Part 5
— E perchè?
— _Co’ stu tiempo chi ha da venì? Li lupi?_
— Non importa, è prescritto, — rispondeva Catapane inflessibile in fatto di servizio.
— _Col capural La Pietra quann’è stu tiempo nun se monta...._
— E con me si monta invece.
Pippo Mauri abbassò la testa e continuò a lavorare. Ma Gennaro Lo Fascio sospese a mezzo la sbracciata per dire:
— _E io aggi’ annà a Exilles a chiamà lu dottore? Co’ ssa neve nun s’azzecca chiù à strada...._
Catapane rimase pensieroso e contrariato: la nevicata non accennava a diminuire.
— Finiamo di sgomberare la piazzuola, poi vedremo.
Come la piazzuola fu sgombra Pippo Mauri montò in fazione e Lo Fascio e Catapane andarono intorno alla branda di Rosario Esposito che aveva aperto gli occhi e teneva la bocca spalancata per l’arsura delle fauci. Era irriconoscibile, tutto il volto ed il collo macchiato di piccole chiazze violacee, striate di sottilissime vene sanguigne.
— _Come stai Rosà?_
Rosario scuoteva la testa disperatamente, compassionevole a vedersi, con le labbra gonfie e quasi tumefatte.
— _Vôi bbeve?_ — Domandò Lo Fascio.
Rosario accennò di sì colla testa. Dopo che gli ebbero dato da bere, Lo Fascio chiamò in disparte Catapane e gli disse:
— _Mamma mia! E chillo se more!_
— Bisogna chiamare il medico subito, subito!
— _E come se fa?_ — rispose Lo Fascio accennando con un gesto largo la vallata dove la neve continuava a cadere.
— Bisogna provare, Lo Fascio; volete lasciar morire così un povero cristiano, un vostro compagno?
— _Va bbene, io ce prove!..._
Si legò le racchette alle scarpe, prese un bastone, il cappuccio e partì....
Caporale Catapane ritornò vicino all’ammalato che spasimava ora nell’atroce martirio di una sete inestinguibile ed emetteva un lamento infantile, continuato, doloroso, inframmezzato di tanto in tanto da qualche invocazione alla santa protettrice di Lauricella.
— _Sant’Agata mia, aiutateme! Sant’Agata mia si me guarisce t’accènno vinte cannele ’e quattro libbre! Mamma mia, me moro!_
Caporale Catapane non sapeva come venirgli in aiuto; di già sentiva di aver commesso un’imprudenza a lasciar partire solo Lo Fascio con quel tempo orribile: avrebbe trovato la strada praticabile fino a Exilles, o avrebbe dovuto tornare indietro? Eppoi se anche fosse giunto a Exilles (e non vi poteva giungere prima di sera) il medico si sarebbe arrischiato per quella strada pericolosa sempre, inaccessibile addirittura ora con tutta quella neve? C’era da dubitarne.
Tuttavia sperava che almeno Lo Fascio giungesse ad Exilles per testimoniare, se non altro, che il suo dovere di caporale e di buon cristiano l’aveva fatto.
Intanto ebbe un’idea. Calmare la febbre di Rosario mettendogli della neve sulla testa. I dottori all’ospedale non adoperavano le vesciche piene di ghiaccio?
Dunque?.... Prese un asciugatoio e andò a riempirlo di neve che ebbe cura di premere colle mani perchè pigliasse una certa consistenza: poi annodando le cocche ne fece come una specie di guanciale su cui posò delicatamente la testa del malato; la neve si liquefaceva subito, correva per la branda a rigagnoli, bagnando le membra di Rosario che scottavano.
— Ti senti meglio?
— _Nu’ poche_. Grazie!
Quando l’azione frigida della neve ebbe calmato alquanto la violenza della febbre, Rosario si sollevò sopra un gomito e sbarrò gli occhi in faccia a Catapane.
— _Capurà io saccio che moro prima de notte...._
— Ma no. Che idee! Stai tranquillo, dormi, — rispondeva caporal Catapane tentando di sorridere, ma sentendo che qualcosa di tragico si avvicinava.
Allora Rosario Esposito, a parole interrotte gli disse tutto il suo breve romanzo con Carmenella, la sorella del curato del suo paese, e gli raccomandò il suo bambino che era insieme colla madre a Mezzobosco. E poi si fece giurare il più grande segreto su quanto stava per dire e gli domandò se voleva incaricarsi di eseguire il suo testamento.
