Part 4
— Io no: — interruppe Alfredo, il quale pensò che forse alla baronessa avrebbe dispiaciuto ch’egli rivelasse la loro attinenza: — non la conosco molto più di voi medesimo.
— Eppure, quando l’avete vista mi è sembrato notare in voi una certa emozione....
— Un po’ di meraviglia... La vidi a Bologna, dove teneva un’esistenza così originale....
— Ah sì?... Galante?
— No: niente affatto: non riceveva nessuno; e per quanto facessero i più ricchi, i più audaci, i più fortunati, non uno riuscì a essere introdotto in sua casa.
— Oh oh! cospetto!... Chi lo direbbe a vederla?... Un mostro di virtù.
Si curvò sul principe che stava sempre intento a guardarla, ed a cui essa non faceva la menoma attenzione.
— Sente V. A.? — gli disse ridendo. — Qui il conte ci afferma che è una Lucrezia romana... prima di Tarquinio.
— Davvero? — esclamò beffardamente il duca con un sogghigno che spiacque molto al povero Alfredo. — Oh son proprio curioso di conoscerne qualcuna di codeste eroine.... Non ne ho mai incontrato nessuna finora!....
— E V. A. correrebbe anche il rischio d’esserne il Tarquinio?
— Rischio? — disse il principe levando le spalle: — non ce n’è più nessuno di rischi.... La semenza dei Bruti è andata persa affatto.
— E con ragione: — ribattè il cortigiano ridendo: — erano maniere troppo _brutali_ per un secolo civile come il nostro.
Alfredo ascoltava quei discorsi con una malavoglia, con un disagio che non sapeva spiegarsi egli stesso; l’attenzione, l’interessamento che il principe mostrava per la baronessa, gli davano sospetto, dispiacere e rabbia; avrebbe voluto interloquire, rintuzzare l’impertinenza di quelle parole, e non osava, e non gli veniva neppure alle labbra cosa che gli paresse acconcia da dirsi.
A toglierlo da quel suo disagio sopraggiunse un ufficiale d’ordinanza del principe.
— Altezza, — disse quest’ufficiale, inchinandosi verso il duca: — c’è il capitano degli ulani austriaci Imperatore Nicolò, il conte von Klernick; il quale supplica di aver l’onore di presentare i suoi omaggi a V. A.
— Ah! von Klernick — gridò il duca: — quella testa matta!... Ne abbiamo fatte di belle pazzie insieme a Vienna!... Quand’è arrivato?
— Credo ieri.
— Ci dev’essere qualche gonnella che lo tira, ne son persuaso.
— Nelle quinte del palcoscenico si susurra di sì.
— Ah ah! Una diva della ribalta.
— La nuova ballerina venuta da Milano a sostituire la Ranzi caduta ammalata.
— Egli la protegge?
— Sì.... è venuto apposta, ed ha per rivale un uffiziale piemontese.
— Oh oh! un piemontese?... Sarà un italianissimo. Come si chiama?
— Il marchese di Valneve.
— Sangré di Valneve... Buona famiglia... Conosco! E forse che è venuto anche lui questo marchese?
— Sì, Altezza.
— Benone! Ci divertiremo... Dica pure a von Klernick di venire.
Mentre l’ufficiale d’ordinanza usciva per chiamare l’austriaco, entrava in quel palchetto l’inglese sir Tommaso.
— E così? — gli gridò di nuovo il duca stando al parapetto: — trovato quel ricapito?
— Trovato.
— Ed è?
— Sul canto di borgo San Biagio, alla strada di Santa Lucia.
Alfredo udì quell’indirizzo.
— Va benissimo: — esclamò il duca. — Faremo una visita questa stessa notte.... Anviti, mi accompagnerai.
Anche queste parole furono udite dal conte di Camporolle, il quale, vedendo in quella entrare ancora l’ufficiale d’ordinanza, accompagnato da un capitano di ulani austriaci, pensò che il meglio che avesse da fare era di andarsene via dal suo palchetto egli stesso.
IX.
Il capitano von Klernick, con cui Alfredo quasi si urtò uscendo, era un bell’uomo sui trent’anni, alto, membruto, biondo, con lunghi baffi incerati, un gran naso fatto a becco di rapina, una fronte piccola, un portamento rigido e altiero, e un’aria poco simpatica di militaresca tracotanza e di aristocratica superbia.
