La vita nell'esercito

Part 4

Chapter 43,686 wordsPublic domain

Dalle otto finestre del Circolo Sociale che gettavano sulla folla sottostante otto grandi zone luminose, partiva il rumore confuso ed allegro di un banchetto.

Erano i notabili del paese che avevano offerto un pranzo d’addio agli ufficiali, pranzo che doveva terminare in una gran festa da ballo.

Le vie tutte della città formicolavano di soldati, il colonnello aveva fissato la ritirata alle dieci e concesso un’amnistia generale ai consegnati e ai prigionieri. E nelle strade era un viavai, un chiamarsi e un rispondersi, un aprire e un serrare di usci, un vocìo animato, un pispillorìo allegro, un tintinnìo di bicchieri uscente dalle porte aperte delle osterie. Sulla piazza la musica suonava assai bene la _Sinfonia del Barbiere_, ma nessuno vi badava, assorto nella grande preoccupazione del domani, dominato suo malgrado da un’emozione dolce di cui non sapeva spiegarsi la causa.

Sotto il portico militari e borghesi passeggiavano a gruppetti di tre, di quattro, a braccetto, parlando vivacemente, intorno al palco della musica altri capannelli si formavano tra i soldati e le duecento ragazze della filanda, quasi tutte malinconiche, quasi tutte pallide del pallore smorto di chi vive in un ambiente viziato; ma tutte vestite con cura speciale, con una pretensione di eleganza. I fazzoletti rossi del collo e i garofani fra le treccie, alla luce raddoppiata del gas e dei lampioncini alla veneziana, gittavano sul quadro tinte vivaci.

Su, nel gran salone del Circolo, il frastuono cresceva ed usciva a ondate, insieme ad una nebbiolina luminosa, dai grandi finestroni spalancati. Era l’ora dei brindisi. Squarci di frasi sonore passavano di tanto in tanto sul capo della folla accalcata sotto al circolo bianco della luce elettrica uscente dall’ampio portone medioevale; la folla avida tendeva l’orecchio, si rizzava sulla punta dei piedi, elettrizzata da certi applausi lunghi, da certi battimani fragorosi che echeggiavano sulla piazza.

Di fronte, sulle pareti nude di vecchio convento del Palazzo della Prefettura, in uno dei grandi scacchi di luce proiettati dalle finestre del Circolo, si disegnavano, straordinariamente ingrandite, le ombre dei brindatori. Ad un certo punto la folla riconobbe un’ombra voluminosa dalla testa caratteristica, con lunghi baffi appuntiti.

— Il colonnello!... parla il colonnello!...

Sul muro l’ombra faceva gesti vivaci con un braccio levato in alto che teneva il calice dello _Champagne_ e l’altro che si agitava in una mimica eloquente. Poi, tra un uragano d’applausi, l’ombra sparì ed un’altra più snella, più esile, apparve nel quadrato del muro, timidamente.

— Il tenente Polvani!

Era lui, il soldato-poeta, il brindatore immancabile, l’artista gentile per cui le signore e le signorine della piccola città avevano sempre avuto un debole. Parlando, la sua ombra si agitava, le sue braccia avevano larghi gesti drammatici. La musica taceva, tutti tacevano; di tratto in tratto una strofa alata gittava su quella folla ascoltante un soffio di poesia, una vampata di entusiasmo.

Polvani improvvisava; c’erano nella sua voce dolce, inflessioni carezzevoli, slanci lirici di tenore.

Le sue ultime parole furono coperte da applausi furiosi.

Il pranzo era finito. Nella zona bianchissima della lampada elettrica la sfilata dei banchettanti incominciò mentre la musica attaccava un valtzer allegro; la folla fece largo. Passarono sorridenti il Sottoprofetto, il Sindaco, il Colonnello, gli ufficiali superiori: ancora applaudito, ancora festeggiato, Polvani scendeva attorniato dai giovanotti del paese, dai suoi compagni; e il rumore argentino delle sciabole battenti sul lastrico copriva il trillo vellutato dei flauti, gli squilli olimpici delle trombe. In un momento il _Gran Caffè del Centro_ rutilante di luce, fu invaso dai banchettanti, le signore in giro per la piazza accorsero a sedersi intorno ai tavolini di ferro sotto al padiglione chinese illuminato a lampioncini multicolori.

La musica suonava....

* * *

Ma nelle altre straducole della città, nel buio misterioso dei viali di circonvallazione, sotto i grandi platani di porta S. Giorgio, altre scene sentimentali, altre cose succedevano. Si vedevano porticine e finestre schiudersi misteriosamente e confuse _silhouettes_ di militari uscire ed entrare; di tanto in tanto, sotto la luce rossigna di un fanale a petrolio, una coppia passava rapidamente, un’altra si fermava.

Era l’ora suprema degli addii, l’ora degli ultimi baci, delle ultime promesse. Quanti drammi d’amore in uno spazio così piccolo, quanta tenerezza in quella semi oscurità misteriosa e discreta!...

Nel portoncino buio Nennella e Giuseppe Lo Cicero si tenevano abbracciati strettamente.

Nennella piangeva: un affanno grande le opprimeva il petto come un peso enorme e l’afferrava alla gola. Il triste momento della separazione era venuto: non si poteva far nulla per differirlo, nulla per scongiurarlo. E Peppino badava a consolarla carezzandola amorosamente sulle guancie umide di lacrime.

— Giurami che ritornerai, giurami che non amerai mai altre che me! — diceva Nennella singhiozzando.

Peppino si metteva una mano sul cuore. In buona fede egli giurava: e poi perchè negare a Nennella quest’ultima soddisfazione?

In fondo era commosso anche lui: quella buona fanciulla gli aveva voluto un gran bene; era lei che lo aveva salvato tante volte dalla consegna rammendandogli i pantaloni di tela e la biancheria, cucendogli i bottoni del cappotto, lei che quando egli era di guardia gli portava di soppiatto i sigari e le castagne arrosto; lei che gli scriveva le lettere per la mamma lontana, certe lettere piene di sentimento e di amabili sgrammaticature. Povera Nennella!

E le accarezzava il mento pienotto.

In distanza le trombe squillavano le note di un’arietta popolare ben conosciuta:

Addio, mia bella, addio....

e la fanfara si avvicinava, seguita dalla musica, ripetendo il ritornello birichino della canzone, mentre una gran folla di soldati e di popolo traeva dietro al passo, in una pittoresca confusione di colori.

— La ritirata! — disse Peppino Lo Cicero, baciando sui capelli Nennella — bisogna che torni in quartiere....

Nennella scoppiò in singhiozzi gittandogli le braccia al collo: quella brutta parola «Addio!» non la voleva pronunciare: era possibile che il loro amore dovesse finire così?

E frattanto il ritornello della fanfara le ronzava nelle orecchie vieppiù distinto con un tono canzonatorio che la indispettiva:

Addio, mia bella addio l’armata se ne va....

Si scambiarono così gli ultimi baci disperati nell’oscurità umida di quel portoncino: pareva che non si sapessero distaccare l’uno dall’altra.

Venti volte Lo Cicero uscì sulla strada risoluto ad andarsene e venti volte ritornò indietro per un’altra stretta di mano, per un altro bacio.

— Tornerai davvero, Peppino?

— Sì, Nennella, in parola d’onore.

— Ricordati!

La ritirata e la musica erano di già lontane: bisognava spicciarsi per non ritardare.

Lo Cicero prese una risoluzione eroica: strinse per l’ultima volta Nennella piangente, disperata e le disse:

— Vieni alla stazione domattina alle quattro, hai capito?

E fuggì.

Dalle viuzze laterali, dai viali ombrosi, dalla campagna, altri soldati, altri fantasmi scuri si avviavano frettolosamente verso il quartiere; erano dieci, erano cento, erano duecento; sbucavano dalle case e dalle osterie, da certe porticine nere dove una forma indecisa rimaneva nel vano dell’apertura.

E camminavano a testa bassa, commossi, pallidi, come spinti da una forza maggiore, verso la gran massa bruna del quartiere che spiccava severamente nella chiara serenità della notte.

La cornetta del sergente Ruggeri, in mezzo all’accompagnamento dei bassi, squillava altissima le note beffarde della canzone:

Addio, mia bella, addio...

* * *

Era ancora buio quando la stazione fu invasa dalla folla: la stazione era piccola e soltanto pochi privilegiati avevano l’onore di passeggiare sulla spianata, di girare per le sale d’aspetto. La gente stava tutta di fuori, sul piazzale, sotto i viali delle acacie; una folla variopinta in cui l’elemento femminile predominava. Faccie annoiate, faccie insonnolite, faccie abbattute da una veglia allegra o penosa: occhi rossi di pianto e occhi gonfi di sonno. In mezzo alla piazza un crocchio immenso: gli ufficiali in tenuta di marcia colla sciarpa azzurra, colla borsa a tracolla, facevano gli ultimi saluti ai signori del paese, alle autorità, alla _fine fleur_ del bel sesso, delle arti, delle lettere. C’erano i professori del liceo, gli studenti, molti avvocati; tra il Sottoprefetto e il Sindaco la faccia risoluta del colonnello aveva un tono cerimonioso e leggermente seccato.

E i capannelli si formavano e si disfacevano incessantemente come i circoli nell’acqua di un lago turbata dai sassi, mentre la macchina nera russava potentemente spalancando le due immani pupille rosse nella nebbia caliginosa.

— Si ricordino di noi!

— Li aspettiamo.

— Ci rivedremo a Roma, non è vero?

— E non si dimentichi di scrivere.

— Prenda un cognac!...

— Capitano, posso offrirle un caffè?

— Non si disturbi, grazie!

Le signore ancora in abito da ballo facevano circolo attorno alla moglie del tenente colonnello che viaggiava col reggimento.

Nel recinto della stazione i soldati su quattro righe cogli zaini a terra scambiavano cenni e saluti colla folla che si assiepava allo steccato.

La campanella suonò. In un baleno ufficiali e soldati erano a posto: al segnale _avanti!_ dato dalla tromba il lungo convoglio nero fu preso d’assalto.

La gente, commossa, guardava....

Due minuti dopo il mostro metallico lanciò il suo fischio potente: la musica suonò ancora una marcia, l’ultima. Dagli sportelli e dai finestrini, gli ufficiali e i soldati sventolavano i fazzoletti cercando avidamente nella folla una persona cara: mille braccia si tesero in segno di saluto, mille nomi, mille addii furono pronunciati. Il treno si mosse lentamente; la folla commossa salutava ancora quelle mille giovanezze fiorenti che partivano per sempre lasciandosi dietro tanti ricordi, tanti affetti.

Le fanciulle piangevano.

Pallida, scarmigliata, Nennella traversò la folla come un razzo e si gettò sullo steccato. Il treno era ancor vicino: Peppino Lo Cicero aveva sventolato il fazzoletto. Voleva salutarlo ancora, voleva correre a stringergli la mano, ma era tardi.

Il lungo convoglio nero filò via sbuffando mentre salivano nell’aria, insieme alle note della musica, le canzoni melanconiche dei soldati e la stridula, infernale cornetta del sergente Ruggeri copriva tutto come una risata squillante:

Addio, mia bella addio....

IL SEGRETO DI ROSARIO

Il corpo di guardia del piccolo e vecchio forte di _Serre la Garde_ che sorge sui fianchi dirupati del contrafforte d’Ambin, è una stanzetta rettangolare malamente illuminata da tre finestre a feritoia e contiene appena le quattro brande per i soldati, un tavolo, due panche e una stufa di ghisa messa in un angolo che serve anche da unico fornello per la cucina. Un corpo di guardia come tanti altri, colle pareti sudicie e coperte di iscrizioni e di figurine tutt’altro che ortodosse, con una fumosa lucerna a olio, una pala e una scopa in un angolo e la tabella della consegna appesa al muro. La guardia si compone di un caporale e tre soldati e da una sola sentinella di giorno sullo spalto per sorvegliare la batteria ed impedire che estranei si avvicinino a prender piani, disegni e rilievi. Il piccolo forte, assai antico, è facilmente aggirabile in cresta e non ha altra missione che quella di fiancheggiare la fortezza di Exilles che sbarra più sotto la valle della Dora. La guardia, a causa della strada assai malagevole, parte da Exilles fornita di viveri per quattro giorni e si rifornisce per altri quattro giorni a mezzo di uomini di _corvée_ a cui viene consegnata anche la posta.

Il 29 di ottobre, mentre la neve cadeva giù a falde larghissime, avvenne il cambio della guardia: Rosario Esposito che faceva il numero uno, indossò il cappotto e andò a rilevare sullo spalto il suo camerata Chiodini che batteva i piedi gelati sulla neve camminando a _bracc’arm_.

— Finalmente! — disse Chiodini, con un sospiro di sollievo come vide la _muta_. E andò a collocarsi vicino alla garetta.

Si scambiarono la consegna a _presentat’arm_ mentre i due caporali discorrevano tra di loro a bassa voce: poi Chiodini levò la baionetta tutta bagnata, l’asciugò col fazzoletto e tutta la muta se ne tornò frettolosamente nel corpo di guardia. Rosario Esposito rimase solo.

Mentre la neve cadeva fittissima dal cielo in fiocchi assai larghi, dal fondo della valle saliva la nebbia: una nebbia densa di un grigiore plumbeo che copriva il paesaggio intorno come una cortina. Rosario entrò nella garetta, si strinse ben bene nell’ampio cappotto da scolta sentendosi gelare il sudore addosso e correre per le vene un maligno brivido di febbre. Tra la nebbia vide ancora la guardia smontante che prendeva le armi e indossava lo zaino; udì qualche esclamazione, qualche raccomandazione dei rimasti ai partenti.

— Buon viaggio!

— Pigliate la scorciatoia!...

— Grazie, va bene!...

Poi riconobbe la voce forte di Pippo Mauri che gridava prima di richiudere la porta.

— _Salutateme ’a fornarella!..._

La porta del corpo di guardia si chiuse e dal tubo che sporgeva dall’ultima feritoia, incominciò a sprigionarsi un fumo nero ed acre che il vento cacciava sotto al naso a Rosario, facendolo tossire.

La notte scendeva rapidamente, un mare d’ombra era davanti a lui, un vento freddo agghiacciava la neve appena caduta.

Rosario Esposito pensò con spavento alle due ore che avrebbe dovuto passare così nel buio, tremante di freddo, raggomitolato in fondo alla garetta, schiaffeggiato dal vento che fischiava per i finestrini senza vetri; e per consolarsi cominciò a pensare al calduccio del corpo di guardia dove la stufa russava, dove nel padellotto il lardo del _ragôut_ canticchiava dolcemente. Col caldo, con una bella fetta di carne e una buona razione di pasta ben condita, con un buon sonnellino il suo malessere sarebbe passato. Era un po’ di freddo, niente altro; non bisognava mica spaventarsi per così poco, diamine! Ci sarebbe mancato altro che ammalarsi ora che il capitano gli aveva promesso la licenza per Natale!

Il pensiero della licenza lo scuoteva, gli faceva rizzare il capo come ai cavalli l’odor della stalla vicina. Faceva mentalmente i calcoli; quattro giorni di viaggio per arrivare, due giorni per passare il Natale a casa colla sua buona vecchiarella facevano sei: due per andare alla macchia della Ferrata a pigliare _quella cosa_ che sapeva lui solo, otto. Poi bisognava far finta di partire per andare a Mezzobosco di nascosto a trovare Carmenella che l’aspettava col bambino. Ah! non gliela volevano dare Carmenella, la sua sorella di latte, perchè egli era figlio di un villano? Ebbene egli se l’era presa proprio il giorno prima di presentarsi al Distretto, ed ora il fratello parroco doveva venire alle buone, ora che c’era di mezzo il bambino. Ma intanto egli non aveva capito bene che cosa fosse andata a fare Carmenella dalla zia a Mezzobosco. Avrebbe voluto rileggere la lettera giuntagli quella stessa mattina, dove si parlava di un sotterfugio, di preparativi, di una chiesetta lontana dove un prete li avrebbe sposati di nascosto. Che bisogno c’era di tuttociò?

Non sarebbe bastato che egli si fosse presentato al fratello Don Fulgenzio col gruzzolo in mano e gli avesse detto:

— _Don Fulgè embè mo’ è fatta, dateci à benedizione e buona notte?!..._

Ma ora che ci pensava, come spiegare la presenza di quella grossa somma nelle sue mani? Rivelare la cosa voleva dire essere obbligato a dividere coi fratelli, mentre a lui conveniva tenersi tutto e far credere a una fortuna insperata cascatagli dal cielo, un terno al lotto, una vincita straordinaria.... Poi la somma era tutta in grossi ducati napoletani di Francesco II. Come cambiarli quei ducati senza destare sospetti? A Mezzobosco non ci sono cambiavalute e a Lauricella nemmeno. Bisognava andare a Napoli o tornare indietro fino a Roma, per convertirli a pochi per volta, dall’uno e dall’altro, in tanti biglietti di banca nuovi fiammanti: ci occorrevano troppi giorni, la piccola licenza non bastava. Allora? Rosario perplesso ritornava daccapo alle suo congetture e non avvertiva nei polsi e nelle tempia un calore insolito, un battito più accelerato, non avvertiva una grande debolezza alle giunture delle braccia o delle gambe, una stanchezza strana per tutte le membra.

Nella neve i piedi gli scottavano e le mani non sentivano più il freddo della canna del suo fucile: il cappuccio lo soffocava e lo abbassò: slacciò anche il cappotto da scolta esponendosi al freddo tagliente di quella serataccia da lupi.

— Queste due ore non passano mai? — pensò.

Gli pareva di trovarsi sospeso sopra un abisso in quel nebbione fitto che l’avvolgeva e gli toglieva quasi il sentimento delle cose: e fissava tenacemente le tre feritoie del corpo di guardia da cui una debole luce usciva, come se quei tre punti luminosi lo tenessero ancora attaccato alla terra. Aveva nelle orecchie un ronzìo fastidioso ed incessante, e la vista gli si appannava. Ricominciò a pensare, a far dei calcoli mentali: mille ducati a quanto potevano equivalere in lire italiane? Non lo sapeva bene ma sentiva che erano una piccola fortuna. E se poi non li avesse trovati nella macchia? Se qualcheduno scavando li avesse scoperti? Impossibile, si sarebbe saputo subito nel paese, sua madre glielo avrebbe scritto. Poi non ci poteva essere che lui che sapeva il segreto, ora che il suo povero babbo era morto nella vigna all’improvviso, fulminato da un colpo apoplettico. Il segreto gli apparteneva, dunque anche il gruzzolo, secondo la sua logica di contadino. Finito il suo tempo avrebbe ingrandito la piccola terra, avrebbe preso con sè sua madre e Carmenella, avrebbero fatto i signori.... Ah! Ah! e Carmenella, la signorina Carmenella, la sorella del curato che era rimasta contadina nell’anima sotto la vernice dell’educazione che le avevano fatto dare a suo marcio dispetto, sarebbe stata sua moglie in faccia a tutto il paese, e i galantuomini di Lauricella si dovevano mordere le mani, si dovevano....

A questo punto parendogli che qualcheduno camminasse sulla neve uscì dalla garetta: un chiarore fioco si avanzava terra terra.

— È il caporale, — pensò con un sorriso di soddisfazione.

— Esposito! — chiamò la voce.

— Presente! — rispose Rosario.

— Venite, il rancio è pronto!

Rosario si gittò il fucile dietro le spalle e seguì il caporale barcollando come un ubbriaco.

* * *

Nel corpo di guardia ci si stava d’incanto: la stufa era incandescente; un buon odore di _ragôut_ solleticava lo stomaco e le nari. Il caporale e i due soldati avevano disfatto le brande, le avevano collocate vicino al tavolo dove ardeva un piccolo e sudicio lume a olio e mangiavano, chi seduto e chi sdraiato, la loro porzione di umido colle patate nel coperchio della gavetta.

Come Rosario comparve e depose il fucile alla rastrelliera Pippo Mauri e Gennaro Lo Fascio lo accolsero con delle esclamazioni allegre.

— _Rosà, te si arriscallato?_

— _Tieni fame Rosà?_

— _Hai fatto l’ammore a lu frische?_

Ma caporal Catapano si alzò premurosamente prese una gavetta sulla stufa e la porse a Rosario che si avvicinava.

— Mettetevi questo in corpo, vi riscalderà subito!

— _È meglio de lu foche_ — aggiunse Mauri.

— _L’aggio fatt’io...._ — disse con gravità Gennaro Lo Fascio.

Rosario Esposito si mise a cavallo della panca, trasse dal tascapane il cucchiaio di stagno e cominciò a mangiare lentamente provando fin dalle prime cucchiaiate un senso di sollievo; però nella pasta ci sentiva un sapore curioso, un po’ amaro. Anche il _ragôut_ aveva lo stesso sapore.

— _Neh, Lofà? Tu che erba ci hai messo cca’ rinte? Tene ’nu sapore amare...._

— _È la nebbia che te si’ magnate_ — rispose Lo Fascio ridendo.

Tutti risero e anche Rosario rise: ma non potè finir di mangiare e corse a gettarsi sulla branda sbottonandosi tutto, quasi soffocato.