— Il tuo testamento? — domandò Catapane meravigliato.
— Sì, una cassetta con mille ducati d’argento, che si trova sotterrata alla profondità di due metri dal suolo alla macchia della Ferrata, nella spianata centrale, sotto la terza quercia a sinistra segnata da una croce e da una cifra: _D_. Per mio figlio! — disse con voce fioca.
Catapane pensava che delirasse: ma Rosario aveva lo sguardo limpido e fermo, la voce debole ma sicura.
— Ce l’aveva nascosto mio padre quando era al servizio della baronessa Di Castro: per la paura del brigantaggio tutti sotterravano e nascondevano i loro averi: la baronessa li aveva divisi in varie cassette di ferro e li fece nascondere un po’ dappertutto.
«Ma ella era vecchia e sola: durante la rivoluzione la trovarono scannata nel suo castello e mio padre rimase possessore del segreto che rivelò soltanto a me come al maggiore della famiglia....
Aveva parlato molto e la fatica lo aveva prostrato: cadde in una specie di letargo.
Era mezzogiorno: dalla piazzuola della batteria Pippo Mauri chiamava il caporale.
Catapane si ricordò che non aveva il diritto di tenerlo tutto il giorno in sentinella e che nessuno aveva preparato il rancio. E andò a levarlo di fazione.
— Come sta? — disse Pippo Mauri entrando, accennando al malato il cui volto diventava sempre più nero.
— Sta male, molto male!
— _Povero Rosario! se more?_
— Ho paura che non arrivi a sta sera....
— _Che male sarà?_
— Temo che sia tifo.
— _Mamma mia!..._
E corse a riscaldarsi alla stufa sbocconcellando avidamente un quarto di pane. A un tratto domandò:
— _E Gennaro Lo Fascio?_
— È andato a Exilles per il medico.
— _Se fosse perduta la strada?_
— Speriamo di no.
— _Embè, ma nun se magna, oggi?_
— Fate il rancio voi, io non mangio per adesso.
Pippo Mauri mise sul fuoco una gavetta piena d’acqua con un pezzo di carne cruda e un pizzico di sale e si sdraiò sulla panca aspettando che l’acqua bollisse.
— _Capurà, nevica sempre?_
— Sì.
— _Mannaggia l’arema ’e San Gennaro! E quando fernisce?_
— Chi lo sa? — Rispose Catapane pensando a Gennaro Lo Fascio. Poi come il rancio fu fatto, si decise anch’egli per qualche cucchiaiata di brodo bollente e sbocconcellarono insieme la razione di carne guardando di sottecchi il malato che non si muoveva.
La giornata passò tristamente così, accanto al letto del moribondo. Catapane non poteva chiuder occhio, angosciato da cento timori.
Verso sera, mentre Pippo Mauri russava tutto vestito, Rosario Esposito si rizzò per l’ultima volta a sedere sul letto, occhi schizzanti dall’orbita, la faccia carbonizzata. Accennava coll’indice della destra ad un punto lontano e disse a voce quasi inintelligibile:
— Nella macchia della Ferrata.... sotto la terza quercia a sinistra segnata da una croce.... Per mio figlio!
E ricadde sul guanciale stecchito.
Catapane prese dal tavolo la lucernetta fumosa e l’avvicinò al viso di Rosario: il viso era perfettamente nero, orribile a vedersi, e su quel nero il bianco delle orbite si dilatava spaventosamente.
— Mauri! Mauri! — chiamò Catapane con un singhiozzo nella voce.
Mauri balzò in piedi di scatto.
— _Che c’è, capurà?!..._
— Rosario Esposito è morto!
— È morto?!...
Gli coprirono il viso col lenzuolo e si fecero il segno della croce. Poi il caporale si mise in ginocchio vicino alla branda e disse:
— Preghiamo per l’anima sua!...
Pippo Mauri s’inginocchiò colpito da un terrore superstizioso. Fuori, la raffica della neve si scatenava sul piccolo forte abbandonato e il vento passava giù nella valle con ululati sinistri. Il chiarore rossiccio della stufa illuminava di scorcio il triste gruppo, tragicamente.
CAMPO IN MONTAGNA
_Amica mia,_
L’altra sera alle 10 e mezza il trombettiere di guardia ha suonato la sveglia.
