Part 11
— Ah sono vile! — esclamò coll’accento di chi non è più padrone di sè. — Fui vile a non ammazzarlo allora, quell’empio; sono stata vile a non ammazzarlo ora... ora che m’ha insultata, lui che mi volle perduta, che m’ha colpita del suo frustino, lui che mi gettò nel fango... Lasciatemi abbreviare quest’orribile racconto... L’uomo ch’io amava era uno fra i capi dei liberali: fu circondato di spie, fu venduto da un traditore; un bel dì venne arrestato, si sequestrarono appo lui le prove più patenti di una congiura da lui avviata... Si parlava nientemeno che di condanna a morte... Io, povera fanciulla che non comprendevo nulla di codeste cose, credetti che la vita di lui fosse in pericolo. Ero disperata... Codesto duca da lungo tempo mi perseguitava con tutte le proteste e le promesse e le tentazioni che siffatta gente crede atte a vincere una donna... Mi dissero a un punto che una sola persona poteva adoprarsi a salvar l’uomo da me adorato: questo mostro di principe, e che io solamente potevo ottenere da lui che ciò facesse... Esitai, lottai... oh quello che soffrii! Ma lasciarlo morire non volevo... Ero pur certa che, caduta, egli non m’avrebbe amata più, m’avrebbe respinta... Ma lasciarlo morire!.... Acconsentii che il duca mi rapisse. Sacrificavo il mio amore, il mio onore, anche la stima di lui alla salvezza della sua vita... Questa il duca me l’aveva giurata... Fui tratta in una villa solitaria. Dio Eterno!.... Là mi attendevano donne svergognate, libertini, ribaldi, degni compagni di lui... una sequela d’orgie... infamie senza nome... là avvolta da una scellerata ebbrezza... oh! non fatemi pronunziare più una parola...
Ricadde sul pavimento affranta, anelante, gemendo, la faccia chiusa nelle mani, agitata la persona da piccole convulsioni di spasimo.
Oh l’ammirabile commediante! Chi non avrebbe creduta sincera quella emozione? Chi non avrebbe dato fede a quel racconto?
Alfredo, lui, credette ciecamente. Sentiva ammassarsi in cuore un monte di odio e di furore contro quello scellerato di principe che vendeva a tanto infame prezzo la sua protezione. Turbato fino all’intimo del suo essere, fremente egli stesso, incapace di più frenarsi, sorse in piedi e si pose a passeggiare su e giù per la sala, le guancie contratte, i pugni serrati. La Zoe non si mosse da quel luogo e da quella positura; pareva proprio la Maddalena, nell’eccesso della sua umiliazione e del suo pentimento, che aspetta la parola che deve redimerla dal Cristo pietoso; ma di sottecchi frammezzo alle lunghe palpebre color d’oro, le sue pupille scure dardeggiavano sul giovane certi sguardi saturi di elettricità, di indicibile potenza magnetica.
Dopo un poco, il giovane si riaccostò lentamente alla donna, sempre abbandonata a quel modo, e curvandosi alquanto su di lei, le domandò a mezza voce:
— E colui... l’uomo da voi amato... fu salvo?
Zoe sorse di scatto, mandando una penosa esclamazione che pareva un urlo soffocato.
— Voi non potete neppure immaginare fin dove si spinga la scelleraggine di codesta gente cui la bassezza della natura umana onora e riverisce!... No, tu non lo crederai neppure... Mentre io mi sacrificava così dolorosamente... _egli_... era già spento!
— Come?
— Per sottrarsi alle torture della carcere.... egli si era avvelenato.
E la si lasciò cadere sul sofà, rompendo in un pianto di angoscia disperata.
Alfredo stette un momento a guardarla; poi le si sedette accanto, l’avviluppò colle sue braccia e la baciò sul collo.
— Hai molto sofferto! — le disse dolcemente.
— Fu tutto un dolore la mia vita... Odi ancora quel poco che mi rimane a dirti perchè tu mi conosca affatto... Fuggii l’Italia... fui a Vienna, dove il principe K., alleato della mia famiglia, mi accolse, mi protesse, coprì il mio primitivo nome e il mio passato col nome di baronessa di Muldorff... Un’eredità mi restituì la ricchezza; questa e la mia dolorosa pratica del mondo mi diedero l’indipendenza... Ora comprenderai perchè respingessi tutti gli uomini, comprenderai la forza dell’amor mio per te, se ha potuto farmi obbliare il giuramento che m’ero fatto di non più ascoltare una parola d’amore.
