Part 5
— Ebbene, allora cominciamo per far quello che abbiamo detto a quel gufo di Direttore della Polizia: andiamo a cena; là, e forse soltanto là, potremo discorrere un po’ liberamente. Vede quelle ombre che rasentano il muro laggiù? Sono spie che il Direttore di Polizia ci ha messo alle costole per sapere i nostri fatti e i nostri discorsi, e io ho gran bisogno di tenere celati a lui e ai pari suoi gli uni e gli altri... Non già, — soggiunse vivamente con una uscita di franco buon umore, — ch’io voglia commettere qualche delitto... ma qualche cosa voglio fare, per cui ho bisogno anche della complicità di qualcheduno.
— Eccomi a Lei, se io le posso servire: — disse Alfredo.
— Sicuro! Ed è proprio la mia buona sorte che mi fece incontrare così gentile e simpatica persona.
Giunsero alla locanda dove era alloggiato il conte di Valneve, e questi ordinò si portasse loro da cena nella propria camera. Non c’è nulla che accomuni di più due giovani della medesima condizione, delle medesime abitudini, i quali sieno già l’uno all’altro simpatici, che un pasto di questa fatta fronte a fronte, in tutta libertà, con buone vivande e vini squisiti. Alle frutta i due conti erano amici e si davano del tu; e fu allora che, fatto allontanare i camerieri, con alcune bottiglie di _bordeaux_ ancora sulla tavola, un allegro fuoco acceso nel caminetto, un eccellente sigaro ambedue i commensali fra le labbra, il piemontese cominciò il discorso che gli stava a cuore.
— Per confessarti subito tutta la verità, caro Alfredo, — così disse Ernesto di Valneve, — l’avventura a cui ti prego d’assistermi bisogna che finisca con un duello.
— Un duello serio? — domandò Alfredo, il quale, abilissimo nella scherma e nel maneggio d’ogni arma, chè questo era pure stato un elemento della sua educazione a cui avevano posto molta cura i suoi istitutori, pure non s’era mai trovato in simil caso, e provava una certa impressione.
— Spero di sì: — rispose sempre con quella sua allegra tranquillità il piemontese. — In fatto di duelli, eccoti la mia opinione, che ti raccomando: evitarli per le bazzecole, ritenerli ridicoli per le minchionerie, e farli sul serio quando ve ne sia un motivo reale e non si possa ottenere un’altra soddisfacente soluzione.
— Mi rincresce pel pericolo a cui vai incontro, — disse Alfredo, — ma confido pure che la tua abilità e il tuo coraggio...
— Evvia! — interruppe allegramente a suo modo Ernesto: — il pericolo ed io ce la diciamo abbastanza bene. Già lo saprai che la fortuna in queste cose assiste i capi scarichi, gli sventati. Ora io ho la mortificazione di doverti dichiarare che sono uno sventato, un capo scarico di prima classe... E poi, e poi... che cosa t’ho a dire?... non mi è ancora capitato di dover sentir paura per nulla e per nessuno: figuriamoci se avrò da provarne per quel gran pagnottone bianco dai baffi tirati e fatti a lesina che pare un bue vestito da ufficiale austriaco!
— Ah! — esclamò Camporolle: — il tuo avversario del duello sarà dunque quel colossale capitano d’Ulani che era questa sera col duca...
— E che mi guardava... insieme con quel carissimo duchino... tanto insolentemente.
— Ed è per codeste sguardate?...
— Che non ti pare le bastino, quando chi ce le manda ha un muso come quello e una montura d’austriaco?... Corpo di bacco! vorrei poter tirare sul terreno anche quella faccia impertinente del signor duca e mostrare anche a lui un tantino d’educazione!...
