La vita nell'esercito

Part 7

Chapter 73,510 wordsPublic domain

— Chi è quell’assassino — grida. — Chi è quell’assassino che ha confezionato un _menù_ di questa sorte? Martino, dov’è Martino? (Martino era il suo attendente). Come mai, pezzo d’asino, lasci che questo somaro venga in casa mia a far dei pranzi di questo genere?

— Ma.... signor capitano.... mi hanno detto che è ordine suo....

— Ma signor capitano, lei aveva ordinato....

— _Scior capitani, l’aveva minga ordinàa?..._ — rispondono tutti in una volta i tre armigeri meravigliati....

— Ordinato, ordinato un accidente! bestie antidiluviane che non siete altro!... Ma poi capisce che in fin dei conti il torto è tutto suo e torna nel salottino dinanzi alla tavola scintillante....

Dopo pranzo il capitano chiama i cuochi, al gran rapporto.

— Chi ha fatto tutta questa roba?

— Io — risponde facendo un passo avanti il _Caffè del Parlamento._

— _L’era bon el risott?_ — dice una vocina in falsetto uscente da un cappotto.

— Quanto avete speso?

L’uomo del _menù_ presenta freddamente la nota: Settantasette lire e cinquanta centesimi.

— Sta bene: voi sarete attendente del colonnello; ma mi raccomando veh! bisogna dargli da mangiare meglio a lui!...

— Non dubiti signor capitano.

E i due cuochi sono licenziati.

Il capitano pensa che l’esperimento gli costa un po’ caro, ma si frega malignamente le mani....

* * *

Il capitano passa in rivista le sue reclute guardandole bene in faccia; al primo viso su cui baleni un barlume d’intelligenza si ferma.

— Come vi chiamate?

— Mangì.

— Come?

— Mangì....

Il tenente suggerisce: Mancini.

— Mancino o Mancini?

— Mangì.... — risponde imperturbabilmente il soldato, incrollabile nella sua pronunzia meridionale.

— Ho capito. Sapete leggere e scrivere?

— Nossignore.

Il capitano si allontana disilluso. E dire che quella gli pareva una faccia intelligente!

La rivista continua; finalmente ha trovato una faccia che gli va a genio.

— Come vi chiamate?

— Chiodini.

— Che cosa facevate a casa?

— Combattevo colli bovi....

— Eh?

Il tenente gli va in soccorso spiegando che in dialetto vuol dire: guardian di buoi.

— Ah! e sapreste combattere con i cavalli?

— Sissignore.

— Sapete leggere e scrivere?

— So fà la firma....

— Basta, ne sai anche troppo, valoroso guerriero. Sarai mio attendente.

Un lampo di gioia balena negli occhi del _toreador_.

* * *

Finalmente è la volta di scegliere dei signori subalterni. Essi si rivolgono al furiere:

— Dica, furiere; se ci fosse per caso un soldato pulito che potesse fare da attendente....

— Ci sarebbe Porcu.

— Niente, il nome è di cattivo augurio....

— Allora, Pizzagrillo.

— Di che Distretto?

— Orvieto.

— Me lo faccia chiamare.

Compare Pizzagrillo, un ragazzotto svelto, tarchiato, con due occhi intelligenti....

— Ti chiami Pizzagrillo?

— Sissignore.

— Vuoi fare l’attendente?

— Magari!... — risponde Pizzagrillo con un sorriso di beatitudine....

— Cosa sai fare?

— Niente!

— Bravo! Sei quello che ci vuole. Vieni a casa mia stassera.

* * *

Gli attendenti _cappelloni_ fanno il noviziato sotto l’alta direzione di quelli anziani, ed ascoltano i loro insegnamenti a bocca aperta.

Un giorno Sassara si rimorchia Paglialunga per le vie di Torino, affine di dargli le istruzioni necessarie.

In via Po numero tale, si ferma:

— Vedi? qui al terzo piano ci sta l’amorosa del tenente, ti ci manderà spesso a portare dei biglietti, dei mazzi di fiori.... Ricordati l’indirizzo.

— _Non dubbità_.

In via S. Massimo, Sassara si ferma un’altra volta.

— Vedi, lì, al primo piano, ci sta un’altra amorosa del Tenente. È bionda, ricordati!

— Va bene.

In piazza S. Carlo Sassara si ferma per la terza volta.

