Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano

Part 20

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Giungiamo così all’età di Teodosio II., nella quale lo stato delle fonti giuridiche era il seguente. In teoria, avevano vigore i dispositivi degli antichi plebisciti, i _senatus consulta_, gli editti dei magistrati; le _costituzioni_ imperiali, e la consuetudine; in pratica, si ricorreva solo alle opere dei giureconsulti, o alle _costituzioni_ imperiali, trascurando affatto le fonti prime ed originarie. Se non che, gli scritti dei giureconsulti erano numerosissimi, rari, costosi, peggio ancora contradittorii; le _costituzioni_, infinite, emanate in circostanze e in tempi diversi, sperdute per gli archivi dei Prefetti del Pretorio e dei governatori delle provincie, difficili a possedere in raccolte complete[727].

Appunto per ciò, nonostante le due collezioni, che allora esistevano — un _Codex Gregorianus_ e un _Codex Hermogenianus_[728] — il bisogno di un testo unico, che fissasse e ordinasse, in forma definitiva e ufficiale, tutte le leggi e le loro interpretazioni fin dall’età repubblicana, era, al tempo di Teodosio II., vivissimo. Ne risentivano la necessità, non solo i funzionari dell’impero, non solo i giudici, ma gli studiosi di giurisprudenza. Dove attingere tutta la materia da consultare? Come avere tra mano, senza inutili pleonasmi, senza ripetizioni, senza lacune, e in un testo unico, tutto quanto occorreva al magistero giuridico?

In questo disordine del materiale, gli scrittori del IV. secolo credevano appunto di ritrovare la cagione della incontrastabile decadenza della scienza giuridica[729]. Essa da tempo veniva stimata mestiere degno solo di liberti.[730] Da tempo, gli studiosi, atterriti dalla inestricabile confusione e dalla copia delle leggi — «un carico da cammelli» — si volgevano a discipline, il cui apprendimento riescisse più tollerabile, ragione per cui la giurisprudenza restava in mano di maestri ignoranti e di volgari azzeccagarbugli, di cui Ammiano Marcellino, nel IV. secolo,[731] e Giustiniano, nel VI., faranno il giudizio che essi meritavano[732].

Ma il rapporto, che intercedeva fra tale stato di cose la scienza e la scuola, non isfuggiva neanche all’imperatore. «Perchè — si chiede egli, nella _costituzione_, che sanzionerà l’autorità del nuovo _Codice_ — perchè, pur essendo proposti tanti premi a coloro, che coltivano le arti e le scienze, sono tuttavia solo pochi quelli, che si possono veramente dire ricchi di sapienza giuridica? Perchè, in tanta miseria di questo genere di produzione, appena uno o due è lecito giudicare realmente forniti di solida dottrina?»[733] Ed anch’egli crede di trovare la ragione del fatto nel gran disordine del materiale legislativo, anch’egli pensa che, da un generale riordinamento, grande vantaggio sarebbe derivato alla scuola e al progresso delle scienze giuridiche. Fu appunto a tale impresa che si accinse Teodosio II.[734].

Il 16 marzo 429, egli nominava una commissione, composta di magistrati, di addetti al gabinetto imperiale, di giuristi, con l’incarico di raccogliere in un corpo unico le _costituzioni_ emanate degli imperatori, fino dall’età di Costantino il grande[735].

La Commissione incaricata non aveva ancora, nel decembre 435, ultimato i suoi lavori, e l’imperatore, con una seconda ordinanza, investendola di poteri maggiori di quelli che non convenissero a semplici raccoglitori, colmava le lacune, in quel frattempo operatesi tra i commissarii, e ne accresceva notevolmente il numero e l’autorità.[736] Questa seconda commissione pare avesse nel suo seno un professore di diritto (_doctor iuris_), un Erozio. Così ampliata, essa era, due anni dopo, in grado di fare prevedere imminente la pubblicazione del nuovo _Codice_, che veniva poi fatta nelle due sezioni dell’impero, entro il 438, dieci anni dopo l’inizio dell’impresa.