S’interruppe e soggiunse con un po’ più di serietà:
— E pensare che questi sono principi, che sono regnanti, val quanto dire debbono rappresentare ed essere tutto ciò che v’ha di più nobile, di più eletto, di più valoroso, di più generoso nel mondo. È cosa da far dar nei lumi! E poi c’è che si stupisce che la monarchia scapiti ogni giorno più!... Basta, non ficchiamoci a filosofare... Come puoi facilmente capire, non è la prima volta che barattiamo di queste occhiataccie io e quel mastodonte d’ulano austriaco che si chiama von Klernick. Ci siamo incontrati a Milano dove io ho l’abitudine di passare ogni anno una parte del carnevale in casa di certi parenti che ci ho. Fu alla Scala che l’ho visto la prima volta; già era destino che la nostra attinenza dovesse essere qualche cosa di teatrale, e per isciogliersi degnamente avrà da finire in tragedia. Quell’elefante ha trovato modo di farsi presentare alla marchesa Respetti-Landeri, che è la moglie di quel mio lontano cugino presso cui abitavo, che io riguardo quasi come un fratello, perchè oltre ad essere il miglior uomo di questo mondo, suo padre era il più grande amico del mio, ed egli è appunto figlioccio di mio padre e si chiama Ernesto come mi chiamo io, e come da chi sa quante generazioni si chiamano tutti i primogeniti dei Valneve... Ciò sia detto fra parentesi... La marchesa Sofia, la moglie di mio cugino, è una donna graziosissima, bellina, di spirito, il meno civetta che possa esserlo una signora, ricca, di venticinque anni, e che non ha nemmeno l’occupazione d’un bambino da allevare: avevo già sentito a dire che c’era un torrione d’ufficiale austriaco che le faceva la corte e ciò mi indispettiva per lei, pel mio amico e cugino, e per me stesso, che, a dirti la verità, non posso vedere le monture austriache. Non l’avevo ancora mai visto, quando una sera, come ti dicevo, alla Scala, mentre ero nel palchetto della marchesa Sofia, vedo venire a stringerle la mano e sedersele presso quella balena di tedesco. Fatta la presentazione, ci guardammo come un cagnaccio e un gattino. Tu sai che un gatto, per quanto piccolo, se è di buona razza, non si lascia impaurire da un cane per quanto grosso. Della freddezza che si usava verso di lui, quel colosso non se ne dava per inteso: mi destava un’irritazione che, se non fosse stata presente la marchesa, avrebbe corso rischio di farmi commettere perfino qualche inciviltà. Il sopraggiungere di nuove visite obbligò me a uscire dal palchetto, e lasciai là dentro quel Golia a fare il grazioso col garbo d’un orso. Incontrai parecchi giovinotti milanesi che, discretamente, ma francamente, mi toccarono della cattiva impressione che faceva nella società milanese il vedere così frequentemente intorno alla marchesa Respetti, piemontese, moglie d’un piemontese, quell’uniforme turchina del von Klernick. Stavo studiando meco stesso un modo di pigliarmela con quel campanile d’ulano, senza che ne avessero ad essere compromessi nè mio cugino, nè sua moglie, nè la delicata condizione in cui mi trovavo nella mia qualità di ufficiale piemontese, quando, fra le tante vane ciarle che si tengono dai giovani sfaccendati, udii far cenno d’una passione che il medesimo rinoceronte al servizio dell’imperatore d’Austria nutriva per una delle prime ballerine, la Carlotta.
— Quella che è venuta ora qui a Parma, e che ha esordito questa sera? — domandò Alfredo che ascoltava con simpatico interesse il racconto del suo nuovo amico.
— Appunto... Quella ragazza io l’aveva conosciuta... abbastanza intimamente, quando era venata a ballare a Torino e... non me ne fo un merito.... avevo acquistato su di lei un certo influsso, un certo ascendente, come si suol dire, che ero riuscito più volte a far prevalere ai suoi capricci... chè la n’è impastata, quella creatura... le mie bizzarrie, che pure non sono poche nè ordinarie. Fino a quel momento non m’era nè anco venuto in capo di andarla a vedere, chè, a dir la verità, l’impressione lasciatami dalla sua frequentazione d’un mese non era tale da suscitarmi un vivissimo desiderio di rinnovarla: ma appena sentii che quel Montebianco d’alemanno n’era invaghito, mi venne una matta voglia di portargliela via di sotto ai baffi. Quella stessa sera andai ad aspettarla alla porticina per cui doveva uscire dal teatro, finito il ballo. Ella venne saltellando fuor dell’uscio, per islanciarsi nella carrozza che stava lì davanti a lei già collo sportello aperto. Io m’avanzai da una parte chiamandola per nome: «Carlotta!» Dall’altra, camminando col suo passo pesante, si presentò quel bufalo d’un ulano. Ella stette sospesa con un piede giù dal predellino, una mano in aria, quel suo nasino volto in su, palpitante di curiosità e di voglia di ridere. Io non perdetti un minuto di tempo, e le dissi nel mio piemontese che ella capisce perfettamente: «Ora io salgo in carrozza con te e t’accompagno a casa; se non mi vuoi, tu non hai che da gettare una parola, uno sguardo, un saluto a quello spaventapasseri di tedesco; io faccio _dietro-front_, e non mi vedi più.» La Carlotta fece una gran risata, saltò nel legno gridandomi: «vieni» senza dir nemmanco «va al diavolo» all’ulano; io mi slanciai al fianco di lei nella carrozza, rinchiusi lo sportello, e via al trotto delle rozze pagate dall’impresario, mentre l’austriaco, rimasto con tanto di naso, ci mandava dietro un _zum Teufel_ colossale come la sua persona.
