Part 6
— Tutto quello che v’ha di più brutto e di più cattivo... fuori del delitto... Oh quanto a delitti propriamente detti secondo la legge, no; il sor Matteo è troppo furbo per dar del naso in un articolo qualsiasi del Codice penale... Ma dove non può o non vuole arrivare la spada della legge, oh lascia fare a lui! Non c’è altri capace al pari di lui di impiccare uno scapato giovanotto, di dissanguare un povero sventurato di padre, di mettere sul lastrico una famiglia intiera. La favola del ragno e dei moscerini è vecchia come il mondo, ma è sempre giusta e conviene a costui come lo scarpino di raso al piede della Carlotta. Guai ai moscerini che incappano nella sua tela; non ne scappano più finchè abbiano dato all’ingordo animale fin l’ultimo loro succhio.
— Ma come?... — mormorò Alfredo che si rifiutava a capire e che sentiva turbarsi sempre più l’animo e impallidirsi il volto.
— Non comprendi? Oh bisogna dire che tu hai avuto una gran fortuna, quella di non conoscere questa razza di iene codardamente feroci, per non intender subito che io voglio dirti che quello è il più scellerato, sfacciato, implacabile, mostruoso, spregievole, vigliacco, miserabile usuraio del mondo.
Alfredo trattenne a stento un’esclamazione di dolorosa, indignata sorpresa; curvò il capo come se su di sè pure sentisse a gravare l’infamia di quell’uomo al quale, suo padre, ch’egli non aveva conosciuto, aveva commesso di vegliare su di lui.
— Ma lasciamo stare questo discorso, che è molto uggioso: — disse Ernesto crollando il capo come per iscacciarne spiacevoli pensieri; — e affrettiamo il passo per arrivare in tempo a cogliere alla posta il nostro dromedario austriaco.
Camminarono un poco in silenzio, e poi Alfredo, a cui di colpo era venuto un sospetto, disse a un tratto:
— E certo quel... quell’usuraio è venuto a perseguitarti fin qui per qualche tuo debito....
— Bravo! — interruppe Ernesto ridendo. — Hai indovinato perfettamente. Quel furbo scellerato mette bene innanzi anche un altro pretesto... Ed è tanto accorto, e il mio severo padre e la mia santa madre sono tanto buoni, che se ne lasciarono abbindolare; ma la vera, essenziale ragione del suo viaggio fin qui è quella che dici tu....
— E.... — riprese Alfredo impacciato da ciò che voleva e non osava pur dire: — e tu.... scusami se ardisco farti questa domanda.... Ma la nostra amicizia, benchè così recente, è pur già così viva che spero mi perdonerai.... tu....
— Vuoi dire se sono in condizione di poterlo pagare? — interruppe Ernesto che vide come il suo nuovo amico stentasse a cavarsene i piedi, e sentì la vera e non isterile affezione che ispirava quella domanda ad Alfredo.
— Ecco, appunto! — mormorò quest’ultimo; — perchè, se mai.... si sa bene.... tutti noi giovani ci possiamo trovare in certi momenti.... io ora sarei in grado di levarti d’impiccio.
Ernesto gli strinse la pano con viva cordialità.
— Grazie! — rispose. — Dove mi occorresse, approfitterei certo della tua offerta così generosamente spontanea. Ma per questa volta, spero, anzi quasi sono certo che mi potrò aggiustare senza aiuti estranei...
S’interruppe per fermarsi a guardare intorno ad osservare bene i luoghi.
— Sta!.... Se non mi sbaglio, siamo giunti alla meta... Questa mi pare la casa dove abita la Carlotta.... Sicuro, è proprio quella; e quei lumi colà al terzo piano raggiano dal suo quartiere.... Andiamo: il bufalo o ci è già o non tarderà a venire.
