Pagine di storia letteraria

Part 15

Chapter 153,344 wordsPublic domain

Ma a tutti che riveriscono in lui un rivendicatore della ragione e della natura deve importare che ei fosse uomo d’animo tutt’altro che molle, anzi di nobilissimi sensi. Giovine e amato, tra le lusinghe d’una società delicata e corrotta, non lasciò vincersi all’ardore delle passioni e dei piaceri tanto, che non trovasse tempo ad acquistarsi quella dottrina, in cui, se non nella latina eleganza, lasciossi a dietro il Petrarca. Non serví mai ad altri signori che non fossero gli occhi delle belle donne; e né meno fu cercatore di famigliarità illustri: anche nella corte di Napoli dichiarava che, ad alcun grande accostandosi, poco con lui sofferiva, se non gli si mostrasse arrendevole e di costumi conformi. Dell’avere intitolato a Ugo re di Cipro la Genealogia degli dèi si scusò e giustificò con questo, che il re lo aveva fatto richiedere di trattare quell’argomento: né meno a Cesare dittatore, se rinascesse, egli indirizzerebbe, non richiesto, i suoi scritti. A Nicola Acciaiuoli, amico della sua gioventú e poi gran siniscalco del regno di Napoli, — me non tirano — ei diceva — i pastorali dei pontefici né i grandi uffici di palazzo: a me è desiderio d’onesta vita e d’onore; — e quando costui con la indecenza d’un borghese risalito volle fargli il mecenate, lo piantò, e lo tramandò in una lettera ridicolo alla posterità. Né la riverenza e l’amicizia ch’ei professava al Petrarca lo tenne dall’ammonire l’amico che non gli era onorevole il mostrarsi, com’ei faceva, cosí assiduo cortigiano dei signori lombardi. Dalla corte di Napoli uscí con le mani pure e con l’animo civile. Nicola Acciaiuoli, il gran siniscalco, tornò in Firenze a mostrarsi sfoggiatore di regie pompe: il Boccaccio vi tornò soltanto come primo scrittore in prosa della lingua materna, e di quella democrazia di mercanti e d’artieri egli, un dei sovrani dell’intelligenza, si piacque, e appunto perchè sommo, vi si trovò bene. E serví la patria al bisogno con prudenza e devozione in offici onorifici ma temporanei e a pena remunerati; e nulla mai le chiese o mendicò, né meno quelle onoranze di cui pure i poeti si appagano: volea lasciarsi il diritto di parlar chiara la verità anche alla patria. Di fatti, quando vide la democrazia degenerare, ei la marchiò con due versi che ben si affanno a tutti i reggimenti di molti affari e di niuno ideale:

Questi ingrati meccanici, nemici D’ogni gentile e caro adoperare.

In vecchiezza fu afflitto dalla povertà; e trascriveva libri.

VI.

Tale essendo vissuto e morto Giovanni Boccacci, egli è certo che i suoi Mani si compiacerebbero, piú che d’altro qualunque, di questo monumento che «all’aer dolce de’ suoi colli tóschi» gl’inalza ora Certaldo. Bene sta che la venerazione dei posteri allo scrittor del Decameron non sia ricordata entro le pareti d’un tempio, fosse pure quello solenne di Santa Croce. E già è storico destino, o Firenze, che a te nega le ossa dei tre grandi tuoi figli. Tu li spargesti, fiera e generosa repubblica, come spiriti creatori su l’ale dei venti; e nessuno di loro è tornato alla madre; sono rimasti con l’Italia che essi idealmente crearono. E intorno alla tomba dell’Allighieri veglia la fede del forte popolo di Romagna, custode degno. Su la tomba di Arquà cantano gli usignoli, e tutta la Venezia se ne adorna come d’un simbolo della gentilezza sua fin nell’eroismo. La memoria di Giovanni Boccacci abita i suoi colli paterni; e li abiterà gloriosa fin che resti una nota di questo eloquio toscano che a Giorgio Byron suonava sí come una musica favellata.

MUSICA E POESIA

[Dallo studio _Musica e Poesia nel mondo elegante italiano del secolo XIV — Opere_, VIII, 301-303].

