Part 8
Il poliziotto stette impassibile: sollevò i suoi occhi spenti in volto alla donna e disse lentamente:
— Voi odiate dunque anche me, e non mi avete perdonato, nè perdonerete?
— Voi! — esclamò essa con un accento in cui era appena mascherato un certo disprezzo. — Voi no, non odio... quello che ho pel principe è tale che assorbe tutto.... Voi d’altronde mi siete necessario al compimento della mia vendetta; e avete pur giurato di servirmi.
Pancrazi chinò il capo.
Essa riprese al punto in cui s’era interrotta:
— Fui costretta io stessa a recare nella carcere a quell’infelice la morte, perchè sfuggisse l’ignominia del pubblico supplizio e il contatto del boia!...
La voce di lei fremeva: il corpo tutto era agitato da una specie di convulsione.
— Ah queste cose non si dimenticano, non si perdonano. Giurai odio eterno a quella società, a quell’ordine di cose che mi aveva condannata a cotanto spasimo, e quell’ordine, quella società tiranna e prepotente li vidi incarnati in quest’uomo più empio, più basso, più corrotto del condannato, che avrebbe potuto salvarlo e non lo fece, che mi sprezzò e derise.... Vedete s’io posso mutare!
— Sentite, Zoe, — disse freddamente il poliziotto, — v’ho già detto a Bologna tutte le difficoltà dell’impresa....
— Difficoltà non sono impossibilità, — interruppe la donna. — E qualunque siasi difficoltà una donna come sono io e un uomo come siete voi, hanno capacità e forza di superarle.
— Parliamo freddamente, da persone pratiche, — disse il Pancrazi dopo un breve intervallo, — l’ultima volta che ci siamo veduti, io vi diceva....
La donna lo interruppe.
— Mi ricordo di tutto: che nella rivoluzione c’era poco o punto da sperare....
— Questo siete in grado voi stessa di saperlo quanto me. Dovreste essermi grata dell’idea che vi ho suggerita e dei mezzi che vi ho forniti di diventare agente segreta della Polizia austriaca.
— Sì, e grazie al principe K. la cosa mi riuscì meglio di quel che si sarebbe previsto. Ho potuto così fare ottenere a voi la carica di direttore della Polizia qui a Parma....
— E voi essere informata di tutte le trame dei rivoluzionarii, per aiutarle segretamente, quando vi sembrassero utili al vostro scopo.
— E questo mi porge pure buona ragione da presentarmi qui e di dimorarvi. Io reco al duca relazioni delle Polizie di Lombardia, del Veneto, delle Marche, della Romagna.
— Va benissimo.... E dunque dovete essere tanto più persuasa che la rivoluzione in Italia, malgrado e a dispetto del Piemonte che fa di tutto per aiutarla, è affatto impotente e non leverà un ragno da un buco, altro che mettere giù un principe dal suo trono. Fra gli italiani sono pochi quelli che hanno il coraggio della rivolta aperta e di affrontare le baionette dei soldati e la corda del boia. Si congiura volentieri, ma quando si bandisce venuto il giorno della prova, sono quei pochi soltanto che si fanno ammazzare: i più si rintanano e il popolaccio, che non capisce gran cosa di nazione e di patria, assiste indifferente ai supplizi. La forza del principe di qui, come quella del Modenese e del Toscano, sta a Vienna, e finchè questa avrà guarnigione a Milano, ogni sommossa italiana non sarà che un ridicolo tentativo. Bisognerebbe adunque, per ispuntarla, far guerra all’Austria e vincerla; e non sarà certo il Piemonte che potrà far questo, quantunque si sobbarchi pazzamente per ciò ai più grandi sacrifizi.
— Avete ragione, — disse con una certa impazienza la donna. — Sì, mi sarebbe piaciuto vedere questo triste tirannello assalito dal suo popolo in furore, strappato al trono, al palazzo, trascinato per le strade, insultato, schernito, coperto di contumelie, di maledizioni e di fango, lentamente ammazzato... Ma poichè ciò non si può, mi basterà vederlo morire assassinato nel meglio della sua gioventù, della sua potenza, della sua oltraggiosa tracotanza... Per ciò bisogna ricorrere alle passioni personali... all’odio e all’amore, in cui l’uomo mette tutto il suo essere, la soddisfazione più intima e più acuta del suo egoismo.