E preso pel braccio Alfredo, si cacciò in una porticina e ambidue salirono fino al terzo piano. In quella appunto l’alta statura del capitano von Klernick si disegnava nella penombra della strada scantonando dall’angolo più vicino e si dirigeva verso la porticina della casa dove abitava la danzatrice milanese.
XIV.
Alfredo ed Ernesto saliti al terzo piano penetrarono nel quartiere della ballerina. Fin dall’anticamera udirono un vivace discorrere che pareva quasi un battibecco fra due voci, una di maschio e una di femmina: e il conte di Valneve domandò alla serva, che aveva aperto l’uscio di casa, se già colla Carlotta ci fosse il capitano austriaco.
— No signore: — rispose la fantesca, — è un altro... un giovane di qui... un cugino della signora.
— Ho capito! — esclamò Ernesto colla sua fine ironia. — Un cugino?... Ammirabile!... Oh vera sapienza eterna dei proverbi! Fra i due litiganti eccetera... Io e quell’obelisco d’ulano siamo i due, ed ecco spuntare il terzo. Ma con mio grande rammarico, mia cara ragazza, io sono obbligato a disturbare quell’animato colloquio della Penelope tua padrona con codesto cugino della razza dei Proci, e valle a dire che son qui e che voglio subito subito parlarle.
Sotto la gentilezza (da cui non si dipartiva mai) delle maniere, l’ufficiale piemontese seppe porre tanta autorità di comando, che la serva senza fare la menoma osservazione, andò subito a recar l’ambasciata.
Si udì tosto cessare affatto le due voci che così vivamente discorrevano; ma dopo un breve istante in cui un bisbiglio indicava che si erano scambiate alcune parole sommesse fra la padrona e la serva, scoppiò di nuovo e più alta e concitata la voce dell’uomo che gridò:
— Alla croce di Dio!... Parlate forte dannate femmine... Chi è venuto? Chi è che aspetta di là?... È forse già quel maledetto croato? Che sì che lo ricevo io e lo faccio scender giù delle scale in minor tempo di quel che ci abbia messo a salire.
— Oh oh! — esclamò ridendo il conte di Valneve. — L’austriaco dà sui nervi anche a costui!... Vuol farlo saltar dalle scale! Ma ei non sa dunque che montagna sia quel tentativo di gigante!
S’udì nella camera vicina il passo affrettato d’un uomo che si appressava all’uscio dell’anticamera: ma la ballerina dovette mettersi innanzi a quel cotale.
— No, no, — disse la voce di lei; — non è l’ulano... è un ufficiale piemontese.
Queste parole parvero calmare affatto quell’uomo.
— Ah! un piemontese.... Meno male! — disse. — Del male ce n’è; e vedi, Carlotta, darei non so che cosa perchè la figliuola della sorella di mia madre lasciasse il palco scenico e la vita che conduce... Ma quando poi penso che un austriaco... Giuraddio!
Ernesto guardò Alfredo con qualche meraviglia.
— Sta a vedere che questo è proprio un cugino per davvero, e che ha tanto buon senso da odiare gli austriaci... Se pure codesta non è tutta una commedia... Appunto, andiamo un po’ a vedere.
Aprì risolutamente l’uscio ed entrò con passo franco nella stanza vicina, seguito da Alfredo.
— Scusino, — disse colla sua solita gentile giocosità, fissando ben bene in volto i personaggi che si trovò dinanzi, — scusino se entro, anzi se entriamo così, senza altre formalità: ma il torto è di queste pareti di cartapesta e di questi ambienti larghi un palmo, che lasciano udire in una stanza tutto quello che si fa e che si dice nella stanza vicina. Invece di assistere al vostro colloquio non visti, ho pensato più leale il mostrarci addirittura. Parlo anche per questo mio amico che vi presento, Carlotta: il conte Alfredo di Camporolle, il quale ha consentito ad assistermi in una certa occasione che son venuto a cercare qui in casa vostra.
