La vendetta di Zoe

Part 3

Chapter 33,803 wordsPublic domain

Il suo sospetto non s’era ingannato. Ferma innanzi alla porta della meschina locanda, egli vide una carrozza di piazza; ne riconobbe alla prima occhiata la forma, il color della vernice, il cavallo, il cocchiere: era quella in cui aveva visto salire la baronessa. Dunque il lungo colloquio del giorno durato fino alle quattro della sera non aveva bastato a quei due, e appena chiusa la notte, essa, essa stessa era venuta a trovar lui con tanta premura, con tanta segretezza! Se quella donna adunque non riceveva nessuno, se respingeva superbamente gli omaggi di tutti, se lui medesimo, Alfredo, lasciava consumarsi d’amore senza pietà nessuna, era perchè aveva altri impegni, un’altra passione, un legame che le era caro? E chi era costui? E perchè quel mistero? E perchè non dirgli apertamente a lui: «amo, sono di un altro?» Il povero giovane soffriva orribilmente. Nessuna ragione, fuorchè la violenza, sarebbe riuscita a strapparlo di là. Aspettava fremendo; gli pareva che qualche cosa di terribile avesse da succedere, e voleva esserci, voleva vederlo, voleva averci parte. I minuti passavano lenti, eterni; quando gli venne in mente di guardare l’orologio, un’ora era trascorsa e gli sembrava che fosse stato un lungo, intero giorno.

Finalmente un cameriere venne a chiamare la carrozza che s’era fatta in disparte e quella si recò innanzi al portone della locanda. Alfredo si slanciò. Quando la donna pose il piede sul predellino e si diede la spinta per salire nel legno, sentì una mano di ferro che le afferrava e stringeva il braccio. Si volse spaventata, gettando un piccolo grido: riconobbe la faccia sconvolta del giovane e allo spavento sottentrò in lei la meraviglia.

— Voi, conte? — esclamò. — Come qui?

Egli le rispose con voce soffocata, coi denti stretti:

— Io... vi ho spiata... bisogna che vi parli.

— Perchè?... Che cosa mi volete?... Chi, che cosa vi mosse a spiarmi?

Un lampo di fiera soddisfazione guizzò nei suoi occhi.

— Ah! siete geloso? — soggiunse abbassando la voce e chinandosi verso il giovane così che le sue labbra gli toccarono quasi l’orecchio.

— Sì! — ruggì Alfredo a cui il caldo soffio della donna che gli sfiorava la guancia metteva l’incendio addosso.

— Va bene, va bene, — proruppe essa con una strana gioia, stringendogli a sua volta le mani, occhieggiando più seducente che mai. — Vi ringrazio!... E se fosse ciò appunto ch’io desiderava da voi?... Oh anch’io bisogna che vi parli... Ma non ora, non qui... Domattina alla Montagnola... Veniteci pur presto. Ci sarò. Oh ci sarò!

Gli scoccò uno sguardo che era una carezza, un sorriso che era un bacio, e approfittando della scossa che Alfredo ne ebbe, per cui diede indietro d’un passo, saltò nella carrozza, rinchiuse lo sportello, gridò al cocchiere: «avanti» e partì.

La vettura era già sparita al canto della strada che il giovane rimaneva ancora là intento, sbalordito, cogli occhi abbacinati, coll’anima commossa da quello sguardo, da quel sorriso.

Il domattina fu per tempo al luogo assegnato, e questa volta non ebbe da aspettare dimolto. La baronessa scese di carrozza al solito posto e venne su con passo più affrettato del solito, il velo alzato dal viso, e l’aspetto animato, e sola affatto, non più seguita dal domestico.

Alfredo aveva creduto fino allora che al vederla egli sarebbe scoppiato in rimproveri, in lamenti, in imprecazioni, in isfogo rabbioso dei tormenti che aveva sofferto per lei il giorno precedente e tutta la notte trascorsa. Invece non fu buono a dir nulla: si lasciò pigliare le mani da lei, che gliele strinse forte; sentì una grande amarezza, un grande scoraggiamento, e gli occhi pieni di lagrime, indispettito di piangere, mordendosi fino al sangue le labbra per vincere la sua commozione, impacciato, tormentato sotto lo sguardo ardente, fisso di lei, non riuscì che dopo un poco a balbettare:

— Voi ne amate un altro, voi siete d’un altro... Tutto è finito per me... Perchè non dirmelo?...