XII.
Ernesto di Valneve riempiè i bicchieri di _bordeaux_, riaccese il suo sigaro d’avana che si era spento e domandò al suo compagno con quel suo simpatico sorriso:
— Il mio racconto comincia ad annoiarti?
— No, tutt’altro: — rispose con calore Alfredo: — mi diverte assaissimo invece.
— E allora continuo. Il mio disegno era che quel pezzo da sessanta, indispettito meco, venisse ad insultarmi e si prendesse lui tutt’insieme l’iniziativa, il torto e la responsabilità della contesa e del duello che le avrebbe dovuto tenere dietro; ma quel Sancarlone di ciccia pare che sia tanto paziente quanto è grande e grosso: si contentava di guardarmi con quei suoi occhiacci da uccello notturno e non mostrava neppure di accorgersi ch’io gli volgevo le spalle per non salutarlo, quando lo vedevo ad arrivare. Ostentai di mostrarmi al Corso in carrozza e al teatro Re in palchetto colla Carlotta, di cui, a dire il vero, non mi importava un cavolo; e ne ricevetti i rimproveri dal mio buon cugino Ernesto. Tutto inutilmente! Presi la Carlotta a quattr’occhi. «Tu scellerata, le dissi, ricevi ancora von Klernick?» — «Oh tanto poco!» rispose lei: «quando tu non puoi venire.» — «Per quanto sia poco, è sempre troppo!» gridai io fingendo di montare in collera: «e se non gli chiudi proprio per sempre su quel mascherone da fontana l’uscio del tuo quartiere, io non mi lascio più vedere da te nè cotto nè crudo.» L’ingenua creatura si mise a piangere. «Ogni qual volta egli viene,» esclamò nel candore della sua innocenza, «mi porta sempre un regalo di valore.» — «Ah! non voglio che tu ci abbia da perdere,» soggiunsi io ridendo: «e a ogni mia visita saranno due i regali che mi farò premura d’offrirti.» Le lagrime cessarono e il mastodonte alemanno rimase alla porta. Le cose non potevano andare in lunga di quel modo; e sai tu il bel modo che ha trovato nella sua grossezza quel toro di Falaride? Il medesimo che ora si vuole applicare qui dal governo del duca: mi si mandò a chiamare da Santa Margherita e mi si fissarono cinque giorni per partire e tornarmene in Piemonte. Fui sul punto di dare un calcio a tutta la prudenza e di fare una scenata a quella caricatura del Colosso di Rodi; ma per fortuna venne il caso a favorirmi. La prima ballerina di questo teatro di Parma, come sai, cadde ammalata, e per sostituirla si pensò di chiamare la Carlotta, la quale ci ha dei parenti in questo paese. Io era sicuro che se la ragazza fosse venuta qui, quel cammello di von Klernick le sarebbe corso dietro; qui, lungi da Milano, non ci sarebbe più stato pericolo che venisse frantesa la causa di una disputa fra lui e me e che nessuno fosse compromesso, e avrei potuto finalmente esser io a coronare l’opera, obbligando quel pilastro a uscire dalla sua prudente passività, anche con un diretto insulto: epperciò istigai vivamente la Carlotta ad accettare. La lasciai, come fosse questa sera, decisa di venire, e il domani mattina la trovai melanconica, perplessa, agitata, d’un umore insopportabile. Insistetti per sapere che cosa fosse avvenuto, e la cara innocentina mi porse con atto da grande attrice, senza pure una parola, un bigliettino di calligrafia germanica, scritto in un italiano più germanico ancora, in cui quel colosso d’uomo le annunziava la generosa idea che gli era saltata in mente di pagarle la somma di cinquemila lire se ella aveva l’eroismo di resistere alle seduzioni dell’impresario di Parma e rimanere a Milano.
