La vita nell'esercito

Part 6

Chapter 63,631 wordsPublic domain

Fu un urlo immenso che tutte le valli ripercossero a lungo, poi la densa linea si precipitò dalle alture come un torrente umano, sfrenatamente. Nessuno vedeva più nulla, nessuno sentiva più nulla all’infuori di un gran bisogno di correre, di gridare.

_Alt!_ squillarono le trombe.

ALT! gridarono gli ufficiali.

_Zaini a terra!_

La battaglia era finita: il sole saliva trionfalmente sulla cima del Chaberton in tutto il suo splendore.

_Bousson, 8 luglio 189..._

PRIMA GUARDIA

(RICORDI DI UN VOLONTARIO).

Montai la prima guardia con un entusiasmo grande; a diciassette anni, anche essendo soldati, si è ancora ragazzi; ogni più semplice atto della vita acquista un’importanza enorme: l’esistenza ha ancora tanti misteri a diciassette anni! Avevo perduto mezz’ora a lustrare la giberna, i bottoni di stagno del cappotto avevano bagliori d’argento; la stella del kepy scintillava al sole come un disco luminoso; se avessi dovuto correre dall’Elvira non avrei curato maggiormente la mia tenuta.

Ero inappuntabile.

In camerata, dopo il secondo rancio, lucidando coll’osso il cinturino bianchissimo, riandavo colla mente i varii paragrafi del servizio territoriale circa i doveri della sentinella.

Sono tanti, mio Dio, quei benedetti doveri!...

Catapano, vicino a me, disse togliendo il fucile dalla rastrelliera:

— Stassera c’è la guardia al morto.

— Che morto?

— Come che morto? Se tutto il quartiere lo sa a quest’ora!?

Io lo guardava meravigliato; non sapevo nulla io.

Allora Catapane mi raccontò che al mattino, mentre la truppa era in piazza d’armi, il furiere maggiore Giacometti si era ucciso con un colpo di carabina al cuore.

— Giacometti! Quel bel giovane alto dai baffi biondi promosso alla fine del mese?

— Precisamente. Figurati io era di ramazza e scopavo le scale della maggiorità; ad un tratto dal corridoio piccolo, che è a destra del Comando, parte un colpo di fucile. Cosa è? Cosa non è? In un momento il corridoio è pieno di gente; scritturali, piantoni, furieri, persino l’Aiutante maggiore in prima, si precipitano nel corridoio; non c’era nulla; soltanto mentre tutte le altre porte erano spalancate, quella di Giacometti era chiusa per di dentro. Il colpo era partito di là. Violini, il furiere maggiore del 3º battaglione, si precipita sulla porta chiamando angosciosamente:

— Giacometti!... Giacometti!... Giulio!...

Ma la porta era chiusa a chiave e Giacometti non rispondeva; soltanto mettendo l’orecchio al buco della serratura si sentiva un rantolare confuso, un balbettìo inintelligibile, poi più nulla.

L’aiutante maggioro mi disse:

— Andate a chiamare l’armaiuolo. — Piantai la scopa in un angolo e feci gli scalini a quattro per volta: in cortile trovai l’ufficiale di picchetto sbalordito che non sapeva dove andare, impressionato di quel colpo di cui ignorava la causa.

— È sopra.... alla Maggiorità — gli dissi — il furier maggiore si è _sparato_.

E scappai dall’armaiuolo.

Quando tornammo su, non si aveva più bisogno di lui; la porta era stata aperta non so come, e la camera del povero Giacometti era piena di gente. Lui giaceva sul letto pallidissimo, coi grandi occhi celesti spalancati che pareva guardassero verso la porta; gli avevano levata la giubba di tela e il corpetto di lana; sul petto bianchissimo, in vicinanza del cuore, un buco nero, largo così e qualche gocciola di sangue nerastro; io lo vidi appena un momento e scappai subito; mi fece un’impressione così forte che non potei più parlare.

Sulle scale, mentre riprendevo la scopa, vidi il capitano medico che saliva affannosamente trascinando la sua pancia enorme.

— Dov’è? — mi disse.

— È là — e gli insegnai la strada.

Naturalmente il dottore arrivò tardi, il povero Giacometti era proprio morto; il cuore e il polso non battevano più; vicino al letto, in un angolo, c’era il fucile di cui si era servito, il fucile di Rodelli, l’appuntato del colonnello; lo aveva caricato, se l’era puntato al cuore, e aveva tirato il grilletto col pollice del piede destro, appositamente scalzato.

