Part 9
— Fu il principe che ti arrolò nell’esercito numerosissimo de’ suoi... fidi stromenti, e ti fece subito generale... Già è un furbo volpone quello là... Ma non è il solo che sia abile, e noi pure.
Zoe aveva tratto da quello stipetto una lettera in una busta accuratamente suggellata e venne a porgerla al duca.
— Prenda e legga, Altezza.
— Subito?
— Sarà meglio.
— Sono tentato di esclamare, come quello spartano a Tebe: A domani le cose serie.
— Altezza! — esclamò l’Anviti, — se mi ricordo bene, a quello spartano gliene incolse male...
— Bravo!... Cospetto, conte Luigi, tu ti ricordi ancora de’ tuoi studi elementari di storia.... Ebbene, in omaggio degli insegnamenti della storia elementare, apriamo subito il plico e assorbiamoci dieci minuti di noia nella prosa pseudo-francese di quel politicone tedesco.
Ruppe il suggello, spiegò la carta contenuta nel plico, e, sdraiato come si trovava, alzando il foglio all’altezza degli occhi colla mano sinistra, mentre colla destra seguitava ad agitare lo scudiscio, cominciò a leggere quella lettera, scritta, com’egli aveva previsto, nel solito francese delle cancellerie diplomatiche.
La donna venne lentamente a porsi ad un lato del camino, in guisa da poter vedere bene in faccia il principe: e là, appoggiando un gomito alla caminiera di marmo, il capo un po’ inclinato in avanti, lo sguardo fisso sul volto del duca, stette attentamente, quasi ansiosamente, a spiare le impressioni che avrebbe destate in lui la lettura di quello scritto.
Da principio Carlo III lesse indifferentemente; poi parve interessarsi: a un punto scattò in piedi, percosse violentemente collo scudiscio il seggiolone più vicino, mandò una bestemmia, e all’Anviti, il quale s’era alzato anch’egli e guardava inquieto il suo principe, disse con voce turbata:
— Sai quello che ci fa sapere la Polizia di Vienna? Che c’è una congiura qui contro di noi e che... mi si vuole assassinare.
XXI.
Il conte Luigi Anviti, tenente colonnello della gendarmeria parmense, mandò un grido d’orrore, fece l’atto di portare la mano all’elsa della sciabola che non aveva, essendo vestito in borghese, ed esclamò con tutto il calore di una profonda indignazione:
— Impossibile!... Si calunnia Parma... Un simile scellerato non può esistere qui... Ma se mai ci fosse... per Dio, siamo in molti, e io primo fra tutti... che faremmo scudo del nostro petto a quello dell’amatissimo principe.
— Eh! codeste sono frasi rettoriche: — disse con un po’ d’impazienza il duca. — L’importante è sapere se la congiura esiste realmente, e sventarla arrestando tutti i rei.
— E facendogliela pagare a ognuno di essi con tutto il rigore che si meritano: — esclamò ferocemente il colonnello dei gendarmi.
La donna non si era mossa: guardava sempre il duca con quello sguardo penetrativo e quel sorriso leggermente schernitore. Carlo III travide quello sguardo e quel sorriso, benchè tosto sparissero, appena egli volse gli occhi verso di lei; ruppe in una risata e gettando in aria la lettera del principe K. e poi cogliendola al volo con una sferzata del suo scudiscio, esclamò:
— Ma che! È uno spauracchio di quel parruccone del principe... Eh, conosco anch’io le arti di Vienna!... Vogliono ottenere qualche cos’altra da me, e cercano prepararmivi con di queste rivelazioni di pericoli da loro inventati... Quantunque non so bene che cosa possano pretendere di più da noi che abbiamo oramai posto tutto il nostro Stato in loro balia... A ogni modo non ci credo, non ci credo, e m’infischio degli avvertimenti del principe.