— Per bacco! — esclamò Alfredo. — Ci metteva proprio un gran puntiglio nella gara!
— Sicuro! — soggiunse Ernesto. — E ce l’avevo messo anch’io oramai. S’era fatta una lotta in cui ciascuno credeva quasi impegnato il proprio onore a non restarci disotto. Io poi assolutamente voleva spuntarla, perchè quell’Oloferne d’un ulano tentava compromettere mia cugina, una delle più brave donne del mondo e moglie del mio più caro amico, perchè era grande e grosso come il cavallo di marmo di Torino, perchè era un ufficiale austriaco e perchè mi era antipatico in sommo grado. Conclusione: stracciai in minutissimi pezzi l’eloquenza scritta del gigante teutonico e dissi alla donzella disperata e che quasi minacciava saltarmi agli occhi colle unghie: «Sta quieta: quel pitocco d’un megaterio....» (la poverina non sapeva nella sua innocenza che cosa fosse un megaterio; le spiegai per amore dell’esattezza che gli era un animale tardigrado antidiluviano grosso come una cattedrale).... «quel pitocco d’un megaterio non ti offre che cinque mila lire per restare? Ebbene, io te ne do sette mila per partire.»
— E glie le hai date? — domandò Alfredo.
E l’ufficiale piemontese, con un leggero sospiro che forse ricordava le difficoltà provate per procurarsi quella somma:
— Sicuro! Non sono stato colle mani alla cintola e il domani stesso le mettevo sulla sua tavoletta un sacchetto pieno di napoleoni d’oro.
— Corbezzoli! — disse il conte di Camporolle: — io t’ammiro. Tu fai cotanto per quella donna che probabilmente non ne vale la pena.
— Oh no! non ne vale davvero la pena...
— Senza sentir nulla per lei... solamente per un puntiglio!... Che cosa faresti se tu avessi nel cuore una grande, una forte passione?...
Era sul punto d’aggiungere: «come ho io»; ma si trattenne a tempo, pensando che quella donna misteriosa non gli avrebbe forse perdonato di confidare quel segreto neppure ad un amico di anni ed anni, figurarsi poi ad un amico di poche ore.
Il conte di Valneve rise in un cotal suo modo pieno di spensieratezza e di garbo.
— Eh! non ne so nulla io stesso, — rispose. — Io sono un originale, umor bizzarro, che forse pratico il meno di quanti mai uomini sono e furono il saggio precetto di Socrate di conoscere sè stessi. Per una follìa sono capace d’un miracolo, per una passione seria chi sa?... E anzitutto dubito perfino s’io sia capace di una passione seria. Mio padre, al quale, poveretto, ho già dato tanti dispiaceri, — mandò un altro sospiro in cui si sentiva un verace e sincero rincrescimento — mio padre mi dice sempre che ho un cervello bislacco, un cuore che non è cattivo, ma si lascia pigliare da chi vuole, e una ragione la quale, non già che manchi, ma è sempre a spasso, il che torna lo stesso come se non ci fosse. E ora tu mi puoi conoscere come i miei compagni d’Accademia e i camerati di reggimento, e puoi decidere con apprezzamento più giusto se fai bene o fai male ad assistermi nel mio duello con quel cetaceo terrestre.
Alfredo, vinto sempre più da una calda simpatia per quel giovane, gli porse tutte e due le mani:
— Ma io sono qui disposto a far tutto quello che ti piace, e magari battermi io in tua vece...
— No: — interruppe Ernesto ridendo — questo non mi piace.
Trasse fuori dal taschino l’oriuolo e guardò l’ora.
— Appunto le undici, — soggiunse — il teatro finirà a momenti. È l’ora opportuna. L’elefante si recherà dalla ninfa. Ci dobbiamo essere anche noi. A Milano aspettavo che fosse lui a risentirsi delle mie punzecchiature; qui posso esser io a risentirmi subito subito, e le sue occhiataccie di questa sera mi bastano. Beviamo ancora un bicchiere di _bordeaux_ e andiamo.