Non può essere questo certamente il luogo per un esame critico del valore letterario, giuridico e politico dell’opera. Essa fu certamente, sotto tali rispetti, notevolissima, e Teodosio stesso ebbe cura di metterlo in evidenza[737]. Ma a noi basta far notare la sua grande efficacia nei riguardi della scienza e dell’insegnamento giuridico. Era quella la più completa e la prima ufficiale collezione delle leggi e dei decreti, emanati nell’impero romano, da oltre un secolo.

Forse, anzi, il paragone, che noi abbiamo invocato, non riesce a rendere con esattezza la natura dei _Codici_ ufficiali del tempo. Le nostre raccolte di leggi e decreti rispondono solo a una parte di ciò che il _Codice Teodosiano_ fu, giacchè in esso rientrava anche quanto oggi siamo costretti a ricercare nelle raccolte di sentenze emanate dai supremi corpi giudicanti.

In un paese, ed in un’età, in cui il commercio intellettuale era ostacolato fortemente dall’assenza di mezzi rapidi di trasmissione, è facile intendere l’efficacia e l’impulso, che l’opera di Teodosio dovette esercitare sulla diffusione della cultura giuridica. Eppure, essa non rispondeva certamente a tutto il complesso genere di lavoro, cui si sarebbe dovuto dar mano. Circa un secolo dopo, noi udiremo dalla bocca stessa di un successore di Teodosio, dalla bocca di Giustiniano, la enumerazione di tutto quello che ancora sarebbe stato necessario fare, delle lacune che sarebbe stato d’uopo colmare, e vedremo quanto egli stesso tenterà.

Sarà questo il compito di un altro tempo e di altri uomini. Ma l’opera di Giustiniano nè cancellerà l’importanza di quella di Teodosio II., nè può, ai nostri occhi, menomarla. Nonostante il futuro _Codice Giustinianeo_, quello _Theodosiano_, che lo precede di circa un secolo, rimane per noi il più saldo e il più sicuro contrafforte, tra le cui difese la scienza e la cultura giuridica del mondo antico seppero sfidare i secoli per giungere fino a noi.

CAPITOLO IX.

L’impero e l’istruzione pubblica dalla morte di Teodosio II. alla fine del governo di Giustiniano.

(450-565)

I. Necessità di estendere il presente studio fino VI. secolo. — II. Il governo di Teodosio, la coltura e l’istruzione pubblica in Italia. — III. Prosecuzione della politica di Teodorico sotto Atalarico e Teodato. Atalarico e le scuole di Roma. — Rinascita intellettuale. — IV. Giustiniano, la sua reazione cristiana; il divieto d’insegnamento ai pagani. — V. Soppressione dell’università ateniese. — VI. Sospensione degli stipendii ai docenti di arti liberali. — VII. La compilazione del _Codex iustinianeus_, del _Digestum_ e delle _Institutiones._ — VIII. Scopi e vantaggi di tale opera rispetto alla scuola e all’insegnamento. — Riduzione delle scuole di giurisprudenza; aumento del personale insegnante in Costantinopoli e in Berito; immunità ai professori di giurisprudenza; prolungamento del corso; la disciplina degli studenti. — IX. I nuovi programmi per l’insegnamento della giurisprudenza. — X. Giustiniano e l’istruzione pubblica negli ultimi anni del suo governo.

I.