L’ombra d’un indefinito sospetto attraversò l’anima candida del giovane Alfredo.
— Una cosa non comprendo, — disse egli, — ed è il perchè tu sia venuta qui ora, fra le branche di quel mostro...
— Ah perchè? — sussurrò con voce fremente la donna: — sono venuta per vendicarmi...
— Come?
— Il come te lo dirò forse un giorno... se continuerai ad amarmi.
Egli la strinse di nuovo e con più passione fra le braccia.
Invece del romanzo ch’essa gli aveva narrato, la verità era che la Zoe aveva voluto per mezzo di Carlo di Borbone, figliuolo dell’allora duca di Lucca, far salvo dall’estremo supplizio Gian-Luigi Quercia, un famoso assassino che era vissuto nella società elegante torinese, e che era di lei amante: che il duca non aveva voluto darle retta, e che, per non salire sul patibolo, quel malfattore s’era ucciso con veleno che la Zoe medesima gli aveva recato mercè l’aiuto del Pancrazi, allora impiegato di Polizia in Piemonte.
Ma la maliarda si sciolse dall’amplesso di Alfredo.
— Lasciami, — disse risolutamente, — va... La notte è presso al suo termine... Sono stanca, affranta... ho bisogno di riposo e di pensare su quello che è accaduto, tu pure su quanto hai udito...
Per quante preghiere facesse il giovane, essa fu inesorabile. Ben sapeva l’accorta che quei desideri da lei eccitati con tanta arte, insoddisfatti, avrebbero acquistata una violenza di tanto maggiore, e di questa ella abbisognava pe’ suoi fini.
Appena partito il giovane, ella scrisse poche parole sopra un bigliettino: «Far sapere al duca che l’uomo nascosto in casa mia questa notte era il conte Alfredo Corina di Camporolle:» e per mezzo di Michele lo fece pervenire quella stessa mattina nelle mani del direttore di Polizia.
XXVI.
Era ormai l’alba quando Alfredo uscì dalla casa abitata dalla baronessa. Aveva indosso un malessere profondo, un’irritazione strana, un turbamento complesso, confuso, quale non aveva provato mai. Il sangue gli sussultava ancora e gli accendeva desideri, che, insoddisfatti, gli erano tormenti; la materia parlava forte con acri tentazioni, lo spirito si rincantucciava, per così dire, sbalordito, indolenzito, malvoglioso, sfiduciato, caduto in una specie di degradazione. Sentiva dileguatosi, offeso l’ideale d’amore della sua gioventù, accarezzato con tanta virtuosa ardenza dell’anima non volgare; ne provava un certo dolore, ma muto, nascosto, quasi inconscio, e s’arrabbiava di non averne vergogna e disperazione. La spregevole emozione della corrotta voluttà lo attirava. Come! Lui che aveva voluto fare del suo cuore un altare alla donna che avrebbe stimata degna dell’amor suo, ora si sarebbe abbandonato agli amplessi d’una sirena dei sensi, che l’onesto istinto gli faceva pensare a dispetto di tutto una creatura avvilita? ed egli anzi la desiderava, tanta degradazione, vi anelava, soffriva di non esservi ancora precipitato? Chi glie l’avrebbe detto un giorno! Sentiva moralmente, e anco pienamente perfino, quell’amarezza, quel disagio, quella penosa prostrazione che sente un libertino novizio dopo una notte di orgia, quando rincasa, colle membra e l’animo fiacchi, la bocca allappata disgustosamente e un infinito fastidio di tutto e di tutti, cominciando da sè.
Nella strada non c’era nessuno. Il conte di Valneve e Pietro Carra, visto partire il duca coll’Anviti e i due uomini di scorta, avevano aspettato ancora un poco, e poi, persuasi che il Camporolle sarebbe rimasto fino a giorno là dove gli era stato lasciato il campo libero, se n’erano andati per riposarsi alquanto e fare poi i pochi preparativi che occorrevano alla partenza.
Alfredo s’avviò di buon passo anch’egli verso casa, per cambiarsi in fretta di abiti, chè appena glie ne restava il tempo, e recarsi quindi dal conte Ernesto.
Ma nel suo alloggio trovò tutti i suoi dipendenti levati ad aspettarlo inquieti, e più inquieto di tutti un uomo che era quello venuto a mettere la casa in allarme a ora tarda della notte, che non s’era più mosso e che nell’attesa percorreva agitato, a gran passi, il salotto, accrescendo l’impazienza, i timori, le smanie, a ogni momento che passasse.
