotesto, in cui i re ed i potenti facevano da cortigiani a poveri grammatici. Cotanto amore sfrenato per la ritrovata antichità prese veramente la forma di superstizione: il furore dei crociati parve rinascere negli eruditi viaggianti in cerca di codici, ma fu una crociata della civiltà: come quella fratellanza degli studi umani per mezzo della lingua latina fu quasi un cattolicismo letterario contro la barbarie e la tirannia spirituale. E testimonianza onesta rendevane Poggio Bracciolini, quando in mezzo a’ chierici del concilio di Costanza e a’ masnadieri di Sigismondo imperatore osava, solo forse in Europa, venerare la gran figura di Girolamo da Praga e accoglier nel cuore gli ultimi accenti dell’inno che tra il vortice delle fiamme attizzate dallo scettro e dal pastorale quel martire del libero esame cristiano innalzava al trono del suo dio.
Ora questo ritorno all’antichità, il quale contribuí piú d’ogni altra cosa a liberar l’Europa dai lacci della scolastica e dal carcere tenebroso del medio evo, è senza dubbio il fatto del secolo decimoquinto piú notato e piú notevole: del quale alcuni vorrebbero dar l’onore ai greci sfuggenti dinanzi alla ruina ottomana, e nel quale altri veggono un furore intempestivo che venne a interrompere il filo delle tradizioni nazionali nell’arte e impedí lo svolgimento ulteriore dell’original medio evo. Per noi è la continuazione e l’esplicazione necessaria del moto di restaurazione del risvegliato elemento romano. Come? pochi greci passando in Italia avranno informato un secolo intero e fatto rinascere la letteratura classica qui, dove, pur tacendo del Petrarca e del Boccaccio, fin Tommaso d’Aquino fu ricercatore avidissimo degli autori antichi? ove la Divina Commedia fu cominciata in versi latini, ove in latino fu scritta la piú antica forse delle tragedie europee, certo la prima d’argomento moderno, da Albertino Mussato? La caduta dell’impero orientale recò nuovi aiuti al classico rinascimento: ma la cagione intrinseca era, lo ripeto, nel genio paesano, allettato anche da quel bisogno di riposo in un ideale artistico determinato, che ogni nazione sente dopo le grandi creazioni prime. L’idea di ristorazione, e l’ho avvertito già piú d’una volta in questi discorsi, ebbe gran parte nelle rivoluzioni italiane del medio evo; o almeno il movimento fu sentito e operato come restaurazione dei nostri. Dante credeva nell’impero romano, reduce con Cesare, quando che fosse, in Campidoglio, e scriveva latino; come latino scriveva il Petrarca, aspettando ch’e’ ritornasse lingua civile dell’Italia innovata e affrettando co’ vóti la repubblica degli Scipioni. E se i cronisti del secolo decimoterzo chiamavano figliuola di Roma Firenze e la dicevano fabbricata da Cesare a imagine di Roma, se i nobili del primo cerchio vantavano sé di puro sangue romano, potea bene il Poliziano chiamarla anch’egli città meonia, potea ben dire, come avrebbe detto Catullo della Roma dei tempi suoi, essere in essa trasportato con tutto il suo suolo e con ogni suppellettile Atene. E se i pavesi celebravano offici di santo a Boezio, se Dante d’accordo col tempo suo metteva in paradiso Traiano e custode al purgatorio Catone, qual meraviglia che il Ficino tentasse d’intramettere all’ufficiatura ecclesiastica qualche sentenza di Platone? E quando Pomponio Leto, per l’amore dell’antichità romana a cui aveva consacrato il suo libero e alto animo e la vita innocente, mutava in gentili i nomi cristiani degli ascritti alla sua academia, quando partiva il tempo per calende, quando nell’annuale dell’edificazione di Roma si prostrava co’ suoi dinanzi alla statua di Romolo Quirino; non era ciò una conseguenza, fantastica se volete, ma pur conseguenza, dell’essere stato il rinascimento italiano inauspicato nel nome di Roma antica e delle antiche instituzioni da Arnaldo? E osservate: per una parte Paolo secondo scomunica l’academia romana e imprigiona gli academici, a quel modo stesso e per quella stessa ragione che l’arcivescovo di Ravenna aveva nel secolo undecimo scomunicato il grammatico Vilgardo: per l’altra Lorenzo Valla, lo scrittore delle eleganze latine, combatte non pure gli aristotelici e gli scolastici in nome della natura e della voluttà, ma la donazione di Costantino e il dominio temporale dei papi in nome della critica storica.
