Pagine di storia letteraria

Part 18

Chapter 183,373 wordsPublic domain

importunas mulcentem pectine curas Umbrosæ recolo te quondam vallis in antrum Monticolam traxisse deam. Vidi ipse corollas Nexantem, numerosque tuos prona aure bibentem; Viderunt socii pariter: seu grata Dianæ Nympha fuit, quamquam nullæ sonuere pharetrae: Seu soror Aonidum, et nostræ tunc hospita silvæ. Illa tibi, lauruque tua semperque recenti Flore comam cingens, pulcrum ispiravit amorem[47].

«Ricordo come tu un giorno al suono della cetera addolcitore delle cure importune attraesti nell’antro di ombrosa valle una dea montanina. Io la vidi che t’intrecciava ghirlandelle e bevea per le prone orecchie i tuoi canti; videro anche gli amici: o ella fu una ninfa compagna di Diana se bene non le sonasse al fianco faretra, o sorella delle Aonidi ed ospite allora della nostra selva. Ella, cingendoti e del lauro e del fiore d’ogni stagione la chioma, ispirò a te il bello amore».

E quanto cara dové costare la voglia smisurata di signoria a quest’anima virgiliana; che ogni bellezza vede connaturata con la bellezza dei campi e del cielo; che alla figura della donna ideale dà il piú delle volte per isfondo il riso interminato dell’orizzonte, per contorno il verde delle selve e dei prati. Ella gli apparisce «novella Flora; e dove volge i belli occhi, germina la terra e fuora escono mille color vari di fiori novelli»; e al cantar suo «gli uccelli rendono amorosa armonia», a udirla favellare «le selve rivestono i rami secchi». La vede sopra un «fresco rio tra belle donne e verdi fronde», quando «il sole inchina all’occidente lasciando ombrosa e scura la terra»: a lei dormente dà in vece di cortinaggio «un’alta e frondosa quercia» che i rami interpone tra il bel volto e i raggi solari: «presso là dove il mar Tirreno bagna ed allaga», la figura «tra fronde e fronde, nuova Diana che allieti ogni oscuro». E questo amore squisito che gli dà a cogliere gli aspetti piú nuovi della schietta natura e lo spira a colorirli con le tinte piú efficaci e a farne uscire tante vaghissime imagini, in quell’ingegno potente d’analisi e di fantasia, avvezzo alle meditazioni filosofiche e al culto dell’arte, tal copia risveglia d’idee comparative, da illuminarne i pensieri piú oscuri, da farne bellissime le belle apparenze. Vede i capelli biondi cadenti su la bianca veste a madonna? e gli rifulge in mente il sole che spande il bel lume su i monti alti e nevosi. Avviene che il volto di lei è bagnato di pianto? gli tremola innanzi la imagine d’un ruscel chiaro che per un bel prato vada bagnando fior bianchi e rossi, e vede Amore starsi in quel volto lacrimoso come augello che dopo l’ardore riceve ad ale aperte la fresca pioggia d’estate. Fin la concordia tutta intellettuale tra la bellezza e la pietà ti rappresenta con una comparazione splendida, come i colori a che accenna:

Come su bei crin d’òr verde ghirlanda Fa l’òr parer piú chiaro e piú lucente, E l’auree chiome il verde assai piú snello:

Cosí quella pietà, che al cor le manda Amor, fa sua beltà piú eccellente, E piú grata pietà l’aspetto bello.

Fino il commercio platonico tra i pensieri suoi e dell’amata ti si muove dinanzi nel paragone delle formiche, che un bel giorno d’estate vanno, vengono, ristanno intorno al faticoso procacciare del grano. E i raggi amorosi che escono del volto di madonna a risvegliare gli spiriti di lui sono il raggio del sole di primavera, che commove l’alveare delle api, e quelle «accese di novella cura escono per la vaga foresta» a saziarsi d’odore e di miele.