Essa gli stringeva sempre forte forte le mani, gli stava lì al petto vicina da toccarlo, lo guardava fiso con quelle pupille che emanavano luce e calore. Taceva, ma sembrava fremere d’una potente emozione. Il luogo era deserto; un leggero venticello faceva frusciare i rami secchi degli alberi; qualche passero in cerca di cibo gettava in mezzo a quel silenzio una nota stridente che pareva una voce di dolore: ma il sole già alto sull’orizzonte rallegrava il paesaggio con una larga ondata di luce giallastra. La donna guardava sempre Alfredo a quel modo. Un raggio di sole veniva a scherzare coi capelli di lei che parevano indorati, le metteva una fulgida striscia sulla fronte di marmo, suscitava scintille nella piccola pupilla profonda. Il cuore di lui batteva da fargli male.

Liberò le sue dalle mani della donna, si trasse in là, si coprì colla destra gli occhi e susurrò:

— Ah! voi mi fate soffrire.

— Alfredo! — disse ella finalmente e con voce in cui vibrava un’emozione quale egli mai non aveva in essa avvertita. — Alfredo! Tu hai dunque tutte le buone qualità? Sei geloso!... Ieri sera traverso lo sconvolgimento de’ tuoi tratti, nel lampo feroce de’ tuoi occhi, ti ho letto finalmente nell’anima come non avevo ancor fatto mai... Tu sei geloso tanto da essere capace di piantare un pugnale nel cuore alla donna che ti tradisse, di ammazzare colle tue mani l’uomo che ti rapisse il cuore, il possesso della donna che tu ami!... — Il giovane, a quelle parole sentì ridestarsi più vivo l’impeto della gelosia.

— Sì! — gridò con veemenza.

— E tu sei quale appunto io ti desiderava... Supponi ch’io cercassi un uomo di questa tempra!... Forse è la Provvidenza che ti ha messo sul mio cammino... Forse tu sei quello che ha da aiutarmi a compire un gran fatto.

S’interruppe: evidentemente si pentì di quelle parole, a cui si era lasciata trascinare da una subita, potente emozione; si calò il velo innanzi alla faccia e soggiunse colla calma freddezza delle altre volte:

— Credetelo, conte, per una donna che comprenda veramente l’amore, una reale, profonda, potente gelosia è l’argomento più sicuro della forza dell’affetto... Questo ho voluto dirvi e null’altro.

— No, no: — proruppe Alfredo. — Voi avevate già cominciato a lasciarmi penetrare nell’anima vostra, e ora me ne volete di nuovo respingere, e me ne volete richiudere da capo. No, Zoe, non essere così crudele con me... Mi hai fatto tanto bene parlandomi coll’abbandono del tu: perchè ritogliermi la soavità di quella domestichezza?... Te l’ho già detto altra volta. Io per te sono capace di qualsiasi cosa. Dimmi, comandami, accennami.

La baronessa prese con fare scherzoso il braccio del giovane e facendolo camminare di conserva gli disse:

— Vieni qui, ragazzo, e passeggiamo discorrendo tranquillamente. Sono incredula all’amore degli uomini: comincio a credere al tuo: è già un gran fatto: non ti basta? Non amo nessuno: te l’ho detto e giurato; te lo ridico e te lo rigiuro... Veggo sulle tue labbra prepararsi le parole con cui vuoi interrompermi: E l’uomo di ieri? E le lunghe conferenze? Ebbene, Alfredo, per davvero, su tutto quello che io possa amare e sperare su questa terra, ti protesto che non si tratta menomamente di amore, nè di galanteria... Non cercare di sapere di più, e non volerti incontrare con quell’uomo, nè tentare di scoprire chi egli sia, e Dio voglia che tu non abbia mai da fare con lui... Per me è uno strumento, necessario, potente, ma che profondamente disprezzo. Ti fidi alle mie parole?... Se sì, potremo continuare a vederci come ora...

— E non di più? — non potè trattenersi dall’esclamare Alfredo.

— Indiscreto, — disse la baronessa sorridendo. — Per ora, no, non di più... Se non mi credi, allora sarà meglio che ci separiamo addirittura.

— Oh questo no... Ti credo, ti credo.