Quell’uomo era Matteo Arpione.
Appena Alfredo comparve, un’esclamazione di gioia con cui lo salutò il domestico nell’anticamera, ne annunziò l’arrivo a Matteo il quale si precipitò colla massima premura all’incontro del giovane.
— Ah finalmente! — esclamò egli trovandosi di fronte al Camporolle; e aveva la voce e le mani che tremavano dall’emozione. — Ah! che brutta, tremenda notte ci ha fatto passare, signor conte!
Questi, per l’addietro, non aveva mai accolto quell’uomo con molta espansione di tenerezza; le maniere di Matteo verso di lui erano d’una umiltà così sottomessa e poco dignitosa che al giovane certe volte facevano perfin rabbia; e insieme a ciò eravi nella figura, nei tratti, nel tutt’insieme di colui qualche cosa che gli ripugnava, senza ch’egli sapesse spiegarsene il perchè. Ora, da quello che glie ne aveva detto Ernesto Sangré, Alfredo credeva di avere finalmente scoperto quel perchè, subodorato dapprima dal suo generoso istinto. Quindi il modo con cui quella mattina egli accolse il vecchio, non più solamente freddo e riserbato, ma fu addirittura sprezzoso e crudele.
— Signor Arpione, — gli disse squadrandolo dalla testa ai piedi, — dopo quello che ho appreso di voi, una completa spiegazione è assolutamente necessaria. Ho diritto di sapere, e lo voglio, che uomo è quello che tratta i miei interessi e ch’io ricevo colla famigliarità d’un vecchio servo in casa mia; chè se quell’uomo non è degno della stima dell’onesta gente, non è degno neppure nè di servirmi, nè di varcare la soglia della mia abitazione.
Matteo nella sua faccia terrea e perfino nella sua fronte di pergamena divenne a un tratto di un rosso cupo, che poi tosto si dileguò per lasciare luogo a un pallore grigiastro, color di cenere; una contrazione delle guancie e delle labbra, un umido bagliore degli occhi affondati rivelarono in un baleno il subito morso in lui d’un acutissimo dolore; ma fu un vero baleno; la fisonomia di quell’uomo tornò nella sua fredda indifferenza abituale, e come se non avesse udito nemmanco quelle fiere parole, trascurando affatto il proprio tormento, egli non volle vedere che il turbamento e la pena del giovane, rivelati dal pallore e dall’accasciamento.
— Ma Lei, conte, non si sente bene questa mattina, — disse con premura. — Mi faccia la grazia; cominci per andare a letto a riposarsi...
Alfredo lo interruppe con superbo disdegno:
— Non avete intese le mie parole?
— Sì, signor conte... Io le darò ogni spiegazione che può desiderare... Vedrà! Non ha punto da inquietarsi. Ma intanto quello che preme di più è che Lei si metta a letto, si riposi, si curi...
— Avete in pensiero di fermarvi un poco a Parma? — domandò il giovane, coll’intenzione di mostrare affatto che non badava alle parole di quell’uomo.
— No: — rispose Matteo. — I miei affari non mi lasciano fare assenze lunghe... a meno che Lei abbia bisogno dell’opera mia... Allora disponga pure del mio tempo e di tutto me stesso... Già sono venuto qui apposta per Lei...
— Sì? — interruppe più sprezzante che mai il conte di Camporolle. — Credevo invece che foste venuto pel conte di Valneve.
— Anche per lui, è vero... Ma quello non è che un accessorio... Avevo determinato già di venire presso di Lei, perchè ho bisogno di parlarle... quando la famiglia Sangrè mi fece sapere occorrerle un messo fidato e intelligente da spedire qui al conte Ernesto.
— E avete accettato d’essere voi codesto messo fidato e intelligente?
Matteo finse non avvertire o non avvertì l’ironia con cui erano dette queste parole e rispose seriamente:
— Sì, signor conte... Anche con quella famiglia sono legato da lungo tempo... sono stato suo uomo d’affari, suo intendente, suo ragioniere... e ho conservato la fiducia del nobile conte padre... Or dunque, se Lei, conte Alfredo, non ha bisogno della mia presenza qui...
Il giovane fece un atto sprezzoso ad accennare che non aveva neppur l’ombra di tal bisogno.