Ma la novità del nostro autore, meno parvente nelle forme del sonetto e della canzone già usate a uno stampo, splende in piú aperta luce, quand’egli, contesa l’ottava alla narrazione, per la quale aveala trovata il Boccaccio e nella quale l’avevano adoperata il Pucci e i due Pulci, primi autori d’epopea romanzesca, osò con impeto lirico vibrarla speditissima nelle Selve d’amore. Alle quali diè nome dall’errare che in esse fa la sua poesia con varie e larghe meditazioni intorno a un affetto piú presto che insistere sur un sentimento; come chi si aggirasse con diversi avvolgimenti in una selva senza però uscirne mai. Nel qual genere di poesia sentenziò dirittamente il Landino che sarebbe il Medici senza controversia superiore d’ogni emulo[48]. E in vero, imitatore di nessuno, fu il Medici nelle Selve dai posteriori imitato: e il Benivieni, il Poliziano, Serafino dell’Aquila, il Bembo, il Martelli e i cinquecentisti tutti che scrissero stanze liriche, da lui ritrassero il genere: ma deviarono nel concetto; in quanto si trattennero con lunghe ripetizioni sopra un sentimento o un pensiero solo, piú corretti che non caldi, piú fioriti che non imaginosi, piú tornitori di versi elegantissimi che non poeti; eccetto l’unico Molza, che nella Ninfa tiberina e nel Ritratto della Gonzaga varietà ebbe, poniamo pur solo di descrizioni e pitture. Ma il Medici per le ampie volute dell’ottava scorre con agevole pieghevolezza, come fiume reale che devolve con variati meandri le acque abondose per valli svariate di cólti e di boschi, di verdi praterie e di poggi silvestri, di popolose campagne e di solitudini amene. Cosí la prima Selva incomincia con tre descrizioni che paiono omeriche, tanto sono semplici, piene, efficaci; séguita con una pittura soavissima come del pennello di Guido Reni; finisce temperando le fantasie platoniche con poesia d’affetto leggiadrissima e piana.

CANZONI A BALLO, CANTI CARNESCIALESCHI, LAUDE SPIRITUALI.

E pure la gente lo predicava felice. E felice dovea tenersi pur egli, quando dalla sua villa di Fiesole volgendo il guardo su questa città intorniata delle colline bellissime non disertate ancora dai barbari assoldati e benedetti da un bastardo del suo figliuolo, abondevole di quattrocento mila abitanti, prosperosa di commerci, adorna delle meraviglie antiche e nuove dell’arte, superba di lettere, nella quale dicea il Poliziano trapiantata «co ’l suo proprio suolo e con ogni sua suppellettile Atene»[49], pensava: Questa città è mia. Ma anche ricordava che qui il nome della libertà era gagliardo, che ci vivevano i nepoti e i figliuoli de’ repubblicani che avean cacciato Cosimo e voluto uccidere Piero, che gli esempi dei Pazzi e del Frescobaldi eran vivi nelle memorie, e di quelli che ad essi avean consentito o consentivano poteva segnare co ’l dito le case: e allora dové rivolgere l’animo a guastare co ’l delizioso vivere questa città, a divertire gli ateniesi novelli con le arti eleganti e i sollazzi magnifici. Per che, finita con vantaggio di Firenze la guerricciuola di Sarzana, accordato il papa co ’l re di Napoli, sicurata con l’equilibrio famoso l’Italia, «tenne la città in festa, dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfi antichi si vedevano»[50]. E, lasciate le astrazioni del platonismo e le cure difficili delle classiche forme, egli già schivo di feste e amatore di solitudine meditabondo, cercò la calca e lo strepito. Prese con la canzone a ballo a rinfocolar le lascivie; trovò le pompe dei trionfi e i canti carnescialeschi inventò, a inebriare il popolo di spensierata allegria; e forse abusò la lauda spirituale a deprimere gli spiriti e nutrire nei piú timorosi ed austeri l’amore alle aspirazioni solitarie e alle macerazioni monastiche; a ciò che, tra i godenti e lascivi che la patria riponessero dov’è il piacere, e gli ascetici che solamente guardassero alla patria del cielo, potesse egli sicuro e solo regnare. Questo fine propose Lorenzo de’ Medici a’ suoi versi musicali e popolareschi; pure di tali ne scrisse, che stanno tra le piú belle gioie non tanto delle rime di lui ma e di tutta la poesia del secolo decimoquinto.