IV.
Il che tutto se è vero, pur da questo apparrà vana l’accusa che altri fanno al culto delle risorte lettere latine e greche: cioè dello avere l’arte italiana per esse smarrito il sentimento e il concetto religioso, abbandonato le tradizioni nazionali, alterato le forme, impoverito la lingua. È vero che il secolo decimoquinto non ebbe nei primi cinquanta o sessanta anni scrittori italiani degni di nota: ché tali non sono certamente i poveri imitatori del Petrarca o di Dante, né i continuatori delle leggende ascetiche, e né pure Leon Battista Alberti e quei pochi i quali del Boccaccio ripresero piú o meno felicemente lo stile non i modi larghi e vivi della rappresentazione. Ma in quella metà prima del quattrocento séguita da canto alla corrente un po’ mista e non troppo abondevole della letteratura dotta, séguita dalle sorgive del duecento e trecento a devolversi il bel fiume della popolar letteratura, e par che acquisti in cammino maggior copia di acque, e a certi luoghi anche rompendo dilaga per nuove campagne con avviamenti nuovi. Vi sarebbe da mettere insieme una rara e non breve biblioteca di cotesta letteratura popolare, e perciò quasi tutta anonima, del secolo decimoquinto: la quale, in disparte dalle tre grandi opere classiche del trecento, onde solo accettò certe forme e colori di stile, ebbe largamente coltivati, oltre le novelle e leggende in prosa, i tre generi della poesia, la lirica, la epica, la drammatica.
Della lirica popolare del quattrocento, che trae la vita dal secolo innanzi benché allora fosse piú regolata su gli esempi de’ poeti letterati, e che su quelli esempi improntò o modificò le forme retoriche e metriche, poco v’è a dire, non potendosi né dovendosi qui far dimostrazioni od analisi. Vi scarseggia, se non manca del tutto, l’elemento epico; nulla che pur da lontano assomigli alla ballata scozzese, alla romanza spagnola: v’è in quella vece l’elemento della novella borghese, satirica e cinica, con le smorfie della farsa. Del resto, la maggior sua materia sono le laudi religiose, le canzoni a ballo, le canzonette e frottole, gli strambotti o rispetti d’amore: né tra il canto religioso e l’amoroso v’è differenza altro che dell’oggetto; la intonazione, la espressione, la versificazione è la stessa ne’ due diversi indirizzi: si cantavano i medesimi strambotti alla Vergine e alla donna del cuore, alla rosa di Gerico e alla rosa rossa del balcone: le antiche stampe delle laudi avvertono che «_Crocifisso a capo chino_» si canta su l’aria di una delle piú sconce ballate. Non è lirica di riflessione come quella de’ migliori poeti de’ due secoli anteriori, e né pur di forma, di pura forma classica, come quella de’ secoli di poi. È lirica di sentimento, di senso, con tutti i rapimenti e le delicature, ma anche con le volgarità e i traviamenti del senso: esclamazione enfatica, piú che espressione; improvvisazione abondante in cui il sospiro si smarrisce tra le parole, l’affetto tra i colori. E con tutto ciò v’è passione, la passione degli elegiaci latini che fu sublimata e diversamente atteggiata dall’Ariosto e dal Tasso in Olimpia e in Fiordiligi, in Armida e in Erminia. Del resto, quella lirica vive tutt’ora, a punto perché è la natural rappresentazione della vita affettiva del popolo nostro, vive materiata nei canti popolari che si va raccogliendo per le diverse regioni d’Italia, vive idealizzata nella nostra opera in musica dal Cimarosa al Rossini.