In realtà la sua fede non era molto robusta e radicata, perchè pochi minuti dopo finito il colloquio colla baronessa, egli correva a quella locanda dove era alloggiato l’uomo misterioso e ne apprendeva che colui era ripartito quella stessa mattina per Parma. Nel libro dei viaggiatori aveva scritto come suo nome quello di Ambrogio Denti, negoziante.

Colla baronessa, il conte di Camporolle seguitò ad avere sempre più frequenti colloqui, ma tutti nella deserta passeggiata. Per quanto il giovane pregasse e insistesse, la donna mai non acconsentì a riceverlo, mai neppure a lasciarsi accostare, accompagnare in teatro, nelle rare riunioni sociali in cui ella interveniva. Qualche cosa però Alfredo aveva guadagnato: la famigliarità fra lui e la baronessa era sempre venuta crescendo; le espansioni dell’amore di lui, essa le ascoltava con più interessamento, con più incoraggianti sorrisi; non aveva lasciato sfuggire ancora una parola che includesse il menomo impegno da parte sua, ma ne aveva profferite molte che potevano dar ragione a remote speranze.

Quand’ecco a un tratto tutto questo fu troncato: e il povero giovine potè credere che al suo romanzo, prima del tempo, venisse a strozzarlo la crudele parola _fine_. La baronessa gli annunziò una mattina che il domani sarebbe partita da Bologna per non tornarci più almeno chi sa fino a quando. Alfredo propose subito di partire con lei, di seguitarla. Essa lungamente rifiutò di dire perfino dove fosse per recarsi: finalmente, come vinta dalle supplicazioni e dal dolore del giovane, consentì a dirgli che la avrebbe ritrovata poscia a Parma.

— A Parma! — esclamò il conte. — Il tuo visitatore misterioso viene di colà.

La donna lo guardò fiso e tranquillamente.

— Sì, certo, — rispose, — e con ciò? Hai tu bisogno di nuove mie dichiarazioni e proteste?

Alfredo chinò il capo e si tacque.

— Vieni dunque tu pure a Parma, — continuò la baronessa. — Chissà che colà non siamo più liberi!

— Perchè? — domandò il giovane.

Ella non rispose.

— E anzi colà io ti farò avere certe lettere che ti introdurranno nel mondo più brillante... anche a Corte.

— Come?

— Vedrai.

Quella sera Alfredo, spinto da un segreto sospetto, accorse alla locanda abitata dalla baronessa.

Ella era già partita.

Il conte di Camporolle non pose tempo in mezzo, e il domattina, senza neppure salutare nessuno de’ suoi conoscenti in Bologna, lasciando che i suoi dipendenti venissero poscia a raggiungerlo, partì alla volta di Parma.

VII.

In Parma, Alfredo cercò invano della baronessa di Muldorff e non ne trovò traccia in nessun luogo. Ebbe però a stupirsi assai nel vedersi fatto segno di gentilezze ed onoranze delle quali non sapeva darsi una spiegazione. Per causa del suo passaporto, che mancava di certe formalità cui egli aveva trascurato di eseguire nella sua repentina partenza da Bologna, fu mandato a chiamare con gentilissima lettera dal direttore generale di polizia del ducato, che pure era uomo in fama di terribile, un certo Pancrazi, il quale dicevasi essere stato il braccio destro del terribile commissario Tosi della polizia piemontese al tempo del conte Lazzari; fu ricevuto colla maggior cortesia possibile, fu non solo lasciato in libertà di rimaner nello Stato quanto più gli paresse e piacesse, ma gli si fece intendere che sarebbe ben visto il suo stabilirsi nel ducato, gli si proferse ogni aiuto, ogni protezione, ogni favore. Che più? Pochi giorni dopo ricevette polizza di visita dell’inglese Tommaso W., ministro ed agente del principe. Tutto ciò non avrebbe bastato a farlo pazientare, se quando appunto stava per abbandonare la città seccato e sdegnato, non avesse ricevuto una lettera senza sottoscrizione, ma evidentemente scritta dalla mano d’una donna, la quale diceva così:

«Non vi turbate pel mio indugio: sarò a Parma fra pochi giorni; intanto, per farmi piacere, per mio interesse, per amor mio, presentatevi al colonnello Anviti, grande amico e compagno del duca, e consegnategli la lettera che qui vi accludo. Spero che non mancherete. Sarà un mezzo per avvicinarci di più.»

Alfredo lesse senza scrupolo la lettera all’Anviti, la quale, forse appunto per questo, non era suggellata.