La canzone a ballo, antica quanto la poesia di Toscana e nata qui tra le feste di popolo libero a cielo scoperto, mostra, alla svelta e gaia introduzione, al facile svolgersi delle strofi per due pose medie in una posa finale dove torna sempre la stessa armonia e rima, che dovesse esser cantata in accompagnamento ai giri del ballo. Il che è confermato da’ molti accenni di esse ballate e dal trovare nei codici insieme con quello del poeta il nome del musico che «diede il suono o _intonò_»[51]. Ebbe nel dugento due maniere diverse: la fantastica e mestamente severa del Cavalcanti; la imaginosa e mollemente florida di Lapo Gianni. La prima, fattura dell’uomo che si raccoglieva tra le tombe di San Giovanni a cercar se Dio fosse[52] e che il calen di maggio venendo dall’aver ballato con le gentildonne scagliava il cavallo e il dardo su Corso Donati ad attaccar briga co’ Neri[53], finí co ’l secolo grande che vigorose ebbe colpe e virtú. Rimanea la seconda, piú fatta all’indole e a’ costumi del popolo fiorentino: e, raccolta in vano da’ poeti letterati, rimaneva in signoria del popolo; perdendo con lo scader de’ costumi sempre piú di quell’ideale che al tempo di Dante si riflettea sin nella forma sensibile, sempre piú facendosi volgare, senza però scapitare di grazia, di gaiezza, d’amenità; finché Franco Sacchetti, primo o de’ primi, la fe’, come autore delle novelle, burlesca e motteggevole. La prese a questo punto Lorenzo de’ Medici; e con quel suo ingegno versatile, irrequieto, né contento mai a imitar solamente, le diè tre diversi atteggiamenti, tre forme diverse; e fe’ di un genere solo come tre generi. Prima cantò i piaceri d’un amor sensuale e il fastidio d’aspettare e il dispetto di non ottenere, con massime d’epicureismo godente; quindi venne a mettere in deriso l’amata e l’amor già cantato; in fine trascorse aperto e non curante nelle oscenità. Alla gradazione degli argomenti corrisponde la gradazione della forma; prima pianamente lirica, quindi elegantemente comica, in fine malignamente narrativa. E il Medici con prontezza d’ingegno e di favella meravigliosa corre dall’una nell’altra, sempre ricco di modi, d’imagini, di melodie diversissime; ora domando l’endecasillabo a ricevere l’émpito dell’allegria, ora piegandolo a rilevare la tenuità d’un pensiero delicatissimo; e il settenario e l’ottonario con la trasposizione degli accenti variando in modo ch’e’ ti paiono rendere di molte e tutte nuove armonie.

Né altro che un modificamento delle canzoni a ballo ad altre condizioni e qualità sono da tenere i Canti carnescialeschi; che nel primo concetto qualche cosa hanno dei saturnali antichi, con una rimembranza delle feste de’ pazzi del medio evo, né senza il principio popolare che formò le corporazioni dell’arti nei nostri Comuni. Un dotto uomo in quei carri di uomini mascherati che cantano giocose canzoni talvolta morali, piú spesso satiriche, vede i cominciamenti della commedia italiana, vagante, come già nei carri di Susarione e di Tespi il dramma ateniese; e conforterà l’opinion sua di valide prove. Ma intorno alla origine di questi canti e alla riforma che fece di essi Lorenzo è da udire il poeta cinquecentista Grazzini, che primo gli raccoglieva. «Questo modo di festeggiare fu trovato dal Magnifico Lorenzo vecchio de’ Medici. Prima gli uomini di quei tempi usavano, il carnevale, immascherandosi, contraffare le madonne solite andare per lo calendimaggio; e cosí travestiti ad uso di donne e di fanciulle cantavano canzoni a ballo. La qual maniera di cantare considerato il Magnifico esser sempre la medesima, pensò di variare non solamente il canto ma le invenzioni e il modo di comporre le parole, facendo canzoni con altri piedi vari: e la musica fevvi poi comporre con nuove e diverse arie. E il primo canto, o mascherata che si cantasse in questa guisa, fu d’uomini che vendevono berricuocoli e confortini, composta a tre voci da un certo Arrigo Tedesco, maestro allora della cappella di San Giovanni e musico in quei tempi riputatissimo»[54]. E le mascherate tratte a gran pompa in un carro rappresentavano quando mitologiche deità, quando virtú allegoriche, e allora si chiamavan Trionfi; il piú delle volte figuravano alcuna arte o condizione d’uomini con suoi segni e arnesi e lavorii, e allora si chiamavano Carri. Cosí «uscivan fuori nel dopo pranzo, e duravan talvolta fino all’ore tre e quattro della notte, decorate da un séguito numerosissimo d’uomini mascherati a cavallo, riccamente vestiti, che talora oltrapassarono il numero di trecento, e d’altrettanti pedoni con torce bianche accese. In cotal guisa andavano per la città cantando, con armoniosa musica a quattro, a otto, a dodici e fino a quindici voci, accompagnati da vari strumenti, canzoni, ballate, madrigali e barzellette alla materia rappresentata attenenti»[55]. De’ Canti carnescialeschi del Medici due spettano ai trionfi, gli altri alle mascherate delle arti e varie condizioni d’uomini. Hanno i primi il calore e la splendidezza della lirica d’Anacreonte e d’Orazio: hanno i secondi le semplici arguzie, la gaiezza paesana ed anche il turpe cinismo de’ nostri poeti burleschi. Imperocché; o predicano aperto il disconoscimento d’ogni legge morale come «Le fanciulle e le cicale» e «Le mogli giovani e’ mariti vecchi»; o fanno della disonestà una galanteria, come i «Romiti» e i «Poveri»; o agli amori inverecondi alludono con equivoci continuati ad allegoria. Altri gli loda, perché in tanta oscenità quanta hanno nel fondo non vanno però macchiati d’una espressione laida o pur grossolana[56]: gli studiosi del toscanesimo gli cercano per i tanti termini e modi ricisi e acconcissimi, che derivarono dalla lingua del popolo nella quale furon composti.