Matteo continuò:
— Appena io avrò detto a Lei tutto quello che mi preme, che assai mi preme di dirle, appena avrò comunicato al conte Ernesto quello che la famiglia gli manda a dire per me, io me ne ripartirò.
— Il caso vuole che nè a me nè al conte di Valneve voi non possiate parlare così presto.
— Perchè?
— Perchè stiamo per partire ambedue...
— Da Parma?
— Sì.
— Per dove?
— Ah! siete troppo curioso.
— E non tornerà più qui? — domandò Matteo con accento in cui si travedeva una lieta speranza.
— Ci tornerò sicuro, appena finito l’affare per cui accompagno Valneve.
— Ah! gli è per un affare del conte Ernesto che partono!... Che sì che l’indovino.
— Sareste bravo!
— Gli è per battersi con quell’ufficiale austriaco col quale è cominciata fin da Milano la nemicizia...
— Oh come siete bene informato!
— È la famiglia che sa tutto, che vuol impedire codesto duello, che mi ha mandato apposta.
— Troppo tardi: — si lasciò scappare Alfredo.
— Ah dunque gli è proprio per codesto che loro partono: — esclamò Matteo. — Partono per battersi fuori di Parma, fuori del ducato; e Lei, conte Alfredo, accompagna il conte Sangrè per servirgli da testimonio?... Ma no; questo non può essere, non sarà. Il conte Ernesto non ha da battersi. Ho promesso a suo padre che l’avrei impedito ad ogni costo.... E Lei poi... Lei, conte Alfredo, non deve esporsi in nessun modo... Si può correre qualche pericolo, e io non voglio, non devo lasciare...
Alfredo lo interruppe superbamente.
— Voi, per prima cosa, non dovete immischiarvi nelle mie faccende... Ve lo proibisco assolutamente.
Matteo tremava in preda ad una vivissima emozione.
— Oh la supplico: — disse giungendo le mani.
— Basta! — gridò il giovane. — Al mio ritorno, se sarete qui ancora, o per lettera se sarete partito, avremo insieme quella spiegazione che esigo ad ogni modo. Ora non ho più tempo da darvi, nè anche un minuto... Lasciatemi.
E ciò detto il Camporolle si ritrasse nella sua camera per mutarsi di abiti sollecitamente e affrettarsi poi alla locanda dove era Valneve.
Matteo rimase un momento lì come sbalordito; poi si percosse la fronte e disse a sè stesso quasi in accento di comando:
— Presto dal Sangrè!... Su lui potrò forse qualche cosa di più, grazie a quel pagherò...
E corse sollecito verso la locanda in cui aveva preso alloggio Ernesto di Valneve.
XXVII.
Matteo Arpione giunse correndo alla locanda, ma sulla soglia di essa si fermò con un moto di sorpresa, trovandosi a fronte di un uomo avvolto in un gran mantello, che, venendo sollecito anch’egli dall’altra parte della strada, stava per entrare eziandio nel portone dell’albergo.
— Tu qui! — esclamò egli.
— Voi zio! — rispose quell’uomo con un’esclamazione di uguale se non maggiore meraviglia. — Voi a Parma! E non m’avete fatto saper nulla! E non siete venuto in casa mia!
— Zitto, Pietro! — disse Matteo. — Ricordati quel che t’ho detto già più volte, e che ora sono obbligato a ripeterti con ancora più calda preghiera: che tu non mi abbia da riconoscere per zio, che in presenza della gente io debba esserti come affatto estraneo.
— Ah! — disse con amarezza quell’uomo, il quale non era altri che il sellaio Pietro Carra. — Voi vi vergognate dunque molto d’essere stato congiunto alla nostra famiglia!
— No, non è questo, te lo assicuro.
Il giovane continuava con calore, le guancie leggermente arrossate:
— La famiglia di mio padre, se povera e popolana, fu sempre onestissima, e quella di mia madre voi l’avete pur conosciuta per bene. Erano tre sorelle fior di bellezza e di virtù....
— Sì, sì davvero: — interruppe Matteo con qualche emozione. — Lo so io, meglio di qualunque altro, e nella mia determinazione a questo riguardo non c’entrò mai per nulla il menomo motivo che possa far torto alla memoria di quelle tre brave donne.