Zoe andò a raccattare per terra la lettera così sprezzosamente trattata dal duca, e poi venendogli innanzi colle più seducenti maniere di cui fosse capace, messagli con amorevole, ma pure rispettosa famigliarità la mano sul braccio, gli disse con voce così sommessa che nemmeno l’Anviti, lontano solamente due passi, non potè udirne le parole:
— No, Altezza; non disprezzi questo avvertimento. La sua Polizia qui sarà ben fatta, ma non è ancora una perfezione. Ho mezzi ed elementi da provarle che essa ignora molte cose e non sa penetrare in molti misteri. Mi dia un po’ di tempo, Altezza, ed io le farò scoprire e conoscere quanto Lei non s’aspetta mai più.
— Quanto tempo?
— Non più d’una settimana, e vedrà. Sono venuta apposta. Oh! io non ho mai potuto dimenticare V. A. — e saettò il principe con uno sguardo che lo fece sorridere di sguaiata e vanitosa compiacenza. — E per Lei, per la sua salvezza sono disposta a qualunque cosa. Vengo da un viaggio per tutta l’Italia centrale; conosco i raggiri dei rivoluzionari in ogni città dello Stato Pontificio, della Toscana, del ducato di Modena e ne ho meco le prove; so, e saprò meglio fra poco, dove fanno capo anche qui a Parma i fili della trama. V. A. può fidarsi di me; non avrà servitore più devoto, più zelante, e — abbassò ancora più la voce, — più innamorato.
Ed occhieggiò di nuovo, amorevole, seducente, voluttuosa.
Carlo III, inuzzolito, afferrò la donna, la strinse al petto e le stampò un grosso bacio sulle labbra. Essa — oh ammirabile commediante! — si divincolò, si sciolse, corse all’altro capo della sala, presso la tenda dell’uscio della sua camera, con un atto di pudore, di virtù oltraggiata, di dignità offesa, che ognuno, il quale non conoscesse il di lei passato, non avesse udito le parole da lei susurrate al duca, l’avrebbe dicerto creduta una innocente perseguitata dal vizio tracotante.
— Oh Altezza! — ella esclamò ancora, con accento affatto pari e degno della significazione delle mosse.
La tenda di seta damaschina che pendeva innanzi all’uscio della camera cubicolare s’agitò un pochino.
Il colonnello Anviti, da quel prudente e accorto cortigiano ch’egli era, capì che il momento di ritirarsi era venuto. Si fece innanzi di due passi verso il duca, s’inchinò profondamente e disse:
— Io non voglio perdere neppure un minuto di tempo, Altezza, per mettere in sodo quello che può esserci di vero nelle fatte rivelazioni. Corro in questo punto medesimo dal direttore della Polizia.
— Sicuro! Bravissimo! — gridò ridendo sguaiatamente il principe. — Vai, vai... Il tuo zelo, Anviti, non fu mai così opportuno.
Il colonnello fece un altro inchino profondissimo, salutò la donna che gli corrispose appena con un legger cenno di testa e sparì per l’uscio che metteva nell’antisala.
Il duca e la Zoe rimasero fronte a fronte.
— A noi due! — disse la donna fra sè, avvolgendo il principe in uno di quei suoi sguardi fieri e terribili.
Carlo di Borbone si avvicinò alla donna, le braccia tese e un sorriso da satiro sul volto.
— Ora, Zoe, siamo soli, e non ti darai più nessun’aria da Lucrezia Romana.
La donna fece un gesto nobilissimo colla mano per tenere a distanza l’audace uomo: un gesto così nobile e di effetto che il principe medesimo ne rimase un momento colpito e s’arrestò.
— Altezza! — ella cominciò con una intonazione di voce che ogni più valente attrice le avrebbe invidiata. C’era mestizia e risoluzione, preghiera e severità, dignitosa fiducia e insieme coscienza e sicurezza d’un’intima forza. — Altezza! Ella non trova più in me la donna d’un tempo. Quella che Lei ha conosciuta, quell’infelice è morta; la creatura che ora ha l’onore di starle dinanzi, conosce, sa e vuole scrupolosamente conservare e difendere la sua dignità, la sua onestà, i suoi doveri, l’anima sua rinobilitata e il suo cuore.