— Guarda bene. Vedi quella finestrina al quarto piano? Bè, c’è un altra amorosa del tenente.... È bruna.

— Cristo! Ma quante ce n’ha il tenente?

— Io non conosco che queste tre, ma è certo che devono essere di più....

— Salute.... e figli maschi!...

E proseguono la strada.

* * *

L’_apprentissage_ dura un paio di mesi: quando l’attendente anziano va in congedo, il cappellone è già istruito.

Il giorno del congedamento accade una scena commovente.

L’attendente anziano ha già fatto la sua valigia e inalberato trionfalmente il berretto fuori d’ordinanza. Egli vi gira intorno tutto il santo giorno e vorrebbe dirvi tante cose che non sa di dove cominciare. Voi però lo capite benissimo, ma viceversa siete un po’ commosso e preferite tacere. Mentre siete al tavolino, occupatissimo a scrivere, ma pensando che vi dispiace immensamente di separarvi da quel buon diavolo che vi vuol bene ed al quale volete bene, egli si presenta, salutando.

— Dunque, signor tenente io vado....

E gli trema la voce.

Voi vi alzate in piedi commosso, gli stringete la mano rozza che vi ha fatto il letto, lustrato le scarpe, levato gli stivali per due anni e mezzo.

— Dunque addio; e ricordati del tuo tenente che ti voleva bene, benchè si arrabbiasse qualche volta, e della tua compagnia, dove ti sei fatto amare da tutti....

— Scusa, signor tenente, se ti ho fatto qualche mancanza.... — interrompe il povero diavolo colle lacrime agli occhi trattenute a stento....

— Niente; ma che mancanze! sei stato sempre un buon soldato: ora va, stai allegro e scrivimi....

— Sissignore!

— Ciao.

— Arrivederlo!

L’attendente va adagio; voi vi sentite un groppo alla gola. Appena uscito dalla porta lo richiamate.

— Sassara!

— Comandi!

— Hai dato tutte le istruzioni necessarie a Paglialunga?

— Sissignore, gli ho fatto vedere tutto....

— Bene! allora addio.

E gli date un bel bacione, anzi due bei bacioni sonori sulle guancie, due baci che vi sollevano il cuore da quel peso d’amarezza che ve lo schiacciava....

Il _cappellone_ vi guarda fare, commosso, a bocca aperta.

* * *

Appena partito l’_anziano_, il _cappellone_ tira un respiro lunghissimo di soddisfazione pensando che adesso egli si trova in casa _sua_; ripassa subito l’inventario della roba _nostra_ (così almeno la chiama lui) e alla più piccola mancanza fa il suo bravo rapporto con aria trionfale.

— Tenente, mancano cinque colletti.

— Non importa, li ho regalati io a Sassara....

— Mancano pure due paia di polsini....

— Va bene, ho regalati anche quelli....

Andate in quartiere alla istruzione interna, poi al caffè a fare una partita a carambola.... alle quattro e mezzo ritornate a casa. Dio che spettacolo! Tutta la stanza è in aria; vicino alla stufa da una cordicella tesa, pendono duri, stecchiti, scheletriti, otto paia di guanti _glacès_, che il miserabile ha lavato coll’acqua e sapone; tutti i mobili sono coperti dai vostri indumenti, la mantellina, il cappotto, l’impermeabile distesi ad asciugare, tutte le casse sono vuote e la roba un po’ dappertutto sulle sedie, sul letto, per terra, vittima della verifica spietata della consegna; la batteria di cucina allineata in bell’ordine lungo il muro....

Il manigoldo ritorna coll’aria trionfante di chi è preparato a ricevere un elogio. Egli ha lavorato tutto il giorno, l’infelice!

Allora comincia l’istruzione.

— Ma no, caro mio, i guanti _glacés_ si lavano colla benzina....

* * *

Il giorno susseguente alla partenza dell’_anziano_, è un giorno nefasto per voi. Quel giorno, non c’è santi che tengano, voi andate agli arresti.

Gli avete detto di svegliarvi alle cinque del mattino. Alle quattro e tre quarti l’armigero fedele entra in punta dei piedi, piglia gli stivali e incomincia a lustrare. Alle cinque vi sveglia.

— Sor tenente....

— Hum!... — fate voi pieno di sonno.

— Sono le cinque.

