Part 2
In un momento di esaltazione disperata, Alfredo ebbe una temerità, di cui non si sarebbe forse mai creduto capace egli stesso. Passeggiava una mattina per tempo, solo, cupo, rodendosi fra sè per la passione, alla Montagnola. La passeggiata era deserta; quand’ecco al basso della salita fermarsi una carrozza, scendere una signora bene avvolta nel mantello impellicciato (si era alla fine di novembre) e, seguita alla distanza di dieci passi da un domestico, venir su verso il luogo appunto in cui trovavasi il giovane. Questi si riscosse proprio come se fosse stato colpito dalla scarica d’una batteria elettrica. Fin da lontano aveva riconosciuto il portamento, il garbo, la malìa, quel non so che onde non sapeva darsi ragione, ma che gli rendeva seducentissima la baronessa di Muldorff. In un attimo i più diversi e opposti partiti si presentarono alla sua mente: scappare, precipitarsi incontro a quella donna, gettarsele in ginocchio davanti, afferrarla violentemente e rapirla. Non fece nulla di tutto ciò, non si mosse, chè i piedi gli parevano aver piantato le radici nella ghiaia del viale. La donna si avanzò senza badargli; aveva il velo tirato sulla faccia, ma a pochi passi da lui lo sollevò come per respirare più liberamente, come per farsi percuotere il viso dall’aria frizzante di quella mattinata. Lo sguardo di lei era, come di solito, vago, assorto, pareva non vedere innanzi a sè gli oggetti materiali e contemplare qualche interna, segreta visione. Alfredo s’accorse che essa non aveva fatto, non faceva la menoma attenzione alla presenza di lui. Era pallida come un cadavere, come uno di quei vampiri che sogna la fantasia dei poeti e del popolo di Polonia; gli occhi apparivano più scuri, le labbra d’un rosso più vivido, come di fresco sangue spicciante dalle arterie. Il giovane continuò a rimanere immobile, avvolgendola in uno sguardo pieno di ardore, che gli pareva impossibile non dovesse penetrare quella crosta di ghiaccio ond’ella si mostrava avvolta, giungerle sino all’anima, sino allo spirito, a ferirla, se non altro, come una provocazione, come un insulto. Ella passò, sempre assorta, badando così poco alla persona d’Alfredo, che col braccio, colla spalla sfiorò, toccò, soffregò il petto di lui, agitato, palpitante. Egli provò in quel contatto di pelliccia una dolcezza strana, mai più immaginata; sentì un’onda di profumo indefinibile avvolgerlo, carezzarlo, solleticarlo, inebbriarlo; gli parve tutto il sangue gli si raccogliesse al cuore, poi di subito con impeto gli salisse al cervello, vide tutto vacillare e girare intorno a sè; i nervi gli vibrarono come corde d’arpa invase da un’onda armonica; senza sapere quel che si facesse, tese le mani verso quella donna che gli sconvolgeva tutto l’essere, che gli gettava nel sangue il fuoco e il gelo, nell’anima un disperato tumulto, e con voce strozzata nella gola, che avreste detto simile all’ultimo grido d’uom che s’annega, esclamò:
— Oh ascoltatemi!... Ascoltatemi per pietà!
La donna diede un sobbalzo, non ispaventata, ma fortemente e inopinatamente sorpresa; i suoi occhi divennero più brillanti e si rivolsero sul giovane, rivelando fatto presente a sè stesso e alle condizioni circostanti lo spirito di lei: da quelle pupille brune balenò subita, ratta, una fiamma di splendore sinistro.
— Che c’è? Che volete? Chi siete? — domandò essa coll’accento il più fiero, dispettoso e sprezzante che avrebbe potuto usare la più superba donna della più orgogliosa aristocrazia.
Alfredo era pallido come uomo che sta per isvenire; ma tutta la sua vitalità, concentrata nel cuore, tutto l’ardore della sua passione raggiavano dall’intensità del suo sguardo; era straordinariamente bello in quell’atto, in quella commozione, con quello scintillìo degli occhi nerissimi. La espressione dello sguardo e della fisonomia nella baronessa cambiò d’improvviso. La figura del giovane, sopratutto la fiamma degli occhi, ebbero la fortuna di eccitare in lei più viva la memoria di altri occhi, di altra figura d’uomo che le stavano impressi profondamente nel cuore: le parve scorgere innanzi rediviva l’immagine d’un sempre diletto estinto, e tutta si commosse, e tremò da capo a piedi, e, portandosi le mani al petto, fu lei a vacillare, mormorando fra sè:
— Ah! gli occhi di Gian Luigi!