Che nel secolo decimoterzo fossero musicate anche le canzoni di lunghe stanze, quelle a cui Dante volea riserbato il volgare altissimo e lo stile tragico, esso Dante ce ne fa fede nel Purgatorio[22], ove induce l’anima di Casella a ricantargli la seconda canzone del Convivio com’egli l’avea in suo vivente armonizzata; e il Boccaccio e Giovanni Fiorentino su ’l finire di ciascuna giornata dei loro novellieri ci attestano, che pur lungo il secolo decimoquarto seguitavasi nelle brigate gentili a cantare le ballate di piú stanze. Ma a quella forte e severa generazione che nacque tra la battaglia di Benevento e i Vespri siciliani, che crebbe tra le memorie dei vecchi ghibellini di Federigo secondo e gli esempi de’ guelfi che rifacevano il popolo nuovo, altre generazioni succederono, piú mobili e leggere, piú fini e polite; e venne meno quell’ideal rapimento di gioventú sobria e verginale, quella lucida tensione ed elevazione di spiriti, quella quasi estasi intellettiva che produsse le canzoni di Dante e certe opere d’architettura. Come alle grandi arcate di Arnolfo successero le piramidi e le nicchie di Giotto, cosí alle volte delle canzoni di Dante, che abbraccian tant’aria su quelle loro quasi colonne di tutti endecasillabi, successe l’armoniosissimo intreccio delle volte del Petrarca variate di endecasillabi e settenari. Gli effetti della poesia scemarono volgarizzandosi; e la gente elegante, guasta anche allora un cotal poco dalle costumanze di Francia, cercava il grazioso e col grazioso il piccolo. Ché, se bene giullari e uomini di corte ricorressero al Petrarca chiedendogli delle cose sue e si facessero grassi e ricchi del cantarle per le sale e le piazze d’Italia, non trovo però memoria, che veruna canzone o del Petrarca o di altri fosse, come allora dicevasi, intonata, o, come diremmo noi, messa in musica; le ballate sí, i madrigali e qualche sonetto. Le ballate, quelle specialmente di sola una stanza, e i madrigali; alcuni mottetti e cobbole; parecchie canzonette o rondelli francesi; ecco in Italia il soggetto e la materia della musica profana per tutto il secolo decimoquarto.

Che differenza sentisse e intendesse già il trecento fra la poesia musicale e quella per certo modo piú seria o piú grave, lo dichiarava Franco Sacchetti in un sonetto «contro a uno che volea che sue rime filosofiche e sottili fossono intonate» e quelle di Franco spregiava.

Ben che io senta in me poco valore, I’ pur conosco il dir sí come e dove Ne gli tuo’ versi viene, et a che prove Segue l’effetto che tu tien’ nel core.

Se tu in filosofia se’ dicitore, Le tue rime convien che mandi altrove, Cioè in parte ove risuoni Jove, Teologia mostrando il suo valore;

O in canzon morali il dir tuo sia, Perché d’alta matera, a ’ntender cruda, Par che ricerchi sempre nuova via.

Cosa sottile in canto poco muda: Agli amorosi versi par che sia Musica di servir solo tegnuda[23]

DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE

DISCORSO QUARTO

[_Opere_, I, 119-153].

Del quattrocento: il rinascimento e la federazione: la letteratura dotta e la popolare.

I.

Nominanza non buona ha tra i secoli della coltura italiana il decimoquinto; e gli nuoce forse piú ch’altro la gloria grande dell’età che gli fu innanzi e di quella che dopo. Gli storici della nostra letteratura, attratti agli splendori del trecento e del cinquecento, cercano solo in que’ due secoli le manifestazioni della vita italiana nell’arte, e, pur trovandole tanto diverse tra loro, di quella diversità non curano indagar le ragioni o ne recano di tali che potrebbero al piú valer per le forme: nel quattrocento poi non veggono che densa barbarie e ricrudescenza di vecchiume e brulicame di pedanteria, dove galleggia, non si sa come, il Boiardo e il Poliziano, e onde emergono il Bembo e il Sannazzaro, il Machiavello e l’Ariosto. Cosí la storia della letteratura, la storia cioè de’ mutamenti e degli avvenimenti dell’arte, mutamenti e avvenimenti che procedendo dalle facoltà intellettuali e morali dell’uomo hanno uno svolgimento tutto graduale e coordinato, si cambia per molti in una storia di miracoli. O, meglio, cosí certi geografi, conosciuti da Plutarco, i paesi a loro ignoti sopprimevano nelle estremità di lor tavole, notando ne’ margini che al di là erano secche arene e torbida palude o freddo scitico o mare agghiacciato.

