La vendetta di Zoe

Part 10

Chapter 103,761 wordsPublic domain

Alfredo fu scosso come da un brivido. Quel guanto gli pareva animato, gli pareva accennasse a lui con atto pieno di malìa, di amorevolezza; gli pareva vederlo attaccato ad un braccio di forma scultoria, e col pensiero saliva su di quel braccio, incontrava una spalla, un collo, un seno.... quali aveva visto quella sera stessa, poche ore prima, nell’ardente, infuocata atmosfera del teatro. Ma e il volto? Strano a dirsi! Il volto che pensava, che voleva, che cercava rivedere, non gli appariva chiaro, netto e preciso come gli sarebbe piaciuto, quale lo aveva pur visto le mille volte nelle sue fantasticherie. Egli lo aveva tanto impresso nella mente: credeva sentirselo stampato nel cuore; eppure ora non se lo vedeva che in confuso, una nebbia sembrava avvolgerlo; lo mirava come in una lontananza che vela i particolari; era una rassomiglianza, non l’efficacia dell’identità. Sollevò il capo dispettoso di sè stesso. Una piccola scintilla di fuoco s’accese ai suoi occhi nell’angolo d’una cornice dorata su cui batteva un raggio della lampadina. Fu come un richiamo al suo sguardo; in mezzo a quella cornice occhieggiava, sorrideva una donna: lei! Il pittore, felicemente ispirato da quella malìa di sembianze, era riuscito a fare un piccolo capolavoro. Era proprio lo sguardo di quella affascinatrice, profondo, penetrante, ardente, misterioso, crudele, pieno di voluttà, di sarcasmo, di passione, diabolico; erano le carnose di lei labbra, color di corallo, color del sangue, che, socchiuse, lasciavano scorgere denti di bianchezza canina, piccoli, acuti, taglienti, quasi avreste detto bramosi di mordere; era il pallore d’avorio di quella carnagione, su cui il tempo e il dolore e una travagliosa cura incessante parevano pure volere incidere il loro marchio di rughe e non poterlo; era nel complesso quell’espressione indefinibile, attraente, segreta che faceva all’osservatore, di tal creatura una sfinge, o gli accendeva nell’anima, nel cuore e nei sensi una prepotente smania di cercarne, di trovarne il motto e spiegarne l’enigma; su tutto questo aveva messo ancora il suo incanto la potenza dell’arte che solleva la realtà alle più sublimi bellezze dell’ideale. Quel poco di asprezza e di volgarità, che si poteva talvolta notare nel modello vivente, qui era scomparso; la preoccupazione pareva forza di pensiero e spoglia affatto d’ogni accenno di mal talento: il labbro muto riusciva eloquente; l’ombra lieve sulla fronte appariva la mestizia d’un intimo dolore cui sarebbe felicità suprema il dileguare, il consolare, il far cadere in oblìo; la stessa voluttà promessa dal sorriso audace e provocante, prendeva alcun che di superiore, di più nobile, di più squisito delle materiali soddisfazioni dei sensi.

Alfredo stette un poco rapito innanzi a quel ritratto a contemplarlo. I profumi di quell’ambiente, la calda temperatura, la debol luce, la vista di tutti quegli oggetti che a lei appartenevano, che ella forse un sol minuto prima aveva toccati, che erano quasi parte di lei; la vista di quel dipinto producevano in lui un’ebbrezza che gli saliva poco a poco al cervello. Provò quell’incanto e quelle emozioni che ci descrive così bene il Rousseau nella sua _Nuova Eloisa_, come provate dal Saint-Preux introdottosi nella camera dell’amata donzella. Anch’egli prese, brancicò colle mani tremanti quelle cose che gli parevano ancora calde del tocco di lei, ancora impregnate degli effluvi delle carni di lei; baciò con delirio quel guanto, quei cuscini, quella coltre... Ma nella sua estasi venne ad interromperlo una voce d’uomo, una voce ingrata, ch’egli riconobbe per quella del duca. S’accostò vivamente a quella porta donde tal voce veniva; trovò l’uscio socchiuso, e traverso i battenti, benchè la tenda di seta pendente nell’altra stanza gl’impedisse di vedere, potè giungere al suo orecchio tutto ciò che fu detto.