Il giovane non intese quelle parole, ma vide la commozione, il tremito, il vacillar della donna; se ne accrebbe il suo coraggio e tese le braccia per sostenerla. Ma ella, già fatta di subito padrona di sè, si trasse in là d’un passo, incrociò le braccia al seno, e guardò fissamente il giovane, attentamente, ma non più con apparenza ostile. Il domestico si affrettò a raggiungere la padrona coll’atto minaccioso di chi s’apparecchia a respingere un insolente.
— State in là, — gli disse freddamente la baronessa: — ho da parlare col signore.
IV.
Il domestico si allontanò nuovamente di dieci passi coll’ubbidienza disciplinata d’un soldato austriaco; e la donna, guardando sempre Alfredo, gli domandò con accento fatto gentile:
— Chi è dunque lei?... Che cosa può volere da me?
Alfredo parlò; cominciò balbettando, timoroso, con parole incerte, confuse, impacciate; ma poi a poco a poco si scaldò; la passione gli mise il sangue in bollore: non era più lui che cercasse le espressioni, ma fu un’eloquenza strana, concitata, pazza che prese violentemente possesso di lui, che gli sgorgò spontanea, impetuosa, delirante dalle labbra, che disse tutto, che rivelò tutto, che pose a nudo del giovane tutta l’anima, tutta la vita, tutti i pensieri, tutti i sogni, tutti gli spasimi, tutti i temerarii desideri e speranze.
La baronessa non lasciava trasparire sulla faccia nessun segno d’emozione: il suo fiero pallore non si mutò menomamente, la rigida freddezza dei suoi lineamenti non si alterò pure un istante; ma ascoltò attenta. Dopo un poco senza parlare, aveva passato la mano sotto al braccio del giovane, e dandogli la spinta l’aveva fatto camminare, venendogli allato, posando lievemente la sinistra inguantata sull’avambraccio di lui, premendogli delicatamente il fianco colla sua persona. Camminava a pari passo con lui, e teneva il capo chino; ma tratto tratto levava un poco la faccia e di sotto alle lunghe palpebre saettava sul giovane uno sguardo osservatore, curioso, stupito, sempre più interessato.
In Alfredo la paura era passata, l’emozione, anche perdurando, aveva perduto di quel tormento, di quell’ansia angosciosa che prima gli stringevano il cuore. Egli sentiva una deliziosa dolcezza; era come un dilettoso sogno fatto da sveglio. Trovavasi in una quasi assoluta solitudine, con quella donna che gli era apparsa tanto al di sopra di lui, della quale aveva così ardentemente e con sì poca, anzi nessuna speranza, agognato la conoscenza; ed essa gli camminava allato con una certa fiducia, quasi con amichevole famigliarità e ascoltava le effusioni dell’amore di lui e di più le incoraggiava di quando in quando con isguardi interrogatori e benigni!
Poichè ebbe esaurita tutta la piena de’ suoi sentimenti ed affetti, il giovane si tacque palpitante, attendendo con intimo tremore dalle sottili labbra della donna così fermamente chiuse una parola che, come sogliono dire gli amanti, gli aprisse il paradiso e lo precipitasse nell’inferno. La baronessa non mutò contegno, nè andatura, nè espressione: seguitò a camminare a capo basso, come se udisse ancora suonare all’orecchio quella voce giovanile, calda, concitata, fremente, come se prestasse tuttavia una profonda attenzione a qualche melodia lontana che le venisse ad accarezzar l’anima.
A un tratto ella si fermò, sollevò il viso e piantò quei suoi occhi di fuoco in faccia al giovane.
— Lei... forse... è piemontese? gli domandò con una mal celata emozione.
— No, — rispose Alfredo alquanto stupito a questa domanda: — io nacqui per caso in un piccolo villaggio presso Parma.
La donna mandò dalle pupille uno di quei suoi lampi feroci.