— Va bene! — e naturalmente vi riaddormentate.

Dopo un certo tempo vi destate spaventato, di soprassalto.

— Paglialunga?

— Comandi!

— Che ora è?

— Sono le otto.

— Le otto!... E cosa fai tu lì?

— Aspettavo che lei si alzasse...

* * *

Il giorno dopo:

— Sor tenente sono le cinque.

— Va bene apri la finestra.

Il giannizzero eseguisce.

— Ma se è buio!

— È buio, ma sono le cinque....

Memore della lezione del giorno prima, vi buttate giù dal letto, vi vestite in fretta, correte in quartiere, la porta è chiusa.

— Che diamine? Che sia accaduta qualche disgrazia?

Bussate, entrate, guardate l’orologio.

— Maledetto cretino! Manca un quarto alle quattro!...

E andate a schiacciare un altro sonnellino nella stanza dell’ufficiale di Picchetto.

* * *

Dopo queste ed altre inevitabili traversie l’attendente si _fa_, comincia a capirvi, a indovinare i vostri gusti, le vostre idee, a conoscere le vostre abitudini, qualche volta si permette di darvi amorevolmente qualche consiglio.

Una volta, alla Scuola di Parma, vedendo che io mi occupavo troppo di chitarre e delle vicine di casa, l’attendente mi disse serio serio.

— Tenente suona, suona.... ma poi ti boccieranno all’esame....

Io gli diedi del somaro, ma all’esame i professori lo diedero a me del somaro. E mi bocciarono di santa ragione.

Dico una cosa che può parere strana, ma che non è meno vera. L’attendente dopo un po’ di tempo finisce per rassomigliare al padrone; egli ne acquista le mosse, i gesti, l’andatura, la voce i vizii e le virtù.

— _Talis padronis...._ — direbbe un amico mio che sa il latino — _talis attendentibus...._ Se il padrone è ambizioso, l’attendente porta i polsini e i pantaloni arrangiati, se il padrone è amico di Bacco egli ne diventa addirittura il fratello e si ubbriaca regolarmente tutte le domeniche e le altre feste comandate; se il padrone ama le belle signore, l’attendente, per l’onore del grado, ama le rispettive cameriere.

Tra l’infinita varietà di attendenti ci sono anche quelli che vi fanno la _réclame_ nel vicinato ed in tutti i negozi della città; la _réclame_ però è quasi sempre favorevole. Si stupisce di essere così conosciuti quando lo si desidera così poco.... Un mio antico soldato, un siciliano, si serviva della _réclame_ per farsi dar da bere. Una volta lo mandai da una signora con un mazzo di fiori per il suo onomastico. Riferisco il dialogo testualmente.

— Mi manda il tenente con questo mazzo e tanti augurii.

— Grazie tante.

— Cosa gli devo dire?

— Ditegli che è stato tanto buono a ricordarsi di me....

— Oh! per buono è buono davvero!

— Sì? vi tratta bene?...

L’assassino comincia a sfoderare la litania delle lodi. La signora lo ascolta contenta e gli fa portare da bere, un bicchiere, due bicchieri, tre bicchieri. Quel birbante non la finiva mai; a momenti le vuotava la cantina....

* * *

Bastano due mesi di soggiorno al Reggimento per conoscere tutti gli attendenti; quelli del colonnello si conoscono dalla faccia, quelli dei maggiori dai pantaloni a campana e dal berretto coi pizzi in dentro, quelli dei capitani dai capelli lunghi, quelli dei subalterni dal cinturino nero, perchè non hanno mai il tempo di dargli il bianco. Gli attendenti degli ufficiali superiori e anche quelli dei capitani sono vere autorità, non solo per i loro compagni, ma anche per tutti gli ufficiali.

Possono fare quello che vogliono, nessuno osa toccarli, circa alla tenuta hanno sempre la scusa della scuderia. Quelli dei subalterni.... è un altro paio di maniche....

Comunque sia però, bello o brutto, cretino o intelligente, tutti gli ufficiali amano il loro soldato e ne sono gelosi; guai a chi li tocca! E hanno ragione; l’attendente, meno casi straordinarii, dovrebbe essere dichiarato inviolabile, inquantochè esso rappresenta ancora la razza antica e nobile dei servitori fedeli, devoti sino alla morte, che all’infuori dell’esercito, non esistono più che nei vecchi romanzi e nelle vecchie commedie. L’attendente è l’altra metà dell’ufficiale, la metà più umile, più modesta, quella che non si vede, è la sua Provvidenza, la sua suora di carità, il suo _souffre-douleurs_, il suo angelo custode. E ci sono dei sottotenentini appena promossi che nel primo divampare del loro fuoco sacro li mettono in prigione.... (quelli degli altri però!) Infelici!...