A proposito: non ti ho ancora detto che ho lasciato la mia camera di Bousson per la tenda del campo. Che smemorato, mio Dio! Basta, ora lo sai; il mio battaglione è tutto accampato in collina, vicino ad un’umile cappella di montagna che si chiama la cappella Cuognetto.
Dunque, come ti dicevo, l’altro ieri sera alle dieci e mezza il trombettiere di guardia ha suonato la sveglia perchè alle undici si doveva partire per l’esercitazione notturna di combattimento al colle di Bousson.
Il maggiore ed i quattro capitani che erano andati a buttarsi sul pagliericcio alle otto e mezza, dormivano saporitamente; i subalterni invece giuocavano a scopa nella cappella che da ventidue giorni, ahimè! non echeggia più di sante preci, non odora più d’incenso per la semplice ragione che gli ufficiali vi hanno stabilita la loro mensa. Ti immagini la stranezza del contrasto, non è vero?
Figurati una tavola lunga e stretta che va dalla porta all’altare, intorno alla quale, due volte al giorno, sedici ufficiali, tutti giovani, pieni di vita, provvisti di un appetito formidabile, si seggono a mangiare.
Immaginati disposta in bell’ordine sull’altare, vicino ai candellieri di legno inargentato, a destra ed a sinistra del crocefisso, una fila di bottiglie di liquori, una piramide di tazze da caffè, una colonna di piatti e di piattini, un trofeo di posate rilucenti; immagina ancora, sempre sull’altare, disposti in un magnifico disordine, un vasetto di Liebig, due zuccheriere, tre o quattro bicchierini da cognac, una scatola d’aragoste in conserva, una bottiglia di ciliege sotto spirito, una pepaiola di legno, una pipa dimenticata. E poi, lungo i muri, un’infinità di quadri grandi e piccini, vecchie litografie e cromolitografie, infantili abbozzi di pittura, acqueforti del 700, incisioni in legno della vecchia scuola, abitini, ex voti, dagherotipi, cuori d’argento, e appesi agli stessi chiodi un impenetrabile, un mantello, una borsa-zaino, quattro o cinque salami. Vicino all’acquasantiera tra S. Girolamo e S. Filomena, pende un magnifico prosciutto e — cosa strana — i due santi hanno l’aria di volerne assaggiare, tanto lo guardano con aria ghiotta; quattro fucili in un angolo, casse, cassette e cassoni lungo il muro, un barile di vino ed una damigiana in fondo. Ci sei? ne vuoi ancora? Aspetta: una bandiera sventola fuori sull’angolo del tetto vicino alla croce di ferro; sulla destra della chiesetta fumano i fornelli di una cucina improvvisata, ricoperta di una intelaiatura di frasche; sul sagrato i soldati puliscono le marmitte e le stoviglie chiaccherando: e _Tom_, il magnifico _setter_ del capitano Gola, schiaccia un sonnellino al sole.
Dalle 4 del mattino alle 10 di sera, la cappella è sempre aperta: all’alba gli ufficiali scendono a prendere il caffè uscendo dalla loro tenda, mentre le compagnie passano in rango per l’esercitazione; due soldati riempiono silenziosamente le tazze che gli ufficiali sorbono silenziosamente, ancora un po’ addormentati ed a quell’ora immancabilmente di cattivo umore; la luce rossastra di due candele steariche lotta colla luce bianchiccia dell’alba che entra per la porta spalancata mettendo sul muro delle ombre stranissime.
Più tardi, quando i soldati e gli ufficiali si arrampicano allegramente pei boschi di pini e per le roccie di Punta Rascià o di M. Sises, per la piccola porta aperta entrano trionfalmente nella cappella il sole e le mosche come padroni assoluti. Il sole mette dei bagliori dappertutto con una munificenza di gran signore, accende scintille luminose sulle dorature dell’altare, sui candelabri, sul crocifisso d’argento; la lampadina pompeiana che pende dalla volta, luccica come se fosse d’oro; i cristalli delle bottiglie, dei bicchieri, hanno riflessi che abbarbagliano; nel pulviscolo biondo è una danza di insetti minuscoli, un rimescolio vertiginoso di piccolissime cose impalpabili, la polvere animata delle cose inanimate che il sole colora. Dalla porta spalancata entrano nell’umile chiesetta il sano profumo dei prati, il pispillorio allegro degli uccelli, il fruscio argentino della Ripa, tutte le voci confuse della montagna fresca e verde che sorride, che canta nel sole. Allora la cappella montanina, così trasformata, assume un’aria di festa colle sue bizzarre mescolanze di sacro e di profano; sembra una di quelle chiesuole descritte da Walter Scott, che i templari ed i frati guerrieri del ’300 costruivano qua e là nelle loro peregrinazioni avventurose per il mondo; par di essere ancora nei monti delle Calabrie ai tempi in cui le chiese godevano del diritto d’asilo. Anche i quadri sembrano meno orribili e le immagini dei santi in cromolitografia meno brutte! anzi c’è una testa di santa, uno studietto ad olio abbastanza riuscito, che in quella luce gaia assume una grande espressione di soavità.