Il direttore della Polizia fece gravemente un segno d’assenso.
— Benissimo: — disse: — voi conoscete l’uomo.
— Questo signor duca fa di tutto per tirarsi addosso di quegli odii che non perdonano.... come il mio. E qui son venuta per cercarmi, per farmi, per prepararmi un alleato in quest’odio mortale, nel quale alleato io trovi un sicuro stromento.
— Indovino. Cotesto stromento sperate averlo in quel giovane ch’avete qui mandato prima di giungervi voi, e che io, secondo il vostro desiderio, aiutai a fare ammettere a Corte?
— Forse! — esclamò la donna. — Or dunque rivedrò il principe....
— E ridesterete in lui una vampa dell’antica passione.
— Per quanto poco ne abbia bisogno, sarò il suo dèmone consigliatore dei più scellerati fatti. Lo spingerò a calpestare più ancora di quel che faccia ogni virtù, ogni scrupolo, ogni dignità umana...
— E mostrerete a quel giovanetto, già mezzo impazzito per voi, che può arrivare solamente a possedervi, passando sopra il cadavere del duca.
— Voi mi farete sapere tutto quello che riguarda il principe: le sue menome azioni, ogni passo che sia per muovere, ogni cosa che intenda e che prepari.
— Vi servirò più di quanto vi aspettate: — disse il Pancrazi colla solita freddezza d’accento. — Prima di tutto perchè ve l’ho giurato; poi, perchè questo insolente che si serve di voi e vi umilia, che vi vuole e fa vili e poi vi beffeggia, che vi dà una manciata d’oro e una frustata sulla faccia: questo principe l’odio anch’io....
La donna fece un balzo e afferrò ambedue le mani del Pancrazi.
— Ah sì? — disse con lieta concitazione. — Voi mi dite una parola che tutta mi rassicura e mi allegra. I nostri odii uniti saranno onnipossenti....
Il poliziotto si accostò vieppiù alla seducente baronessa, si curvò verso di lei, e, benchè fossero soli, abbassò la voce tanto che appena essa ne potè udire le parole.
— E i nostri odii non sono soli... Ce n’è un altro, che quel tristo si è ben meritato... un altro assai in alto, il quale probabilmente non farebbe nulla di positivo per aiutarci nel compito.... ma però lascierà fare.
La baronessa mandò un’esclamazione.
— Silenzio! — disse il Pancrazi. — Spero che non faccia bisogno che io vi raccomandi la massima prudenza.
— State tranquillo... Ma avete fatto bene ad accennarmi di ciò: me ne saprò approfittare, e senza nulla compromettere, vi assicuro.
— In che modo?
— Se riuscissi ad irritare ancora vieppiù quell’odio spingendo _lui_ a sempre nuovi torti?
— Bene!... Sì, certo... Avete avuto ragione poc’anzi. Siete un vero dèmone... e vi ammiro.
Zoe crollò le spalle con atto di sprezzosa indifferenza.
— Ho bisogno che voi mettiate a mia disposizione un uomo fidato, destro, obbediente, capace e volonteroso di tutto.
— L’avrete. Ci ho appunto chi è fatto apposta: un certo Michele, la più furba delle nostre spie, il meno scrupoloso dei nostri agenti segreti.
— Mandatemelo subito.
— Fra un’ora sarà qui.... Volete ora ch’io parli di voi al principe?
— No, guardatevi bene.
— Che annunzi almeno il vostro arrivo?
— Neppure.... Voglio comparirgli inaspettata.... Questa sera stessa andrò a teatro e mi ci farò vedere.
— Io vi terrò informata di tutto quel che può interessarvi; ma voi, da vostra parte, promettetemi che non tenterete nulla, che non avvierete nulla senza darmene avviso.
— Ve lo prometto.
— Per mezzo di quel Michele che vi manderò combineremo i luoghi, le ore e i modi de’ nostri colloquii.
Partito il Pancrazi, la donna prese un bagno, riposò per un’ora, si fece servire un pranzo succulento, e poi dandosi in mano alla cameriera le disse:
— Questa sera voglio un’acconciatura proprio eccezionale: tu hai da farmi bella quanto è possibile.
E riuscì seducentissima, come fu detto.
Prima di uscire per recarsi al teatro, la sedicente baronessa ricevette un uomo che per essere introdotto presso di lei le fece pervenire un bigliettino su cui erano scritte queste poche parole: «Eccovi quel Michele di cui vi ho parlato.» Nello scritto la donna riconobbe la mano dei Pancrazi.