Teodosio II. moriva nel 450. In quell’anno stesso, spirava l’ultima figliuola di Teodosio il grande, colei, che, per circa cinque lustri, aveva, quale reggente di Valentiniano III., tenuto il governo della sezione occidentale dell’impero. Nel 451, Attila invadeva coi suoi Unni l’Europa; nel 452, penetrava in Italia, e non è del tutto inaccettabile la tradizione che, in quella sua corsa rovinosa attraverso la penisola, egli vi abbia vagheggiato un piano radicale di distruzione del romanesimo[738]. Nel 455, invadevano l’Italia e Roma stessa i Vandali d’Africa. Dal 455 al 476 si susseguivano otto imperatori, eletti e deposti, con alterna ironia, da generali barbari — figure senza energia, strumenti di volontà non proprie. Così si giunge al 476, l’anno in cui suole segnarsi la fine dell’impero romano d’Occidente. Ma questa data, che ha un mero valore cronologico, non può essere quella, a cui debbono arrestarsi le nostre ricerche sui rapporti tra lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano. Allorquando Odoacre assumerà il governo d’Italia e rimanderà la porpora e il diadema all’imperatore dell’Oriente, tacito invito a un governo nominale sull’Occidente, l’autorità di questo principe, su questa parte dell’Europa, non cesserà, ma continuerà nella identica misura, in cui da parecchi lustri essa si esercitava. E, subito dopo, Teodorico, re degli Ostrogoti, venuto a spodestare Odoacre, dichiarerà di compiere l’impresa in nome dell’imperatore di Oriente, e lascerà intatto l’ordinamento dell’Italia, e gl’imperatori lo nomineranno loro luogotenente, confermandone gli atti suoi e dei successori, e continueranno a legiferare per l’una e l’altra sezione dell’impero, come su proprio immutato possesso[739]. Meglio ancora, qualcuno tra essi tornerà a tenere, per non brevi anni, nel suo pugno, le sorti di tutto l’impero.

Fino a Giustiniano, dunque, l’unità ideale e politica dell’impero romano non è rotta teoricamente, e, praticamente, essa lo è tanto, o tanto poco, quanto sin dalla morte di Teodosio il grande. Ancora nei secoli V. e VI., Roma è uno dei due centri, donde irraggia, sui resti dell’impero occidentale romano, tutta l’autorità, di cui un tempo disponevano gl’imperatori; e i re barbari, soggiornanti in Italia, avranno cura di proseguirne scrupolosamente la politica.

Ma se questo si può dire dell’Occidente, ancora più forti sono le ragioni, che ci inducono a inoltrarci fin nel secolo VI. della storia dell’Oriente. Il regno di Giustiniano è l’ultimo grande atto della portentosa trilogia della vita ideale di Roma, e le sue vicende scolastiche vi assegnano un’importanza capitale nella storia dell’insegnamento. Giustiniano, come vedremo, applica, anche a questo campo dell’amministrazione, tutti i criterii dominanti la politica generale dello Stato e porta alle estreme conclusioni quelle tendenze, che, nei rapporti della istruzione pubblica, si erano da tempo manifestate e avevano, con Teodosio II., avuto una così significante espressione. Riesce dunque impossibile allo storico, che si occupi dei fenomeni, che noi andiamo in queste pagine rievocando, arrestarsi alle soglie del secolo VI. Ma, se così evidenti sono i motivi che ci sospingono a penetrare fin nel cuore del VI. secolo della storia dell’impero romano d’Oriente, non altrettanto invincibili sono quelli, che ci inducono ad arrestarci a questo momento. La barriera cronologica, che si suole fissare alla morte di Giustiniano, non poggia sulla realtà dei fatti; essa corrisponde solo a una inveterata distinzione fra storia del pensiero greco e storia del pensiero bizantino, anch’essa sprovvista di ogni valore ideale[740]. Ma la forza della consuetudine e le sue esigenze sono ormai troppo grandi, perchè sia lecito violarle in una trattazione d’argomento così particolare, e questa ragion pratica è la sola ad impedire che la nostra esposizione prosegua, per l’Oriente, oltre la seconda metà del VI. secolo di Cristo, oltre cioè la fine del governo di Giustiniano.

II.

È noto il grande rispetto, che agli istituti del passato portarono i due re barbari, i quali governarono l’Italia innanzi la restaurazione di Giustiniano. E tale tendenza, ch’è in germe nella politica e nel fugace governo di Odoacre, si dispiega intera con Teodorico. Tutta la parte più intellettuale della politica di questo principe fu ispirata da uno dei più grandi dotti romani del tempo, il senatore Cassiodoro, figlio di un altro Cassiodoro, che Odoacre aveva levato alle più alte dignità e nipote di uno dei personaggi più illustri dell’età immediatamente precedente[741]. Ed egli stesso ce ne lasciò documento in quelle sue preziose Variae, che sono una delle fonti più notevoli della storia del governo di Teodorico.