Diceva così:

«Preg. Signore. Il nobil giovane che le presenterà questa mia, il conte Alfredo di Camporolle, è uno dei più devoti e fedeli sudditi di S. S., ricco, ben pensante, degno della grazia di S. A. R. e della buona amicizia di V. S. Ill. Glielo raccomando specialmente e mi dico

«Roma, dicembre 1853.

«Suo Umil. e Dev. servo

«GREGORIO SIMONI «_Capitano di gendarmeria pontificia._»

Alfredo esitò non poco prima di decidersi a presentarsi con questa lettera all’Anviti; ma poi il pensiero della baronessa, la speranza di poter veramente con ciò avvicinarsi di più a lei, la curiosità medesima lo spinsero a fare come gli veniva consigliato.

Il colonnello Anviti, letto appena il biglietto del capitano di gendarmeria pontificia, fece anche lui un mondo di feste al conte di Camporolle; lo introdusse nella società dei giovani ufficiali e cortigiani; lo presentò al principe; lo fece in breve famigliare di tutti i più aristocratici salotti della città. La timida riserbatezza d’Alfredo divertiva il duca, il quale lo chiamava la ragazza, e dava occasione a più o meno sciocchi epigrammi dei parassiti di Corte; ma l’inglese Tommaso era sempre pronto a difendere il giovane ed impedire che in ciò si trascendesse fino ad offenderlo.

Alfredo che badava poco a tutto quello che non si attenesse alla sua passione ancora sul crescere e tanto più incitata, quanto che non aveva tuttavia ottenuto la menoma soddisfazione; Alfredo che non pensava se non a quella donna che non veniva e a tutto ciò che la riguardava, non aveva dimenticato come quel misterioso visitatore della baronessa, il quale gli aveva dato tanto martello, fosse venuto da Parma e a Parma ritornato, e si pose in capo di scoprire chi esso si fosse, poichè egli ora trovavasi in questa città, e le relazioni fatte cogli uomini più addentro nel potere, gli davano speranza di poterci riuscire. Naturalmente egli cominciò a parlarne col direttore della polizia Pancrazi, e gli domandò se sarebbe stato possibile scoprire a Parma un individuo che si chiamava Ambrogio Denti negoziante.

Il Pancrazi, che aveva una faccia di cartapecora, su cui impossibile scorgere qualunque emozione, domandò freddamente ad Alfredo perchè facesse questa domanda, e che particolari avesse da indicare intorno all’individuo cercato.

Alfredo non abile per nulla a simulare, nè inventare, raccontò ingenuamente che quel cotale era andato a Bologna quindici giorni prima per averci due lunghi colloqui con una donna che a lui premeva moltissimo.

— Lei l’ha veduto, quell’uomo? — domandò il direttore di polizia con una certa vivacità.

— Sì, signore; ma era così ben camuffato...

— Se l’avesse dinanzi, lei lo riconoscerebbe? — rispose il Pancrazi sogghignando.

— Forse sì, e forse no: — rispose Alfredo.

— Mettiamo pure di no: — soggiunse il poliziotto: — e sa quello che mi pare doverle dire? Che quell’Ambrogio Denti ha un nome affatto diverso, e che probabilmente veniva da tutt’altra città che questa, ed è andato in tutt’altra direzione.

Alfredo non si scoraggiò ancora e pensò parlarne eziandio all’Anviti e poi al W. Il primo non gliene seppe dir nulla; il secondo da principio non diede risposta molto diversa, ma poi ad un tratto, come colpito da un’idea e da un ricordo, esclamò:

— Come? Lei dice... Ambrogio Denti?

— Sì signore.

— Aspetti un poco... Mi pare e non mi pare... Sì, questo nome non mi riesce affatto nuovo... Fra alcuni giorni le saprò dire qualche cosa.

Il conte di Camporolle aspettò cinque, sei, sette giorni; ma l’inglese non tornava mai su questo discorso; e allora una sera, appunto in un ricevimento di Corte, egli ardì tirare in disparte il ministro già cozzone di scuderia e ricordargli la domanda fatta e la risposta che s’era riservato di dare.

— Ah! quel Denti! — esclamò con aria sbadata l’inglese. — La ci tiene proprio?.... Che pazzia!....

E lo sguardo dei suoi occhi grigi si fermava in quel punto sopra una persona che s’avanzava lentamente verso di loro. Era il direttore di polizia Pancrazi.