Si avanzò fin presso il duca e fece un inchino colla sua rigida persona.
— Buon giorno, von Klernick, — gli disse il principe parlandogli in tedesco. — Vi vedo volentieri.
— Grazie! — mormorò il capitano sotto i suoi baffi appuntati.
— Voi venite da Milano, a quel che ho inteso?
— Sì, Altezza.
— Che notizie ci recate?
— Nulla... Si muore di noia... I milanesi sono sempre più stupidi; fanno il broncio al Governo, si annoiano come tanti sciagurati per fare una dimostrazione politica e ci fanno seccar noi.
— Vuol dire che gl’italianissimi hanno sempre il sopravvento sulla pubblica opinione?... Sciocchi buffoni! O che il maresciallo non è capace di insegnare loro a smetterla una buona volta? Vedrete, capitano, come faccio qui io; guardate, imparate e andate a dirlo al maresciallo.
— Mah! — esclamò l’austriaco mandando un sospiro: — Milano non è Parma. Là c’è una nobiltà pazza, ricca, influente, che ha il cervello per traverso, colla smania di voler fare della politica come si fa in Piemonte... Già la pietra di scandalo è quel maledetto paese di rozzi e grossolani montanari...
— Avete ragione: — interruppe il duca con un certo bagliore negli occhi che era effetto di irritazione: — grossolani, testardi quei piemontesi, pesanti e insoffribili... Ah! se si potesse dar loro una buona lezione.
— Pensare che sarebbe così facile! — disse il capitano degli ulani. — Se il maresciallo si mettesse alla testa di due divisioni, in una settimana noi schiacceremo quel nido di vespe.
— Peggio che vespe, vipere.
— Ma il nostro imperatore è troppo buono!
— Bene! Lasciamo stare la politica, von Klernick. A Milano vi annoiavate, e siete venuto un poco qui a divertirvi con noi... Ah birbone; è quella grassoccia d’una Carlotta, la ballerina milanese, che vi ha attirato.
Il capitano fece un antipatico sogghigno che voleva essere malizioso, colle sue labbra grosse, carnose e rispose:
— La Carlotta!... Ah bella donna!... V. A. sa?
— Di quello che accade ne’ miei dominii sono informato di tutto: — disse il duca con istupida aria di superbia e di millanteria.
L’austriaco nascose con un chinar del capo il suo sogghigno, che era divenuto ironico e sarcastico. E davvero c’era da ridere di quel vanto, pensando che quei dominii erano vasti come un palmo di terra.
— Vi fermerete qui parecchi giorni, capitano? — riprese il duca.
— Cinque o sei.
— E poi vi condurrete con voi la ragazza?
— Ah! non so... Essa ha una scrittura per Firenze, ma forse non ci andrà.
— Siete voi che non la lascierete andare. È troppo lontano, non è vero?
— Quella creatura è molto capricciosa... vuol fare a sua testa... Ha abbandonato Milano per farmi dispetto.
— E voi le siete corso dietro.
— È stato un puntiglio... sapevo che veniva qui per lei un cotale...
— Ah sì! Ho udito anche di ciò: un ufficiale piemontese.
Von Klernick si drizzò bene sulle piante con tutta l’imponenza della sua grande statura, impettì bene il suo busto serrato nell’uniforme, si appoggiò alla sua durlindana e disse con disprezzo:
— Un omicciattolo meno alto di questa sciabola: un cosino che si dà delle arie... Begli ufficiali ha il Piemonte! Oh sì che con codesti burrattini il re Vittorio Emanuele vorrà far paura a mezzo mondo! Ah ah ah!
Rise grossolanamente.
— Ma è ricco, non è vero? — soggiunse il duca: — e i napoleoni d’oro lo fan guardare di buon occhio dalla ragazza.
— Ricco! Ricco!... Chi lo sa?... Dicono che sia pieno di debiti fin sopra i capelli.
— È cosa di buon genere.
— Eccolo laggiù in platea, presso l’entrata.
— Chi? Il vostro rivale! Sangré di Valneve?... Ho piacere di vederlo. Ho conosciuto il marchese che deve essere suo padre, un uomo rigido, presidente della Corte d’appello che allora si chiamava Senato: un uomo dotto, un dottorone, pieno di solennità, di legale e di morale, noioso come un discorso accademico... Non è in uniforme?
— No, Altezza.