Io chiuderò questa lunga conferenza facendo a me ed a loro questo augurio sincero:

— Possa ognuno di noi trovare nella vita una moglie che possegga le qualità morali del proprio attendente!...

COMPAGNI DI SVENTURA

Quando Beppino Lo-Cicero si affacciò per l’ultima volta sulla porta della cantina, Marietta gli si fece incontro sorridendo, colle mani pienotte sul grembiale di bucato e gli disse:

— È pronto!...

Beppino Lo-Cicero partì come un razzo; sulle scale incontrò Mariani, il caporal maggiore della 5.ª

— Dove vai?

Mariani scosse le spalle; dove voleva che andasse? Era consegnato e il Natale doveva passarselo in quartiere mentre gli amici se la divertivano fuori, dalla bionda dell’_Aquila d’Oro._

— Allora vieni con me — fece Lo-Cicero guardando con compiacenza i suoi galloni nuovi di caporal maggiore, — devo farti una improvvisata.

Mariani lo seguì. Percorsero così cinque o sei camerate sepolte nella semi-oscurità del crepuscolo, ingombre di tavole e di panche sulle quali i soldati avevano fino allora festeggiato il Natale.

Finito il giro Peppino contò le sue reclute; nessuna mancava e tutti lo guardavano con un’aria meravigliata quasi per domandargli: Che cosa c’è di nuovo? Dove ci conduci?

Lo-Cicero che pregustava il trionfo rispose semplicemente:

— Venite con me.

E si avviarono alla cantina.

* * *

Nell’ampio camerone d’entrata, c’era una confusione indescrivibile; un fumo denso di tabacco acre e cattivo misto ad un potente odore di cavoli, ammorbava l’atmosfera. Dietro il banco, lunghissimo e difeso da un reticolato di fil di ferro, Teresa, la bella moglie del cantiniere, imperava come una regina, colle maniche rimboccate fino al gomito, che lasciavano scoperte due braccia stupendamente modellate; la lanterna a petrolio che pendeva dal soffitto annerita dal tempo e dalla fuliggine, gettava sul suo viso, sulle sue braccia, dei lampi rossigni e delle ombre opache, come in certi quadri di scuola fiamminga. Imperava, è la vera parola; poichè al suo terribile occhio nero, continuamente in moto, nulla sfuggiva; pur non cessando di servire al banco ella teneva d’occhio il vecchio cuoco intento alle sue casseruole, Gianni il guercio che serviva i soldati e la vispa Marietta che si aggirava qua e là, imperturbabile contro le paroline dolci e i pizzicotti che le piovevano sulle anche robuste.

Il marito di Teresa stava al banco contando avidamente i denari nel cassetto e seguiva i movimenti della moglie con gli occhietti grigi dove la malizia lottava coll’istupimento alcoolico.

Ma Teresa fremeva; essa aveva veduto col suo occhio di lince il sergente Sironi piegarsi all’orecchio di Marietta e sussurrarle una parola nel collo; aveva veduto Marietta sorridere e piegare la testolina intelligente in segno di assentimento.

Decisamente quei due se la intendevano da un pezzo e un singhiozzo di rabbia l’afferrava alla gola mentre la destra affettava rabbiosamente un salame; quei due se la intendevano; finalmente l’aveva veduto coi proprii occhi l’aristocratico Sironi, l’incorreggibile fumatore di sigarette, il sentimentale marchesino a far la corte ad una serva. Lo aveva veduto, anzi lo vedeva ancora laggiù in fondo al camerone, traverso alla folla dei coscritti; ma in quel momento non poteva far nulla; non poteva dir nulla; le conveniva aspettare e tacere. La sua vendetta sarebbe venuta più tardi, sarebbe venuta!...

* * *

Ad un tratto Marietta si staccò dal sergente Sironi e mosse incontro a Lo-Cicero che si presentava trionfalmente in cantina seguito dai suoi cinque compagni.