— Ah Parma! — ripetè con voce stridente — La sua è dunque famiglia parmigiana?
— Neppure: — disse il giovane. — Per azzardo, mia madre si trovava in viaggio da quelle parti quando io venni al mondo; e fui battezzato in una piccola pieve di campagna.
— E lei, — riprese la baronessa, spegnendo di nuovo negli occhi quel fiero bagliore e tornando all’espressione d’una simpatica curiosità: — Lei è stato in Piemonte?... a Torino?
— No, mai!
La donna lo guardò ancora un poco, poi mandò un’esclamazione che pareva un sospiro, che pareva una voce di sollievo, un eco di qualche dolorosa memoria, chinò nuovamente gli occhi e disse mestamente:
— Le ho domandato ciò, perchè alcune inflessioni della sua voce, alcuna espressione del suo sguardo mi ricordano persona di cui... di cui è inutile ch’io le dica pure una parola... È una follia, mi scusi.
— Se fosse una gradita memoria quella ch’io le posso rievocare, ne sarei lieto...
La baronessa corrugò le sopracciglia quasi minacciosamente.
— È una dolorosa memoria... dolorosissima — esclamò, — ma che pure mi è cara... Deve ad essa se io l’ho lasciata accostarmi, accompagnarmi, parlarmi come ha fatto, se ho ascoltato finora tacendo e senza sdegno le pazzie che m’ha dette.
Alfredo fu assalito da un impeto di gelosia retrospettiva.
— Ah! è doloroso quel che lei mi dice! — proruppe. — La fortuna di questo momento io la devo alla disgrazia di averle richiamato alla mente un altro...
Ella non lo lasciò continuare.
— Quella di conoscermi, quella d’incontrarmi, quella d’amarmi... dirò la parola, poichè lei l’ha ripetuta tante volte... non è una fortuna, ma una vera disgrazia. Io non posso amare nessuno, sa!
Il giovane fece un gesto come d’incredulità.
— No signore: — insistette ella con forza: — non posso, e non voglio... ma volessi pur anche, creda a me che sono in un momento di sincerità, volessi pur anco, non sono più capace d’amare... e non sono degna d’essere amata.
Alfredo interruppe con un grido di protesta.
— Creda quello che vuole! — riprese la donna con accento e mossa che non erano più da quella superba gran dama che era apparsa fin allora, ma che sembravano rivelare natura e abitudini più volgari. — Io faccio forse male a parlare così: ma mi ha colta in uno strano momento di sincerità e il vero mi è sfuggito dalle labbra. Ritenga pure ch’io non ho parlato: se così piace a lei, piace anche a me; ma noi non possiamo andare neppure per un po’ di tempo giù della medesima strada: o io farei danno a lei o lei impaccerebbe me; e più facilmente ci faremmo del male ambedue... Dunque rientri in sè, metta giudizio e se io prendo a destra, lei volga a sinistra.
— No, no! — gridò Alfredo, a cui l’accesso della passione non lasciava luogo a riflettere, non permetteva neppure di scorgere la mutazione di tono nel discorso di quella donna. — Per me è impossibile far quello che lei dice. Io sento tutta la mia vita legata a quella di lei; io ho bisogno di vederla... sì, almeno questo, vederla; e s’ella non ha che un briciolo di pietà nel cuore, deve concedermi ch’io la possa contemplare, ammirare, adorare, non fosse che da lungi.
La baronessa sorrise.
— Da lungi... ben da lungi, pazienza! — disse riprendendo il braccio del giovane e tornando a passeggiare a paro con lui. — Bisogna proprio che la si contenti di codesto... Lo avrà già notato, signor conte, e ora io glie l’affermo solennemente: io non ricevo nessuno... nessuno assolutamente!... tanto meno un giovanotto.
— E dunque — proruppe Alfredo con vero dolore che non potè frenare, — e dunque io non le potrò più parlare!... Mai più!
La baronessa sorrise di nuovo: poi tosto si rifece seria; guardò daccapo fiso il giovane, le labbra color di sangue più serrate, i lineamenti più rigidi, le guancie più pallide che mai. Le sopracciglia si corrugarono un poco, gli occhi ebbero quel fosco bagliore che abbiamo già più volte accennato. Stette un poco in silenzio, quasi riflettendo. Chi sa quali pensieri passavano per la sua mente! Un acuto osservatore avrebbe ad ogni modo affermato per sicuro che non erano pensieri di commozione, nè di tenerezza, nè di pietà per quel giovane.