Dapprima non volle credere: quella donna che a lui pareva la prima del mondo, tollerava un simile linguaggio da quel libertino di principe: riconosceva essa stessa ch’egli aveva un certo diritto a parlarle in tal modo! Al passato di lei, Alfredo non aveva mai neppure pensato. Ammetteva ch’ella avesse potuto amare altri: glie l’aveva detto essa stessa; ma una vita di disonore come quella che ora gli rivelavano le parole del principe, no, in lei non l’avrebbe creduta mai, non l’avrebbe neppure sognata possibile. Sentiva un dolore grandissimo invadergli l’animo: egli che, giusto a quel punto, in mezzo a quell’ambiente pieno di lei, innanzi alle sembianze di lei, l’aveva più che mai idealizzata, esaltata! Ciò che succedeva nel suo intimo, egli non se lo spiegava bene; ma era un grande e profondo cambiamento. L’affetto che sentiva per quella donna forse n’era diminuito, forse no; ma si faceva a un tratto ben diverso. La parte materiale di esso subitamente predominava. Quasi gli era parso fin allora inaccessibile quella bellezza superba che aveva visto sempre schiva, sprezzante, cinta di disdegnoso riserbo; la voce che la rivelava una caduta gli pareva dicesse: «sarà anche tua!» Sentiva degl’impeti d’indignazione che lo spingevano a disistimarla, a levarla da quel piedestallo su cui l’aveva fino allora adorata; e in pari tempo sentiva degli impulsi di desiderio violento che lo inebriavano col pensiero: «da quel piedestallo cadrà nelle tue braccia.» La foga de’ suoi venti anni imponeva silenzio alla ragione, alla morale, al dolore del disinganno. La voce stessa della donna che, traverso quel leggero tessuto, gli giungeva calda, sonora, palpitante, piena di fremiti e di passione, riusciva per lui una seducente provocazione. Un’aspra, velenosa gelosia lo morse, pensando a quell’uomo — fosse pure un principe — che aveva il diritto di parlare così a quella donna, che aveva con lei tali vincoli nel passato, che poteva, che voleva, e ci sarebbe riuscito dicerto, rinnovare con essa siffatti legami.

Più volte fu sul punto di slanciarsi in quella sala ad affrontare quel suo potente, e da quel punto odiatissimo rivale; quando il duca fu per recarsi esso stesso a vedere chi fosse l’uomo nascosto, Alfredo sarebbe uscito certamente; e già s’era mosso, se la Zoe non avesse ratto chiusa la porta a chiave. Udì fremendo la scena che ne seguì: e quando, partito il principe, la donna aprì l’uscio, egli venne fuori con un misto sì confuso di sentimenti, con un tumulto tale di pensieri e d’affetti da non riconoscersi, da non raccapezzarcisi egli stesso. Ira e vergogna, spasimo di cuore e delirio di sensi, una smania indefinibile, un acre, feroce anelito di voluttà e di vendetta lo tormentavano: gli pareva insieme voler battere anch’egli quella donna su cui era discesa l’infamia della scudisciata ducale, e gettarsele al collo a divorarla di baci, sputarle l’insulto sulla faccia e trascinarsele ai piedi a mormorarle una dichiarazione d’amore.

Essa gli tolse ogni imbarazzo di scelta: gli gettò quello sguardo in cui pareva aver messa tutta l’anima sua, mandò quei grido, quei gemito che sembravano significare il trabocco del dolore nel cuore d’una povera donna — ed era caduta priva di sensi ai piedi di lui.

Alfredo atterrito, per prima cosa pensò a chiamare soccorso. Si slanciò verso il camino per tirare il cordone del campanello; ma udì un sommesso gemito, una specie di leggero rantolo dalle labbra della svenuta, e s’affrettò a tornare presso di lei.

XXIV.

Alto, profondo silenzio regnava tutt’intorno. Era uno strano spettacolo, da cui Alfredo, malgrado il tumulto della sua anima, fu pure colpito: quella sala elegante, sfarzosamente illuminata, coi mobili in disordine, tanti oggetti a terra in frantumi, una quiete sepolcrale, e distesa sul ricco tappeto persiano una giovane donna che pareva cadavere.