— È forse per mia cugina Carlotta che è qui ora come ballerina?... Sareste venuto per ciò?... Vorreste aiutarmi a trarla da quella vita? Ah! io sarei disposto a far di tutto per levarla dal sciagurato abisso in cui quella sconsigliata è caduta... Per me, vedete, l’onore, la dignità della persona e del nome, prima di tutto.
— No, no, — rispose l’Arpione, — non sono venuto per codesto... Ti dirò anzi schiettamente che quella Carlotta io non la conosco neppure di vista e non voglio tampoco vederla, e non me ne importa un bel niente. Sono venuto per tutt’altro; come sono ben altre le ragioni che m’hanno fatto pregarti e mi fanno ora ripetere la preghiera di non lasciare scoprire in nessun modo a nessuno le nostre relazioni di parentela. Un giorno forse te le dirò; non son ragioni che possano menomamente offendere te e i tuoi: sono determinate da certi miei progetti, da scopi che proseguo... In ogni modo mi fa piacere di averti visto e in buona salute. Ora vattene tu pei fatti tuoi, e io vado pei miei. Addio.
Entrò nel portene, ma il Carra gli tenne dietro.
— I miei fatti, — disse, — mi obbligano appunto a venir qui dove entrate anche voi.
— Davvero!
Il portinaio che vide entrare questi due a un’ora sì mattutina, andò loro incontro e domandò chi cercassero.
— Il conte di Valneve: — rispose sollecito Matteo.
— E anch’io: — aggiunse Pietro stupito non poco.
— Sanno il numero del quartiere? — domandò il portinaio.
I due risposero affermativamente.
— Vadano pure: — continuò il custode. — Il conte m’ha detto appunto che sarebbero venuti in due a cercarlo di buon’ora.
Matteo e Pietro s’avviarono insieme su delle scale.
— Andate anche voi dal conte Sangré? — disse quest’ultimo.
— Sì, certo, — rispose l’altro, — e c’è meno da stupirsi di me che di te, il quale non so davvero come possa conoscere quel giovinotto torinese.
— L’ho conosciuto ieri sera, in casa appunto della Carlotta.
— La Carlotta! tua cugina!... Oh bella! Sarebbe dessa mai per caso quella ballerina per cui hanno scritto da Milano al conte di Valneve padre esser nata una sì accesa rivalità fra il figlio di lui e un ufficiale austriaco?
— Pur troppo! — sospirò Pietro. — E ieri sera ho avuto il bel piacere di vedermeli a capitare tuttedue, là in casa di quella disgraziata, i rivali.
— E successe fra di loro una scena dietro la quale si sono sfidati, non è vero?
— Appunto.
— E questa mattina devono partire ambedue da Parma per andarsi a battere?
— Precisamente... Ma come sapete voi?...
— E forse che tu hai da prenderci parte?
— Proprio: il conte di Valneve mi ha fatto l’onore di scegliermi a uno de’ suoi testimoni, ed io mi sono affrettato ad accettare.
Matteo notò allora sotto il mantello di Pietro una certa punta che sporgeva.
— E scommetto che lì sotto, — disse, — in quel viluppo ci hai delle armi.
— Avete indovinato.
— Spade?
— No, sciabole: il tedesco non ha voluto accettare la spada... Ho qui quattro sciabole che sono davvero il fiore delle sciabole. Il mio compare Ludovico, lo spadaio, mi ha dato quel che aveva di meglio, e lui ha tutta roba eccellente.
— E tu partirai col conte di Valneve?
— Sì.
— Per dove?
— Per Castel San Giovanni: — si lasciò sfuggire Pietro Carra.
— Ma non hai pensato che tu sei padre di famiglia, che in codesto ci possono essere dei pericoli, e ci saranno sicuramente delle conseguenze poco piacevoli per tutti coloro che vi si immischiano?
— Ho pensato che sarebbe stata quasi una viltà lasciare nell’imbarazzo quel bravo conte piemontese: e io non voglio che si possa dire di me che ho mostrato pusillanimità.
— Oh lo so che testa e che carattere hai!...
Non potè continuare, perchè erano giunti al quartiere del conte di Valneve, e Pietro, aprendone l’uscio, si trovò in faccia il conte medesimo che stava per uscire.
— Oh bravissimo mio signor Carra! — esclamò il giovinotto, che non fece nessuna attenzione in quel primo momento alla presenza di Matteo. — Lei è il primo. Cominciavo a trovare un po’ lunga l’attesa... Già io sono d’indole poco paziente... e venivo fuori a vedere se i miei nuovi amici giungevano.