— Ma.... e il motivo? — domandai io vivamente impressionato.

— Hum!... chi ne sa niente?!... Naturalmente, dopo entrato il medico, mi hanno chiuso bravamente la porta sul muso e buona notte ai suonatori. Questo però ti dico: che questa notte bisognerà montargli la guardia. Hai paura tu?

— Paura? — E lo guardai negli occhi ferocemente: quello sguardo voleva dire: son volontario e tanto basta!

Catapane riprese, caricando tranquillamente la pipa:

— Tant’è preferirei vegliare un vivo e magari due; alle volte.... non si sa mai.... se ne raccontano tante!....

* * *

Appena montai la guardia fui messo di sentinella alla porta del quartiere; quelle due ore passarono in un momento; erano le migliori del resto. I soldati uscivano a frotte, passando davanti all’ufficiale di picchetto che li guardava da capo a piedi col suo sorriso maliziosamente bonario; uscivano i coscritti, con i grandi berretti calati sulle orecchie, infagottati nel cappotto enorme, nei pantaloni lunghissimi, ricadenti in brutte pieghe sulle uose di tela crude. Tramezzo a loro, per deludere la vigilanza dell’ufficiale, gli anziani col kepy sulle ventiquattro e le scarpe a punta, sporgenti dalla larga campana dei pantaloni _arrangiati_, sgattaiolavano lesti lesti, facendo dei saluti straordinarii che tradivano la grande paura di essere rimandati indietro.

Una volta sulla strada respiravano tutti a pieni polmoni come liberati da un incubo e inchinavano di più il kepy allungando il passo, colla sinistra fieramente posata sulla impugnatura della sciabola. Al passaggio le comari sulle porte delle botteghe sorridevano; tutta quella gioventù era come un’ondata di vita che si riversava nelle strade del paese, nelle osterie, nei caffè, nelle piazze, spandendo dovunque un giocondo rumore di risa, un fremito allegro di giovinezza. Dalla piazza del mercato la fiumana si rompeva in cento rigagnoli; si divideva in cento piccoli gruppi; i coscritti però si fermavano sempre dinnanzi ai baracconi dei saltimbanchi e rimanevano lì per delle ore a bocca spalancata dinanzi ai cartelloni, coll’aria stupefatta e mansueta di bestie buone: di tratto in tratto qualcuno avventurava due soldi ed entrava dentro.

Io li vedevo uscire col berretto indietro e l’aria trionfante, e vedevo sul balcone a sinistra i due eleganti profili delle signorine Galli, le figlie del tenente colonnello che mi perseguitavano nei sogni, quantunque in realtà non sapessero nemmeno che esistessi. Appoggiato al fucile, colla sciabola-baionetta innestata che luccicava al bel sole morente, non avrei dato la mia garetta per tutto l’oro del mondo. Sentivo di essere qualche cosa, come se la fiducia di tutto l’Esercito riposasse sopra di me, come se la responsabilità di tutto il quartiere gravasse sulle mie spalle.

Quelle due ore passarono in un lampo; poi mi dettero il cambio e mi misero in rango per la ritirata. Dopo la _disunione,_ mentre mi riscaldavo intorno alla stufa, Processi entrò nel corpo di guardia bestemmiando, mise il fucile sulla rastrelliera e si venne a cacciare in mezzo a noi, ancora pallido, borbottando:

— Io la guardia al morto non la monto più!...

— Toh! e perchè? — gli dissi io....

Ma Processi si rinchiuse in un mutismo feroce; era ancora livido e aveva lo sguardo spaventato.... e gli altri gli davano la baia con una preoccupazione segreta, cercando di indovinare ciò che aveva veduto.

A mezzanotte toccò a me; salimmo col caporale le scale quasi buie della Maggiorità coll’armi al braccio e infilammo il corridoio; la stanza di Giacometti era aperta e gettava sulla parete di fronte un rettangolo di luce di un rosso smorto: un altro lumicino ardeva sulla parete del Comando, allungando smisuratamente le ombre: regnava un silenzio di tomba. Il caporale mi piantò sull’attenti vicino a Pieroni che smontava e mi ripetè la consegna; poi se ne andarono tutti e due mentre un’eco sonora e lugubre accompagnava i loro passi.