Sorsero in piedi ambedue, e il Sangré mescette nei bicchieri. In quella s’udì un picchio all’uscio.
— Avanti! — gridò la voce franca e squillante di Ernesto.
Entrò un cameriere.
— Scusi, signor conte, — disse rivolgendosi al Valneve, — c’è un signore arrivato adesso adesso da Torino che ha bisogno di parlarle e aggiunge subito subito per cose di gran premura.
Ernesto corrugò le sopracciglia.
— Da Torino! — ripetè con accento di malumore. — Scommetto che indovino. È qualcheduno che mi ha mandato mio padre per tentare di richiamare in casa quella certa ragione che è sempre a spasso. Ha detto il suo nome?
— Mi ha dato questo biglietto da rimetterle.
Il conte di Valneve prese in fretta dalle mani del cameriere il biglietto, ne aprì la busta, e in furia spiegato il foglietto, vi diede una rapida sguardata.
— Lui! — esclamò con un sogghigno in cui c’era stupore, dispetto e la solita allegria insieme. — Mi manda il buono! Possibile che mio padre e mia madre non conoscano ancora che cattivo soggetto è costui!... Ma già essi vivono in una sfera così superiore, in un mondo così diverso...
S’interruppe, e piegando trascuratamente il foglio per cacciarselo in tasca, domandò al cameriere:
— Dov’è costui?
— Qui nella camera vicina.
— Ah va bene!... Abbi pazienza un momentino, Camporolle. Mi sbarazzo in due parole di questo noioso... oh non ci perderò molto tempo, e poi andremo.
Alfredo fece un segno che voleva dire all’amico s’accomodasse pure a tutto suo talento.
Valneve uscì col cameriere, e dall’uscio rimasto aperto un momento venne fino all’orecchio del Camporolle la voce dell’uomo che era venuto in cerca d’Ernesto; la quale pronunziava chiaramente queste parole:
— Son io, signor conte.
Quella voce fece dare un balzo ad Alfredo. Egli la riconosceva, quella voce: sì certo, gli era famigliare. Ma come l’uomo a cui apparteneva tal voce era in relazione col conte di Valneve, e questi lo aveva detto poc’anzi un cattivo soggetto?... Una pungente, irresistibile curiosità assalì il giovane: egli fu d’un salto all’uscio socchiuso e udì il suo nuovo amico dire a quell’uomo con un accento di profondo disprezzo:
— Ah vi riconosco, signor Matteo, caro, amabile e degno strozzino.
Matteo!... Anche il suo nome! Quell’uomo era colui che aveva tanto operato, che aveva fatto tutto per l’allevamento, l’educazione, l’istruzione, la condizione sociale d’Alfredo; era il misterioso suo amico e protettore Matteo Arpione.
XIII.
Pel primo momento Alfredo volle ancora dubitare. Commise l’indiscretezza di socchiudere leggermente l’uscio e di mettere all’apertura prima l’orecchio, poi l’occhio per chiarirsi del tutto. Il dubbio non era più possibile. Non capì pur una parola di quanto quell’uomo diceva, ma la voce netta e distinta era dell’Arpione; la luce di due candele che il cameriere aveva poste sopra una tavola batteva di pieno sulla faccia di quell’uomo e quelle erano le fattezze senza espressione, i tratti cascanti, gli occhi serpentini, la fronte schiacciata, la bocca sottile, la pelle ulivigna di Matteo Arpione. Il giovane sentì invadersi da capo a piedi d’un gelo. Colui che solo al mondo gli aveva rappresentato fin’allora e gli rappresentava la famiglia, da quel suo nuovo amico, del quale tutto gli faceva credere alla franchezza e alla nobiltà, era detto un tristo, un cattivo soggetto, era trattato con evidente disprezzo! Ma chi era dunque? Che cosa faceva egli? Quali attinenze aveva con lui il conte Sangré? Per che cosa egli era venuto a Parma?
Non potè molto tempo rimuginare siffatti pensieri, perchè l’uscio della stanza vicina non tardò ad aprirsi, e la voce allegra del conte Ernesto gli gridò:
— Vuoi venire, Camporolle? Ciò che abbiamo da fare ora mi preme più che quello di cui mi ciancia quest’uomo.