Alla corte del monarca ostrogoto, Cassiodoro percorse tutta la scala degli onori: fu questore, patrizio, console, senatore, _magister officiorum_[742]. Ma più delle dignità esteriori, è per noi significativa la natura dei suoi rapporti col principe. Cassiodoro stesso ci informa come, non ostante la rozzezza della sua cultura, il re aveva colloqui frequenti con i dotti; colloqui, che volgevano spesso su problemi di filosofia, di scienze naturali, di astronomia. «Teodorico — scrive Cassiodoro — libero dalle cure del suo governo, ascoltava i dotti, perchè voleva, con le proprie opere, uguagliare gli antichi, e si informava del corso degli astri, della configurazione dei mari, delle sorgenti meravigliose, con tanto zelo, che, a vederlo così scrutare nei misteri della natura, l’avresti detto, non un monarca, ma un filosofo rivestito della porpora»[743].

Interpretando il desiderio e la volontà del re, Cassiodoro, nelle lettere e negli editti, che stendeva in suo nome, non tralascia occasione per lodare i letterati e i filosofi dei tempo e per mettere in rilievo i meriti intellettuali di coloro, che il principe nominava ai più alti uffici dello Stato.[744] Tanto pregio della cultura e dei dotti fa sì che Teodorico intervenga a curare direttamente le scuole del paese ch’egli governa. È stato scritto e ripetuto ch’egli vietasse ai Goti di frequentare le pubbliche scuole. Probabilmente, si tratta di una esagerazione o di un equivoco,[745] in fondo ai quali, di vero non c’è che l’adulazione di un settatore del generale greco, futuro trionfatore dei Goti, e la volontà di Teodorico che la grande massa del suo popolo custodisse un vigoroso allenamento militare[746]. Diversa è invece l’educazione, che egli volle per i figliuoli e per i congiunti. La figlia Amalasunta è da lui fatta diligentemente istruire in tutte le discipline liberali,[747] ed il nipote Teodato, riceve un’istruzione romanamente perfetta[748]. Non si poteva attendere nulla di diverso da un principe, che tanto sospirò il possesso di quella cultura, di cui egli mancava. E quando Amalasunta volle educare il proprio figliuolo alle arti liberali romane, il che doveva — disgraziatamente — fruttarle buona parte della sua sciagura, si può ritenere ch’ella seguisse, e interpretasse, il più sincero sentimento del padre suo.

In ogni modo, qualunque sia stato il pensiero di quel principe circa l’educazione da impartire ai Goti, i suoi intendimenti, nei riguardi della popolazione romana, non si scostarono di un pollice da quanto avevano giudicato i migliori tra i suoi predecessori imperiali.

Egli infatti, più benevolo e più zelante di Valentiniano I., pose sotto la sorveglianza speciale del prefetto di Roma — «la città delle lettere», «la madre feconda dell’eloquenza», «il tempio di tutte le virtù», com’egli soleva chiamare questa metropoli — i figliuoli o i congiunti di quegli stranieri, i quali amavano che i loro giovani connazionali frequentassero le scuole della Città eterna[749]. E, per giunta, il re accompagnava il suo permesso con la clausola che nè i giovani lasciassero Roma, nè i parenti li ritirassero, finchè quelli non avessero ultimato gli studii e non ne avessero realmente profittato, il che, come egli stesso aggiungeva, non sarebbe dovuto spiacere ai maggiori interessati[750].

Oltre che agli studiosi, Teodorico pensa ai docenti. Quegli stipendii o quelle annone, che da Adriano si solevano corrispondere ai professori dell’Ateneo romano, e che vedemmo soppressi sotto Teodosio I., sono da Teodorico ripristinati, e corrisposti, con lodevole precisione amministrativa. I beneficati sono i docenti di grammatica, di retorica, di giurisprudenza, di medicina. E ad informarcene è precisamente un paragrafo della _Prammatica Sanzione_ di Giustiniano,[751] il quale, a Teodorico appunto dovrà ispirarsi per mitigare le sue leggi contrarie alla diffusione dell’istruzione classica nell’impero.