In quell’ora e sotto la sorveglianza del grande Meano — il direttore nato di tutte le mense — i nostri quattro armigeri lavorano ad allestire la tavola, ed il cuoco, intorno ai suoi fornelli, escogita qualche nuovo intingolo infernale per farsi maledire. È l’ora più tranquilla della chiesetta, abituata da gran tempo ai lunghi silenzi invernali, alle lunghe sieste estive.
Ma a mezzogiorno, appena si odono in distanza le trombe del battaglione che rientra al campo, la chiesetta è ripresa da una gran febbre di movimento di cui stupiscono assai i poveri santi così atrocemente calunniati ne’ quadri che pendono alle pareti.
Dalle vicine marmitte esala un caldo vapore succolento che penetra vivamente dappertutto; sulla tovaglia bianchissima si allineano i tre piatti dell’antipasto, dove i pomidori mettono la nota allegra e i peperoni la nota cupa del loro verde oscuro; nelle bottiglie di cristallo scintilla il vino rosso del Monferrato; le porcellane di Ginori, aristocraticamente filettate di azzurro, percosse dal sole, hanno una dolce trasparenza d’alabastro.
Il battaglione arriva preceduto dalla fanfara, il maggiore alla testa sempre fresco come se il calore di questo sole e l’affannoso salire di queste erte scoscese, non giungessero a strappargli dalla fronte una goccia di sudore; l’aiutante maggiore, rosso, sbuffante, acceso, appoggiato all’_alpen-stock_ che lo fa sembrare (meno la barba) uno di quei voluminosi pellegrini che dall’occidente si recavano in Italia per prendere parte alle crociate, nella speranza di dimagrire e di salvare il Santo Sepolcro. Seguono le compagnie in colonna di file per quattro, i soldati grondanti di sudore, leggermente curvi sotto lo zaino pesante, l’occhio acceso nella certezza del rancio e del riposo. E gli ufficiali si fermano sul sagrato, si tolgono il kepì e la sciarpa, si asciugano il sudore, danno uno sguardo soddisfatto alla tavola apparecchiata, scoperchiano le marmitte in cucina, si preparano l’antipasto di pomidori in insalata, si seggono al loro posto sulle panche consunte dove un giorno sedevano — e dove sederanno appena ribenedetta la chiesa — i fedeli montanari. Allora sembra di assistere ad uno di quei pantagruelici banchetti in cui, dal più al meno tutti fanno la parte di Gargantua. Nel primo quarto d’ora non si sente che l’acciottolio dei piatti e il tintinnar dei bicchieri e il diluviare delle mascelle che divorano a quattro palmenti: scodelle enormi di minestra spariscono come per incanto nei potenti ventricoli giovanili, bistecche e costolette inverosimili sfilano in un baleno; il direttore di mensa si guarda d’attorno spaventato. Poi, calmato il primo impeto della fame, gli scilinguagnoli si sciolgono eccitati dal vinetto razzente del Monferrato, ed i discorsi volgono tutti sulle peripezie della manovra mattutina, sulle erte salite, sulle discese a rompicollo, sui celeri aggiramenti che hanno deciso delle sorti della giornata.