— Ah! va bene. Non ha osato vestirla qui, l’uniforme piemontese, nella mia capitale. Qual è di tutte quelle giubbe nere laggiù?
— Vede quel giovanotto biondo, pallido, che pare una ragazza, il quale sta appoggiato alla colonna?
— Sì, quello è il conte Alfredo di Camporolle, un nobile romagnolo, colui che era qui stesso in questo palchetto.
— È vero, che l’ho visto ad uscire. Ebbene quel mingherlino che si trova alla sinistra di lui, proprio fianco a fianco, con quei baffetti e quel pizzo di color castagno scuro, quello è Valneve.
— Benissimo. Riconosco un poco dei lineamenti del padre. Già è un uomo in piccola edizione. Vi arriva ai gomiti, a voi.
Il capitano austriaco tornò ad impettirsi superbamente.
— Simili campioni, noi li facciamo correre collo scudiscio.
E frattanto von Klernick, il principe, il colonnello Anviti e sir Tommaso avevano appuntati i cannocchiali in quella direzione e guardavano con una fissità e con certo sogghigno che sarebbero stati trovati oltraggiosi anche dal più pacifico e meno suscettivo degli uomini.
Il caso, che pare si compiaccia di legare e slegare le attinenze fra gli uomini, intrecciare e complicare gli interessi e le vicende della vita, aveva fatto che Alfredo, scendendo giù dalla sua loggia invasa in quel modo dal duca e dai suoi, venisse in platea a porsi proprio allato dell’ufficiale piemontese, il marchesino Ernesto Sangré di Valneve, rivale del capitano austriaco Rodolfo von Klernick nelle grazie della ballerina milanese, la Carlotta. Pensare che da questo semplice contatto, dall’incontro di quella sera dovevano in massima parte provenire fatti che avrebbero cotanto interessata, cambiata la sorte di quei due giovani!
E c’era mancato un attimo solamente che Alfredo si partisse addirittura dal teatro. Così aveva deciso di fare, ma passando innanzi alla porta che metteva in platea, non potè resistere al desiderio di dare ancora un’occhiata alla baronessa: era entrato, ne aveva ricevuto uno sguardo, e non s’era più mosso; appoggiatosi a una delle colonne del lato della porta stava là incantato, affascinato, oblioso di tutto il resto.
Eppure il rivolgersi di tutti quei cannocchiali dal suo palchetto, ora occupato dal principe, a guardare in quel luogo e la ostinazione con cui fissavano, riuscirono a farsi scorgere anche da lui. Alfredo non poteva indovinare che il bersaglio di tutti quegli sguardi era il giovane suo vicino, e credette di essere egli stesso; e siccome era evidente la beffa oltraggiosa di quei guardatori, egli si sentì rimescolare il sangue ed arrossì nella faccia come una fanciulla a cui si fa l’insulto di sconvenienti parole. Il primo suo impulso fu di sottrarsi a quella vergogna e fuggirsene; ma tosto poi si disse che ciò sarebbe da pusillanime, e, fattosi forza, si voltò di pieno verso quella loggia e sollevò il cannocchiale all’altezza dei suoi occhi per rispondere colla sua a quelle sguardate. Ma in quella si sentì toccare delicatamente sulla spalla e si volse indietro.
Era il giovane suo vicino, al quale egli non aveva fin allora fatto la menoma attenzione.
— Scusi: — gli disse con una graziosa e vera gentilezza, sorridendo garbatamente: — Ella voltandosi in questo modo impedisce al duca di Parma e ai degni compagni che ha seco, là in quel palchetto al terz’ordine, di squadrarmi bene a tutt’agio coi loro cannocchiali, e a me di contraccambiarli col mio. È un piacere innocente che, se non l’incommoda, la prego di permettere che ci possiamo pigliare tornando alla positura ch’ella aveva prima.
La persona di quel giovane fu di subito simpaticissima ad Alfredo: era di piccola statura, ma ben fatto, ben proporzionato e di agili e spigliate movenze; aveva una testa intelligente, ben posta sulle spalle, con fisonomia piena di espressione, risoluta, gentile, allegra, schietta, un po’ spensierata, ma nobile e buona. L’aristocrazia del sangue che gli scorreva nelle vene si vedeva subito nella finezza e bianchezza della pelle che lasciava scorgere alle tempia la rete azzurrina delle vene, e nella piccolezza delle mani accuratamente inguantate.