Piú notevoli, per la opposizione tra la materia e il lavoro, per la complicazione dei soggetti con l’opera, sono la epica e la drammatica popolare del quattrocento. Il popolo italiano era risorto pagano e classico, e ciò non per tanto nel secolo decimoquinto lavora e rilavora la materia cavalleresca e cristiana. Né poteva altrimenti avvenire. Antico, e molto meno misto di nuovi elementi che non fossero al paragone gli altri popoli neolatini, come quello che con la sua potente vitalità romana aveasi assorbito e assimilato il germanesimo, egli non aveva né materia né idea epica sua: imperocché la epopea, quando è indigena, necessaria, primitiva, sia quasi l’ardore e la luce che manda una nazione ancor rovente nella fusione de’ suoi vari elementi. Per la drammatica poi, almeno in quanto la drammatica non è intieramente comica né recente, doveva anch’essa partire dalla religione: nella razza nostra le origini del dramma sono religiose, il primo teatro è il tempio. Cosí, nell’Italia del quattrocento, l’epopea, o, a dir meglio, il racconto poetico fu cavalleresco, biblico od evangelico il dramma.
Ho detto che il nostro racconto poetico fu cavalleresco: e avrei dovuto dire che i nostri lavorarono la materia epica francese importata in Italia con le idee cavalleresche fin dal primo duecento. La quale, fatta ormai volgare nel trecento dai cantastorie specialmente lombardi e veneti che la riproducevano in un francese italianizzato o in un italiano francesizzato, avea già preso nella prosa de’ «Reali di Francia» le forme classiche nostre, con un’ampiezza di riposata narrazione quasi liviana, con una macchina ideale quasi virgiliana, con un accendimento nella rappresentazione delle passioni d’amore quasi ovidiano, con un apparente intendimento di cristianesimo, ma di cristianesimo tutto politico, tutto romano. I Reali di Francia sono ancora oggi lettura del popolo, e specialmente dei campagnoli; e ciò dimostra che quella ricomposizione romanzesca rispondea veramente al sentimento epico fantastico del popolo italiano preso in generale. Ma per il popolo delle città italiane del secolo decimoquinto, ove le cattedrali rimanevano interrotte, ove le logge d’ordine misto s’eran fatte largo tra le torri feudali smozzate o atterrate, ove su le pareti a bozze che rammentavano i castelli feudali cominciava a ridere la finestra del rinascimento co ’l suo colonnato ad arco rotondo e, dentro, l’atrio ad ordine dorico, ciò era già troppo: in quella prosa quasi aristocratica soverchia l’idealismo del trecento. Ignoti rapsodi ripresero adunque quella materia: la rimaneggiarono e la rimpastarono in forma piú moderna, piú ciompa: la volgarizzarono con un senso di crudo realismo. I paladini ne divennero un po’ béceri e lazzaroni; ma ne acquistarono un tanto di vita, in paragone almeno non degli originali francesi, ma delle misere traduzioni e imitazioni italiane del duecento e dei rifacimenti del trecento.