La ballerina fece un bell’inchino e regalò un grazioso sorriso al giovane Alfredo. Era essa una donna di poco più che vent’anni, belloccia, grassotta, volgaruccia, con occhi vivaci, labbra carnose e quel non so che di piacevole e di voluttuoso che hanno quasi tutte le milanesi.
L’uomo che era insieme con lei, giovane eziandio, certo non ancora trentenne, incrociò le braccia al petto, corrugò molto fieramente le sopracciglia e guardò con aria di fermezza e quasi di sfida i due nuovi venuti. Non molto alto di statura, ma tarchiato, a spalle larghe, con testa riccioluta e piuttosto grossa, ben piantata per un collo taurino sopra un torace ampio e bene sviluppato, quel giovane aveva un singolare aspetto di robustezza e di forza; e a questo vigore fisico mostravano che corrispondeva anche quello morale le linee ferme delle fattezze e della fronte, e sopratutto lo sguardo ardito, fiero, in certi momenti quasi avreste detto feroce.
Ernesto lo esaminò con quel suo piglio sciolto e tutto franchezza, e sorridendo disse a mezza voce ad Alfredo che gli era vicino:
— Corbezzoli! Questo pezzo di giovane è proprio capace di _me culbuter_ quel falso Golia là.
— Signori, — disse il giovane parmigiano avanzandosi d’un passo verso i due conti, — io sono Pietro Carra sellaio; e costei è mia cugina.
— Me ne rallegro molto... con la signora Carlotta: — rispose Ernesto di Valneve al solito gentile ed ameno. — Io sono Sangré di Valneve, capitano delle guardie del Re di Sardegna. Sua cugina, l’ho conosciuta a Torino; l’ho riconosciuta a Milano, e essendo qui di passaggio, mi prendo la libertà di venirla a riconoscere a Parma. L’ora di presentarmi per una visita non è molto opportuna, ma non ci avevo la scelta: prima di tutto la Polizia parmense mi ha intimato di partirmene domani da questi felicissimi Stati; poi... mia cara Carlotta, voi mi permetterete d’essere affatto sincero: non sono venuto unicamente pel piacere di vedervi, quantunque questo piacere mi fosse graditissimo, ma son venuto eziandio perchè qui in casa vostra soltanto avrei potuto avere la soddisfazione di dire due parole in tutta libertà a quel caro torrione degli ulani austriaci von Klernick.
A questo nome Pietro Carra digrignò i denti e volse un’occhiataccia rabbiosa alla cugina.
E questa sollecita:
— Ah signor conte! non mi parli di quel noiosissimo, seccante, intollerabile tedesco... Ne ho proprio fino al di sopra dei capelli, di colui... Mio cugino che si crede in dovere di farmi una scena, ma che scena!... perchè nella città corrono voci che riguardano lui e me... Come se si avesse da credere alle voci della gente!... Dica lei, signor conte, che è stato a Milano, se io quel tedescaccio l’ho mai ricevuto bene... Figurati Pietro, — soggiunse rivolgendosi di nuovo al cugino, — che quel prepotente non voleva neppure ch’io venissi a Parma, e io gli ho dato retta così bene che eccomi qua... Non è vero, signor conte?
— Verissimo: — rispose Ernesto con un leggero inchino e sorridendo finamente ironico a suo modo.
— Or dunque, nè anco qui non lo riceverai per Dio! — gridò il Carra con impeto. — Un austriaco!... Giuro al cielo! Lo strozzerei colle mie mani se lo incontrassi qui.
— Bravo! — esclamò allegramente il conte di Valneve tendendo innanzi, per moto quasi istintivo, la sua mano verso il giovine operaio. — Lei non ama quella razza di gente.
Pietro Carra prese vivamente quella mano che gli era pôrta e la strinse con forza.
— Ah! Lei mi capisce? — gridò: — li odio quelli là... e tutti gli oppressori della nostra patria... E se mai si presenta l’occasione...