Così dicendo rientrò nell’appartamento, e il Carra e l’Arpione ve lo seguirono.
— Ho dovuto svegliare mia moglie per avvertirla della mia partenza: — disse Pietro; — perchè la povera donnina sarebbe stata troppo inquieta sapendomi partito senza conoscerne nè il perchè, nè il come...
— E così Lei le ha detto tutto?
— Sì signore; ma non tema, sa. Mia moglie non è una donnuccia volgare, e sa tenere un segreto. Ah, oso dire che di creature come quella lì non ce n’è dimolte al mondo. Essa non vive che per la sua famiglia, per me e pei nostri figli, e ci ha nel suo cervellino tanto buon senno che io non faccio mai nulla di nulla senza domandargliene a lei avviso e consiglio; e me ne trovo sempre contento d’averlo domandato.
— Me ne rallegro.
In quella, Pietro aveva tratto di sotto al mantello il fascio delle sciabole e depostolo sopra una tavola.
— Ah qui sono le armi? — disse il conte Ernesto, sciogliendo il fascio e prendendo in mano l’una dopo l’altra le sciabole.
— Sì, signore: — rispose il Carra. — Anche questo m’ha fatto indugiare un poco. Ho dovuto far saltare giù dal letto l’armaiuolo, e poi tuttedue insieme abbiamo scelto colla massima attenzione le lame migliori.
— E hanno scelto bene! — esclamò Valneve, il quale con occhio di conoscitore esaminava le armi, ne faceva piegare le lame, ne tastava col dito il taglio e la punta, ne provava, brandendole, l’impugnatura e l’equilibrio. — Sì, davvero! Non si può desiderare di meglio. Ora dunque non ci manca più che il conte di Camporolle... il quale spero non vorrà tardare dimolto, — soggiunse sorridendo, — quantunque la notte che ha passata gli faccia forse un piacere e un bisogno del riposo...
A questo punto Matteo, rimasto in un canto, si fece innanzi e disse:
— Signor conte, appunto mentr’Ella aspetta quel signore, potrebbe accordarmi i cinque minuti di colloquio che ho avuto l’onore di domandarle ieri sera?...
Ernesto lo interruppe con quel tono di disprezzo con cui Alfredo lo aveva sentito a parlare a Matteo la sera innanzi.
— Ah siete voi?...
— M’ha detto di tornare questa mattina...
— E ora vi dico di tornare questa sera...
— Ma se Lei parte...
— Tanto meglio e così non mi troverete... Oh non la capite che non voglio sentirvi, che non voglio aver nulla da fare con voi?
— Signor conte, — rispose umilmente Matteo, — io non domanderei di meglio che non darle oltre fastidio; ma ho una missione da compiere da parte della sua famiglia e le domando questo colloquio in nome del suo signor padre... Ho poi qui una carta che dovrebbe avere qualche influenza sulle sue determinazioni a questo riguardo.
E da un suo portafoglio trasse fuori e mostrò ad Ernesto un fogliolino in forma di cambiale.
Valneve arrossì un poco e bruscamente disse:
— Ebbene sia, venite di qua... Mi scusi, signor Carra: spero sbrigarmi in un momento ed essere subito di nuovo da Lei...
E passò nella camera vicina seguìto da Matteo Arpione.
XXVIII.
Appena soli nell’altra stanza, Ernesto di Valneve si volse a Matteo con voce aspra e sdegnosa:
— Avete dunque con voi quel mio _pagherò_?
— Scaduto da cinque giorni! — disse lentamente e spiccatamente l’usuraio.
Il conte arrossì.
— Avete ragione.... Avrei dovuto pagare.... Ma ho avuto tante cose per la testa....
— Ha fatto tante altre matte spese a Milano!...
— Siete bene informato dei fatti miei, compar Matteo! — esclamò Valneve con dispettosa ironia.
— Ella deve sapere quanto interessamento ho sempre avuto per tutto quello che riguarda Lei e la sua nobile famiglia.
Il giovane gli troncò le parole in bocca con un atto di sdegnosa impazienza.
— Insomma, — disse, — e l’ho subito indovinato ieri sera al primo vedervi, siete venuto fin qui per farvi pagare?
— Con questa occasione, sicuro che avrò caro di esigere subito quel che mi viene... Vivo anch’io negli affari; Lei sa, ho i miei obblighi, le mie passività, le mie scadenze ancor io, e si fa calcolo su quanto possiamo introitare per...