Fu la volta per Matteo Arpione, — poichè era lui davvero, — di trasalire e commuoversi. Quel nome di Camporolle, ch’egli non s’aspettava mai più di udire in tal luogo, il comparire del giovane che gli giungeva ancora più inatteso, lo turbarono profondamente, e se il conte di Valneve avesse fatto attenzione a lui, avrebbe notato quella sua subita commozione, come la vide Alfredo. Ma l’Arpione dominò tosto il suo turbamento, ridiede alla sua faccia la solita apatica tranquillità senza espressione, facendo però in fretta cogli occhi, coll’atteggio delle labbra, colle mani un cenno, che era insieme di preghiera e di comando, perchè il giovane non mostrasse di conoscerlo.
— Tornate domattina: — riprese il conte Ernesto volgendosi di nuovo a Matteo sempre con quell’accento sprezzoso: — e allora potrò ascoltarvi; ora vi ripeto di lasciarmi in libertà.
Pigliò il suo pastrano che era colà gettato sopra un sofà e fece per vestirlo; Matteo accorse umilmente ad aiutarnelo, come avrebbe potuto fare il più rispettoso dei domestici; e il conte Ernesto tollerò quell’atto servile senza neanche mostrare d’accorgersene: ma quando fu vestito e già col cappello in testa, Sangré di Valneve, toccatosi nelle tasche del vestito e del pastrano, esclamò:
— O che testa! Facevo la solenne corbelleria d’uscire senza l’astuccio dei sigari.... E non voglio mica andarne a comperare di que’ parmensi!
Corse di nuovo nell’altra stanza a cercare e prendere il portasigari. Matteo colse questo tempo; guizzò lesto presso Alfredo e nell’atto di aiutare anche lui a calzare il pastrano gli susurrò all’orecchio:
— Non mostri di conoscermi.... Non domandi neppure di me.... La prego.... Domani mattina sarò da lei.... Son venuto apposta per vederla, per parlarle... Le spiegherò tutto... Zitto!.... È qui il conte.
E con un’agilità di cui non lo si sarebbe creduto capace, in un balzo fu all’altro capo della stanza, prima che Ernesto, il quale apriva il battente dell’uscio, fosse entrato.
L’ufficiale piemontese non fece più la menoma attenzione a Matteo; prese amichevolmente il braccio di Alfredo, e, traendolo seco, si avviò dicendo col suo solito piglio scherzoso:
— Andiamo alla pesca di quella balena... di acqua dolce.
Nell’anticamera trovò un cameriere.
— Andate a spegnere i lumi nel mio quartierino, — gli disse, — e chiudete per bene. Naturalmente, metterete fuori quell’uomo che ci si trova.
I due giovani, tenendosi così a braccetto, uscirono dalla locanda e camminarono un poco in silenzio, preoccupati ambedue. La venuta di quell’uomo, per ragioni diverse, aveva turbato l’uno e l’altro.
Fu Alfredo che ruppe il primo il silenzio, non potendo resistere più oltre alla penosa curiosità che lo travagliava.
— Colui che è venuto a parlarti poc’anzi... quell’Arpione....
Ernesto lo interruppe stupito:
— Tu lo conosci? — domandò.
Camporolle esitò un momento. Dire la bugia rincresceva al suo carattere leale; ma le parole che Matteo gli aveva dette, l’atto supplichevole che gli aveva fatto perchè tacesse che fra loro correva qualche relazione, lo rendevano pure riguardoso a confessare la verità.
— No; — rispose dopo un pochino e volgendo in là il capo a nascondere al suo compagno la confusione che questa bugia gli metteva sulla faccia aperta e sincera.
— E in che modo ne sai il nome?
— L’ho udito da te... questa sera... quando gli parlavi, a quel cotale.
— Ah sì?... È proprio un arpione, che disgraziato chi vi resta preso... Tanto meglio che tu non lo conosca, e t’auguro che tu non abbia mai da far nulla con lui.
Alfredo si sentì venir pallido.
— È dunque proprio qualche cosa di brutto e di cattivo? — domandò con accento che si sforzò di rendere il più possibile indifferente.