Ma di un altro ramo della pubblica istruzione ebbe anche a curarsi Teodorico, come di rado si erano curati i suoi predecessori. Intendo accennare alla conservazione delle antiche opere d’arte. Nelle _Variae_ di Cassiodoro si discorre spesso di tale soggetto. «Assai acerbo è pel nostro animo», scrive una volta Teodorico, «constatare che, mentre noi cerchiamo ogni giorno di accrescere la bellezza della città, i monumenti antichi vengano quotidianamente a perire.»[752] «A nulla giova fermare i principii delle cose, se poi si distrugge ciò che si è incominciato». «Solo è durevole ciò che la prudenza incomincia e la cura custodisce; maggiormente perciò si deve badare a conservare, anzichè ad iniziare.»[753]

E in Roma e in Italia egli ripara, a proprie spese, mura, edifici pubblici, canali, terme, teatri[754]; nomina appositi architetti[755], crea la carica della _comitiva romana_, che richiama la _cura statuarum_ del II. secolo e il tribunato _rerum nitentium_ del IV., con l’incarico di invigilare sulla sicurezza e sulla incolumità delle opere d’arte esposte pubblicamente in Roma[756]. E uno scrittore del tempo nota, pieno di maraviglia e di ammirazione, che con Teodorico risorgono a nuova vita Roma e l’Italia intera[757].

III.

L’opera e l’indirizzo politico di Teodorico non si interrompono con la sua morte. Atalarico e Teodato continuano nella via tracciata dal nonno e dallo zio[758].

Con essi anzi, il mecenatismo di Teodorico si fa più intenso e più frequente: Cassiodoro assurge alla prefettura del pretorio;[759] l’«eloquente» Aratore viene nominato _Conte dei Domestici_;[760] il retore Felice, _questore del sacro palazzo_[761]. E, durante il loro governo, le sorti dell’istruzione pubblica nella capitale del regno vengono prese a cuore in modo ancora più energico che nel passato.

Ebbe, invero, Atalarico la fortuna, non comune, di Graziano e di Teodosio II. insieme, di avere al suo fianco due rari genii ispiratori, la madre Amalasunta e il ministro Cassiodoro[762]. E di lui noi possediamo il testo di una relazione al senato, che vale la pena di riprodurre per apprendere dalla sua stessa bocca come, pur esprimendosi ne l’orribile prosa del tempo, pensava quest’ultimo fra i Romani: «È noto, — egli scrive — che Noi lasciamo a buon diritto ai padri le questioni, che riguardano i figliuoli, perchè essi sentano il dovere di curare il profitto di questi, ai quali interessa il sempre migliore ordinamento degli studii in Roma. Non è perciò da credere che Voi possiate non essere solleciti verso le cose, da cui deriva e ornamento alla Vostra stirpe, e, con l’assiduo insegnamento, consiglio a tutta la società. Or bene, recentemente (poichè le cure Vostre toccano anche Noi) abbiamo appreso che i professori di eloquenza in Roma non riscuotono le ricompense fissate all’opera loro, e che, per il mercanteggiare di taluni, accade spesso che essi vedano ridursi le somme destinate ai pubblici docenti. Ora, poichè è chiaro che le varie discipline sono alimentate dalla speranza dei relativi compensi, noi giudichiamo sommamente colpevole sottrarre alcunchè ai maestri della gioventù, i quali invece sono piuttosto da eccitare alla gloria degli studii, con l’accrescerne gli agi, di cui ora godono.

«La scuola di grammatica è infatti il fondamento migliore delle lettere, la madre gloriosa della eloquenza, ciò che insegna a nobilmente pensare e a parlare impeccabilmente. La scuola di grammatica insegna ad aborrire gli errori del discorrere, nella stessa guisa, in cui il buon costume aborre dalla colpa. E come il musico sa foggiare una dolcissima melodia con cori fra di loro intonati, così il grammatico sa recitare, disponendo convenientemente i varii accenti. La grammatica è maestra della parola, abbellatrice del genere umano; essa, mettendoci in grado di leggere le opere mirabili degli antichi, viene ad offrirci l’ausilio della loro saviezza. De’ suoi beneficii non godono i re barbari; essa — è noto — rimane esclusivo privilegio dei principi legittimi. Qualunque persona infatti può possedere le armi: solo l’eloquenza favorisce i re dei Romani. Con essa contendono gli oratori civili; da essa procede la nobiltà del dire, per cui vanno onorati tutti i sommi, e, volendo omettere il resto, è per essa che noi siamo in grado di parlare.