Io rimasi solo.

Quello che provai non lo so descrivere. Sulle prime mi appoggiai al muro e non ebbi il coraggio di guardare nella camera: il rettangolo di luce rossiccia era interrotto da un’ombra confusa, il cui contorno non si capiva bene; ma ogni tanto nel tremolare della fiammella, delle ombre nuove si allungavano minacciosamente, si confondevano alla mia come se la volessero abbracciare.

Pure, malgrado il malessere, una curiosità intensa mi tentava; cominciai a voltare la testa timidamente, a fissare i cavalletti del letto, l’angolo illuminato della camera.

A poco a poco il coraggio mi tornava, la curiosità incalzava. Come un senso grande di pietà mi prendeva per quel bel giovane morto, per quel vinto dell’esistenza che giaceva lì vicino a me, mentre il giorno avanti era pieno di vita, pieno di vigore. E lo guardai.

Aveva ancora il petto scoperto, ed un buco rotondo vicino al cuore, che faceva spiccare la candidezza immacolata della pelle; ma i grandi occhi celesti erano chiusi per sempre e il capo biondo si sprofondava sul guanciale colla pesantezza inanimata del sonno eterno. Povero giovane!... Povero giovane!...

Avevo già mosso un passo nella stanza; la morte ha un terribile fascino; io mi sentivo invincibilmente attirato verso il letto; non mi pareva possibile che fosse morto; forse dormiva. Certi rapidi passaggi d’ombre davano di tanto in tanto al suo viso pallido un’espressione di vita che mi faceva impallidire; pure mi avanzai ancora, furtivamente, come un ladro, spinto dalla curiosità morbosa del fanciullo che vuol tutto vedere, che vuol tutto sapere.

Smoccolai la lucerna che faceva il fungo e subitamente una luce più chiara illuminò il pallore marmoreo di quel volto dalle linee pure. Pensavo alla sua povera mamma, alle sue povere sorelle; nella parete di destra, in una cornice di legno dorato, c’era una fotografia grande, un gruppo di famiglia dove campeggiava la sua figura. Povero giovane, povero giovane!...

Perchè si era dunque ucciso?... Io vedeva la disperazione grande di quella povera vecchietta, che somigliava tanto a mia madre, e un singhiozzo mi montava alla gola dolorosamente: mi pareva che tutti quei ritratti mi guardassero, mi parlassero sommessamente con delle lagrime negli occhi, con delle lagrime nella voce. Era come un coro di voci lontane terminante in una domanda triste:

— Perchè? perchè?...

Non un indizio, non una traccia. Giacometti era un bravo giovane, regolato nei suoi affari, stimato ed amato da tutti; nella cameretta modesta regnava un’aura di pace, un ordine di giovanotto beneducato, dalle abitudini tranquille. Il segreto era là, in quella testa marmorea, dal profilo di cammeo antico, in quelle labbra scolorite atteggiate ad un triste sorriso. Nell’anulare della mano sinistra gli luccicava un piccolo cerchietto d’oro; un ricordo di sua madre forse.... Allora si era ucciso per amore, uno di quelli amori giganti, impossibili, che spezzano un’esistenza. Qual’era la Dea?... Non un ritratto di donna appeso al muro, non una lettera nello scrittoio. Io mi perdeva in congetture e fissavo intensamonte il povero Giulio interrogandolo collo sguardo. Però ad un tratto vidi qualche cosa di oscuro che spiccava fra il bianco del capezzale e il bianco del lenzuolo; una sottile striscia nera filettata d’oro. Guardai meglio; era un ritratto di grande formato, uscente di sotto il guanciale.

L’enimma era lì.

Io non seppi vincere la curiosità; quel segreto non mi apparteneva; il povero morto avrebbe voluto portarlo seco, seppellirlo nella tomba: ma anche il pensiero mi venne che all’indomani quella fotografia sarebbe caduta in mano di tutti, e pensai di far bene a sottrarla agli sguardi curiosi degli indifferenti. La presi e la guardai...; il sangue mi diede un tuffo, il cuore ebbe un balzo violento e il ritratto fu lì per cadermi di mano. Era lei, la bellissima Maria Galli; la figlia del tenente colonnello colla sua testina greca, col suo sorriso divino....

Dei passi si avvicinarono alle scale; mi misi in tasca il ritratto e baciai il morto sulla fronte pallida.