— Parlarci: — diss’ella poi; — per che cosa? Ella mi vorrebbe ripetere quello che or ora ho udito da lei? Già non può aggiungervi nulla... E io non avrei mai nessuna risposta da farle, glielo ripeto... Ma non è impossibile che possiamo incontrarci ancora in qualche luogo dove lei mi possa accostare... qui stesso per esempio.
— Ah sì! — proruppe Alfredo che ebbe il cuore invaso di subito da una gran gioia e da vaga, quasi inconscia, ma ineffabile speranza. — Qui alla mattina... a quest’ora... Oh! io ci sarò sempre.
— Piano, piano: — disse la baronessa con un freddo sorriso: — non mi corra per le poste. Ella può esserci quanto vuole, ma io non le do lusinga nessuna di venire...
— Come? — gemette il giovane mortificato.
— Può capitare che, come stamattina, mi salti qualche giorno il ghiribizzo di respirare un po’ d’aria pura qui sopra.
— L’aspetterò, l’aspetterò ogni giorno, signora baronessa, e s’ella penserà che venendo può far tanto bene a un infelice...
— Io non penserò nulla: — interruppe freddamente la donna. — E ora mi lasci perchè io torni alla mia carrozza.
— Ancora una grazia! — supplicò Alfredo: — mi dica il suo nome, perchè io possa invocarla col mio pensiero sempre rivolto a lei.
La baronessa parve esitare un momento.
— Zoe: — diss’ella poscia, e s’allontanò seguita dal domestico.
V.
Alfredo non mancò più un giorno di fare la mattutina passeggiata alla Montagnola; ma passò una settimana e più senza che potesse rivedervi la baronessa. Finalmente, quando già cominciava a perdere ogni speranza e a credere con dolorosa rabbia che quella donna o avesse voluto beffarsi di lui o l’avesse affatto dimenticato, egli, una mattina che la giornata era più fredda e quindi la passeggiata era ancora più deserta del solito, la vide venire come quella prima volta, lasciando al basso della salita la carrozza e seguitata da quel medesimo domestico. Le mosse incontro sollecito; essa non sollevò il velo che le copriva la faccia, ma traverso i bucherelli della leggerissima garza gli sorrise amichevolmente e lo regalò d’un’occhiata che poteva quasi dirsi benigna. Non tolse la mano dal manicotto per porgergliela, ma gli si accostò presso presso con una espansiva fiducia e gli disse:
— Ben trovato!... Passeggiamo come l’altra volta... e mi dica quello che ha fatto di bello in questo frattempo.
S’avviò senza dargli il braccio, ma premendolo lievemente al fianco; e parve volerlo incoraggiare nei discorsi colla graziosa gentilezza dei suoi sguardi.
Il giovane rispose quello che avrebbe risposto ogni altro a suo luogo:
— Che cosa ho fatto?... Ma ho pensato a lei... ho pensato a lei... e ho pensato a lei.
Essa rise: il suo riso, per dirla di passata, non era melodioso, dolce, soave, come si sarebbe aspettato dalla bellezza e dalla gioventù della donna, aveva qualche cosa di secco, di aspro, di maligno; ma Alfredo non badava a ciò e non se ne accorse menomamente.
— Vuol dire che ci ha pensato troppo: — diss’ella: — e nessuna cosa soverchia va bene.
— In amore non c’è mai nulla di soverchio: — esclamò Alfredo: — nè ardore, nè sacrificio, nè idolatria.
Gli occhi della baronessa balenarono: le labbra color di sangue sorrisero stranamente.
— Parole avventate di giovane! — susurrò come parlando a sè stessa. — Tal che si vanta capace di sacrifici, non sopporterebbe un incomodo per guadagnarsi un sorriso di colei a cui si protesta devoto.
— Mi comandi e vedrà! — gridò con forza il giovane. — Io non sono come tutti gli altri, io non amo come tutti gli altri uomini; io mi sento capace di tutto.