— Meneremo le mani: — aggiunse scherzevolmente il conte piemontese.
— Oh! se le meneremo! — concluse l’operaio.
La fisonomia di costui s’era illuminata d’un certo raggio di ardimento e insieme di sicurezza, che lo faceva più bello, più piacevole, più giovane. Ernesto, osservandolo in quel punto, fu colpito da una cosa che sin allora non aveva notata, ed era una certa rassomiglianza fra la figura robusta, fiera, anche un po’ rozza dell’operaio, e quella gentile, delicata, elegante del suo nuovo amico il conte di Camporolle. Si volse in fretta a guardare quest’ultimo per giudicare se la sua era un’illusione, e in quel punto vide proprio che quantunque uno fosse biondo e l’altro bruno, quegli sottile e spigliato, questi atticciato e membruto, nei tratti del volto, nell’espressione dello sguardo e nella piegatura delle labbra c’era qualche cosa di simile.
— Che bizzarria del caso! — pensò Ernesto, che poi non si preoccupò altrimenti di questa strana combinazione.
La Carlotta saltò su a riprotestare che ella dell’austriaco non sapeva che farsi e che non lo avrebbe ricevuto.
In quella s’udì una forte scampanellata e la ballerina cambiò colore.
— È qui il nostro elefante, — disse Ernesto: — per questa volta, cara Carlotta, farete una eccezione e lo riceverete ancora per farmi un piacere.
La serva andò ad aprire, e si udì nella stanza vicina un passo pesante che si avvicinava.
— Ecco il terremoto! — esclamò Valneve. — La montagna viene a noi, più felici che Maometto... Godo che al mio colloquio con quel colosso sia presente anche il signor Carra.
Questi fece un saluto col capo; l’uscio si aprì e nel vano della porta comparve la gigantesca figura dei capitano von Klernick, ancora in tutto lo splendore del suo uniforme; ma vedendosi innanzi quei tre uomini che egli non si aspettava di trovare, l’austriaco si fermò di colpo, fece scorrere uno sguardo fra sospettoso e minaccioso tutt’intorno e portò la mano all’impugnatura della sua lunga e grossa sciabolona.
XV.
— Avanti! Avanti signor capitano! — gridò allegramente il conte di Valneve. — Non c’è da stupirsi tanto a vederci qui. Io, a venirci, ho diritto quanto, se non più, di lei: questo signore — e accennò Alfredo — è un mio amico, il conte di Camporolle, ch’io ho pregato d’accompagnarmi; e quest’altro — additò Pietro Carra, — ha più di tutti noi il diritto di trovarcisi, perchè è cugino della Carlotta.
Il capitano austriaco non istaccò la mano dall’elsa.
— Dunque? — disse roteando terribilmente i suoi occhiacci. — Dunque io qui son caduto in un _guet-à-pens?_
— _Guet-à-pens_ niente affatto... Qui la non trova che gente onorata, non birri nè commissari di Polizia come quelli nelle cui mani la sua generosa rivalità ha voluto darmi e a Milano e qui... Gente onorata, in cospetto della quale io, poichè ho il bene di poterle parlare liberamente, vengo a chiederle conto e ragione del suo modo di procedere a mio riguardo, che mi permetto di qualificare poco civile, indegno d’un militare onorato, villano e peggio.
Von Klernick era diventato scarlatto dalla collera.
— Signor!... Signor conte!... Voi m’insultate...
— Avete la compiacenza di sospettarlo? Che degnazione di furberia e che miracolo di penetrazione!... Ma non è esatto nè anche questo. Io non faccio che qualificare il vostro contegno verso di me, che fu sempre tutto una provocazione ed un insulto.
L’austriaco, dominata alquanto la sua collera, guardò dall’alto al basso il piemontese.
— Ma che cosa volete? Che pretendete da me? Forse che io mi batta con voi?