Il duca stette un momento lì, come sbalordito; guardava la donna coi suoi occhi di vetro che parevan diventati più grossi, teneva la bocca aperta come in un mezzo sbadiglio. Poi a un tratto diede una scrollata del capo e delle spalle, trinciò l’aria con un colpo dello scudiscio e ruppe in un’alta risata.
— Corpo di Dio!... Sei la gran buffona!... Quasi quasi ti pigliavo sul serio... Dopo la Lucrezia Romana, vuoi farmi la Maddalena convertita... Sì, la è una cosa che può far ridere, che può divertire, ma per poco, te ne avverto, sopratutto con un uomo del mio carattere e della mia sorte.
Ma la donna non cambiò modi nè accento; anzi, appoggiandosi con una mano alla spalliera d’una seggiola vicina, come se le forze fossero per mancarle, con un abbandono pieno di dolore, con una voce piena di melanconia, di umiltà, di rassegnato tormento, riprese:
— V. A. ha ragione a parlarmi così. Io che credo avere il diritto... che ho il diritto — aggiunse incalzando con forza — di mostrarmi severa e superba verso tutti: io devo pure curvare il capo alle parole oltraggiose e al contegno ancor più oltraggioso di V. A. verso di me...
— Oh come? — interruppe il duca preso da nuovo e non minore stupore. — Tu hai tanto di fegato?...
Ma ella, continuando con crescente calore, non lo lasciò dire.
— Sì, Altezza; qui siamo soli e non è mancanza di rispetto se io le parlo con tutta franchezza. Che le pare Ella possa, quantunque principe, introdursi quasi colla violenza in casa d’una donna a un’ora di notte?...
— Ma corpo del diavolo!
— Le pare che questa donna possa tollerare che un uomo, fosse pure il più potente sovrano del mondo, le parli, agisca con lei, e ancora in presenza d’un suo cagnotto, come farebbe con una donna perduta?...
— Oh ma corpo di Dio e del diavolo!...
E la donna incalzando sempre più:
— Sì, la mia disgrazia vuole che V. A. possa credersi in facoltà di trattar meco in tal guisa... Ah quel passato, quell’orribile passato, che mi sta impresso pur troppo nella mia memoria come un marchio di fuoco nella carne! Ma se V. A. non sa tutto quanto ho fatto per liberarmene, per espiarlo, per farmi degna che fosse cancellato, Ella deve pur sapere quali circostanze dolorose, terribili venissero ad attenuare... non dirò neppure la mia colpa... ma la mia sventura.
Il duca allargava sempre più gli occhi e la bocca.
— Che giuoco è codesto?... Che scena di commedia mi vieni recitando? Smetti, via, che m’impazienti... ed è tutto tempo perduto.
Fece un atto come per prenderla ad un braccio; ella mandò il grido che mandano in teatro, nella scena culminante di un dramma a forti emozioni, le vittime senza difesa perseguitate dalla violenta passione del feroce tiranno: gettò questo grido e si fece indietro, fino a prendere in mano la tenda dell’uscio, pronta a fuggire per esso gli audaci atti del principe. — Altezza, — disse; — io faccio appello a tutta la generosità della sua natura. Ella non disprezzerà la preghiera d’una donna che la supplica. Dimentichi il passato: non veda più in me che una donna, la quale è venuta qui per salvarla.
Il duca stava per interrompere e dire qualche cosa, quando l’uscio dell’antisala s’aprì bruscamente e comparve di nuovo, sollecito, il colonnello Anviti.
— Perdono Altezza! — diss’egli, mentre il principe si voltava a fulminarlo d’uno sguardo fieramente corrucciato. — Perdoni se oso entrare di questa guisa; ma ho appreso or ora tal cosa, che mi è parso importante, indispensabile di venire subito a comunicare a V. A.