— Per di qua, signori, per di qua!...

E li precedette voltando a sinistra per un corridoio oscuro che menava ad una camera appartata. Lo-Cicero, per non far torto al suo carattere intraprendente, si affrettò a cingerle con un braccio la vita ed a stamparle un silenzioso bacio sulla nuca.

Ma Marietta gli era sgusciata di mano come un’anguilla, col suo riso squillante e provocante di biricchina maliziosa ed esperta. Gli altri seguivano Lo-Cicero ancora meravigliati ma sorridenti nell’aspettativa di qualche cosa di piacevole. Marietta aprì la porta della stanza dove cinque candele ardevano sulla tavola sontuosamente apparecchiata.

Fu un «oh!» di stupore ed i cinque convitati guardarono dubitosamente Lo-Cicero per domandargli se veramente quel lusso sibaritico fosse proprio per loro.

Lo-Cicero disse con un mal simulato sorriso di vanità soddisfatta:

— Amici miei, non ci è nulla da meravigliarsi; vi ho invitato a festeggiare meco due cose; il Natale e la mia promozione a caporal maggiore. Non vorrete voi bere una bottiglia alla mia salute?

Cinque destre gli si offersero simultaneamente riconoscenti, un sorriso di soddisfazione illuminò il volto di tutti. Caporal Stoppini, il più burlone della compagnia gli disse a mezza voce:

— Ma, dimmi la verità hai svaligiato qualcheduno?

— A tavola, a tavola! — disse Marietta dileguandosi rapidamente nell’oscurità del corridoio.

Lo-Cicero fu messo a capo tavola per voto unanime: gli altri si accomodarono alla rinfusa, senza distinzione di grado, affratellati tutti dalla vista della tavola piena di ogni grazia di Dio.

— A tavola siamo tutti uguali — diceva Mariani offrendo la sedia a Lorenzetti il volontario della 2.ª E Lorenzetti si accomodò, ringraziandolo collo sguardo; ma era vivamente contrariato; gli sedeva di fronte l’antipatica figura del caporal maggiore Girelli, il suo incubo, quello che gli aveva ritardato, di tre mesi almeno, la promozione a caporale. Alla destra di Lo-Cicero, Di Gennaro, il caporale di contabilità si baloccava intorno ad una scatola di sardine che non riusciva ad aprire; Stoppini sedeva in faccia all’anfitrione, col berretto sulle ventiquattro e il musetto appuntato di faina in agguato.

L’antipasto sparì in un batter d’occhio fra gli applausi dei convitati. Decisamente Lo-Cicero faceva le cose alla grande, e non stava a lesinare sul centesimo. Peppino, rosso dalla gioia si schermiva debolmente.

— Oh! ma vi pare!... Bevete piuttosto!...

— Alla salute del nostro caporal maggiore! — fece Lorenzetti alzando il bicchiere.

Ma in quella Marietta comparve sulla soglia dell’uscio sorridente, con un gran piatto di maccheroni fumanti tra le mani.

— Alla baionetta! — urlò Stoppini brandendo la forchetta minacciosamente.

Fu un assalto in piena regola. Lo-Cicero volle servirsi l’ultimo anche per aver tempo di sciorinare la sua brava dichiarazione alla servotta dalle anche procaci. E mentre gli altri tuffavano il naso nel vapore pregno d’aromi esalante dai piatti ricolmi, egli riannodava una conversazione forse interotta fin dal giorno prima, coll’adorabile ma superba cameriera.

— Dunque non ne vuoi proprio sapere?

— Lo-Cicero voi scherzate.

— Te lo dico sul serio, pure lo sai che ti amo!

— Queste cose dovete dirle a quella scimmia dell’_Aquila d’Oro_, dovete dirle, non a me che vi conosco da un pezzo.

E così dicendo Marietta, colla scusa di ritirargli il piatto dinanzi, gli sfiorava i capelli colla mano pienotta.

Mariani però — benchè intento ad ingollare delle prodigiose forchette di maccheroni — stava colle orecchie tese e non aveva perduto una parola del dialogo.

Anche lui poteva vantare delle pretensioni all’amore della bionda Marietta, tanto è vero che una volta le aveva persin regalato un fazzoletto di seta a scacchi rossi e neri.