— Voi siete pratico di Parma affatto affatto? — domandò la Zoe a quell’uomo, squadrandolo bene.
— Sì, signora: — rispose il segreto agente poliziesco — ci andrei ad occhi chiusi dappertutto, come nella mia camera.
— E conoscete gli abitanti?
— Quasi tutti: saprei dire del primo venuto che fa, che dice, che pensa, e perfino quel che mangia. E se di alcuno, che vive ritirato, non lo saprei dire a prima vista, in poco di tempo mi sento capace di scovar fuori tutto quello che lo riguarda.
— Avete sentito parlare del conte Alfredo di Camporolle?
— Conosciutissimo! So dove abita, come vive, la società che vede, le case che frequenta.
— Andrà sovente a teatro?
— Tutte le sere: ci ha un palchetto al terzo ordine a destra.
— Va bene: ecco quel che dovete fare.
Gli diede le istruzioni perchè Alfredo ricevesse a tempo quel suo bigliettino e perchè poi fosse condotto da lei all’ora posta.
— E poi? — domandò la spia.
— Niente!... Per questa sera basta.
Finito lo spettacolo la baronessa fu a casa e indossò una stupenda vesta da camera che mirabilmente aiutava l’efficacia della provocante di lei bellezza; e nel suo salotto pieno di fiori che profumavano l’aria, pieno di luce che faceva brillare gli specchi, i bronzi dorati, le cornici, le sete dei mobili suntuosi, stette aspettando con sulle labbra un certo sogghigno che avreste detto pieno di mal talento.
Era vicina l’ora in cui Alfredo sarebbe giunto, quando essa udì nella stanza che precedeva il salotto un vivace scambio di parole, quasi un diverbio, in cui si facevano sentire, oltre la voce della governante di lei, quella di due uomini, fra cui più alta e imperiosa una, che la fece trasalire, impallidire, poi arrossire.
— Il duca! — ella disse a sè stessa con un’emozione di stupore insieme e di maligno soddisfacimento. — Possibile! Sì, quella è la sua voce.
Senza aspettar altro si slanciò essa stessa nell’antisala. Si trovò innanzi la faccia insolente e tracotante di Carlo III di Borbone duca di Parma. Vicino a lui stava il tenente colonnello conte Luigi Anviti, e sulla soglia i due gendarmi in abiti borghesi che avevano scortato il principe, duri, impalati, nella postura del soldato senz’armi innanzi al suo superiore, pronti ad ogni cenno.
XIX.
Arrivati all’uscio dell’appartamento della Zoe, il duca e l’Anviti l’avevano trovato aperto e senza punto esitare erano entrati. L’anticamera era deserta, debolmente illuminata da una lampada appiccata alla parete.
— Andiamo avanti; — disse il duca spingendosi verso l’uscio che si trovava in prospetto a quello d’entrata e che doveva certo introdurre nell’appartamento.
— Scusi, Altezza: — disse l’Anviti facendo un passo per mettersi innanzi al duca. — Qui dentro non sappiamo ben bene chi ci si possa trovare. Mi permetto di pregare V. A. di non entrar primo lì dentro.
— Che bravo Anviti! — esclamò il duca con un leggero accento di scherno. — Ci vuoi penetrar tu... nuovo Curzio che si getta nella voragine?
— Mi vi getterei volentieri per V. A., — rispose il tenente colonnello: — ma poichè abbiamo qui due uomini...
— Mandiamoli loro: — interruppe il Borbone ridendo. — Bravissimo! Previdenza e prudenza! Hai ragione.
Si volse ai due gendarmi e comandò:
— Penetrate lì dentro finchè troviate qualcheduno a cui dar l’ordine che m’introduca presso la padrona di casa.
I gendarmi fecero il saluto militare e col passo cadenzato entrarono nella stanza vicina. Non ebbero da andar oltre, chè venne loro incontro frettolosa e quasi impaurita una donna la quale era la solita fedele compagna della baronessa.
— Chi sono lor signori? — domandò. — Che cosa cercano?
— La padrona di casa.
— A quest’ora? All’una dopo la mezzanotte! Facciano il piacere d’uscire subito subito e lasciar tranquilla l’onesta gente.