— Sì, ci tengo... Ne sa qualche cosa? — insistette Alfredo.

— Non ne so nulla, — rispose l’altro, — mi sbagliavo, era una falsa reminiscenza... la verità è che non ho mai sentito menzionare quel nome.

E lasciato lì il giovane, andò a raggiungere il poliziotto, col quale aveva avuto a questo proposito un colloquio alcuni giorni prima, e il quale lo aveva in esso persuaso ch’egli non doveva ricordarsi affatto d’aver mai saputo qualche cosa che riguardasse quel Denti.

Alfredo tornava ad essere a capo della sua pazienza; il soggiorno di Parma gli diventava noioso ed era sul punto di partirsene definitivamente, quando quella tal sera a teatro, mentre se ne stava tutto solo nel suo palchetto, pieno d’uggia e di malavoglia, vide entrare l’inglese Tommaso, il quale, senza neppure salutarlo, gli disse:

— Il teatro è così zeppo che non c’è buco dove ficcare il naso. Ho da soddisfare una curiosità del duca e approfitto del suo palchetto.

— Approfitti pure, — rispose Alfredo. — E che curiosità, se è lecito?

— Una curiosità in gonnella... come quasi sempre, e che sta là in un palchetto dinanzi ad attirare l’attenzione e l’ammirazione di tutti.

Così dicendo volse lo sguardo a quella loggia e stette lì a bocca aperta, strozzando nella gola un _goddam_!

Anche Alfredo levò gli occhi e guardò; e fu scosso da un tremito, e un’esclamazione soffocata morì sulle sue labbra.

Era la baronessa di Muldorff.

Vestiva di bianco, molto scollacciata, con un vezzo di perle ne’ suoi capelli d’un biondo ardente, quasi rossigno, le labbra più sanguigne che mai, gli occhi più infuocati, le nari più frementi, il sorriso più provocatore, le forme scultorie delle spalle e de! seno spudoratamente ostentate, la mano destra sguantata colle dita cariche di anelli che giocherellava con un piccolo cannocchiale di madreperla. Aveva insieme la sua solita vecchia governante. La sua pallidezza di vampiro faceva spiccare più vivo, più terribile il fuoco infernale degli occhi. Il sogghigno che socchiudeva quelle labbra voluttuosamente rosse, lasciava scorgere i denti color di perla, acuti, piccoli, che, senza saperne il perchè, ricordavano le zanne degli animali feroci. Era bella, trionfalmente, funestamente bella.

Mostrò di non iscorgere nè Alfredo, nè l’inglese; ma appena quest’ultimo si fu partito da quel palchetto, voglioso di recare sollecitamente al duca l’esito della sua esplorazione, ella saettò verso il giovane rimasto solo uno sguardo lungo, carezzevole, ardente, che lo investì tutto di una fiamma, che gli parve un sufficiente compenso alle noie, alle impazienze, alle torture della soverchia attesa che aveva dovuto soffrire.

Dieci minuti dopo, un inserviente del teatro picchiava leggermente al palchetto di Alfredo: veniva a consegnargli un biglietto che aveva recato allor allora per lui un domestico di piazza.

Nel biglietto erano scritte queste semplici parole:

«Stanotte all’una sulla porta del palazzo che abitate.»

VIII.

Sir Tommaso rientrò sollecito nel palchetto del duca.

— Ebbene? — gli gridò questi appena lo scorse: — selvaggina di conto?... Tu hai fatto una faccia, vedendola!...

L’inglese si avvicinò presso presso al principe, e chinandosi famigliarmente verso di lui, gli sussurrò all’orecchio:

— È la Zoe.

— Chi? — domandò il Borbone allargando tanto fatti i suoi occhi che parevano pallottole di vetro. — Che Zoe?

Tommaso abbassò ancora più la voce e mise le labbra così vicino all’augusto orecchio da quasi toccarlo.

— La spia dell’Austria: — mormorò con voce che era appena un soffio.

Il duchino fece un leggero sobbalzo, ebbe un osceno sorriso e animò un pochino il vetro de’ suoi occhi rotondi.

— Ah ah!... Quella tal Zoe di Torino... La _Leggera_?

— Sì Altezza.

— To’, ho giusto piacere di vederla! — esclamò il principe. — Una bella donna!... È sempre una bella donna, Tommaso?