Il principe rispianò un pochino la sua fronte corrugata di Giove in collera.
— Che cosa? — domandò.
— Che poc’anzi nel quartiere di questa signora s’è introdotto misteriosamente un uomo.
Carlo di Borbone fulminò un’occhiataccia alla Zoe, poi scoppiò in una gran risata, e torcendosi dal ridere e facendo fischiare l’aria collo scudiscio, si lasciò cadere sulla più vicina poltrona.
XXII.
Il colonnello Anviti, discese le scale, aveva subito cercato dei due gendarmi, e non aveva dovuto attendere pure un attimo, perchè essi, visto appena chi era il personaggio venuto giù, s’affrettarono a presentargli per riceverne i comandi.
— Voi non vi muoverete di qua finchè S. A. non ne esca, — disse loro: — e quando venga fuori lo scorterete con tutta la possibile attenzione: qui intanto, per tutto il tempo in cui ci rimarrà il principe, non lascierete penetrare nessuno, qualunque pretesto o ragione adduca per introdursi. Avete capito?
I gendarmi fecero un segno di assentimento; e già l’Anviti s’avviava per partirsene, quando i due uomini, scambiatosi uno sguardo dubitoso, interrogante, come per consultarsi, dissero a un tratto insieme:
— Signor colonnello!
— Eccellenza!
Avevano pensato di comune accordo che la venuta in quella casa di un uomo dopo il principe, doveva essere un fatto abbastanza importante per comunicarlo al colonnello dei gendarmi.
E in vero quando l’udì, il conte mostrò prenderne molto interessamento: volle sapere quali erano i connotati di lui, al che i gendarmi non furono in grado che di rispondere molto superficialmente; e poichè ebbe inteso che quel tale era entrato nel quartiere della donna e non n’era ancora uscito, avvisò subito anch’egli che era necessario appurare un tal fatto e renderne avvertito il principe medesimo. Per ciò corse di nuovo su delle scale, penetrò nell’alloggio della Zoe, e si precipitò nel salotto a quel punto a fare la rivelazione che ebbe per effetto dal duca una sì chiassosa e impertinente ilarità.
La Zoe, mentre il duca si contorceva dalle risa sulla poltrona, incrociò le braccia al petto, corrugò fieramente le sopracciglia, e stette immobile, pallida, gli occhi a terra: certo pensava come regolarsi in questo caso che forse non aveva previsto.
Carlo III, poichè ebbe sfogato sguaiatamente la sua voglia di ridere, appuntò il suo frustino al volto della donna e disse con voce beffarda: — Ah! la Lucrezia romana! Ah! la Maddalena convertita!... Ora capisco la scena. Ci aveva l’amico nascosto!... Forse costà, in quella camera innanzi all’uscio della quale tu stai piantata come una statua?
Zoe alzò risolutamente il capo, sollevò gli occhi e li fissò arditamente in quelli del principe. La sua decisione era presa.
— Ebbene sì: — rispose con sicurezza. — V’è una persona che ha più di tutte al mondo la mia stima e il mio affetto...
— Me ne rallegro con lui: — interruppe colla sua insolenza tracotante il Borbone: — e me ne rallegro tanto che voglio aver il piacere di fare la sua conoscenza. Chi è?
— Ah questo no! — gridò con forza la donna. — Mille volte no!... Piuttosto morire.
— Ah!... che parolaccie! A me che ti conosco da un pezzo non le dovresti dire... Se tu non vuoi nominare quel birbo fortunato, penso ch’egli almeno avrà la franchezza e il buon gusto di mostrarsi e soddisfare il nostro desiderio... Animo, signor incognito, venga fuori.
La donna allargò le braccia come ad impedire che la tenda dell’uscio potesse venir sollevata e gridò:
— No, no, non voglio!
— Non voglio! — ripetè il duca alzandosi da sedere e con accento in cui cominciava a farsi sentire la collera. — Tu dimentichi, disgraziata, che qui sono io a comandare e che quella che ha da eseguirsi è la mia volontà...
Tese lo scudiscio in atto di comando e disse:
— Aprimi quell’uscio.
— No! — rispose più risoluta che mai la donna gettando uno sguardo di fuoco al principe, atteggiandosi ad una mossa che era delle più seducenti.
— Corpo di Dio! Se quel cotale non vuol venir fuori, se tu non gli permetti di venire, saremo noi che avremo la degnazione di andarlo a cercare.
E camminò risolutamente verso l’uscio.
— No, Altezza, — gridò ancora la Zoe con accento di supplicazione; — la prego, non faccia...
E tendeva le mani con atto che ogni pittore avrebbe voluto copiare per disegnare una perfezione di supplicante.
Il duca la prese ad un braccio e fece per tirarla via; essa resistette.
— No, no, per grazia, per pietà! — ella pregava con voce piena di malìa.
La tenda innanzi all’uscio si mosse un pochino e si udì un lieve rumore come d’un battente che si socchiuda; Zoe con uno strappo si liberò dalle mani del duca, fu in un balzo alla porta, la richiuse violentemente, e poichè la chiave trovavasi da quella parte, diede un giro alla serratura, levò la chiave e se la pose in tasca. Tutto ciò in un batter di ciglia.
— Nessuno entrerà qui dentro! — esclamò essa con una specie di sfida trionfante.
Il principe si morse le labbra.
— Mala femmina che tu sei! — gridò. — Non sai che io posso far gettare abbasso quell’uscio... far arrestare quello sciocco tuo drudo che là si nasconde?... Anviti, fa venire i due uomini....
— Altezza! — interruppe con ardimento e con forza la donna: — Io scriverò a Vienna...
— Scrivi anche all’inferno! — scoppiò il duca, invaso affatto da una cieca collera. — Che cosa mi importa di Vienna e de’ tuoi protettori e del tuo stupido principe?... Qui sono padrone, giuro al cielo! e voglio esserlo... E posso far cacciare in fortezza quei ganimede che nascondi, e te, se mi talenta, e cacciarti fuori de’ miei Stati come una prostituta...
La donna, fattasi calma, strette le braccia al seno, pallida, ma sicura, il capo eretto, l’occhio fiammeggiante, lo interruppe con fredda risoluzione:
— Faccia se le pare, Altezza...
Il principe, irritato anche dalla provocazione di quella bellezza che negandoglisi lo inuzzoliva sempre più, sdegnato di riconoscere impotente la sua autorità a cui era avvezzo vedere tutti curvarsi vilmente, perdette il lume della ragione, si slanciò collo scudiscio levato sulla donna e la percosse sulla spalla.
Un grido, un urlo d’indignazione uscì dalle labbra di Zoe; il duca indietreggiò come respinto da un colpo nel petto, ma la sua collera non era ancora abbastanza sfogata; col medesimo frustino si pose bestialmente a flagellare i mobili, gettando a terra porcellane, cristalli, candelabri, gingilli, candele, orologio, bestemmiando come un carrettiere, ruggendo come una belva. Quando fu stanco, lanciò uno sguardo sulla donna: essa stava sempre ritta innanzi all’uscio, più pallida di prima, pallida come una morta, con una riga rossa sulla spalla alla radice del collo, cogli occhi che parevano due carboni accesi; il duca non sostenne quello sguardo; buttò via lo scudiscio, e, senza aggiungere una parola alla Zoe, prese pel braccio Anviti che stava lì interito e dettogli bruscamente: «Andiamo!» partì di buon passo traendolo via con sè.
All’uscio dell’antisala comparve la faccia sgomentata della governante accorsa al rumore. Al vedere tanta strage, essa congiunse le mani in atto disperato e aprì la bocca per mandare un’esclamazione; ma la Zoe in un balzo le fu allato.
— Zitto! — le disse a voce bassa ma con forza: — tu ritirati nella tua camera e non lasciarti vedere nè sentire. Va.
La spinse fuor dell’uscio da quella parte, poi corse all’uscio della sua camera; passando innanzi allo specchio vi gettò uno sguardo a mirarvisi; fu contenta del suo pallore, del selvaggio fuoco dei suoi occhi: si cacciò ancora una mano nelle treccie a disordinarle di più; si sorrise soddisfatta; fu alla porta, aprì con mano tremante il battente e con voce che pareva quella d’una donna all’agonia susurrò:
— Venite, Alfredo!
Il conte di Camporolle si presentò pallido quanto lei, gli occhi più smarriti di lei, un fremito di dolore, di furore in tutte le membra.
Ella stava appoggiata all’uscio tenendo stretta nella mano la chiave posta nella serratura; il suo sguardo cercava quello del giovane, ma gli occhi di costui lo sfuggivano; c’era in quella sala un silenzio di morte.
— Alfredo! Alfredo! — ella gemette dopo un istante di penosissimo silenzio. Parve voler dire chi sa quanto; agitò le labbra senza che suono ne uscisse; fu scossa da un brivido che avreste detto mortale, sollevò le braccia, accennò volerle gettare al collo del giovane, ma non potò, e scivolando rasente la persona di lui, il suo bel corpo cadde lungo e disteso, come morto, per terra.
XXIII.
Alfredo s’era lasciato menare dalla governante traverso due o tre stanze all’oscuro, fino a che quella donna che lo traeva per mano gli aveva susurrato all’orecchio:
— Stia qui; e non si muova: — e poi era scomparsa.
Egli s’era trovato in una camera da letto piuttosto vasta, immersa in una semi-oscurità, poichè la sola luce che vi fosse era quella piccola e velata d’una lampadina da veglia con globo di cristallo opaco e ventola di color verde. La prima impressione che provò colà dentro fu quella d’un profumo delicato, sottile, penetrante, squisito, che rivelava senza il menomo dubbio possibile la camera d’una donna — e d’una donna elegante. A tutta prima aveva il sangue in tal turbamento che quasi non vedeva intorno a sè, non poteva avvertire altro che il battito frequente e violento del suo cuore. Il sospetto e la gelosia che gli avevano suscitato il sapere colà dentro, colla baronessa, il duca di Parma, insolente, sfacciato donnaiuolo, più libertino d’ogni corrotto giovinastro; quell’essere introdotto così misteriosamente e trovarsi lì, nascosto, incerto di che fare, di che gli dovesse succedere, davano all’anima sua giovanile un’emozione che non poteva dominare. A poco a poco si calmò. Guardò intorno a sè, curioso, interessato, avido. La camera era tutta parata in bianco e cilestre. Di seta azzurra erano coperti sofà, poltroncine e seggiole; di seta azzurra e di preziose trine era incortinato il letto su cui scintillavano i riflessi metallici del raso azzurro; in mezzo a quelle cortine non penetrava raggio di quella mite, debole luce, e la tenebra fitta in cui pareva ritrarsi, affondarsi la parte superiore dell’elegante letto di mogano scolpito, appariva agli occhi d’un giovane ventenne ricca e promettente di voluttuosi, ineffabili misteri. Una stupenda pelle di tigre col capo belluino imbalsamato e gli unghioni dorati, faceva l’effetto di un mostro domato che strisciasse, schiacciato a terra, a domandare pietà. Ad Alfredo sembrò vedere una ferocia di desiderii insani che tentasse arrampicarsi all’assalto di quelle ombre in cui doveva annidarsi un’Iside tremenda e seducente. Sopra un leggero tavolino monopodo, entro un vaso chinese, languiva un mazzo di fiori esalando nella sua morte il dolce veleno dei suoi profumi; e lì presso, un guanto abbandonato, un guanto che serbava ancora il modello della mano, un guanto che mandava ancor esso un effluvio e più inebbriante di quello dei fiori.