Il giovane si accostò a quel bellissimo corpo abbandonato, l’occhio fisso con potenza magnetica su di esso. Le chiome disciolte s’erano diffuse intorno al capo leggiadro sul tappeto a fondo bianco e facevano come un’aureola d’oro alla pallida faccia, la veste da camera slacciatasi davanti s’era aperta e mostrava nudo il collo fidiaco, una parte della spalla che poteva dirsi una perfezione, e su quella pelle bianca, fine come una seta, correva alla base del collo la striscia rossa lasciatavi dallo scudiscio del duca.

Alfredo s’inginocchiò presso la caduta, si chinò verso di lei con sempre crescente emozione; quelle labbra sanguigne, cui neppure lo svenimento aveva impallidite, lo attiravano con insuperabile potenza; il candore della pelle nel collo, nella spalla, nel seno lo abbacinava; si chinò, si chinò fino a sentire sul suo volto il lieve alito che usciva dalle semiaperte di lei labbra; le pose una mano sul cuore, lo sentì battere lento e piano; si chinò ancora: quella striscia rossa sulla pelle bianca era lì sotto ai suoi occhi alla distanza di un palmo; la sua bocca vi precipitò sopra avida, fremente, e vi stampò su un bacio caldo, appassionato, rabbioso.

Zoe si scosse tutta, di subito, come se una corrente elettrica l’avesse invasa; aprì gli occhi, da cui balenò ratta una luce e tosto li rinchiuse; mandò un grido soffocato che si spense in un sospiro; le braccia, come allo scatto di una molla, si serrarono con soave pressione intorno al collo di Alfredo e tennero chiusamente appoggiata quella giovane testa al seno della donna, mentre con una specie di inconscio trasporto le labbra di lei ne baciavano furiosamente le chiome, la fronte, gli occhi, e mormoravano con accento di traboccante passione:

— Alfredo! Alfredo! Alfredo!

Egli si sentì rapire, si sentì mancare il rifiato, si sentì morire sotto quelle furibonde carezze. Ma la donna rallentò il nodo delle braccia, lasciò ricadere di nuovo abbandonata la testa, fece estinguersi di nuovo la voce in un gemito, e giacque in apparenza più svenuta di prima.

Alfredo sorse in piedi, afferrò la giacente alla vita sotto le ascelle e stringendola con emozione al suo petto la trasportò sul più vicino sofà, adagiatala sul quale, egli le si inginocchiò presso e le coprì di baci le mani, chiamandola a sua volta dolcemente per nome.

La donna, senz’aprir gli occhi, fra due gemiti leggeri, pronunziò sommessamente alcune staccate parole che il giovane raccolse con avido orecchio.

— Oh mi si lasci morire... Oh fossi morta!... Oh essere oltraggiata innanzi a lui... perduta per lui!...

— Zoe! Zoe! — esclamava Alfredo padroneggiato dalla passione; — ascoltami, guardami... sono io.... io che ti amo sempre.... io che del tuo passato non ho diritto di chiederti nulla... io che ti perdono tutto.

Ella parve nuovamente rianimata di colpo da queste parole: mandò un’esclamazione di gioia che avrebbe potuto dirsi celeste, le pupille scintillarono più vive che mai, le labbra sorrisero, un lieve rossore venne a tingere l’opaca pallidezza delle guancie.

— Tu perdonarmi! — esclamò — tu Alfredo!... Tu avverare il mio più caro, più vagheggiato sogno.... da me stessa creduto impossibile!... Il mio passato... l’orribile mio passato!... tu me lo perdoni?

— Sì... Anzi, te lo ripeto, ho io pure il diritto di chiedertene? di fartene colpa?

— Sì, sì, sì... perchè tutta la mia vita vorrei fosse tua, fosse degna d’esserti messa ai piedi... Tu hai ora udito dalla bocca di quel principe scellerato....

— Ah! io non ho udito tutto, nè bene: — proruppe Alfredo: — nè quello che ho udito, ho potuto comprendere affatto, tanto era il tumulto dell’anima mia; ma ho sofferto, Zoe, ho sofferto immensamente al vedere che tu, quell’uomo.... per quanto principe egli sia.... non lo cacciavi di casa tua, come un lacchè, credevi non avere il diritto di farlo... Quel duca! — aggiunse con una profonda, fremente amarezza: — provavo già per lui una istintiva ripugnanza.... ora l’odio quanto lo disprezzo...

Gli occhi della donna mandarono uno spruzzo più vivo che mai di quella loro speciale luce feroce. Li coprì colle mani, con finto atto di pudore, per nasconderne il terribile balenìo ad Alfredo.