GIUDIZIO SU LORENZO DE’ MEDICI.

Tale fu Lorenzo de’ Medici; poeta d’affetto, d’arte, d’artifizio; lirico e descrittore, elegiaco e satirico, filosofico e popolare; seguitatore della poesia toscana, e incominciatore del rinascimento greco e latino; scettico e contemplativo, cristiano ed epicureo. Considerato rispetto al suo tempo, appare, in quella stracca dimenticanza, della lingua e dell’arte italiana restitutore: di che solo han saputo tenergli conto i critici e storici della nostra letteratura. E tra i due poeti maggiori dell’età, Luigi Pulci e Angelo Poliziano, non parrà, chi lo riguardi bene, di molto a quelli inferiore; certo parrà originale. Ché: mentre il Poliziano, nella tempra nell’ingegno, negli intendimenti e nella forma dell’arte, e fin nel modo degli affetti, respira greca e latina antichità; e Luigi Pulci, nelle fantasie ardite e selvatiche, negli affetti giovanilmente imaginosi, nella forma ampia e licenziosa, riporta il medio evo; Lorenzo nostro nel desiderio come rammarichevole con che prorompe nell’ideale conteso, nel sentire piú veramente malinconico, anche nell’amore soverchio alla descrizione e in certe sottilità metafisiche da lui portate nell’arte, è prenunziatore dell’età moderna. Meno sciolto e franco del Pulci, meno corretto ed elegante del Poliziano, irto d’asprezze e di troncamenti, ineguale per idiotismi e latinismi e barbarismi, lo troverà piú d’una volta chi legga; non senza meraviglia che Paolo Emiliani-Giudici lo sentenziasse «piú ripulito d’entrambi nel linguaggio, piú sonante nella frase», conseguenza logica ciò dell’averlo saputo lodare di «esatta imitazion del Petrarca»[57]; e avrà per piú vero il giudizio di due stranieri, il Roscoe e il Sismondi[58], che il linguaggio del Medici dissero piú anticato in sembianza e piú rozzo di quello del Petrarca, a lui anteriore di un secolo. Vero è che la scorrezione e certa ruvidità è scusata nell’uomo che a pena ebbe tempo di rivedere alcuni suoi componimenti; nell’uomo che finiva una stanza per meditare la riforma dello stato, scriveva un sonetto e una lettera a re Luigi di Francia, accordava la ripresa d’una ballata e gli sdegni di papa Innocenzo e di Ferdinando di Napoli, componeva una lauda spirituale e mandava a ringraziare il gran Soldano della giraffa e del leone donati. Mirabile versatilità d’ingegno, che faceva il Poliziano esclamare:

Quodque alii studiumque vocant durumque laborem, Hic tibi ludus erit: fessus civilibus actis Huc is emeritas acuens ad carmina vires. Felix ingenio, felix cui pectore tantas Instaurare vices, cui fas tam magna capaci Alternare animo et varias ita nectere curas[59].

«Ciò che gli altri chiamano studio e lavoro a te sarà giuoco. Stanco dalle faccende civili, le forze che han fatto già il servigio loro tu vieni a riaguzzare alla ruota dei versi. Felice d’ingegno! felice a cui è possibile rinnovare tante vicende d’azioni, a cui è possibile alternare tanto grandi cose nell’animo capace e rannettere tra loro cosí vari pensieri!».

LE STANZE E L’ORFEO

[_Opere_, XX, 296-299; 310-322; 339-342].