— L’augusta persona che ora vuol vedere la signora ha diritto di penetrare dappertutto, in casa di qualunque e a qualsiasi ora, e la esortiamo a non farla aspettare di là in anticamera.
— Ah! è costì?... Ebbene, facciano il piacere di andare a dire a quella persona che se ne vada subito subito, e loro la accompagnino senza ritardo.
— Se sapesse chi è!...
— Fosse anche l’imperatore della China...
— È qualche cosa di più: è il nostro augusto, legittimo sovrano Carlo III.
La donna stette lì un momento sbalordita.
— Il duca!... Lui qui, a quest’ora!... Impossibile!
In questo punto il principe che, accostatosi all’uscio, aveva udito la voce di una donna e inteso queste ultime parole da lei pronunciate, aprì il battente ed entrò seguito dal fido compagno.
— Io stesso! — esclamò con qualche enfasi. — Spero che non avrete difficoltà ora a lasciarmi penetrare fin presso la vostra padrona.
I due gendarmi si ritirarono rispettosamente in fondo, lasciando faccia a faccia il duca, l’Anviti e la governante.
— Mille perdoni! — disse quest’ultima impacciata non poco. — Ma la signora baronessa ora riposa...
— Che bugia! — interruppe insolentemente il duca.
— Almeno è in letto...
— Bugia anche questa! Abbiamo veduto le finestre illuminate come non si suole nella camera d’una donna che è a letto.
— Infine V. A. capirà... Io non posso, non devo lasciarla passare senza prima avere avvertita la signora.
— Io non capisco niente: — gridò alzando la voce il duca col suo tono di petulante comando. — Voi dovete obbedirmi e tacere... Additatemi la camera della vostra padrona e non mi seccate dell’altro.
— Ma prego ancora V. A. di considerare...
— Le zucche!... Cominciate ad impazientarmi. Obbedite.
Fu in quel punto che la baronessa aprì la porta e si presentò sulla soglia.
— Ah! eccovi finalmente voi stessa, mia cara Zoe! — esclamò il duca, andandole incontro, colpito, affascinato dalla provocante di lei bellezza, a cui la civettesca acconciatura accresceva tanta efficacia. — Spero che non mi lascierete fare anticamera più oltre, e che insegnerete a questa vostra donna che un par mio si riceve in ogni momento, in ogni occasione.
La Muldorff fece una profonda riverenza.
— V. A. mi onora troppo con una sua visita, ancorchè sia affatto inaspettata e in ora tanto straordinaria.
— Via, via, — disse il principe accostandosele con famigliare confidenza e prendendola ad un braccio. — Per quanto straordinaria l’ora, trattandosi di me... e di voi, non può dirsi inopportuna... Andiamo a sedere e discorrere più comodamente di là.
— Ai suoi ordini, Altezza: — rispose la donna: — ma tutti questi signori?
E il suo sguardo accennò all’Anviti e ai due gendarmi piantati sulla soglia.
— Non datevene pensiero: — disse il duca. — Questi — (e accennò il colonnello) — è un mio fidatissimo, è un compagno... non sarà mai un impaccio: — aggiunse notando bene il significato delle parole con uno sguaiato sorriso. — Quei là sono due statue che non vedono, non sentono, e daranno segno della loro esistenza solamente in quanto noi vogliamo.
— Altezza! — saltò su la donna con vivacità, — la mia povera casa non è un museo da statue, e le sarei riconoscentissima se la volesse liberare dalla presenza di quelle due, le quali qui non sarà mai il caso che abbiano a manifestare la loro esistenza.
Il principe rise e voltosi ai due uomini, comandò loro:
— Andatevene! _Dietro front!_... _Marche!_...
I gendarmi obbedirono colla rapidità e colla precisione di vecchi soldati; ma l’Anviti fu accosto a loro in un lampo, e disse loro vivamente a bassa voce:
— Non allontanatevi; rimanete qui sotto nel cortile della casa, e attendete finchè uscirà S. A. o vi darò io stesso altri ordini.
I due uomini fecero il saluto militare e si dileguarono.
La baronessa aprì l’uscio del salotto e accennando con atto di ossequio al duca disse:
— V. A. si compiaccia di passare.
Il principe varcò la soglia, seguìto dall’Anviti: e poi vedendo che la donna s’era fermata nell’antisala, si volse e le domandò sollecito:
— E voi?
— Vengo subito: dico una sola parola alla mia governante, e sono da V. A.
Mise le labbra all’orecchio di quella donna e le sussurrò in fretta:
— Aspetta nell’anticamera quell’altro; appena giunga, facendolo passare per la stanza da pranzo, menalo nella mia camera, e lasciavelo senza più: digli che abbia pazienza ed aspetti, e non aggiungervi una parola.
E ciò detto, corse lesta a raggiungere l’augusto e poco rispettabile suo visitatore.
In questo momento medesimo, Alfredo di Camporolle, abbandonato Michele, staccatosi dal conte di Valneve e dal Carra, penetrava nel vestibolo della casa e saliva trepidando le scale. Egli non vide i due gendarmi appostati nell’ombra, ma i due videro lui.
Si consultarono un momento sommesso intorno a quello che avrebbero dovuto fare. Uno voleva arrestare issofatto questo nuovo venuto; l’altro, allegando che nessun ordine simile era loro stato dato, combattè tale partito e vinse. Alfredo potè giungere fino all’appartamento della baronessa, dove la donna appostata lo prese per mano e lo guidò senza parlare nel luogo che le era stato detto.
XX.
Il duca, appena entrato nel salotto, si tolse il mantello e apparve ancora vestito di nero, colla cravatta bianca e il cordone del Toson d’oro: in mano, secondo suo uso, aveva uno scudiscio, che si piaceva sempre ad agitare e far fischiare per aria. Tenne il cappello in testa, e prima di andarsi a sedere sulla poltrona che la baronessa gli additava presso al camino in cui ardeva un bel fuoco, piantato in mezzo alla stanza, diede una sguardata attenta e insolente tutt’intorno.
— Corbezzoli! — esclamò battendo col suo scudiscio sui mobili: — tu sei qui alloggiata come una principessa...
— Ne godo, perchè così il mio quartiere è meno indegno di ricevere un principe.
Carlo III diede un lieve tocco della punta del suo scudiscio sulla guancia della donna: a suo credere quello era un atto carezzevole.
— Ah birbona! — disse egli ridendo. — È forse per ricevere un principe che a quest’ora, all’una dopo la mezzanotte, tu ci hai acceso un simil fuoco nel caminetto del salotto, e hai fatto una acconciatura così conquistatrice? Non avrai già l’audacia di dire che aspettavi noi?
— Non sono certo così scioccamente superba da essermi lusingata che V. A., non che venirmi ad onorare di una sua visita, pensasse pure a me.
Il principe si sdraiò sulla poltrona, levò le gambe ad appoggiare i piedi sulle sculture del camino di marmo, nella positura che potrebbe avere uno stalliere o un americano, e battendosi collo scudiscio gli stivali e i pantaloni soggiunse:
— Era dunque un altro che aspettavi, eh? sempre bella e scellerata peccatrice!... E codesto altro non può essere un principe, che di principi qui non ce n’è... nemmeno quel povero principe K... che t’ha cacciata nella... diciamo nella diplomazia... E sono curioso di sapere chi sia nella mia capitale il fortunato che ti ha fatta venire.
La Zoe, forse per risparmiarsi la risposta, si voltò verso il colonnello Anviti.
— E Lei, signore, s’accomodi.
— Ah! non te l’ho presentato: — proruppe il duca: — è il conte Luigi Anviti, tenente-colonnello della mia gendarmeria, uomo fatto apposta per quella carica... e per me.
L’Anviti si pose sopra una semplice seggiola a quattro passi più in là del duca, e disse con accento devoto di abile cortigiano:
— Nessuno certo incontrerà mai S. A. che sia più fedele di me, più disposto a dare per Lei tutto il suo sangue.
— Sicuro, sicuro! — esclamò il principe: — epperò questo bravo Anviti è la befana di quegli straccioni di liberali che l’odiano come i topi fanno del gatto... Va là, mio caro colonnello, che, se non ci fossi io e quei scellerati potessero averti nelle mani, ti farebbero passare un brutto quarto d’ora.
Rise grossolanamente.
— Oh! non ne dubito: — aggiunse, il conte, ridendo anche lui, forse con non troppa buona voglia: — ma per fortuna V. A. c’è e siamo noi che abbiamo quei scellerati nelle mani.
— Li abbiamo!... Fra te e il Pancrazi sapete strappar per bene la gramigna delle velleità rivoluzionarie che tenta pullulare nel mio Stato. Il tuo principe K., mia cara Zoe, mi ha fatto un vero regalo designandomi per direttore di Polizia quel brutto muso del Pancrazi... Ma frattanto tu non hai risposto alla mia domanda, biricchina: chi è che stavi aspettando?
— Nessuno: — rispose la baronessa. — V. A. sa come io ami vegliare la notte...
— Sì... sei un animale notturno... come le civette: — interruppe il duca ridendo sguaiato.
Il colonnello Anviti fece eco a quel riso: la donna schiuse le sue labbra color di sangue ad un leggero sorriso e senza parlare si chinò sul fuoco a rassettarvi colle molle i tizzi che bruciavano.
— Ma ripeto, — continuò il duca, — che per vegliare da sola non si tiene un salotto come questo così galantemente illuminato, non si accende un fuoco come quello e non si fa un’acconciatura da tentatrice di S. Antonio come quella che tu porti.
Zoe levò il capo e rispose lentamente, punto per punto, con una specie di pedanteria:
— Io amo la _toilette_ per me medesima: anche stando sola ho bisogno d’un bel fuoco, perchè sono molto freddolosa: e benchè sia un animale notturno, come dice V. A., mi piace l’allegria della luce.
— Insomma, non vuoi parlare... Già sei una ostinata, me lo ricordo bene... Ma anche col tuo silenzio, se noi vogliamo venir in chiaro della verità, bada che sapremo riuscirci. Abbiamo una Polizia, per la quale i muri delle case sono di vetro: non è vero, Anviti?
L’interpellato fece un profondo inchino in segno d’assentimento.
— Non ne dubito, — disse la donna con leggero accento d’ironia. — E io dunque lascio alla onniveggente Polizia di V. A. lo scoprire il segreto che non c’è.
— È quasi una sfida che tu ci fai! — esclamò il duca. — Va benissimo!... Anviti, tocca a te a raccogliere il guanto. T’intenderai col Pancrazi, metterete in campo i vostri più abili e solerti agenti, e non sei che un minchione se domani stesso... anzi di questo medesimo giorno che è già incominciato, poichè siamo all’una e mezzo, tu non sai venirmi a dire perchè la Zoe è venuta a Parma e chi s’aspettava di ricevere questa notte.
Il conte s’inchinò di nuovo profondamente.
— V. A. ci conti sopra.
La donna strinse al seno le braccia incrociate con aspetto di graziosa petulanza e disse lasciando volteggiare sulle sue labbra quel sorriso malizioso e beffeggiatore:
— Vedremo... Quanto al motivo che mi ha condotta qui, presso V. A., senza che s’incomodi menomamente la Polizia, sono io desiderosa di comunicarlo. Non sono ragioni leggiere e di galanteria, come V. A. sembra supporre, ma gravi e d’importanza, attinenti a quelle difficili e delicate incombenze che V. A. sa...
— Sì, sì: — interruppe insolentemente il duca, battendosi gli stivali collo scudiscio. — Avevi già una buona corda al tuo arco, ghiotta e maliziosa creatura: la tua bellezza; e non ti è bastata, alla smania di guadagno che divora te... e i patrimoni di coloro che incappano nelle tue reti.
La Zoe, sempre pallida, diventò ora d’un color cinerino, e il suo occhio scuro lanciò uno sguardo ratto, fulmineo, sulla tenda di seta di damasco che cadeva a larghe e ricche pieghe innanzi all’uscio della camera da letto.
— Principe! — esclamò essa con tono tra di preghiera tra di minaccia.
E il duca senza badarle continuava:
— Hai voluto aggiungervi... a quell’arco micidiale... un’altra corda: ti sei fatta agente politico... esploratrice...
La donna si alzò in piedi, e, interrompendo audacemente il principe, disse:
— Altezza! Prima che Ella compia la sua frase, mi permetterà che io le consegni una lettera confidenzialissima del principe K.
— Ah quel caro principe... Già, lui si crede di menare da Vienna le Polizie di tutta Europa. Son persuaso che egli di colà va certo di saperne più di me stesso intorno a quello che succede nella mia Parma medesima...
— Forse! — esclamò la donna che andò ad un elegante stipetto di bronzo dorato posto sopra una mensola, e lo aprì con una chiavetta inglese che teneva appesa al collo per un cordoncino.