Con le sacre rappresentanze il popolo italiano arrivò da sé, senza o prima che gli scrittori propriamente detti se ne accorgessero o lo tentassero essi, a quello che è il terzo stadio d’una civiltà letteraria, il passaggio dal racconto alla imitazione del fatto, dall’epopea o dalla leggenda al dramma. E questo procedimento lo fece su la materia greggia ch’egli aveva presente, il mito religioso, la leggenda cristiana. Ma al modo onde il popolo italiano maneggia cotesta materia, alla trasformazione ch’ei fa de’ tipi mitici, è facile avvedersi come a perdere il sentimento intimamente religioso non gli occorressero motivi od esempi esterni: ei di per sé non lo aveva. Nelle sacre rappresentanze del secolo decimoquinto ricerchereste in vano l’ideale e la fede; in vano guardate intorno al capo dei personaggi del vecchio e nuovo Testamento, intorno al capo dei martiri o dei padri del deserto, per l’aureola d’oro e d’azzurro: i santi han messo il cappuccio e portano la barbetta aguzza ed arguta del cittadin fiorentino. Nelle città di Palestina o d’Egitto, nel tempio ebraico, nel pretorio o nell’anfiteatro romano, nelle catacombe voi rivedete la piazza di Firenze, il palazzo dei Signori, Mercato vecchio, San Marco e Santa Maria Novella, con le loro anguste superstizioni, con l’ipocrisia loro, co ’l loro formalismo, con la commedia, che non avendo ancora un campo proprio e una forma sua sbizzarrisce ad arbitrio nella leggenda del martirologio e sotto i veli della religione. Nella poesia sacra è avvenuto ben presto, troppo presto forse, lo stesso che nella pittura religiosa: le figure bizantine hanno disciolto quelle loro avviluppate e indistinte gambe, e movon quegl’informi piedi danzando; le teste estatiche, ove Giotto raccogliea tutta la vita della figura, hanno scosso il lor duro incordamento, e si volgono meravigliate e ridenti su ’l corpo di carne novellamente acquistato, tutte liete che siasi rotto lo incanto che le condannava all’immobilità ascetica. Masaccio e il naturalismo fioriscono e regnano: frate Angelico, che dipinge in ginocchio, è solitario nel suo chiostro di San Marco: Lippo Lippi disegna le vergini facendo all’amore con le monache, e rapisce dal convento i modelli.
Quindi è facile presentire che, quando l’antichità con le sue forme e co ’l senso del naturale idealizzato si rivelerà a questo popolo, questo popolo sarà ben preparato ad accoglierla e ad abbracciarla.
V.
Ma ciò non poteva essere nei primi cinquanta anni del secolo quindicesimo; quando, tra perché la poesia popolare o borghese trasse a sé le moltitudini al cui intendimento agguagliavasi senza sollevarlo, e perché i dotti non curarono d’indirizzarsi al popolo reputando la erudizione solo degna a cui si attendesse, avvenne che letteratura propriamente nazionale in lingua italiana non esistesse; quella letteratura, cioè, che al di sopra delle partizioni di scuole e di classi si fa specchio a tutto il pensiero e il sentimento della nazione, ne séguita i movimenti, ne è come l’irradiazione spirituale. In questi anni preparavansi soltanto gli elementi di una nuova assimilazione.
Ma il necessario procedere degli avvenimenti cagionava circa la metà del secolo un mutamento notevolissimo nelle condizioni cosí civili come letterarie d’Italia. E prima di tutto per la occupazione di Costantinopoli [1453] la patria nostra divenne sola erede e conservatrice della civiltà antica, come già era la ordinatrice della nuova. Quindi lo stimolo a una letteratura piú operosa, fatto poi maggiore dalla invenzione della stampa che ben presto di Germania passò tra di noi [1465]. Aggiungasi che il fine dello scisma occidentale [1438] rese stabile a Roma il papato e una successione per alcuni anni di pontefici men tristi; che l’impiantamento definitivo degli aragonesi in Napoli [1441] e degli Sforza in Lombardia [1447] e la nuova dignità degli estensi [1450] e l’affermarsi dei Medici in Firenze [1434-1480] determinarono meglio le relazioni dei maggiori stati d’Italia: onde si condusse questa a piú pacifico e ordinato vivere, e nella confederazione mantenuta con l’equilibrio si aprirono quei quarant’anni di florida se non gloriosa indipendenza tanto ricordati poi e rimpianti dal Machiavelli e dal Guicciardini. In quella quiete confortata dalla prosperità materiale, rallegrata dai sollazzi dalle feste dalle magnificenze civili e principesche, la poesia italiana risalí di per le strade e le piazze nei palagi e nelle regge: dove strinse e raffermò una alleanza talvolta un po’ servile, come avviene ai potentati freschi, con la classica letteratura.