La donna lo guardò ben bene per un momento, poi levò dal manicotto la sua piccola mano inguantata e la posò sul braccio del conte.
— Ah! se fosse davvero!...
Quella mano che s’era posta sul braccio d’Alfredo, lentamente, ma fortemente così che di tanto vigore non l’avreste creduta capace, strinse e premette; parve quasi al giovane che una corrente infuocata, da quella piccola destra, passasse nelle sue vene traverso la pelle del guanto ond’era coperta, traverso i panni onde il braccio di lui era vestito.
— Ebbene? Se fosse!... — esclamò egli. — Io le dico, le protesto, le giuro che è così... Mi metta alla prova.
La baronessa ritirò la mano e la nascose di nuovo nel manicotto; avvolse il giovane da capo a piedi in uno di quei suoi sguardi che erano tutta una fiamma, che investivano come un colpo di fulmine, gli fece un sorriso amoroso e serio insieme, promettente e pur quasi minaccioso, e mormorò colle labbra sanguigne che fremevano:
— Forse!... Chi sa!...
Alfredo avrebbe voluto spiegazioni maggiori, proposte definite, assumersi subito qualunque più grave impegno; ma essa lo interruppe.
— Basta di ciò... Non parliamone altro; non è il caso di parlarne... Se avvenisse anche il caso ch’io dovessi chiedere a un uomo un servizio di vita o di morte, come vuole che mi venisse in pensiero di rivolgermi a lei che non conosco nemmeno?
— Ma lei conosce tutto di me; ma io le ho aperta proprio l’anima mia; ma domandi tutto ciò che le occorre sapere...
— Parliamo d’altro, le ho detto: e per prima prova della devozione che mi protesta, impari ad ubbidirmi.
Alfredo ripetè con qualche variazione tutto quello che aveva già detto del suo amore nel primo colloquio, ed ella lo ascoltò con più benigno e incoraggiante contegno; quando si separarono, la donna si lasciò strappare la promessa che il dopodomani sarebbe tornata a quell’ora medesima alla Montagnola.
Al povero innamorato pareva già un gran trionfo, una invidiabile fortuna, l’averne ottenuto un preciso ritrovo. Ma doveva essere davvero una fortuna soverchia per lui, perchè il destino non glie la volle concedere, e quella mattina egli calpestò invano fino a mezzogiorno con piede irritato la ghiaia della pubblica passeggiata. Rientrò in città turbatissimo, oscillante fra lo sdegno d’essere stato corbellato e la paura che qualche disgrazia fosse capitata alla baronessa; andò diviato alla locanda dove essa era alloggiata e chiese audacemente di lei. La signora, secondo il solito, non riceveva nessuno, ma era in casa, non era uscita di tutta la mattina e non aveva ordinato la carrozza per tutta la giornata. Una vistosa mancia fatta scivolare destramente nella mano del cameriere determinò quest’ultimo a rivelare al giovane una cosa che gli avevano comandata di tenere assolutamente segreta.
Quella stessa mattina un uomo vestito signorilmente, ma che fra il colletto impellicciato e tirato su del pastrano e una ampia fascia che gli avvolgeva il volto aveva così bene celati i lineamenti da non poter essere riconosciuto anche da una persona a cui fosse famigliare, si era presentato chiedendo della baronessa e, come tutti, ne aveva ricevuta in risposta che quella signora non riceveva assolutamente nessuno. Il forestiero non s’era per nulla scomposto, ma tirato fuori una sua polizzina ci aveva scritto su poche parole, l’aveva chiusa in una busta, accuratamente suggellata quest’ultima e aveva ordinato con accento imperioso si consegnasse subito subito quel biglietto alla signora baronessa. L’effetto ne era stato meraviglioso; le porte dell’appartamento della signora si erano spalancate sul momento al misterioso visitatore, il quale, tutto camuffato come si trovava, era penetrato fino nel camerino di _toilette_ della baronessa e là stava tuttavia dopo più di tre ore.