— Il mio passato! — esclamò. — Era da anni il mio rimorso; e, dacchè ti ho conosciuto, il mio tormento. Prima d’incontrarti, credevo averlo già espiato; la coscienza mi veniva rassicurando che avevo cancellata una colpa, la quale, solo in minima parte, era mia... Ma quando ti incontrai, quando vidi sorgere in te l’amore per me, quando mi sentii assalire, avvolgere, affascinare dalle divine ebbrezze del sapermi amata da te.... oh allora riprovai tutto il travaglio, rimaledissi tutta la crudeltà della mia sorte... Avrei voluto poterti recare tutto il candore verginale dell’innocenza, darti tutte le primizie dell’affetto... Era per ciò che mi fingevo superba, che ti respingevo, che mi sforzavo ad apparirti indifferente, io che t’amava... che t’ho subito amato, che mi sarei gettata nelle tue braccia senza indugio, gridandoti: Sei il mio signore, sei tutta la mia vita, sei l’anima mia!... T’amo! T’amo! T’amo!

E congiungendo l’atto alle parole, si abbandonò sul giovane, lo strinse con violenza, lo sbalordì con una tempesta di baci quasi furibondi.

In Alfredo ogni rabbia, ogni sospetto, ogni considerazione svanì sotto l’irruenza di una sensualità sfrenata: abbracciò anch’egli la donna delirante e corrispose agli ardori di lei; ma di colpo essa si svincolò, respinse il giovane, sorse in piedi, quasi fuggì alla distanza di alcuni passi, e tendendo una mano innanzi come ad arrestare e contenere lui che stava per raggiungerla, disse:

— Alfredo! In nome dell’amore che mi avete posto, più ancora in nome di quello eccelso, nobile, santo che mi avete ispirato, che sento in me come una nuova nobilitazione di tutta me stessa, vi prego di voler udire prima di tutto la storia di quel mio passato, che fino ad ora posi tanto impegno a nascondervi, che mi pareva una insopportabile vergogna che voi conosceste, ma che adesso, dopo quanto avete visto e udito di quel tristissimo principe, ci tengo, anelo, ho necessità di farvi tutto, tutto noto.

Camporolle fece un gesto come per protestare; ma ella non lo lasciò neppure aprir bocca.

— Oh vi prego... ve ne scongiuro... Abbiate pazienza... e pietà.

Allora egli, vinto, commosso, le si accostò, le prese una mano, per quella trasse a sè la donna che pareva agitata da una inesprimibile emozione, e la baciò fraternamente sulle chiome.

— Se tu lo vuoi, parla, parla; e mi parrà un maggiormente acquistarti il dividere i tuoi dolori, il penetrare nelle argoscie della tua anima.

Ella fece sedere il giovane presso al camino, gli si accoccolò ai piedi, mezzo seduta, mezzo inginocchiata, in una mossa che un pittore avrebbe subito ricopiata per una Maddalena ai piedi del Salvatore, e fece il racconto seguente, in cui, a suo modo e secondo i suoi pravi intendimenti, ella aggiustò la storia della sua vita:

— Nacqui di famiglia distinta, nobile, oserei dire illustre, che io non nominerò neppure innanzi a te, perchè credo aver pur troppo perduto il diritto di dirmi a lei appartenente.

(Il vero era ch’essa, figliuola di miserabili plebei, era stata venduta da bambina a un saltimbanco).

— Disgrazie funeste e ripetute ci colpirono e all’opulenza sottentrò la scarsità dei mezzi prima, la povertà poscia, da ultimo la miseria, una vera, assoluta, terribile miseria. Allevata nel fasto e nelle grandigie, con quell’inutilità di educazione che si dà alle fanciulle della aristocrazia, io non sapeva nulla, non ero capace di nulla che potesse procurare un pane, non che ai miei, a me stessa. Ero abile cavalcatrice... fin da giovinetta avevo una passione indicibile pei cavalli.... con un ardimento e con fortuna straordinaria domavo qualunque più riottoso di essi.... nei tempi della nostra fortuna mio padre non acquistava un animale per le sue ricchissimamente fornite scuderie, che non mi consultasse... Ebbene... come debbo dirvi?.... Ah non so trovar parole per ispiegarvi... Non lo crederete neppure... Ma se sapeste la violenta eloquenza del bisogno!... La sventura m’aveva pure quasi sconvolta la ragione... mi pareva poco meno che un atto d’eroismo lo sfidare la società elegante di cui avevo fatto parte, fino allora, il calpestare i pregiudizii della gente, l’affrontare audacemente i giudizi temerari, le mormorazioni, le calunnie... Entrai... stipendiata.... in una compagnia di cavallerizzi.