Si discute sulle manovre che rimangono ancora a farsi, sulla festa del campo, sull’agognato ritorno alla guarnigione dove ognuno ha lasciato un’attrattiva segreta, un sogno inconfessato, una speranza che potrebbe divenire realtà. Alle frutta i discorsi cadono; le palpebre si fanno grevi; ognuno cerca mentalmente un angolo ombroso dove riposarsi: la tenda è un forno crematorio, la collina, tutta a grano, non ha un albero: ma qualcuno ha scoperto accanto alla Ripa un boschetto delizioso dove è dolce sognare cullati dal rumore dell’acque che si rifrangono sul macigni; qualcun’altro pensa al fresco sacro della cappella, all’ombra protettrice dei santi.... Dopo un’ora la chiesetta alpestre è diventata un dormitorio; dalla porta il sole non irrompe più, le mosche, nel buio ronzano allegramente e seccano i dormenti. Pei campi, dappertutto dove è un filo d’ombra, si veggono soldati sdraiati che dormono.
È l’ora della canicola.
* * *
Ma io al solito divago; perdonami; ti dicevo dunque che l’altro ieri a sera il trombettiere ha suonato la sveglia alle 10 e mezza.
Era una di quelle settentrionali serate di novilunio in cui le stelle nell’azzurro profondo hanno un raddoppiato scintillio che mette nel cielo come una diffusa luce opalina, impotente però a dissipare le tenebre che avvolgono la terra; una di quelle notti in cui pare di camminare col capo nella luce e coi piedi nel buio.
Allo squillo della tromba subito le tende si accesero; il campo, visto dal sagrato della chiesa, aveva un fantastico aspetto; sembrava un paesaggio intravisto in sogno, illuminato qua e là da interrotte luci trasparenti. Si udiva il vociare confuso dei soldati, si udivano i vari rumori di un campo che si ridesta; nella perlata serenità del cielo i monti parevano d’inchiostro e segnavano una linea di demarcazione brusca e dura. Gli ufficiali presero il caffè e raggiunsero le compagnie che si mettevano in marcia per il viottolo angusto e sassoso che conduce a Bousson.
Ad un tratto, appena dato l’ordine di accendere le lanterne da campo, parve che una processione misteriosa e solenne passasse davanti alla cappella spalancata; dai prati un venticello assai fresco levava il profumo del timo; sotto i piedi dei soldati frusciava una piccola vena d’acqua corrente.
Si andava così, tastando il terreno colla punta del bastone, inciampando di tanto in tanto nei ciottoli del sentiero alpestre. A Bousson la processione delle lanterne divenne più lunga, smisurata, come un serpe.
Su, su in silenzio per la strada di Bonne Maison tra la macchia nera di Cima Corbioun da una parte e i prati collinosi di Chalpes dall’altra; la strada si svolgeva in piccole giravolte, erta e sassosa, come il letto di un torrente, fiancheggiata dal rio Servierèttes che scintillava a tratti nell’ombra.
L’ascensione è durata due ore; tutti camminavano in silenzio come proseguendo ad occhi aperti un sogno incominciato; i congedandi di Teramo, di Orvieto e di Potenza pensavano certo alle loro notti meridionali di plenilunio, tutte scintillanti di astri e odoranti di fieni maturi, in cui è così dolce cantare gli stornelli paesani sull’aia e in mezzo alle vigne, e i richiamati di Pinerolo e di Vercelli sognavano certo la moglie e i bimbi lontani, aspettanti sulla soglia del casolare. Io, si capisce, pensavo a te e ai lunghi viali torinesi profumati di acacia, ai tortuosi viali del Valentino cosparsi di sabbia finissima, circondati di aiuole fiorite; pensavo al minuscolo e selvaggio giardino in cui le rose a spalliera, a fasci, a tralci, mettono come un’inebbriante inondazione di profumi che soffoca e assorbe gli altri profumi più modesti dei lillas, della verbena, dei gelsomini. E cercando di afferrare le inosservabili e cangianti sfumature del paesaggio notturno, involontariamente pensavo alle sfumature inafferrabili del tuo carattere e della tua bellezza strana; soltanto in certi occhi femminei la natura si compiace di riprodurre la tavolozza onde fa pompa colle cose del creato, soltanto in certe pupille di donna si trovano riprodotte le gradazioni di tinte onde ci appaiono così belli il cielo ed il mare. Ma tu, lo sento, mi accusi di lirismo, ed io smetto.
All’una antimeridiana eravamo alle Grangia delle Servierettes, vicino al lago Nero: un laghetto non più grande di una vasca, le cui acque contengono trote deliziose ed hanno di giorno uno strano colore di acciaio temprato al violetto. Ma in quella oscurità il lago non si vedeva ed in compenso il freddo ci serpeva per le ossa. Mi invidii eh! Nè ti riesce facile l’immaginare coi tuoi trentaquattro gradi torinesi, che al 6 di luglio si possa tremare dal freddo?