— Siete davvero in vena di prodigi stassera in fatto d’intelligenza!
L’ulano sembrò esitare un momento.
— Eh via! — disse poi, — io non posso battermi.
— No? — esclamò col massimo stupore Valneve. — Ah! eccelso capitano, io non sono un miracolo di acutezza mentale come siete voi, e ho bisogno che aiutiate un pochino il mio comprendonio. Perchè non potete battervi?
— Non siete voi ufficiale piemontese?
Ernesto Sangrè levò con atto fiero la testa.
— Sì signore.
— E dunque a noi ufficiali austriaci è proibito di batterci con ufficiali stranieri, senza prima averne ottenuto il permesso.
Una intensa rabbia cominciava a salire dal petto al cervello del conte di Valneve; ma pure si dominava tuttavia; solamente i pomelli delle guancie gli erano diventati un po’ più rossi, i suoi piccoli denti bianchi morsicchiavano i baffetti e la destra tormentava il pizzo di barba castagno che gli ornava il mento.
— Ah sì? — disse. — Ma se aveste codesto permesso, voi non esitereste più a battervi con me?
L’austriaco dall’alto della sua elevata statura gettò uno sguardo quasi di compassionevole disprezzo sul piccolo ufficiale piemontese, e rispose con un sogghigno:
— Se voi ci tenete assolutamente.
— Oh sarebbe un gusto così squisito!... Voi quindi domandereste quel permesso?
— Lo domanderei.
— Ma ci vorrebbero almeno cinque o sei giorni, prima che se ne avesse la risposta.
— Ci vorrebbero.
— E me domani la Polizia di Parma fa partire dai felici dominii di S. A.
— _Ja!_
— E dubito che voi spingiate la compiacenza sino a venire a farmi una visita a Torino.
— A Torino?... certo no.
— E dunque sapete come da me e dalla gente che ha cuore si chiamano codeste, per dirla alla francese, _défaites_? Lo sapete?
— So niente io.
— Ne sono persuaso. Riguardo a questo, per quanto poco dotto anch’io, ho la fortuna di potervi istrurre del vero nome che si meritano. Si chiamano e sono viltà d’uomo che ha paura ed è indegno di vestire un’uniforme onorata.
L’ulano, che era già color di papavero, diventò pavonazzo; sparò una grossa bestemmia tedesca e fece due passi concitati colle mani enorme protese per ghermire il suo oltraggiatore dalla statura piccina.
Ernesto di Valneve afferrò ratto una seggiola e la brandì, pronto a scaraventarla sulla grossa testa dell’austriaco se gli arrivava addosso: Alfredo si slanciò al fianco dell’amico per difenderlo; ma il colosso austriaco venne fermato di botto da una mano che lo strinse al polso destro, proprio come una morsa di ferro.
— Ah! non facciamo violenze, signor croato! — gli disse una voce secca, freddamente minacciosa: — perchè se Lei ci si prova, potrà trovarsene ripagato a buona misura.
Von Klernick si volse e si vide dinanzi la figura risoluta, energica, robusta di Pietro Carra, che gliene impose, come già lo metteva in suggezione la forza con cui si sentiva stretto il polso.
— Mi batterò, — disse liberando a stento il suo braccio; — oh se mi batterò... e fino all’ultimo sangue.
— Così va bene: — soggiunse Ernesto riprendendo tutta la sua gentile finezza di modi. — Gliene sarò grato come di un favore. Ma bisognerà far presto, e se il signor capitano me lo permette, le dirò quello che ho già immaginato meco stesso a quest’effetto.
— Dite, dite pure: — gridò l’austriaco sbuffando.
— E sono persuaso che troverà le mie condizioni accettabili.
— Accetto, accetto tutto! — gridò von Klernick più sbuffante che mai.