— Va povero Giulio; hai amato come un poeta, e nessuno ti seppe comprendere!... Mi parve che dalle sue labbra uscisse un soffio, che il morto mi mormorasse all’orecchio con un fil di voce:

— Grazie fratello!

FISIOLOGIA DELL’ATTENDENTE

(CONFERENZA).

Avete mai pensato, o signori, allo straordinario sviluppo che avrebbe la letteratura militare amena, se tutti gli attendenti fossero al caso di scrivere abbastanza correntemente le memorie dei loro due anni e mezzo di servizio?... Avete mai pensato, lettori amatissimi, che ricchezza di materiale novellistico e romantico salterebbe fuori a risanguare il romanzo e la novella italiana morenti d’anemia tra i robbivecchi del passato e i robbivecchi del presente?

Dio de’ Dei! io fremo al pensare a tutte le scenette umoristiche, serie, semiserie, drammatiche, melodrammatiche e anche tragiche che salterebbero fuori da tutte quelle memorie autobiografiche. Le segrete debolezze del sesso forte (tanto più forte poi perchè è armato), le ignorate energie del sesso debole, tutto ciò che non si osa dire nè scrivere in pubblico, anche nei romanzi più veristi, apparirebbe alla luce del sole, svelato da questi fedeli e discreti rappresentanti della servitù militare. Altro che le _Militaresse_ della signora Giannini!... Altro che le _Miserie de Monsù Travet_!... Altro che i _Nostri intimi_!...

Da tutto questo materiale organico di documenti umani, un attendente di genio, uno Zola in cappotto e kepy, tirerebbe fuori, ne son certo, un altro ciclo di romanzi scientifico-sociali, appetto ai quali quelli dello Zola autentico potrebbero andarsi a nascondere.

A proposito; una cosa che mi stupisce: Zola che ha ormai toccato tutti i soggetti che possono dar materia di romanzi, Zola che ha studiato tutti gli ambienti, vivendoci dentro, constatando de visu, raccogliendo sul luogo i documenti umani, non ha ancora pensato di riprodurre l’ambiente della caserma. Quando ci si volesse decidere e desiderasse di _provare_, gli offro io un posto di attendente a rischio di essere tramandato ai posteri nella poco piacevole compagnia di Lantier, di Coupeau o di Jésus Christ.

Ma riprendo il filo dell’argomentazione.

Gli attendenti, ecco i novellieri, i romanzieri, gli artisti dell’avvenire!... Ecco perchè io grido ai legislatori con tutta la forza dei miei polmoni: Istruite gli attendenti, o signori! Insegnate loro a leggere e a scrivere, avvegnachè essi sono i veri depositari dei migliori documenti umani, essi che hanno viste tante cose e che hanno saputo non vederne tante altre, essi che colla loro inconscia e rozza filosofia hanno immagazzinato tesori di osservazione sapiente; essi che hanno saputo accoppiare al nobile mestiere delle armi, quelli non meno nobili di lavapiatti, lustrascarpe, galoppino, bambinaio, ccc., essi che tornano nelle loro campagne la mente piena di utili cognizioni e che potranno insegnare ai loro compaesani ignoranti a che cosa serve la senapa nelle bistecche, le nova sbattute nel caffè prese al mattino, e il modo infallibile di liberarsi dei creditori!... Essi che....

Ma a questo punto mi coglie la saggia riflessione, che se gli attendenti fossero istruiti sarebbero subito presi dalla malsana ambizione di essere caporali e sciuperebbero inutilmente il tempo sui tavoli della Maggiorità o su quelli di una fureria qualsivoglia.

Dunque, aspettando che uno di essi scriva la _Fisiologia dell’Ufficiale_, io mi provo a scrivere la _Fisiologia dell’Attendente_. Degnatemi, o signori, d’una benigna attenzione.

* * *

Che l’attendente sia un personaggio ormai consegnato alla storia, non c’è nemmeno da metterlo in dubbio. Anche l’arte si è impadronita di lui e lo ha fissato nelle sue pagine immortali. L’_Ordinanza_ di De-Amicis, che gira per le mani di cinquecento e più mila lettori, e l’Ordinanza di Testoni che gira trionfalmente su tutti i palcoscenici d’Italia, informino. Non parlo delle farse, prima fra tutte _La Consegna è di russare_, in cui l’attendente è un personaggio di primaria importanza. Epperò, potrebbe reputarsi inconsulta vanità, quella di parlare dell’attendente, ordinanza, trabante o confidente che dir si voglia, dopo quanto ne ha scritto l’illustre De-Amicis che è il fondatore della letteratura militare amena in Italia. Se non che io mi propongo di fare in via più generale, quello che egli ha fatto per un attendente solo, io mi propongo uno studio sistematico e non già un bozzetto sentimentale! Chiedo dunque venia ai cortesi uditori ed incomincio.