L’inglese mandò un grosso rifiato che poteva passare per un sospiro.

— Sempre più bella!

— Tanto meglio!... E sì che non la è più una giovanetta.... È da quando ero a Torino che non l’ho più vista.... cioè no.... l’ho veduta ancora a Vienna, un momento.... La era allora col principe K.... È lui che l’ha fatta un agente politico di importanza.... Bel colpo! Unire la galanteria, la diplomazia e la polizia!... Che cosa è venuta a far qui?.... Bisognerebbe saperlo.... e intanto per prima cosa sapere dov’è alloggiata.... Saperlo subito, questa sera medesima, hai capito Tommaso?

L’inglese s’inchinò.

— Vado immediatamente, — rispose, e uscì di nuovo sollecito.

Carlo III era veramente punto da una viva curiosità: quella di vedere la donna che gli ricordava certi anni della sua giovinezza, i quali allora gli parevano i più belli e deliziosi della sua vita, come colei, per cui tali anni rivivevano nella sua memoria, parevagli essere stata delle più leggiadre e seducenti fra quante femmine aveva accostato.

Si sporse quanto potè fuor del parapetto della loggia volgendo il muso in su; ma non riuscì a veder altro che un braccio nudo, opulento, elegantemente tornito, di pelle bianca e fine come un raso, sovraccarico di maniglie, e intorno come una nebbia di mussole, di trine e di fiori. Non ci resse più; s’alzò bruscamente a mezzo d’un gran ballabile di tutto il corpo di ballo, in cui ognuna di quelle ninfe in calzoni di maglia cercava di fare un sorriso più affascinatore e più provocante, e uscì con passo affrettato dalla loggia, dicendo ai cortigiani:

— Voi altri non vi movete; vieni tu meco, Anviti.

Il colonnello, uno dei più benevisi del duca fra i petulanti e i prepotenti che gli stavano intorno, imitatori della prepotenza e della petulanza del principe, seguì tosto quest’ultimo.

Alfredo di Camporolle, che aveva allor’allora ricevuto quel certo biglietto e che da questo era stato messo in una viva agitazione, per la speranza che vi aveva attinto di poter ritrovarsi quella stessa notte insieme colla baronessa; Alfredo aveva piantato i gomiti sul cuscinetto del parapetto, teneva con tutte due le mani serrato innanzi agli occhi il cannocchiale e fissava, fissava quella donna, aspettandone, invocandone in cuore, lusingandosi di riceverne un altro sguardo amoroso come quello che gli aveva lanciato poc’anzi, cercando di leggerle per le pupille nell’anima, credendo quasi poterle comunicare così quell’ardore che la vista di lei gli aveva suscitato e che in lui ribolliva. Egli non si accorse neppure che l’uscio del suo palchetto veniva aperto di nuovo, che entravano due uomini con passo affrettato, sicuro e di padronanza, e non si riscosse finchè non sentì una mano posarglisi bruscamente sulla spalla. Rivolse vivamente in su il capo con atto impaziente, pronto a trattare con poca cortesia chi veniva così a disturbarlo, e rimase tutto confuso e meravigliato nel trovarsi innanzi il principe; sorse in piedi e stette lì senza saper trovare parole.

— Lei, conte, — disse con tono scherzoso il duca, — è nel posto migliore per vedere questa nuova bellezza che eccita l’ammirazione di tutto il teatro. Siamo venuti anche noi a profittarne. Ci perdona l’invasione?

— V. A. è padrone: — rispose malvoglioso e più impacciato che mai il giovane; mentre il duca, senza dargli retta altrimenti, si buttava a sedere e appuntava il cannocchiale sulla baronessa.

L’Anviti, il quale guardava ancor esso con ammirazione la forestiera, domandò piano ad Alfredo:

— La conoscete voi quella signora?

Il conte fissò in volto chi gli aveva fatta la domanda: si ricordava che era stata appunto la baronessa la quale gli aveva mandato una lettera di raccomandazione per l’Anviti, e lo aveva pregato, per farle piacere a lei, di servirsene. Ed era l’Anviti che in grazia di questa lettera l’aveva introdotto a Corte.

— E voi? — chiese Alfredo a sua volta, fissando sempre il colonnello. — La conoscete?

— Io no: — rispose l’Anviti: — e, corpo di bacco! vorrei benissimo avere la fortuna di conoscerla.... come certo avete voi....