Alfredo ebbe un trasalto di stupore.

— Voi! — esclamò incredulo. — Voi?

Ella sollevò audacemente il capo e fissò negli occhi di lui i suoi, sicuri, splendenti, affascinatori.

— Si! — disse.

— E.... e — riprese Alfredo esitando — e siete comparsa in pubblico?...

Zoe non lo lasciò terminare; colla medesima audacia che aveva una certa imponenza proruppe:

— Sì! sì! sì!.... Vestita come una ballerina, la maglia color di carne, le spalle e le braccia nude, il belletto sulla faccia, i fiori finti nei capelli, il guarnellino corto scintillante di lustrini, innanzi a migliaia d’occhi di spettatori ammirati, avidi, entusiasti, al suono provocante d’una musica a stromenti metallici, al galoppo del cavallo che vi trasporta facendovi rompere l’aria tepente, impregnata di mille effluvii e della polvere del circo, colla faccia arrossita, ai lazzi dei buffoni nell’arena, alle grida e ai battimani degli applausi.

— Oh! — esclamo Alfredo, passandosi una mano sulla fronte. Quell’ideale di donna che egli aveva amata nella bella persona che gli stava accoccolata dinanzi; quell’ideale che già erasi sfaldato alle rivelazioni avute dalle parole del principe, ora svaniva affatto... ma rimaneva la bellezza materiale delle forme, fatta più procace ancora dal pensiero di quei deplorabili trionfi.

— Voi vi indignate, non è vero? — continuò la Zoe, — come s’indignarono tutti i nobili miei congiunti e conoscenti, quantunque avessi accuratamente nascosto il mio nome e fossi andata lontano dalla mia città... E intanto ebbi non solo pane, ma agiatezze da dare ai miei genitori che mi disprezzavano e che più non vollero vedermi... E vi giuro, Alfredo, che la mia condotta, i miei modi, la mia dignità sempre mi fecero rispettare dai miei compagni e da quei poco morigerati giovani che frequentano simili artisti.

(In tutto questo romanzetto la verità era che essa, dopo avere passato la sua infanzia e la prima giovinezza coi saltimbanchi sulle piazze, era stata arruolata in una compagnia equestre, dove la sua bellezza e l’ardimento le avevano presto fatto acquistare una celebrità speciale sotto il nomignolo della _Leggera_).

— Ma ora, — ella ripigliò dopo una breve pausa, e fingendo a meraviglia di fare un penoso sforzo per continuare, — ora viene l’episodio più doloroso, più vergognoso, più maledetto della mia vita.

XXV.

La Zoe si raccolse un momento come per chiamare a sè tutte le sue forze onde abbisognava per ritornare su quei dolorosi fatti ed esporli; Alfredo, avvertendo che qui era il punto principale ed importante della narrazione, si chinò verso di lei con ancora maggiore interessamento.

— Io non aveva ancora amato mai... agli omaggi degli uomini mi sentivo affatto indifferente, anzi n’ero sdegnosa e sprezzante... Avevo conosciuta di tutti quelli che m’avevano avvicinata, e che pure secondo la società dovevano essere dei migliori, la bassezza di animo, la nullità dello spirito, la insufficienza del carattere!... Mi credevo io stessa incapace di quel sentimento. La mia virtù non aveva grandi difficoltà a salvarsi in mezzo a quelle dagli altri credute seduzioni, che mi attorniavano; trovava un aiuto e una forza nella mia apatia, nella stessa coscienza del mio valore, nel mio disprezzo d’altrui... Ma venne un giorno fatale in cui anche la mia superbia fu vinta... Vi ricordate che a Bologna, la prima volta che vi parlai, vi chiesi se eravate del Piemonte? Fu perchè nei vostri occhi mi parve scorgere, nella vostra voce sentire qualche cosa di colui... E fu per ciò, forse, che incominciai subito ad amarvi.... Fu in una città piemontese che lo vidi, che mi accostò, che mi vinse... Ah! ma come quell’uomo era superiore a tutti!... Come cuore, mente, valore, bellezza, forza, gentilezza erano in lui tali da offuscare ogni dote d’altrui!...