Attendente viene da attendere; ordinanza viene da ordine; confidente viene da confidenza; trabante viene.... francamente io non so da che cosa venga; certo viene da.... soldato semplice.

Di questi quattro appellativi il primo è, a parere mio, il più giusto; se non esistesse bisognerebbe crearlo apposta. Difatti la più grande delle sue attribuzioni è quella di attendere, di aspettare: io non ho mai conosciuto al mondo un uomo che aspetti di più dell’attendente: egli aspetta sempre; aspetta che il padrone si svegli, che la padrona si alzi, che i bambini mangino il caffè e latte prima di accompagnarli a scuola; aspetta il padrone un po’ dappertutto; al caffè per dargli la chiave di casa, in quartiere per dargli il berretto o per tenergli il cavallo; per la strada o sulla porta del teatro per dargli l’impermeabile se piove; egli è una specie di Padre Eterno, che deve trovarsi in cielo, in terra ed in ogni luogo.... Gli altri appellativi non mi sembrano del pari appropriati. Lasciando andare il _trabante_ che è voce dialettale, originata da chi sa quale orribile barbarismo, le altre due _ordinanza_ e _confidente_, offrono il fianco, anzi tutti e due i fianchi alla critica. Difatti _ordinanza_ vuol dire uomo d’ordine; ora, domando io, come si fa a chiamare uomo d’ordine uno sciagurato che vi mette il formaggio grattato vicino al lucido delle scarpe, e le ciabatte sulle camicie stirate?

Dunque _ordinanza_ no; _confidente_ nemmeno; la parola ha un significato troppo assoluto; che egli conosca a perfezione gli affari, i gusti, le abitudini del proprio padrone, sta bene, ma che ne sia proprio il confidente.... eh via! mi pare un po’ troppo.... Come si fa per esempio a dirgli:

— Di’ Bastiano! ho un lontano sospetto che mia moglie.... col tenente tale.... mi faccia.... hai capito? Cosa ne dici?

Oppure:

— Testadura, mi è venuta un’idea....

— Quale signor capitano?

— Se mi giuocassi al _nove i fondi di Compagnia?_

Vi pare?

Dunque non ci sono più dubbi; la parola vera è attendente; e chiarito questo primo punto andiamo avanti.

Gli attendenti si dividono nello stesso numero di categorie degli ufficiali. Ci sono perciò gli attendenti-subalterni, gli attendenti-capitani, gli attendenti-superiori e gli attendenti-generali.

Questi ultimi essendo personaggi di così alta importanza, che sfuggono alla mia giurisdizione, limiterò il mio studio fino agli attendenti-superiori che sono appunto gli attendenti reggimentali.

Per chi non lo sapesse il reclutamento degli attendenti si fa in questa maniera:

Appena arrivati i _coscritti_ al Reggimento, la Maggiorità fa lo spoglio delle professioni; la maggioranza è costituita dai contadini, che dopo tutto, sono sempre i migliori soldati; nella minoranza si trovano invece calzolai, sarti, fabbri-ferrai, falegnami, barbieri, panettieri, cuochi, sguatteri, musicanti, ecc. ecc.

Il colonnello, che è ammogliato ed ha appunto bisogno d’un cuoco, si rivolge all’aiutante maggiore in 1ª.

— Dica, capitano, non ci sarebbe, per caso, un cuoco per me?

— Sissignore; quest’anno ne abbiamo avuti cinque.

— Sta bene; mi tenga d’occhio il migliore che lo prenderò appena abbia ultimato l’istruzione delle reclute.

Vengono chiamati i cinque cuochi all’ufficio Maggiorità al _redde rationem._

— Voi dove facevate il cuoco?

— A Roma, al _Caffè del Parlamento._

— Ah! ma.... eravate proprio cuoco o sguattero?

— Cuoco, signor capitano — risponde l’altro con un tono di dignità offesa....

— Benone; fate allora un passo a destra. Voi?