Pure è così, soldati e ufficiali si erano ravvoltolati nelle loro coperte, imbacuccati nei mantelli, avevano acceso dei fuochi qua e là preparandosi al bivacco; io anzi m’ero già addormentato col capo appoggiato ad uno zaino e mi ero incamminato per una serie di sogni bizzarri, fortunatamente interrotti dalla voce del maggiore che ci chiamava a rapporto.
La manovra incominciava; te ne dico il concetto in linee generali per non seccarti oltre misura.
Il nostro reggimento rappresentava il partito invasore scendente dai colli alpini e dirigentesi su Cesana per la valle di Servierèttes. Marciava in due colonne con una riserva di un battaglione per assicurarsi il possesso del monte Curbion dal quale poteva proteggere l’avanzarsi di grosse colonne sulla strada di Bousson. Il mio battaglione prese dunque tra i boschi a risalire il contrafforte che costeggia la riva sinistra del rio dello Servierèttes; per precauzione le lanterne erano spente, i soldati obbligati al più rigoroso silenzio. Non ti dico nulla di questa strana marcia di fantasmi nel buio, fra gli abeti ed i pini, per un sentiero sconosciuto; però verso le tre il cielo ad oriente si tinse di una pallida luce crepuscolare che ci guidava, e di minuto in minuto la luce facevasi più diafana e diffusa annunziando l’alba. Ad un tratto sulla nostra destra si udirono le prime fucilate; come per incanto il sonno e la stanchezza sparirono; eravamo in presenza del nemico. La marcia sul contrafforte durò ancora lunga e penosa; erano oscuri valloni da valicare e scoscese pendici da risalire tra i cespugli densi di rododendri fioriti, stillanti di rugiada, ma il crepitare dei moschetti alla nostra destra cresceva di intensità e da lontano tuonava il cannone.
Di minuto in minuto ammonitore.
Ad un tratto, giunti sopra un ripiano tondeggiante, la tromba del comando tuonò l’_alt_ e tutte le trombe risposero. Erano le 5 antimeridiane: in un’apoteosi di nuvole dorate il sole sorgeva illuminando le nevi del Chaberton, del Pelvo, della Rognosa e di Fournières; tutto ritornava alla vita: nel venticello fresco i grandi pini svettavano frusciando, e i fiori rialzavano nel sole le loro coppe profumate, avide di un bacio caldo. Tu che prolunghi pigramente i tuoi sonni di fanciulla sognatrice, fino alle ore tarde del mattino, non saprai mai che cosa splendidamente luminosa sia una levata di sole a 2000 metri di altezza, su queste montagne verdeggianti e fiorite. Basta, non insisto su ciò anche perchè mi riconosco colpevole di aver dormito di fronte alla sublime poesia di tale spettacolo.
Salto quindi di piè pari la descrizione del bivacco: alle sei e mezza eravamo di nuovo in marcia sentendo il contatto del nemico senza vederlo. Finalmente dalle alture che dominano le Grangie di Chalpes, la prima compagnia aperse un fuoco di fila sui kepy bianchi ammassati nella valle. Si iniziò quasi spontaneamente da tutti, per una di quelle rapide e felici intuizioni di cui ogni uomo sentesi capace in certi momenti della vita, un movimento aggirante verso sinistra che ci portò ad un tratto sul fianco del nemico. Le nostre truppe erano schierate sopra un anfiteatro di alture nel cui fondo verdeggiavano le umili case di Chalpes occupate dai battaglioni del partito bianco; un fuoco di fila ben nutrito che durò parecchi minuti decise l’avversario a ripiegare.
Allora una tromba lontana squillò: _Avanti!_
D’un balzo la lunga linea che coronava le alture si precipitò al basso saltando siepi, fossati, precipizii, fermandosi sopra un altro altipiano a 200 metri dal nemico, aprendo un micidialissimo fuoco a ripetizione.
La tromba squillò ancora:
_Attenti per l’assalto!_
Una voce stentorea urlò la parola che strappa il glorioso grido di: _Savoja!_ ai soldati, che li lancia ad occhi chiusi contro i cannoni e contro le bocche dei fucili.
_Alla bajonetta!!..._