Si sollevò un momentino della persona, scoccò uno sguardo amorosissimo negli occhi di Alfredo e soggiunse abbassando la voce, come peritosa della sua confessione:

— Non vidi più altri che te degno d’essergli paragonato... te che me lo ricordavi!

Camporolle sentì un calore subitaneo, come una scintilla corrergli lungo la spina dorsale e poi invadergli le vene.

La donna continuava:

— Egli mi amò... Oh come seppe amarmi!... Egli lesse nel mio intimo, nella mia coscienza, egli conobbe ed apprezzò la purezza della mia vita, il coraggio della mia risoluzione, la nobiltà della mia indole e della mia condotta in mezzo a quel mondo che tutti condannano per corrotto ed ignobile; egli mi amò come mi avrebbe amata se mi avesse conosciuta nell’elegante salone di mia madre ai tempi delle maggiori prosperità della mia famiglia... Ed io l’amai... con adorazione, con culto, con entusiasmo, con trasporto di sacrifici, con abbandono appassionato, con tutto l’ardore e la potenza che può essere in una creatura terrena.

Alfredo sentì nel cuore il morso d’una stupida gelosia retrospettiva.

— Ah! — esclamò quasi con dolere, liberando le sue braccia dalle mani di lei che vi si stringevano tenaci, supplicanti, carezzevoli, calde, febbrili, e si trasse un pochino in là.

Ella s’accorse di ciò che passava nell’animo di lui. Se ne compiacque: era quello che voleva, suscitare le varie e più acute e più disparate emozioni nel giovine, affine di rammollirne la fibra, di indebolirne il vigore, di impossessarsi lei, colle arti sue, della volontà, del senso, del pensiero del giovane.

Riafferrò con forza, con risoluta energia, quasi con autorità le braccia di Alfredo, e sollevando il suo volto in quel momento animato, soffuso d’un rosato colore, quale egli non le aveva visto mai e che accresceva l’incanto della sua bellezza, continuò con voce più sommessa, quasi soffocata, fremente, affannosa:

— L’amai... e non fui sua!... Ci amammo supremamente da esser tutto l’uno per l’altra, da non aver più pensieri nè riguardi per nulla al mondo fuori dell’amor nostro... eppure i nostri rapporti furono incontaminati... Egli rispettò in me la donna cui avrebbe dato il suo nome, che avrebbe fatta sua compagna nella vita... Sì, — aggiunse con forza, levando in una mossa di nobile orgoglio la bella testa, — sì, egli avrebbe calpestato ogni pregiudizio, superata ogni difficoltà per condurmi all’altare, come pur n’ero degna. Ma la sventura appunto precipitò su di noi; la più orribile sventura che ci separò... che tolse a lui la vita — (abbassò la voce e chinò la testa), — a me l’onore e la felicità di tutta l’esistenza!

La falsa donna, attrice abilissima, si accasciò sul pavimento, come affranta da quel ricordo che rinnovasse in tutta la crudeltà d’un tempo un dolore incomportabile; s’accasciò e si coprì colle mani il volto e si pose a singhiozzare penosamente, con dolorosi sobbalzi che agitavano convulsamente il suo bellissimo corpo.

— Non fui sua!... — pronunziò con rotte parole e con istentato accento: — e un altro... Oh! l’infame!... E io ho potuto sopravvivere... e non istrozzarlo, e non istrappargli il cuore dal petto... e contentarmi di maledirlo!...

— Ah! — esclamò Alfredo con rabbiosa emozione: — il duca?...

Ella si levò impetuosa, furente, bella, terribile, le chiome ricascanti sulle spalle, attorcigliate come serpenti sanguigni che s’agitassero, il seno discinto, gli occhi fiammeggianti sotto il marmoreo pallor della fronte.

— Sì, il duca: — fremette con voce che vibrava come una nota metallica, che sibilava fra i denti, su cui si contraevano quelle labbra così rosse di sangue. — Il duca!... questo flagellatore di donne che s’abbassano a pregarlo...

Si torse le braccia in un trasporto di disperata rabbia che non toglieva nulla, ma anzi calcolatamente aggiungeva all’efficacia delle sue attrattive.