— Cuoco, signor capitano.

— Dove? in che paese? in che albergo?

— A Frosinone, all’osteria dei _Tre Re_.

— Ho capito; un passo a destra. E voi?

— Io, _signure capitane facive lu coche a Potenze_.

— Basta, non ne parliamo più; un passo a destra. E voi?

— _Er coco!_ — risponde con una faccia granitica l’interrogato.

— Che cosa sapete fare?

— _So’ fa’ n po’ de’ tutto; le frittelle e li bignè pe’ S. Giuseppe, li polli a la cacciatora, li carciofoli alla giudia_.

— Bravo, per Dio! un passo a destra.

Rimane l’ultimo; un povero diavolo stremenzito, affogato nel cappotto, sepolto nel berretto, con una vocina da donna.

— Di che paese siete?

— _Mi sun de Milaan...._

— Sapete fare il risotto?

Di sotto l’enorme visiera del berretto si indovina un sorriso.

— _Alter chè!..._

— E le costolette?

— _Alter chè!..._

— Dove servivate?

— _Mi s’eri al Cova...._

— Bene, voi e quello lì (indicando il primo di destra) verrete quest’oggi a casa mia a fare un esperimento delle vostre abilità culinarie; voi mi farete il risotto; (l’uomo della visiera sorride) e voi?

Il cuoco del _Caffè del Parlamento_ si avanza con un’aria di maggiordomo e dice pacatamente:

— Bisognerà vedere che cosa ci sarà di disponibile in cucina.

L’aiutante maggiore rimane soggiogato da tanto buon senso.

— Sicuro, non ci avevo pensato. Allora vi dò carta bianca; andate in mercato, comperate, cucinate e poi mi darete la nota. Avete capito?

— Sissignore.

I cinque cuochi sono congedati.

Alla sera verso le sette, l’aiutante maggiore torna a casa, seccatissimo di avere dovuto lavorare tutto il giorno come un’anima dannata per il progetto di mobilitazione, dimentico dei cuochi, del risotto, del _Caffè del Parlamento_, preoccupato del suo cavallo _Martino_, che ha preso il ticchio. Appena entrato trova la cucina piena di gente, di soldati in grembiale; un calore ardente lo assale alla faccia, un potente profumo di tartufi gli monta alle nari.

— Cosa diavolo c’è?

D’improvviso gli tornano in mente gli ordini dati così alla leggiera al cuoco del _Caffè del Parlamento._

— Sono rovinato! — esclama, mettendosi le mani nei capelli. Tuttavia va avanti, entra in camera sua, butta il berretto e la mantellina sul letto. Un gran chiarore esce dalla stanza aperta del salottino.

— Diamine! che ci sia gente? Martino! Martino!

Si presenta il cuoco del _Caffè del Parlamento_, colla giubba abbagliante di bianchezza, il grembiale più bianco della giubba, il berretto di tela più bianco del grembiale.

— Il signore è servito!...

E accenna colla mano la porta del salotto....

Il capitano si passa una mano sugli occhi credendo di sognare; entra nel salotto sfarzosamente illuminato da quattro doppieri e vede una tavola sontuosamente preparata come per la cena d’un principe del sangue; un mazzo di fiori è nel mezzo; dai lati trionfi di frutta, pere enormi, uva, pesche di una grossezza inverosimile, ananassi, datteri, fragole....

— Oh! povero me! — esclama il povero capitano, che tra le altre qualità ha anche quella invidiabile dell’economia....

E si lascia cadere di peso sulla poltrona. Il cuoco è sparito.

Dinanzi a lui, appoggiato a una bottiglia pompeggia a caratteri d’oro il _menù_; l’infelice capitano vi getta sopra lo sguardo e non può trattenere un grido di spavento:

— Sono assassinato! — urla.

E legge: _Potage à la Reine — Risotto alla Milanese — Filet de Boef à la Financière — Artichauts Suisses à la Bernoise — Saumon à la majonnaise — Perdrix aux Truffes — Pâtè d’oie de Strasbourg — Salade-Russe Punch à la Romaine. — Dessert_.

_VINI. Moscato di Canelli — Pomino vecchio — Chateau-Laffitte del 1830 — Vieux-Perigordin — Champagne Veuve Cliquot 1845 — Cafè — Cognac — Chartreuse._

Il malcapitato è di un balzo in cucina col _menù_ alla mano: