La vita nell'esercito

Part 8

Chapter 83,773 wordsPublic domain

Usciamo dai quartiere a passo rapido e cadenzato: i soldati sono quasi allegri; hanno il portamento fiero delle grandi circostanze; io invece sono di un umore perfido, non ho chiuso occhio durante la notte, e il caffettiere vicino mi ha avvelenato con una tazza di cicoria. È una splendida domenica di maggio, il cielo è tutto roseo, il Po ha una delicata tinta carnicina a riflessi di argento; certe piccole nubi, migranti per l’aria, sembrano batuffoli di bambagia; come un gran riso di letizia scende dal cilestrino chiaro dell’alba, sale dal verde dei giardini e della collina.

Non mi pare possibile che una giornata così bella debba essere funestata da disordini.

Traversiamo il Valentino; nelle aiuole fiorite scintillano le perle della rugiada, dalli alberi fioriti sale come l’inno profumato di maggio, tutto freme, tutto vive, tutto canta; la sabbia stride sotto i nostri passi.

Camminando, penso agli strani e dolci occhi della signora D.... che ho accompagnato a casa un’ora fa; mi ritorna alla mente la meravigliosa somiglianza di lei e della figlia; gli stessi occhi d’un bigio azzurrino quasi metallico, la stessa taglia slanciata ed elegante, il medesimo profilo fine, marcatamente aristocratico; sotto le palpebre sonnolenti, si disegna la splendida immagine della signorina Maria X, una testina meravigliosa sopra un corpo sottile d’adolescente. Nelle orecchie mi ronza tuttora il trillo acuto dei mandolini, la cadenza birichina dell’ultima polka....

_Ore 5¾._

Siamo all’ergastolo. Mettiamo le armi al fascio nel cortile, poi i soldati si sbandano; il capo guardiano mi fa preparare una camera.

— La prigione delle donne, — mi dice la moglie del portinaio.

— Ah! E quante ce ne sono?

— Trecento.

— Capperi!...

Passeggio un po’ per i cortili cercando di vedere traverso le persiane verdi e le inferriate massiccie. Ma non vedo nulla e un sonno pesante mi chiude le palpebre. La mia camera è preparata. Vado a buttarmi sul letto.

_Ore 10 ant._

L’arrivo del tenente colonnello ha interrotto il mio sonno pesante; ho messo in rango i soldati, ho dato le novità coll’aria perfettamente stupida di chi è destato di soprassalto nel primo sonno, poi il tenente colonnello se n’è andato; mentre si chiudeva dietro di me il pesante portone di ferro, il cappellano, un ometto piccolo dalla fisonomia intelligente, mi ha detto premurosamente:

— Tenente, lei ha l’aria molto stanca, ritorni a riposare.

— Grazie, da giovedì che siamo tornati non ho certamente dormito otto ore a causa di questi torbidi operai....

E aggiungo mentalmente una filza di imprecazioni a denti stretti.

— Poveri giovani!...

Passeggiamo insieme nel cortile tutto ombreggiato di grandi alberi verdeggianti; egli ha sotto il braccio un enorme registro e fiuta di tanto in tanto una presa di tabacco da una vecchia tabacchiera di legno. Qualche suora grigia e qualche guardiana traversano rapidamente il cortile pieno di sole e di frescura. Regna una pace grande di chiostro.

— ... Ne abbiamo trecento — disse il buon pretuncolo annasando la sua ventesima presa di tabacco, — e sono divise in varie categorie: quelle condannate a tempo, le recluse e le carcerate. Quindici suore di carità, quattro o cinque guardiane, tengono a posto meravigliosamente bene queste trecento reiette della società; è stupendo il servizio che fanno le suore e sono magnifici i risultati che ottengono: esse regnano colla dolcezza, colla persuasione, colla carità cristiana; provvedono alle scuole, alla chiesa, ai laboratori, ai lavori femminili; i migliori corredi da nozze e da battesimo che si vendono sotto i portici di Piazza Castello, sono opera delle condannate, le quali percepiscono una piccola mercede per ogni lira di guadagno fatta dall’amministrazione sulle vendite. Abbiamo qui delle delinquenti famose e tutti i delitti vi sono rappresentati ed hanno il loro colore speciale; predominano l’infanticidio e l’omicidio; le donne che hanno sulla coscienza dei delitti di sangue sono vestite di rosso; le ladre, le falsarie, vestono di grigio, le donne di mala fama in color caffè scuro.

Le varie categorie non possono mai comunicare fra di loro; ognuna ha il suo cortile di ricreazione e la sua cappella in chiesa e le sue suore speciali.

In fondo non stanno male però, hanno due buoni ranci al giorno, del pane bianco di seconda qualità e tutte le domeniche la pietanza. Lavorano otto ore al giorno: assistono tutti i giorni alle funzioni religiose, imparano a leggere e scrivere e si perfezionano in qualche mestiere.

Molte, quasi tutte anzi, escono da questo ambiente moralmente rigenerate; quelle poverette che non escono ci muoiono tranquillamente e forse vanno in Paradiso, perchè Iddio terrà loro conto della espiazione.

— Povere donne!... — dissi.

— Oggi appunto — continuò il cappellano — c’è ufficio funebre per una povera reclusa morta improvvisamente questa notte per un’aneurisma; aveva da scontare diciotto anni di reclusione e ne aveva di già passati diciassette qui dentro. Era una bella donna sulla quarantina, di condotta esemplare, condannata per omicidio; il portinaio ch’è nella casa da oltre vent’anni, ricorda di averla veduta entrare. Una vera bellezza, uno splendido campione della razza abruzzese; anche ora, dopo diciassette anni di prigionia, conservava le sue fattezze regolari e la freschezza della carnagione; portava il numero 312.

— Come si chiamava?

— L’ho detto: 312. Le donne, entrando qui dentro perdono nome e personalità; diventano numeri, come gli uomini al bagno penale, precisamente. I loro nomi sono sul registro della Direzione e quasi nessuno li sa: alle volte esse stesse finiscono per dimenticarlo.

Una guardiana venne in quel punto a sollecitare il cappellano per le esequie: una immensa curiosità si era impadronita di me.

Certo il buon prete dovette leggerla nei miei occhi, perchè mi disse bonariamente:

— Se le fa piacere può assistervi anche lei.

— Grazie — e lo seguii....

* * *

Il corteo funebre si avanzava verso la chiesa. Quattro donne portavano una bara lunga e stretta ricoperta da una coltre nera frangiata di giallo; alla coltre un numero di panno rosso: 312.

Il cappellano indossò in fretta la cotta e la stola, prese l’aspersorio, si mise in testa al mesto corteo ed intuonò il più bello dei canti liturgici cristiani:

— _Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam_.

Subito per l’atrio della chiesa si levò un coro di voci femminee di una straziante malinconia, le donne seguivano il feretro allineate, gli occhi bassi, le mani giunte sul petto e cantavano:

— _Et secundum multitudinem miserationem tuarum dele iniquitatem meam_.

La frase liturgica, si svolgeva lentamente in un pieno accordo di toni, invadeva il cortile verdeggiante, saliva al cielo nell’aria profumata di maggio; dalli alberi rispondeva il gorgheggio degli uccelli, lo stormire lento delle fronde. Una zona bionda di sole feriva tragicamente il gruppo.

— _Amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me_.

Entrammo in chiesa. La chiesa ha una navata centrale con un unico altare altissimo a cui si accede per mezzo di due gradinate; è divisa in due piani e in tante cappelle separate, quante sono le suddivisioni delle povere prigioniere. Le cappelle sono divise dalla navata centrale da pesanti inferriate. Tutte le cappelle erano occupate dalle recluse che pregavano in ginocchio; nella luce chiara della chiesa i colori spiccavano; dominava il rosso, un rosso scuro di sangue umano coagulato, luccicavano i bianchissimi scapolari delle monache, il grigio serviva di fondo.

Ora cantavano tutti i meravigliosi versetti del _Miserere_; nel coro si distinguevano le voci giovanili fresche e squillanti, le voci senili più basse, più fioche, quasi velate; pure era una bella fusione armonica di toni vocali, era come una sinfonia di anime preganti la pace eterna all’estinta. Appoggiato ad una delle colonne d’ingresso col kepì tra le mani, io fissavo il feretro dove il numero 312 campeggiava sinistramente sulla coltre nera, e pensavo. Traverso la coltre funebre e le tavole d’abete della cassa mortuaria, io vedevo la morta. Era vestita di bianco, aveva le mani incrociate sul petto le palpebre chiuse nella pesantezza del sonno eterno; il volto ed il collo di una bianchezza cerea conservavano ancora una calda tinta vitale. E la immaginavo a vent’anni, le nerissime chiome scendenti sulli omeri, le labbra rosse aperte al sorriso sulla chiostra luminosa dei denti, il giovane seno rigoglioso e fremente, le anche procaci. Per una specie di divinazione, ricostruivo la storia della sua vita travagliata, rievocavo l’immagine delle fanciulle abbruzzesi, delle belle stornellatrici di D’Annunzio, ritte, coll’arco lunato della falce, tra il fieno alto e odorante. Ecco, lontano splende in lamine d’oro il

... flagrante verde adriatico

sul cielo di berillo splende il sole feroce di mezzogiorno, in fondo nereggia di abeti la Maiella, sul greto mormora strani accenti la Pescara.

Anche lei canta con le compagne i dolci stornelli paesani e la sua voce sale acutissima nel cielo, scende dolcissima nel cuore di un uomo che la ascolta nascosto tra i giuncheti della riva, pazzo di desiderio. Poi cade la sera; cielo, mare, monti, giuncheti, tutto annega dolcemente in un color violetto tenero, ricco di sfumature; più acuto sale il profumo del fieno tagliato, più acute salgono le voci delle cose, indistinte.

È l’ora dell’amore.

Tra i giuncheti ella trova l’amatore aspettante: ella ha ancora del sole negli occhi, nei capelli, nel sangue: un languor dolce è per tutto; i pioppi della riva hanno accenni di assentimento, le erbe accasciate della canicola si rilevano alla brezza, frementi; le acque della Pescara narrano una pietosa storia d’amore.

Egli la prende alla vita, gli occhi ardenti di desiderio, le labbra ardenti di desiderio, tutte le membra frementi di conquista....

Il cielo, il mare, i monti applaudono; i pioppi della riva salutano.

Quell’uomo la porta via in paesi lontani, nei paesi freddi del Nord dell’Italia; ella lo ama furiosamente, ne è furiosamente gelosa, ma egli non le bada più; una notte l’abbandona furtivamente nella soffitta senza un soldo, senza un tozzo di pane, dopo averle impegnato i larghi cerchi d’oro che ella portava alle orecchie. Al mattino ella balza in piedi come una pantera ferita e si precipita fuori della soffitta stringendo nervosamente sotto il grembiale un affilato coltello a serramanico. Traverso ai vetri dell’osteria lo vede accanto ad un’altra donna, colle palpebre dipinte di nero, le guancie spalmate di carminio; bevono ambedue allegramente guardandosi negli occhi, sorridendosi.

D’un balzo ella gli è sopra, gli immerge il pugnale nel petto e ferisce replicatamente la rivale, poi il lungo coltello a serramanico le cade di mano, una fitta nebbia di sangue le cala sugli occhi e la instupidisce.

In prigione, non parla più, lavora in silenzio assorta sempre nella visione di lui, intenta a sentire quello che di lui le dicono le cose ed il suo cuore.

E vive diciasett’anni così, collo spasimo di quell’amore fitto nell’anima come un chiodo sempre rovente, colla continua visione del suo morto che le turba e le consola i sonni. Una notte di maggio tutta scintillante di astri ella si rivede con lui tra i giuncheti come la prima volta, quando tutte le cose annegavano nella luce violetta del cielo, quando per la prima volta i suoi sensi e l’anima sua annegavano nella voluttà. L’impressione è troppo forte, ella si desta di soprassalto pallidissima, tutto il sangue le è rifluito al cuore e il cuore troppo gonfio si spezza.

Ella è morta così.

— _Et lux perpetua luceat ei._

— _Requiescat in pace_ — intuona il cappellano.

— _Amen!..._ — rispondono le trecento voci mestamente.

_Amen!..._ — aggiungo io sottovoce; le donne in lungo ordine portano via il feretro, le quattro che lo sorreggono sono vestite di lana rossa come era vestita lei, perchè aveva versato del sangue; le monache seguono, li occhi dolcemente rivolti al cielo mormorando l’ultima preghiera, le mani giunte sul petto. È finita; ella non è più nemmeno un numero, non è più nemmeno una cosa, domani ella dormirà nel campo santo torinese, lontana dal suo mare, dai suoi monti, dalla sua Pescara, dai suoi campi gialli di sole, dove ha amato la prima volta, dove ha gettato nell’aria vespertina le cadenze blande degli stornelli meridionali.

— _Requiescat in pace!_ — dice per l’ultima volta il prete.

Sì, pace a questa povera martire del più forte tra i sentimenti umani, a questa vinta dell’esistenza!

_Amen!_

_Ore 10 pom._

Giunge l’ordine di rientrare in quartiere; i disordini sono finiti.

Ripassiamo per il Valentino illuminato da una luna magnifica; molta gente vi passeggia, signore, signorine, fanciulle. Di tanto in tanto si incontrano gruppi di operai che ci guardano biechi, gruppi di soldati a cavallo che scortano prigionieri. Anche questi sono i vinti dell’oggi, gli sconfitti nella lotta rude dell’esistenza. Povera gente!

La luna alta sorride a tutti, si specchia con civetteria nelle acque del Po, si posa sui balconi marmorei dei ricchi, sulle guglie delle chiese con lattei languori, indifferente a tutte le nostre miserie. Un gruppo di monache grigie traversa in fretta un viale dirigendosi ad una chiesa aperta; le buone donne vanno a pregare per tutti, ricchi e poveri, fortunati ed infelici, vincitori e vinti, oppressi ed oppressori. Benedette!...

— _Compagnia alt!_

Siamo in quartiere.

PASQUA IN FORTEZZA

_Exilles.... 1893._

Amica mia, questa mattina, quando il soldato è entrato nella stanza ed ha aperto le imposte, una bella striscia luminosa di sole è entrata improvvisamente, balzando sul letto, rifrangendosi sulla parete dirimpetto.

E il soldato, il buon Cornacchia, te lo rammenti? mi ha detto con una grande allegria nella voce:

— Signor tenente, oggi è Pasqua.

— Va bene, dammi il caffè.

Nel dormiveglia tentavo di continuare il sogno interrotto bruscamente. In verità non potrei dire che fosse un sogno; era più che altro un lavoro della memoria che ricostruiva, minuto per minuto, una mezza giornata della mia esistenza. Sorbendo il caffè caldo, pensavo all’ultima domenica che avevamo passato insieme a Torino, rammenti? alla nostra passeggiata triste su quel lunghissimo viale Margherita, dagli alberi tutti brulli, illuminati da un sole pallido. Io ero in borghese e ti davo il braccio, tossendo a piccoli colpi secchi ogni minuto, e ti narravo tutta l’odissea delle mie disgrazie, non tacendo nulla, nemmeno i miei torti, come ad un fratello, come ad un amico. Era una giornataccia: nel cielo larghi fiocchi di nuvole bigie si inseguivano, passando dinnanzi al sole pallido, stendendo come una cortina di piombo; qualche sprazzo d’azzurro qua e là che lasciava passare un fascio di raggi bianchi, e una striscia di nuvole nere in fondo che serrava l’orizzonte come una coltre funebre.

Gli operai vestiti a festa ci guardavano curiosamente al passaggio; tutta graziosa tu, colla giacchetta di velluto marrone a galloni d’oro, colla veste azzurra, di un azzurro opaco indovinatissimo; tutto frettoloso io col bavero dell’_ulster_ alzato e il _foulard_ fino alle orecchie. Traversammo Porta Milano, ci internammo nella galleria nuova, dove la musica suonava; si pareva uccelli dispersi noi due tra quel popolino indomenicato (la parola è brutta, ma è italiana) che si divertiva. Entrammo in una birreria, domandammo qualche cosa;... tu mi facevi coraggio, mi dicevi di sperare e avevi invece nella voce la disperazione e un gran dolore nel cuore che traspariva dagli occhi....

— Sor tenente, sono le nove, — mormora Cornacchia.

— Sta bene: dammi i vestiti.

La zona di sole ha invaso trionfalmente la stanza, si è impadronita del letto e della parete di fronte mettendo dei lucciori dappertutto; dalla finestra aperta entra un’arietta fresca, refrigerante, profumata di ginepro; un gran pigolìo di passeri è nell’aria.

Mi vesto, scendo in cortile a far la passeggiata mattutina, mentre Cornacchia mi fa il letto e mi prepara la colazione.

Il cantiniere mi dà la buona Pasqua.

Grazie, e sorrido. Dio mio, no, non deve essere stato un sorriso molto allegro quello, e nemmeno molto triste: oramai credo di aver persino dimenticato le dolci consuetudini di certe solennità famigliari. Pasqua? Natale? Capo d’anno? Giorni un po’ più tristi degli altri per il cumulo delle dolci memorie che risvegliano: ecco tutto.

Camminando adagio, adagio, respirando a pieni polmoni, giungo alla batteria da 15, che ha i pezzi in barbetta sul fianco sinistro del forte. Tutto il forte, nero, ferito dal sole, sembra meno tetro, sembra ringiovanito. Sotto passa la Dora, stretta tra le ripe di macigno come un cane al guinzaglio, urlando. A destra, sul contrafforte, ancora qua e là bianco di neve, si erge minaccioso nell’ombra il fortino di Serre la Garde; ma tutta la vallata a monte si perde in sfumature di verde tenero e di viola pallido, maculate di larghe striscie bianche, e per gli alberi scarni corrono i primi brividi della vita, e dalla terra smossa sale il potente odore dei primi germogli.

È Pasqua, è Pasqua; ecco, da un piccolo tuffo d’erbe ho colto questa viola piccola, non ancora dischiusa, la prima viola di questi monti, forse, e te la mando. Nota la coincidenza curiosa: è nata proprio a due palmi di distanza dalla gola nera di un enorme cannone da 15....

I soldati sono fuori tutti, per il paese; anche i consegnati; nel cortile però un coscritto seduto al sole sta facendo asciugare un paio di uose.

— E voi perchè non siete uscito? — gli domando.

Il coscritto si alza, diventa rosso, abbassa la testa.

— Sor tenente, non tengo soldi....

La ragione è indiscutibile; mi frugo in tasca, gli metto in mano qualche lira.

— Tieni, vai a spasso; bevine un bicchiere alla mia salute.

— Sor tenente!...

— Silenzio! non si rifiuta mai: prendete!

Il buon diavolo intasca i danari, mi fa un saluto di perfetta ordinanza e se ne va in camerata colle sue uose non completamente asciutte: più tardi mi ripassa davanti in gran tenuta, i guanti bianchi, la trecciuola sul kepy, sorridendo come un uomo felice.

Due lire fanno felice un uomo, e anche meno talvolta....

* * *

Quasi in compenso della mia buona azione la posta mi ha recato una lettera tua e un letterone da casa: tutta la famiglia che mi scrive. Nel leggerle e nel rileggerle ho passato due ore di una tristezza deliziosa. Come sei stata buona a ricordarti di me, a farmi coraggio! Subito ho pensato ai nostri progetti di quella domenica, che tu non hai nella lettera voluto rammentare, pensando che ciò avrebbe aumentato la mia tristezza. Povera amica!... Ma io ci ho pensato e ho scosso il capo, ricordando quante volte il destino aveva traversato i nostri progetti così bene architettati, e mi è venuta l’idea di non farne mai più, di lasciarmi vivere così, in balìa del caso, senza illusioni, senza speranze, senza desiderii. Poi ho sorriso di me stesso e di questa idea. Che sciocco! spero di rivederti; come farei se mi mancasse questa speranza; come farei?

La lettera di mamma è corta e dice un mondo di cose buone e commoventi. Senti, cosa mi dice la mamma: «Perchè tu dovevi venire, Roma, la tua eterna amante, si parava de’ suoi colori più belli sotto la carezza del suo splendido sole; il Pincio, la tua passeggiata prediletta, è tutta una fioritura lussureggiante; i pioppi della Villa Borghese rinverditi, stormiscono ed hanno quel fruscìo particolare di seriche vesti femminili, che a te piace tanto; la via Nazionale è un’apoteosi di luce, il laghetto di Villa Pamphili è azzurro come una turchese e trasparente come il cristallo.... Ma tu non vieni e allora nel cielo della nostra Pasqua famigliare passa la brutta nuvola della tua assenza e Roma non mi piace più». Povera e santa donna, quanto affetto in quelle poche righe, quanto dolore in quelle poche parole!... Ecco, ora ridivengo triste, di una tristezza cupa, fatta tutta di ricordanze e di rimpianti.

Saranno fanciullaggini, ma certi ricordi dell’adolescenza, quando mi assalgono all’improvviso, mi mettono subito nella gola un nodo doloroso di pianto e lo stimolo delle lagrime negli occhi. Ahimè! soltanto lo stimolo, che è come uno spasimo acuto che non trova sfogo mai nelle lacrime.

Quello che rende la mia memoria più terribile è la visione _fisica_ perfettissima delle cose e degli uomini: io non so; pare quasi che i fantasmi evocati dalla memoria si coloriscano nella retina dell’occhio di tutti i loro colori reali. Ora per tutta la giornata e per molti giorni ancora io non saprò togliermi dall’anima la visione del Pincio tutto fresco e odorante come un mazzo enorme di fiori, la visione di Via Nazionale e del laghetto di Villa Pamphili, il fruscìo femminile dei pioppi di Villa Borghese che stormiscono, che accennano coi vertici acuminati al perpetuo dubbio della vita....

* * *

Che ti parli di me? Sarò noioso, amica mia; la mia vita anche quando è allegra, è triste come un ideale mancato; ora poi non può essere allegra, figurati!...

Dopo il _fatto_, lo sai, stetti alcuni giorni in quartiere agli arresti di rigore, aspettando.

Tre giorni fa, mercoledì mi pare, arrivò l’annunzio: due mesi di fortezza ad Exilles.

La notizia lì per lì non mi fece nè caldo nè freddo: anzi mi meravigliai che non me ne avessero dati tre, come prevedevo.

Chiusi i bauli, sbrigai alcuni affarucci e partii. Ricordo che ordinai al cocchiere di passare sotto le tue finestre; c’era il sole, speravo di vederti perchè so che ami tanto il primo buon sole di primavera. Le finestre erano aperte, anzi sull’ultima di destra era disteso il tuo abito azzurro di quella domenica, orlato da una sottile striscia di sole, ma tu non c’eri. Alla stazione comperai molti giornali e non ne lessi nemmeno uno: era quasi solo nello scompartimento e col viso al finestrino fumavo, fumavo.... Le ore son passate così in una perfetta assenza di pensiero. È la prima volta che ciò mi accade e darei qualunque cosa perchè mi accadesse un’altra volta, perchè è una cosa deliziosa che ora non mi so più spiegare: una specie di catalessia mentale; si vede tutto, si capisce tutto e non si pensa a niente, il cervello in perfetto riposo.

Che cosa strana!...

Scesi a Chiomonte, il grazioso paesetto dei villeggianti, e fino ad Exilles mi feci la strada a piedi. La strada mi era nota: l’aveva percorsa tante volte nell’autunno in buona compagnia, e nell’inverno sulla slitta tutto ravvoltolato nella mantellina; una strada assai pittoresca, che costeggia la Dora spumeggiante da una parte e rode i fianchi aspri del contrafforte del Gran Seren dall’altra, con voltate brusche e frequenti; su tutti i declivi era ancora la neve alta.

Quando vidi il forte, il pensiero della prigionia mi strinse subito il cuore come una morsa; il forte nero, visto dalla strada su quella specie di masso morenico sovrastante alla Dora, ha un aspetto sinistro; pare il castello dell’innominato, pare un covo di banditi appostati sull’altura per sbarrare la strada.

Poi cominciò la dolorosa _Via Crucis_ della salita, una salita eterna tra i campi a destra e i castagneti a sinistra, che mostrano qualche strappo di verde tra il bianco uniforme della neve. E su, su, faticosamente, per la Rampa Reale acciottolata, senza aver nell’anima l’ideale ed il grido del pellegrino di Longfellow; anzi!...

Arrivai su che imbruniva: mi fu assegnata una delle stanze prospicienti al cortile, e mi si disse che al mattino seguente il signor comandante del forte mi attendeva per la visita di dovere.

Mi buttai sul letto tutto vestito e mi addormentai di un sonno di piombo.

* * *

Il comandante — un maggiore d’artiglieria — fu assai gentile; mi assegnò tre ore al giorno di passeggio nel forte, e si fece dare la parola d’onore che non sarei uscito: insieme alla parola gli diedi anche la sciabola, che egli chiuse in un armadio.