Fu lo sdegno, fu il sospetto che allora prevalsero nell’animo di Alfredo. Un tormento dell’amor suo, che fin’allora non aveva ancora provato, gli morse di subito e con tutta violenza il cuore: il tormento della gelosia. Uscì dall’albergo, pallido, i muscoli della faccia contratti, il cervello in tumulto, parendogli di essere il più infelice uomo del mondo, credendosi egli medesimo in quel momento capace di qualunque eccesso per isfogare il suo contenuto furore, per vendicare lo strazio indicibile che provava. Si diede a passeggiare su e giù per la strada in cui era la locanda, senza mai perderne di vista la porta. Voleva aspettare che quel tale uscisse di là; voleva vederlo. Che cosa avrebbe fatto, non sapeva, ma qualche cosa pensava che dovesse ed era risoluto di fare. Per fortuna, il tempo assai lungo che passò, l’esaurimento delle forze nel giovane stato tutto il giorno senza cibo e il freddo frizzante di quella giornataccia d’inverno che si aveva, riuscirono a calmare il sangue e la mente del geloso, di modo che quando verso le quattro, in sul primo venir del crepuscolo, quell’uomo uscì dal portone dell’albergo, in Alfredo non nacque più altro pensiero, non restò più altra risoluzione che di seguirlo cautamente e tentare di sapere chi fosse, dove andasse.
Che quello fosse l’uomo di cui gli aveva detto il cameriere, Alfredo al primo vederlo non ebbe il menomo dubbio. Aveva il viso nascosto come gli era stato descritto: e uscendo aveva gettato intorno uno sguardo osservatore e sospettoso, proprio di chi cerca scoprire se possa esser visto da qualcuno che non vorrebbe. S’era poi avviato per una strada di buon passo, come desioso di allontanarsi al più presto; e il conte di Camporolle, seguitandolo dalla lungi, lo vide recarsi in un albergo di terzo ordine che si trovava in una delle strade meno frequentate della città.
Dieci minuti dopo che quell’uomo era rientrato nella locanda, Alfredo, a cui la gelosia dava coraggio e idee, penetrava nell’ufficio della locanda medesima e usando largamente di quell’argomento universale che riesce a vincere quasi tutte le coscienze umane e che si conia in monete da venti franchi, riuscì a sapere che l’uomo tornato a casa poc’anzi, era arrivato quella stessa mattina da Parma, che appena arrivato era uscito per non rientrar più che in quel momento, che sembrava un uomo di buona età, ricco perchè aveva pagato larghe mancie, che non si sarebbe fermato più di due o tre giorni, avendo seco per bagaglio appena un piccolo sacco da viaggio.
Alfredo prese scarsamente il tempo di rifocillarsi con un boccone di pranzo, e poi s’affrettò a recarsi di nuovo innanzi alla locanda dove abitava la baronessa. La notte era venuta, ed era una notte fredda, nebbiosa, di quelle in cui, salvo ad esserci forzati, nessuno mette i piedi fuori di casa. Le finestre del quartiere della baronessa erano affatto scure. Il giovane stava per avventurarsi a penetrar nell’albergo e chieder della signora, quando vide arrivare e fermarsi innanzi al portone una carrozza di piazza. Un segreto istinto gli fece indovinare che quella carrozza aveva qualche cosa da fare con quella donna per cui egli si sentiva l’anima alla rovescia; si accostò più che potè al portone tenendosi celato nell’ombra e stette ad aspettare. Intanto guardava, come se volesse imprimerseli nella memoria, il cavallo, il legno, il cocchiere. Dopo due minuti, una donna imbaccuccata in un mantello impellicciato, uscì frettolosamente dalla locanda, passò come un baleno e si gettò nella carrozza di cui un cameriere teneva aperto lo sportello. Il cameriere, rinchiuso l’usciolo, diede un indirizzo al cocchiere: questi frustò la sua rozza e la carrozza partì. Tutto ciò era avvenuto proprio colla rattezza d’un lampo; ma Alfredo in quella donna aveva riconosciuto lei; ed egli voleva assolutamente scoprire dove andasse. Suo primo impulso fu di correre dietro alla carrozza, ma in un attimo essa era sparita allo svolto d’una cantonata; il giovine cercò cogli sguardi se alcun’altra vettura di piazza potesse trovarsi colà; non ve n’era affatto: e allora, dominato da una subita idea, si avviò di corsa verso il meschino albergo nel quale poche ore prima egli aveva visto entrare quel misterioso personaggio.
VI.