— Che avete Esposito? — chiese il caporale avvicinandosi.

— _Me sento male capurà...._

Allora anche gli altri scesero dalla branda e vennero intorno a Rosario che smaniava all’irrompere subitaneo della febbre.

— _Che te senti, Rosà?_

Pippo Mauri gli mise una mano sulla fronte che scottava e disse gravemente:

— _Tene a’ frebbe._

— Mettiamolo a letto — ordinò il caporale.

Tutti e tre si misero a spogliarlo delicatamente guardandosi in viso un po’ spaventati; le carni del poveraccio scottavano come carboni ardenti, i tendini guizzavano nell’imperversare della febbre.

Come l’ebbero messo sotto le lenzuola, il malato balbettò appena intelligibilmente.

— _Tengo sete!..._

— Dategli da bere, — disse Catapane a Pippo Mauri.

Acqua non ce n’era più: Pippo Mauri andò a riempire di neve la sua tazza di latta e la mise sulla stufa perchè si squagliasse. Poi come l’ammalato si chetò e parve dormisse, caporal Catapane disse a Lo Fascio:

— Voi domattina andrete a chiamare il medico ad Exilles.

— _Va bene capurà...._

Fuori il vento era cessato ma la neve continuava a cadere fitta fitta, ce n’era di già uno strato di venti centimetri. Caporal Catapane mise la sua accanto alla branda di Rosario e vi si sdraiò sopra tutto vestito. Mauro e Lo Fascio si misero a cavallo alla panca vicino alla stufa, accesero la pipa e cominciarono a tagliare con un coltello certe castagne che mettevano poi a cuocere sul coperchio di ghisa arroventato, parlando a bassa voce, interrompendosi per mangiare quelle già abbrustolite.

— _Sta male assai lu piccirillo?_

— _Tene ’a frebbe forte...._

— _È state lu fridde...._

Tacquero e deposero la pipa per mangiare silenziosamente le castagne. Erano due pastori di Massinico venuti su insieme, rotti alle fatiche della vita randagia, ma pigri come tutti i pastori.

— _De che paese è Rosario?_ — domandò Pippo Mauri.

— _De Lauricella, addò cce fanno a’ festa pe’ S. Agata._

Come le castagne furono finite si alzarono pieni di sonno e vennero alla branda di caporale Catapane che vegliava.

— _Capurà, jammo a dòrmere?_

— Andate.

— _Rosario comme sta?_

— Dorme.

— _Sperammoddio che se guarisce!...._

— Speriamo, domattina a chi tocca la muta?

— _Tocca a me_, — disse Pippo Mauri.

— Va bene, buona notte!

— _Bona notte capurà...._

Due minuti dopo Mauri e Lo Fascio dormivano saporitamente.

Caporal Catapano si alzò, aggiunse altra legna nella stufa, uscì a prendere un’altra tazza di neve che fece squagliare e collocò sul tavolo vicino al malato. Poi abbassò il lucignolo del lume e si addormentò anch’egli vinto dalla fatica.

Sul piccolo forte perduto la neve cadeva silenziosamente.

* * *

Alle sette della mattina Pippo Mauri svegliò Lo Fascio: una sottilissima striscia di luce grigia penetrava a stento nel corpo di guardia: l’atmosfera era irrespirabile.

Vedendo che Lo Fascio seguitava a russare, Pippo Mauri si vestì adagio adagio e riaccese la stufa; poi andò alla porta per uscire, ma non gli venne fatto di aprirla per quanto spingesse. Aprì invece le imposte delle finestrine e vide la neve all’altezza della sua persona.

— Siamo in gabbia! — pensò. E svegliò il caporale e Lo Fascio. Unendo i loro sforzi riuscirono ad aprire uno spiraglio per il quale uscirono Pippo Mauri colla pala e Lo Fascio colla scopa, sulla piazzuola della batteria c’era più di un metro di neve e nevicava ancora fitto fitto come la sera prima.

Subito caporal Catapane volle che si sgomberasse dalla neve la batteria, come era scritto sulla tabella della consegna, e si mise all’opera anche lui armandosi di un badile. Lavoravano tutti e tre di buona lena facendo a chi mandava la neve più lontana dallo spalto per riscaldarsi. Pippo Mauri sgomberava dalla neve la garetta e la piazzuola del cannone da 12, in barbetta.

— _Capurà, oggi nun se monta la sentinella?_