— Come! — esclamò Alfredo, il quale pure si sentì un pochino sollevato, al sapere che l’ostile insolenza di quegli sguardi del principe e de’ suoi non era rivolta contro di lui.
— È lei che guardano a quel modo? Credevo d’essere io.
— No signore: — riprese allegramente quel giovane al quale era riuscita simpatica altresì la figura di Alfredo, — per questa volta è a me, proprio a me, che tocca tanta fortuna: e bisogna bene che me ne dimostri grato come si merita.
E postosi il cannocchiale agli occhi colle labbra atteggiate ad un sorriso pieno di fine ironia e di altezzoso disprezzo, stette fiso a guardare anche lui il duca ed i suoi.
I quali, all’espressioni dei volti, parvero furibondi per tanta temerità: furono fulminei addirittura gli sguardi del principe e del capitano austriaco; e siccome il giovane vicino d’Alfredo non se ne dava per inteso e seguitava a guardare con una placidità piena di scherno, il duca parlò animatamente all’Anviti, questi ripetè ancora più animatamente alcune parole all’ufficiale d’ordinanza, e l’ufficiale, facendo atti di collerica minaccia, uscì impetuosamente dal palchetto.
Evidentemente da quel Giove in miniatura del duca era partito il fulmine, portato da quell’aquila d’ufficiale. Il giovane della platea, incrociate le braccia al petto, gli occhi sempre fissi sul palchetto dove era il principe, stette tranquillamente ad aspettare lo scroscio.
X.
Il fulmine non tardò a colpire, e fu sotto forma di un brigadiere de’ gendarmi, più irsuto, più burbero, più tracotante che il solito, il quale, aprendosi il passo a spallate fra la gente, venne dritto alla volta del giovane forestiero.
— Signore: — gli disse con una vociaccia burbera e sopracciglia fieramente corrugate: — lei venga fuori!
Il vicino d’Alfredo, che aveva visto accostarsi il brigadiere sempre colla medesima placidezza e tranquillità, rispose tranquillamente, senza scomporsi menomamente e senza smettere il suo fine sorriso ironico:
— Io? Vi assicuro che non ho nessun desiderio di muovermi, che ho pagato il mio biglietto d’ingresso, e che perciò ho diritto di godermi tutto lo spettacolo, e quindi se non mi dimostrate con e per quale autorità voi mi volete allontanare, io non faccio neanche un passo.
E si appoggiò con tutte due le spalle alla parete su cui si alzava il parapetto delle loggie del prim’ordine.
La venuta del brigadiere e l’intimazione da costui fatta con voce abbastanza alta al giovane forestiero, avevano attirato l’attenzione della folla circostante su quella scena, e in un attimo tutto il teatro e tutti i vicini, e per la prepotenza del fatto, e per la calma dignitosa dell’uomo oltraggiato in quella guisa, davano non dubbi segni di simpatia verso il forestiero e di disapprovazione alla condotta del brigadiere e di chi lo faceva agire. Più di tutti il nostro Alfredo sentivasi tratto a simpatizzare con quel giovane, il quale si manteneva, in mezzo allo sdegno che doveva provare, così calmo, così dignitoso, così superiore.
— Meno parole: — rispose ancora più brusco il brigadiere che si sapeva guardato dal palchetto dov’erano il principe e il colonnello Anviti. — Venga subito, altrimenti sarò costretto ad usare la forza.
— Va bene! — disse il giovane, sempre tranquillo, sempre sorridente. — Ecco almeno una ragione che per voi può parer buona. Vi domando in nome di quale autorità e con qual diritto voi procedete, e voi mi rispondete che userete la forza.... A questa mi sottopongo; protesto, ma mi sottopongo.
— Presto! — gridò il gendarme. — Finisca le chiacchere.... Avanti, _marche_!
— Un momento, mio gentile brigadiere; uscendo di qua, sarò libero di andarmene dove voglio o avrò ancora la vostra amabile compagnia?
— L’accompagnerò dal Direttore di Polizia.
— Bene! Una visita piacevolissima. Oh che belle sorprese capitano nella felicissima Parma!...
— Silenzio!... Avanti, le ho già detto....
— _Marche!_ — suggerì il forestiero ridendo e avviandosi. — Andiamo pure a far la conoscenza del signor Direttore di Polizia; ma ripeto innanzi a tutti questi signori che protesto.