Dunque Lo-Cicero era evidentemente un intruso; dunque colla scusa della cena egli cercava di rubargli l’amorosa. Questo pensiero gli mandava per traverso i maccheroni ingollati colla sua insaziabile voracità.

— Ah! ah! era dunque una sfida quella? Ebbene si sarebbe veduto alla chiusa dei conti, si sarebbe veduto.

Allora il duello incominciò, sordo dapprima, poi a poco a poco più palese per disputarsi le grazie della bionda tiranna: naturalmente tutti se ne accorsero e si formarono due partiti.

Anche Marietta se ne accorse e colla tattica prudente che adoperano le donne in simili casi, dispensava sguardi e sorrisi ai due combattenti con lodevole imparzialità.

Mariani però perdeva terreno: che cosa era mai un fazzoletto di seta di fronte all’anello d’oro che Lo-Cicero faceva scintillare dinanzi agli sguardi cupidi della robusta servotta?

Perdeva terreno e si sfogava a bere e a fare dello spirito agro-dolce che non riusciva a strappare l’ombra di un sorriso nemmeno ai commensali del suo partito. La cena volgeva al suo termine, si era alle frutta e Peppino, a cui premeva di concludere qualche cosa, aveva ordinato due bottiglie di _Barbera_.

— E due per conto mio — urlò Mariani, già mezzo in _cimbalis_.

Si impegnò una discussione vivace. Lo-Cicero protestava altamente: era o non era lui che aveva invitato?

Dunque le spese e gli onori della serata doveva farli lui.

Mariani non volle saperne; il diapason della discussione si innalzò rapidamente malgrado gli sforzi di Lorenzetti che cercava di condurla sopra un terreno più ragionevole.

In breve anzi essa cangiò natura: non si trattava più di sapere chi dei due doveva pagar le bottiglie, ma l’astio invidioso di Mariani aveva tratto in ballo alcuni vecchi rancori da lungo tempo sopiti. E come il vino e l’amore lavoravano non poco in quei cervelli esaltati, non ci volle molto a passare dalle ingiurie alle minaccie e da queste alle vie di fatto.

In un batter d’occhio la tavola fu sparecchiata; piatti, bottiglie, bicchieri, volarono per l’aria e si ruppero sui muri con un fracasso assordante; all’improvviso la camera fu piena di gente, e i litiganti separati da un’ondata di soldati, sentirono la voce nasale del furiere portalettere che dava l’_attenti_ e quella ben nota del tenente Rinaldi che diceva pacatamente al sergente di ispezione:

— Mi metta bravamente in prigione questi due belligeranti e mi faccia sgombrar la cantina....

* * *

Nella prigione di rigore Lo-Cicero e Mariani rimasero soli con un freddo che tagliava le orecchie senza nemmeno potersi vedere in quel buio fitto. Ad un tratto trasalirono; avevano udito nel corridoio il bisbigliare sommesso di due persone. Mariani corse a metter l’orecchio al buco della serratura e Lo-Cicero si arrampicò nell’inferriata spingendo lo sguardo nella semioscurità del corridoio. Due ombre nere si avanzavano, una alta e lunga, l’altra piccola e rotonda. Mariani non vedeva nulla, ma aveva riconosciuto il passo di Marietta, le ombre si avvicinavano sul muro dirimpetto.

— Fai piano per carità!... — disse una voce femminile che fece sussultare i due rivali prigionieri.

— Sì amor mio, — rispose una voce maschile dalla spiccata inflessione sarda.

Successe un momento di silenzio, poi le due ombre passarono silenziosamente abbracciate nel corridoio sotto gli occhi stupefatti di Lo-Cicero e si dileguarono.

Lo-Cicero scese dall’inferriata ed accese un fiammifero.

I due rivali si guardarono in faccia.

— Hai visto?

— No, ma ho sentito.

— Il sergente Sironi!...

— Con Marietta!...

— Siam suonati per benino!...

— Chi l’avrebbe detto: eh! Quella.... casta Susanna!...

E i due compagni di sventura si strinsero sorridendo la mano e si sdraiarono sul tavolaccio mettendo in comune la sconfitta toccata e le proprie coperte.

PICCHETTO ARMATO

(IMPRESSIONI DEL PRIMO MAGGIO).

I miei 40 uomini sono pronti: metto il kepì colla copertina bianca, sguaino la sciabola, mi aggancio la mantellina.

_ — Fianco-destr-march!_