«Per questo, o senatori, Noi deferiamo volentieri a Voi e la cura e l’autorità necessaria perchè coloro, che via via succedono all’insegnamento, quando vengano riconosciuti idonei all’ufficio, e in questo confermati da un decreto del senato, siano grammatici, siano retori, siano giuristi, riscuotano, da chi spetta, senza alcuna menomazione, gli utili goduti dai predecessori, nè alcuno di loro abbia a correre il rischio di vedersi le annone stornate e ridotte, ma tutti, dietro Vostro ordine e con la Vostra garanzia, godano sicuramente quello che loro compete.

«Il prefetto della città è incaricato dell’esecuzione di ciò che Voi avrete stabilito. E affinchè nulla debba restare alla mercè di chi è deputato al pagamento[763], Noi ordiniamo che, appena scorso il primo semestre dell’anno, i maestri riscuotano la metà dello stipendio fissato, e il secondo semestre non si chiuda senza il dovuto saldo delle annone». «È tanto Noi vogliamo che tali norme siano osservate rigorosissimamente, che, se qualcuno di coloro, a cui tocca, stimerà di differire questa funzione, che gli incombe come l’adempimento di un dovere, se, per deplorevole cupidigia, egli defrauderà dei dovuti vantaggi coloro che lavorano meritoriamente, soggiaccia al pagamento degli interessi secondo le norme consuete. Se Noi largiamo le nostre ricchezze in spettacoli teatrali, per diletto del popolo, e ne facciamo con ogni scrupolo godere persone, che non sono stimate così necessarie, quanto maggiormente, e senza indugi, non dobbiamo far ciò a vantaggio di coloro, che alimentano gli onesti costumi e forniscono gli uomini dell’intelletto e di eloquenza alla nostra corte?

«Quest’altro Nostro proposito ordiniamo che Voi comunichiate alla benemerita classe degli attuali docenti di lettere: sappiano essi che Noi siamo solleciti del loro utile, ma siamo assai più esigenti del profitto dei giovani. Non abbia ormai più ragion d’essere quell’opinione, ripetuta da queruli poeti satirici, che cioè l’umano intelletto non deve essere impegnato in due cure diverse. Oggi essi godono di un trattamento non disprezzabile; abbiano dunque un’unica cura e si dedichino con tutto l’animo agli studii delle arti liberali.»[764]

Così, romanamente, nel 534 di C., parlava Atalarico al senato di Roma, e l’ascoltavano i superstiti di quello, che per dieci secoli era stato il più grande consesso del mondo.

Una traccia, così dei nuovi provvedimenti, come del nuovo benessere, di cui, per circa mezzo secolo, ebbe a godere tutta la nazione (che fu anch’esso merito dei principi seguìti all’ultimo imperatore romano) noi possiamo ritrovare in quella estrema rinascita della cultura italica, che è contemporanea ai primi lustri del VI. secolo di C.

Il regno di Teodorico e dei suoi successori immediati è l’età di Boezio e di Cassiodoro, due nomi che basterebbero da soli a onorare tutta un’età, ed è anche quella di Ennodio, di Massimiano, di Fausto, di Avieno, di Aratore, di Simmaco, Festo, Probino, Cetego, Agapito, Probo, Olibrio[765]. Adesso si coltivano con ardore gli studii classici di ogni specie,[766] e la società colta romana è invasa da una vera e propria febbre di umanesimo. Si trascrivono e correggono codici greci e latini, si fanno nuove edizioni di vecchi testi[767]. Cassiodoro, ritirandosi dal mondo e abbracciando la vita monastica, impone, come una delle principali regole ai suoi confratelli di clausura, l’illustrazione, la ricerca e la trascrizione dei codici antichi[768]. Sì che, quando di lì a otto secoli, la Rinascenza leverà alla luce del giorno tutta la gloria dell’antichità, reagendo, o credendo di reagire, contro la secolare barbarie medievale, essa non avrà fatto che ripigliare il lavoro cominciato sotto il secondo dei principi barbari in Italia.