— Zitto! le ripeto: — gridò il brigadiere e allungò la mano per afferrare il braccio del giovane.
Questi si fece indietro d’un balzo.
— Ah _fi donc_! — esclamò. — Non mi toccate!
Ebbe un aspetto di tanta fierezza, di sì sdegnoso orgoglio, di imponente autorità, che il brigadiere, alto, grosso, forte, rozzo, tracotante, lasciò cader la mano e chinò gli occhi innanzi a quel giovane piccolo, mingherlino, dall’aspetto delicato e gentile.
Siccome nello scostarsi vivamente dal gendarme il forestiero aveva dato una pestata ai piedi d’un signore che gli stava di dietro, egli si volse e disse colla più squisita cortesia d’un gentiluomo elegante:
— _Pardon!_
Colui al quale aveva pestato i piedi era il conte di Camporolle.
— Nulla di male: — rispose Alfredo: — e se lei mi permette, io mi prenderò la libertà di accompagnarla dal Direttore di Polizia: e potrò attestare colà l’illegale modo con cui si è proceduto verso di lei.
— Ella mi fa un insigne favore: — disse il giovane piemontese: — ma non vorrei che ciò avesse da comprometterla e farle avere dei dispiaceri, degl’incomodi o dei pericoli.
Alfredo scosse le spalle in un modo che piacque dimolto all’altro, perchè gli prese la mano e gliela strinse forte, soggiungendo vivamente:
— La ringrazio ed accetto.
Uscirono insieme dietro i passi del gendarme i due giovani, accompagnati da un susurro pieno di simpatia di tutti i circostanti; e molti di questi li seguirono fin nell’atrio; ma là alcuni gendarmi appostati, ad un cenno del brigadiere fecero stare indietro, anzi ricacciarono dentro la platea, tutti i curiosi.
Venendo fuori dal teatro i due giovani di conserva, il piemontese disse al compagno:
— Almeno che lei sappia verso chi si dimostra così generosamente gentile, e io a chi vado debitore di sì coraggiosa prova di cortesia.
Trasse di tasca un elegante portafogli e, levatane una polizzina di visita, la porse ad Alfredo, il quale fu lesto a contraccambiarlo.
Nella cartolina del piemontese, sotto una corona di conte, stava scritto: ERNESTO SANGRÉ DI VALNEVE, _luogotenente del 1º Reggimento Guardie_.
I due giovani lessero a vicenda le rispettive polizzine e poi si scambiarono un amichevole saluto col capo.
— Conte di Camporolle: — disse l’uno: — mi auguro che si presenti l’occasione di renderle un pari servizio da amico.
— Conte di Valneve: — rispose l’altro: — sono lieto che l’occasione m’abbia recato la fortuna di fare la sua conoscenza.
Arrivarono sollecitamente al cospetto del Direttore di Polizia, il quale, dicerto già preavvisato, li aspettava seduto alla sua scrivania, una lampada innanzi a sè con una ventola disposta in modo che rifletteva tutta la luce sulla faccia delle persone che gli si presentavano e lasciava lui perfettamente nell’ombra. Pur tuttavia Alfredo riconobbe la poco simpatica persona del famoso Pancrazi.
— Il suo nome, signore? — domandò egli bruscamente, appena i due giovani gli comparvero innanzi.
L’ufficiale piemontese pronunziò chiaramente e spiccatamente il suo.
Alfredo disse a sua volta:
— Credo che lei mi riconosce...
— A lei non ho mica domandato nulla: — interruppe burbero il poliziotto. — Sì, la riconosco e mi stupisco di vederla qui, lei che non ci ha nulla da fare.
— Io era vicino al conte di Valneve, — soggiunse con qualche calore il Camporolle, — quando egli ebbe l’inqualificabile intimazione...
— Sarà inqualificabile per lei: — interruppe di nuovo il Pancrazi: — ma nessuno qui a lei domandò i suoi apprezzamenti, e creda a me che Ella non ha diritto, nè la convenienza di darli.
— Mio caro signore, — disse gentilmente il conte di Valneve, — Ella ha già fatto fin troppo per me e non voglia procacciarsi altri fastidi. Il signor Direttore della Polizia riconoscerà subito il deplorevole errore commesso dai suoi subalterni a mio riguardo, si affretterà a farmi delle scuse da quel gentiluomo che è ed a lasciarmi in libertà.