Ma perché la produzione letteraria del cinquecento è tanto ricca e svariata e lieta in confronto a quella del trecento che per parte sua è piú profonda piú comprensiva piú vera? Perché tanta differenza tra la poesia di Dante e quella dell’Ariosto? E quale delle due risponde meglio al genio del popolo italiano? quale ne rende meglio gli spiriti? e come si trasmutò o come si fermò questo genio, che dall’una si potesse passare all’altra? Dalla risposta a tali dimande si avrà la piena intelligenza del generale svolgimento della letteratura nazionale; e quella risposta non saprei richiederla che allo studio su le mutazioni della vita intellettuale italiana nel secolo decimoquinto, il quale non fu né di sosta né di scadimento, ma di fermentazione e di maggior dichiarazione del carattere e del sentimento italiano. Né altrimenti poteva essere il secolo, nel quale l’Europa vide fermarsi le diverse nazionalità e gli ordini politici tuttora esistenti, e, nel cominciato dissidio tra il ragionamento e la fede, il pensiero umano in faccia alle presentite battaglie armarsi di nuovi e stupendi trovati; il secolo nel quale non fu speranza agl’italiani dolorosa e scherno agli estranei miserabile la indipendenza d’Italia, e Italia vide lo scoprimento del nuovo e il ritrovamento dell’antico mondo compiuto da soli quasi italiani, e fiorire nelle lettere insieme il Belcari ed il Poggio, il Pulci ed il Ficino, il Boiardo e il Pontano, e Lorenzo de’ Medici e il Savonarola.

II.

Le novissime parole su la grande letteratura del secolo decimoquarto, con la espressione del presentimento, radamente vano, che ha della debolezza de’ suoi successori ogni generazione vigorosa, furono dette da Franco Sacchetti nella canzone per la morte del Boccaccio:

Sonati sono i corni D’ogni parte a ricolta: La stagione è rivolta: Se tornerà non so, ma credo tardi.

E in vero come disco su la fine del corso segna ancora per la forza del primo impulso alcuni giri nella rena, poi vacilla, poi cade; cosí, su ’l declinare del trecento e ’l cominciare del secolo di poi, la letteratura toscana divenuta per virtú del triumvirato italiana. Ora di quello scoramento e di quella diminuzione di pensieri e di produzioni debbonsi cercare piú sottilmente le cause.

Unico Dante aveva potuto rivolgere laicamente il principio religioso ad una sua grande concezione artistica, del resto piú tosto cristiana che nazionale, piú tosto europea che italiana. Del principio cavalleresco il Petrarca aveva saputo trasformare classicamente l’elemento soggettivo lirico: l’elemento oggettivo ed epico era stato incominciato a lavorare con sola intenzione e a solo fine di arte dal Boccaccio ne’ suoi poemi. Quanto al principio nazionale, la restaurazione della tradizion romana nell’idea di stato e di patria e nelle forme civili, e con ciò della tradizion virgiliana e tulliana nell’arte e nello stile, la restaurazione in somma della tradizione solenne aristocratica unitaria, era stata in gran parte operata per intiero e in altre parti tentata felicemente da tutti tre insieme quei grandi scrittori: ma il Boccaccio poi rappresentava meglio nell’opera sua maggiore la tradizione italica di varietà, di libertà, di resistenza, la tradizione democratica e federale di Nevio, di Lucilio, di Plauto.

La Divina Commedia, ammirata, venerata, ma solitaria, rimaneva quasi monumento di un favoloso gigante, che gli uomini contemplano stupiti, ma che non lascia addentellato alle costruzioni di una generazione minore, che niuno osa abitare, niuno edificarvi appresso, e sorge come avvolto nell’ombra di una sacra paura: la luce della visione allegorica già abbuiatasi nel Quadriregio finisce spegnendosi in alcuni poemi inferiori nominati appena dai dotti. È pur forza persuadersene: Dante nella vita del popolo italiano è un’apparizion singolare: piú che romano o italico, lo direste etrusco: vissuto un po’ prima, nel secolo duodecimo, egli avrebbe forse suscitato una letteratura religiosa e ideale, ma piú civile che non fosse poi quella della Spagna cattolica, ma piú pratica che non quella della panteistica Germania: fiorito nel trecento, di vivo ed effettuale non lasciò che il movimento impresso alla lingua, il lavoro poetico, la passione sua, e non è poco; ma l’essersi vent’anni dopo la Commedia potuto comporre e universalmente ammirare il Decameron, prova che l’idea fondamentale, l’anima di quella era sparita, era fuggita dalla nazione. Tanto ciò è vero, che la forma dell’epopea dantesca serví nel quattrocento al Medici per la satira comica de’ Beoni, e la solenne terzina andò a finire ne’ capitoli berneschi; mentre l’ottava del novellatore, l’ottava del Filocopo, della Teseide, del Ninfale, divenne di piú in piú popolare, visse di florida vita, maestrevolmente coltivata dal Poliziano, dall’Ariosto, dal Tasso.