Pe ’l genere delle invenzioni e pe ’l modo della trattazione esso è calcato su lo stampo dei carmi encomiastici, misti di favola e di lirica, che abbondano nella letteratura latina da Stazio fino all’ultima decadenza del secolo V. Nel poema toscano come nelle selve latine del nostro autore Stazio e Claudiano appariscono essere fra gli antichi quelli che piú abbiano avuto parte nel formar a un peculiar modo di concezione la sua fantasia. E sarebbe curioso e utile indagare perché nel medio evo e nel primo rinascimento siano stati sentiti e imitati gli autori della decadenza co i loro difetti che avventano, piú che non la squisita verecondia di stile del secolo d’oro; Seneca piú di Cicerone, piú Ovidio e Lucano che Virgilio e Tibullo, Claudiano piú d’Orazio. Il nostro non potea forse per cagione dell’argomento ricorrere ad altri esempii. Ma quanta vivezza e calore e movimento dirimpetto alla rigidità e al tono rettorico de’ suoi maestri! quanta varietà nella dovizia delle imitazioni! quanta prontezza e felicità nell’assimilarsi e ricreare l’altrui! Giuliano dispregiator d’Amore e de’ suoi seguaci [I, 8-16] è ben l’Ippolito d’Euripide e in parte il Narciso di Ovidio[60]; ma alcune tinte tolte a imprestito dal pittore della bella ritrosa d’Avignone fan perdere all’indagatore le tracce del primo originale. Nelle lodi della vita campestre messe in bocca al cacciatore leggiadro [I, 17-21] sentirai da principio l’eco dell’epodo d’Orazio[61] e della Georgica[62]; ma nel bel mezzo un paesaggio toscano ritratto al naturale con pennello che prenunzia quel de’ fiamminghi cancella la prima sensazione. E il soliloquio di Cupido che medita la vendetta [I, 23-24] e la descrizione della caccia [I, 25-33] ricorderanno, se volete, un po’ troppo, quello il prologo di Venere all’_Ippolito coronato_ e la parlata onde Giunone apre la favola dell’Eneide[63], e questa tutt’insieme la caccia di Didone[64] l’altra del cignal caledonio[65] e la piú antica di Ulisse[66]. Che importa? Ciò non impedisce che nelle Stanze appresso la invenzione della cerva messa da Amore innanzi a Giuliano per isviarlo dalla caccia e condurlo in parte ov’egli vegga la bella Simonetta [I, 34-37] non trasporti la mente del leggitore per mezzo a’ romanzi d’avventura e agli inganni tesi all’amato cavaliere da alcuna bella, benché la imagine della cerva sia composta dello stesso _lieve aere_ onde Apollo e Venere presso Omero e Virgilio[67] compongono le false imagini degli eroi da loro protetti per sottrarre i veri alle furie de’ nemici. Nel ritratto poi della ninfa e nell’innamoramento di Giuliano par che il poeta abbia còlto da Saffo e da Tibullo, da Virgilio e da Ovidio il purissimo fiore del sensibile: né gli bastò, che non volesse giovarsi ancora di quel che la sensazione della natura esterna d’accordo co ’l sentimento intimo spirò a’ provenzali, e delle astrazioni del Cavalcanti e del misticismo di Dante e del psicologismo del Petrarca; sempre avendo la mente a trascegliere quel che in essi segna come l’ultimo limite della perfezion naturale. Perchè la imagine della Simonetta, delle piú belle della nostra poesia, è soavemente colorita quanto l’Alcina e l’Armida, ma non sensuale com’esse; è pura ad un tempo e serenamente pensosa, ma non trasparente troppo ed aerea come quasi sempre la Portinari e talvolta l’avignonese: ella è nella cima del naturale; è una statua greca, una statua di Canova; una Ebe, una Psiche, moventesi co ’l passo di dea per un fiorente paesaggio di primavera. Nella pittura del poeta quattrocentista la natura sente la presenza della dea, o meglio sente la parte di sé deificata: «Ridegli attorno tutta la foresta, E quanto può sue cure disacerba»[68]: «Ogni aura tace al suo parlar divino, E canta ogni augelletto[69]»: «Mosse sopra l’erbetta i passi lenti Con atto d’amorosa grazia adorno; Feciono i boschi allor dolci lamenti, E gli augelletti a pianger cominciorno; Ma l’erba verde sotto i dolci passi Bianca gialla vermiglia azzurra fassi»[70]. Riguardiamo con amore a questa figura, perché essa è forse il tipo intiero della poesia del Poliziano; essa testimonia il giovine e puro rinascimento, la dignità restituita alla materia alla carne alla forma contro l’asceticismo macerante e l’idealismo estenuante del medio evo: considerandola voi sentite che l’età di Giotto e di frate Angelico, per i quali tutta la vita della figura è confinata nel raggiar della fronte e negli occhi contemplanti, è finita; sentite e riconoscete Masaccio il Rosselli il Perugino e Raffaello: Tiziano, Giulio Romano, Guido Reni verranno piú tardi, e con essi o poco innanzi l’Ariosto; verranno i Caracci, ed il Tasso.