— Lei crede? — disse il Pancrazi impassibile nell’oscurità mandata dalla ventola. — Il conte di Camporolle, se ha la curiosità di assistere al colloquio che ho l’onore d’avere con lei, è padrone; lo conosco abbastanza per lasciargli procurarsi questa magra soddisfazione; ma fra noi due, signor conte di Valneve, la cosa non sarà tanto liscia e di quella guisa come lei crede.
— Mi permetta, signor Pancrazi: — saltò su Alfredo: — ma come testimonio al fatto, posso proprio attestare che il conte non ha avuto il menomo torto, che mentre era tranquillo ad assistere allo spettacolo...
— Signor conte di Camporolle — interruppe il Direttore di Polizia: — Io ho avuto per lei delle raccomandazioni tali che mi impongono la maggiore considerazione e il maggiore interessamento in suo vantaggio; ma mi trovo pure obbligato a ripeterle che in questo fatto Ella non c’entra, e il _meglio per lei sotto tutti i riguardi_ — pronunziò assai spiccatamente queste parole — è di non entrarci per l’affatto.
E poi voltosi al piemontese di nuovo:
— Lei ha il suo passaporto in regola?
— Ho già avuto il piacere di mostrarlo cinque o sei volte a vari agenti della Autorità ducale: — rispose il conte di Valneve colla sua ironica affettazione e gentilezza.
— Ebbene, abbia ancora una volta questo piacere mostrandolo a me: — proruppe burbero il Direttore di Polizia.
L’ufficiale piemontese trasse lentamente di tasca la carta e la porse con un atto di sprezzosa noncuranza al poliziotto.
Questi vi gettò appena sopra un’occhiata e disse:
— Non va, non va.
— Come non va? — esclamò il conte di Valneve. — Vuol dire che non sapevano quel che si facevano i vostri subalterni che lo esaminarono!
— Lei ha un modo di parlare molto acconcio a compromettere la sua causa.
— La mia causa?... Ma che causa? Io non ho causa di sorta nè con lei, nè con nessuno di qui. Sono un ufficiale del Re di Sardegna di passaggio in questa città, al quale mi stupisco che si osi dare di queste molestie.
— Le molestie, come osa dire lei, poteva risparmiarsele non venendo.
— Bravo! — esclamò con un’ironia piena di scherno il giovane piemontese.
— E le saranno subito finite — riprese con collera il Pancrazi — perchè lei domani se ne partirà.
— Davvero?
— Sì signore.
— E perchè?
— Perchè questo suo passaporto non è stato vidimato dall’agente consolare di Parma a Milano, donde Ella viene.
— E se non parto?
— La faremo accompagnare alla frontiera dai gendarmi.
— Bellissimo modo per ottenere quel che si vuole.... Ci penserò fino a domani, poichè non dev’essere che allora la mia partenza, secondo le buone vostre intenzioni. E ora, spero, che mi lascierete andare in libertà.
— La lascio andare alla sua locanda a dormire.
— Grazie della generosità.
— Le proibisco assolutamente di rimetter piede in teatro.
— Che peccato! È l’unico posto dove avrei voluto andare.... Pazienza! Ci rinunzio.... Andremo a cena; non è vero conte di Camporolle?
E senza fare il menomo atto di saluto, prese il braccio di Alfredo ed uscì. Il Direttore di Polizia mandò dietro ai due giovani uno sguardo acuto e quasi soddisfatto.
— La Zoe sarà contenta: — mormorò fra sè, e si mise con tutta attenzione ad esaminare un monte di carte che aveva dinanzi.
XI.
Ernesto di Valneve, uscito dall’uffizio di Polizia a braccetto con Alfredo di Camporolle, quando furono un poco allontanati dal portone innanzi a cui passeggiava la sentinella, disse al suo compagno:
— È per lei un sacrifizio il non tornar più a teatro?
— Niente affatto, — rispose Alfredo. — Anzi volevo già partirmene.
— Sarei indiscreto, la torrei a qualche occupazione o ritrovo, se la pregassi di favorirmi della sua compagnia per un’ora o due questa sera?
— Niente affatto, — rispose con cordiale sollecitudine Alfredo: — anzi le dirò che mi rende un vero e gradito servizio. Io aveva appunto da studiare il modo di occupare il mio tempo sino all’una dopo la mezzanotte.