Della poesia del Petrarca il contenuto era molto inferiore al dantesco e piú limitato il campo, ma quello piú comprensibile e a piú, piú accessibile questo: onde gli effetti furono piú larghi e piú duraturi. Se non che, anche del Petrarca le forme anzi che altro rimasero: le forme che eccitavano il vagheggiamento lo studio la imitazione, perchè meglio mostravano il lavorío, a dir vero finissimo e meraviglioso: onde tutt’insieme esercitarono non inutilmente le facoltà artistiche dei successori. Ma l’intima poesia del canzoniere non poteva, come s’intende facilmente, essere riprodotta: ci voleva quell’anima e quella vita: ond’è che la elegia psicologica del Petrarca, già svaporata nelle eleganti fantasiucce del Montemagno, inacidí ben presto tra le frasi contorte o pedantesche di Cino Rinuccini e coetanei, e svaní del tutto nelle lievi imitazioni di Giusto de’ Conti. Rimaneva il Boccaccio; il cui ingegno eclettico, oggettivo, sensuale, meglio accordavasi al genio del popolo italiano; la cui opera molteplice, con la rappresentazione della vita reale nelle novelle, col rimaneggiamento non epico ma romanzesco della materia cavalleresca ne’ poemi d’argomento medioevale, con la riproduzione del fantastico dell’arte antica innovellato ne’ poemi d’argomento classico, forní gli esempi e le norme al lavoro delle generazioni posteriori, che meno distratte dall’agitazione politica e nulla preoccupate dal sentimento religioso dovevano essere piú artistiche se meno poetiche.

Ma e il Boccaccio e gli altri maggiori del trecento, quantunque traessero intenzioni e modi dall’età loro, tuttavia nei concepimenti dell’arte e nell’uso della dottrina di troppo avanzarono i contemporanei e i prossimi successori, i quali non avevano piú né forze né mezzi ad aiutare e continuare adeguatamente il rinnovamento da quelli promosso. Anche: è vero che i tre grandi scrittori del trecento improntarono saldamente e immutabilmente alla nuova produzione letteraria un suggello nazionale; ma l’opera fu, piú che altro, individuale, e toscano l’instrumento e la materia. Occorreva adunque esercitar le forze e mettere in comune i mezzi del lavoro artistico, per aggiungere quel grado di perfezione, per serbare quell’ideale di bellezza che il gran triumvirato del trecento avea tócco. Occorreva che l’opera stessa da individuale divenisse comparativamente sociale, e l’impronta di toscana si facesse italiana. Il movimento letterario nel trecento fu parziale, generale nel cinquecento: il processo fu nel trecento toscano, italiano nel cinquecento. Il quattrocento fu secolo di passaggio; un po’ staccato, un po’ anarchico, ma tutto fermentante e fecondo di trasformazioni e fenomeni nuovi. Sotto questo aspetto vuolsi studiare il quattrocento, o, meglio, quella età critica della nostra letteratura che corre dal tumulto de’ Ciompi alla seconda cacciata dei Medici, dal ristabilimento dei papi in Italia e dal primo affermarsi delle signorie in principati regionali fino alla calata di Carlo ottavo, dal 1378 al 1494, dalla morte del Petrarca e del Boccaccio a quella del Boiardo e del Poliziano, dalla morte di Caterina da Siena a Girolamo Savonarola. Ora questa età presenta cosí negli avvenimenti storici come in quelli della coltura e degli spiriti due periodi nettamente distinti; il primo, nella storia politica, è dello scisma e dei condottieri; nella letteraria, è del dissidio tra l’italiano e il latino e della poesia popolare: il secondo, nella storia politica, è della confederazione ordinata e dell’equilibrio, nella letteraria, è il rinascimento della vita italiana nella forma classica.

III.