Lo studio dei grandi modelli dell’antichità, lo addestramento e il disciplinamento degli ingegni e delle facoltà in quelle forme organiche e sintetiche, doveva essere il mezzo onde gli scrittori delle varie regioni italiche riuscissero a fare italiana la toscanità nazionale di Dante del Petrarca del Boccaccio. Ciò si preparava, ciò cominciava a scorgersi: ma la fusione, la trasformazione, non era ancora avvenuta. La nuova letteratura del quattrocento rimase letteratura della confederazione. E come la confederazione ebbe specialmente tre centri intorno a cui si raccolsero le forze minori, Napoli pe ’l mezzogiorno, Milano pe ’l settentrione, Firenze pe ’l mezzo; cosí tre scuole o tre capitali ebbe la letteratura della confederazione; Napoli con isfoggio di erudizione e lussuria di forma monarchica; non Milano che troppo poco aveva nel Bellincioni e nel Visconti ed era riserbata centro a un posteriore rinnovamento, ma Ferrara co’ suoi duchi già ospiti dei trovatori, con le sue tradizioni signorili e l’aria magnifica e cavalleresca; e Firenze in ultimo, sempre democratica per una parte, per l’altra contemperatrice dei diversi elementi nell’arte a quel modo che nell’ordine politico era co ’l Medici conservatrice dell’equilibrio.
VI.
A Napoli avvenne ciò che a Roma: erano ambedue quelle città troppo rimaste fuori dal movimento dei comuni, e per ciò tardi entrarono al lavoro letterario, e vi entrarono con il latino. Napoli nel quattrocento con la sua academia pontaniana promuove e coopera anche piú che essa Roma al movimento di restaurazione dell’arte classica e della poesia latina.
All’ultima perfezione dell’arte classica, quale dimostravasi nella poesia latina rinnovellata allora genialmente in Italia, toccò, in mezzo la erudizione del secolo decimoquinto, Gioviano Pontano. Da quella folla di grammatici e retori, di filologi ed eruditi, che empierono di lor fatiche la maggior parte del secolo, piú lavoranti che artisti, piú zappatori che costruttori, egli uscí fuori poeta; egli, e il Poliziano: ma il Pontano rende ancora piú spiccata imagine che non il Poliziano di ciò che fu il pensiero e l’opera di tutto insieme il secolo, la reazione estetica e dotta contro il misticismo e l’idealismo cristiano dell’età anteriore. I libri suoi degli amori e li endecasillabi baiani sono proprio il contrario dei canzonieri di Dante e del Petrarca, e Fannia e Focilla il contrapposto di Beatrice e di Laura: queste non hanno mai velo che basti, quelle si affrettano ridenti a denudare ogni loro bellezza in conspetto al sole e all’amore: quelli adoravano, inginocchiati o con gli occhi levati; il Pontano abbraccia con un rapimento di voluttà non meno lirico di quell’estasi. Tutto ciò che la fantasia riflessa dell’antichità poteva operare su ’l sentimento assai superficiale d’un borghese italiano del quattrocento, il Pontano lo provò e lo rese. E, con quel suo riposato senso di voluttà e di sincero godimento della vita, egli, in latino, è il poeta piú moderno e piú vero del suo tempo e del suo paese. Perocché Napoli, la sensuale e imaginosa Napoli, non ha poeti ed artisti nel piú severo significato della parola: quel popolo, cosí potente nell’astrazione, non ha vigore alla concezione feconda e all’espressione vitale del fantasma: un’onda colorata e sonante, senza armonia nel suo monotono flusso e riflusso; un vortice di forme e di imagini lussureggianti che s’incalzano e si confondono tra loro sino al delirio della tarantella; ecco la poesia napolitana o meridionale. E cosí la rappresenta nel secolo decimoquinto il Pontano fattosi napolitano d’imaginazione, di studi, di affetti, il Pontano che è per avventura il maggiore dei napolitani poeti, che ricorda Ovidio e che accenna un po’ a quel che sarà nelle parti piú elette il Marini.