La letteratura dell’età anteriore, come scintilla dall’attrito di due massi, come fulmine dallo scontro di due nubi, proruppe dai contrasti della chiesa con l’impero e poi del popolo con l’impero e la chiesa: l’elemento romano contro il germanico, la borghesia contro la feudalità, la plebe contro la borghesia, il laicismo contro il chiericato, ecco i moventi, o almeno le circostanze di quella letteratura. Ma il papato, conteso per settanta interi anni tra due o tre pretendenti, schiaffeggiato da tutti i principi e dai preti stessi nei concilii di Costanza e Basilea, mentre un soldato di ventura assidevasi nella Marca funesta agli imperatori del secolo decimoterzo segnando le lettere _Ex Girifalco nostro firmiamo invito Petro et Paulo_; il papato, non che delle ire di Dante e del Petrarca, era indegno oramai degli sghignazzamenti del Boccaccio e del Sacchetti: «Papa Martino non vale un quattrino», questo distico intonato dietro il successore di Gregorio settimo d’Innocenzo terzo di Bonifazio ottavo dai ragazzi della guelfa Firenze, ecco i paralipomeni dell’invettiva di san Pietro nel ventisettesimo del Paradiso, ecco la sola poesia degna del papato nel secolo decimoquinto. E l’impero? A chi importava piú dell’impero in Italia? L’ultimo dei lussemburghesi, di quella famiglia che tanti amori e odii di sé aveva eccitati nel secolo prima, Sigismondo, mercanteggi pure a sua posta le alleanze, ingrossi gli stati ereditari, faccia il gendarme ai preti di Costanza; l’Italia sa a pena che egli esista. E in Italia intanto la democrazia avea da per tutto ceduto o cedeva il luogo ai tiranni mutantisi in principi, e la borghesia con le invidie e paure sue aveva sollevato i signori. Chi ricorda come finisse Michele di Lando, il Cavaignac dei Ciompi, dai borghesi, per merito di averli sottratti alla vendetta plebea, cacciato in esilio? La stessa oscurità che è su la fine dell’eroe popolare involge il lento venir meno della democrazia fiorentina. Spaventata co’ supplizi, dispersa per gli esilii, lusingata, domata forse con la miseria e con la corruzione ad un’ora, la plebe tace, s’allontana, sparisce, se non quanto si mostra a bestemmiare i vinti ad applaudire i vincitori padroni. Le grandi casate del popolo grasso constituiscono a poco a poco un’aristocrazia dell’oro, avida, inetta, brigante, senza né onore né valore; e come già ai comuni del duecento e del trecento si sovrappose a poco alla volta l’oligarchia della capital regionale, cosí tra le famiglie borghesi insorge e soverchia, quasi da parte della plebe e rappresentante e vindice de’ suoi diritti, prima un uomo, poi una famiglia; e ne riesce il piú corruttor de’ governi, il principato civile in uno stato a forme repubblicane. Né i principi sentirono piú le grandi ambizioni, onde dai popoli troppo spesso si fan perdonare la tirannia: niuno di essi dopo Giovan Galeazzo Visconti ordinò al suo gioielliere la corona d’Italia. Battaglie ingloriose degli angioini tra loro nel mezzogiorno e nel centro, poi d’angioini e d’aragonesi; schermaglie tra il senato veneto la cui cupidigia non può chiamarsi ambizione, la debolezza di Filippo Maria Visconti e l’astuzia di Cosimo dei Medici; e scorazzare delle masnade di ventura da una parte ad un’altra, e sorgerne un prode o fortunato od accorto e giungere al regno: ecco i fatti della metà prima del secolo. L’oscurarsi delle idee, il mancare de’ principii, la incertezza degli stessi avvenimenti avean tolto via quei contrasti fecondi delle passioni e dei pensieri onde risulta la letteratura viva. In verità la sola letteratura a cotesti anni possibile fu quella degli antiquari, che nel fervore dei ritrovamenti e nell’adorazione del passato non avean agio da riguardare al presente o non se ne accorgevano, o solo ne coglievano le apparenze mobili e false.

In fatti súbito dopo la morte del Boccaccio l’elemento nazionale cominciò a manifestare nello svolgimento letterario due tendenze diverse: l’armonia, che nelle opere del triumvirato era stata meravigliosa, tra la ristorazione e l’innovazione, tra le memorie dell’antichità e le instituzioni nuove e il sentimento del presente, tra l’ideale e il reale, tra la nobiltà dei concetti e la popolarità delle forme, si rompe; e, per l’una parte, la forza viva popolare, sopraffatta nel trecento dallo splendore del triumvirato, si risente ora e sbizzarrisce a baldanza in una quasi anarchica foggia di produzione, e il tumulto de’ Ciompi passa dalla piazza nell’arte, ove par che vada perdendosi ogni decoro, ogni norma, ogni ordine; per l’altra la letteratura dotta crede che la tradizione classica basti a sé sola, e tesaurizzando l’antichità riprende l’opera della ristorazione romana dai tre grandi fiorentini con devoto ardore incominciata, ma rimasta ben di qua dal termine di perfezione a cui aveano condotto il rinnovamento italiano; la riprende con intendimenti esclusivi e come fine a se stessa.