— Come la è gentile!... Ecco dunque il mio disegno. Domattina per tempissimo, Lei signor capitano con due testimonii, che non avrà difficoltà nessuna di trovare fra i tanti suoi amici ufficiali del valoroso esercito parmense, io con questi due signori che mi faranno il favore di servirmi da testimoni a me... — Si volse prima verso il conte di Camporolle, poi verso Pietro Carra; e l’uno e l’altro s’inchinarono in segno di assentimento; Ernesto continuò: — partiamo tutti per Castel San Giovanni, che trovasi alla frontiera del ducato verso il Piemonte, vi ci batteremo con tutta quella serietà che desidero e che piace anche al signor von Klernick, e dopo il fatto, se io ho la fortuna di allungar per terra il mio nobile avversario, come n’ho quasi la certezza...
L’austriaco fece un sogghigno che voleva essere di scherno, ma che rivelava una irritazione niente affatto tranquilla.
— Ebbene, — continuava di Valneve, — faccio un passo e sono subito in Piemonte, come desidera la buona Polizia del duca e come converrà molto anche a me. Se invece il signor von Klernick avrà il sopravvento, cosa che mi pare difficile, egli potrà a sua volta o tornare a Parma dove non sarà certo inquietato, ma esaltato come un eroe, o andarsene a Milano, dove non sarà accolto meno bene, quantunque non abbia ottenuto quel certo permesso di battersi, di cui si parlava poc’anzi. Va bene così?
— Va bene: — grugnì l’avversario: — non c’è più da stabilire che le armi... e queste le scelgo io.
— Perdoni! — interruppe con tutta gentilezza il conte Sangré: — la scelta spetta a me. Sono io che da un mese in qua la S. V. fa di tutto per insultare.
— Io? — esclamò l’austriaco rotando i suoi occhi chiari.
— Sono io che ora, qui stesso, ho ricevuto una grossolana minaccia da vossignoria, che ha dimenticato, come pare non le accada tanto di raro, ogni precetto di buona educazione...
— _Der Teufel!_ — gridò von Klernick, venendo di nuovo scarlatto in volto.
— È dunque mio diritto scegliere l’arma; e scelgo la spada... anzi, per far meglio, due fioretti appuntati, che sono lo strumento più agile, più sicuro, più bellino, più quieto per passarsi fuor fuori due individui che abbiano una matta voglia di mandarsi reciprocamente nel mondo di là.
— No signore: — gridò l’austriaco sempre più rosso e facendo girare sempre più convulsamente quei suoi occhi da gufo; — no signore, non accetto... Non già che io mi dia pensiero di battermi più con questa che con quell’arma... Con qualunque son capace di dare a chicchessia la lezione che si merita.
— Vedremo all’opera il signor professore: — disse ironicamente il piemontese, con un leggero inchino.
— Ma ci ho un diritto, — continuava von Klernick, — e non voglio rinunziarvi per Dio! la mia arma sarà la sciabola.
— Bene, bene, non si scaldi: — esclamò allora il conte di Sangré. — Lei vuole la sciabola che è arma a lei più favorevole per la sua statura....
— No signore! La voglio perchè....
— La vuole... E io sono così condiscendente da non contrariarla più oltre. Sia pure la sciabola; ma escluso nessun colpo, non è vero?
— Escluso nessun colpo.
— Prosecuzione del combattimento finchè sia reso impossibile ad una delle parti.
— Sì signore.
— Domani nella mattinata a Castel San Giovanni.
— Sì signore.
— Ciascuno porterà due paia di sciabole.
— Sì signore.
— Si tirerà a sorte quelle da adoperarsi.
— Sì signore.
Ernesto di Valneve guardò bene sotto il naso Rodolfo von Klernick e disse spiccatamente:
— E la Polizia di Parma non saprà nulla; così che nessuno possa venirci a disturbare.
— Signore! — esclamò con certa dignità l’austriaco: — voi non avete più il diritto di insultarmi.
— Avete ragione, — disse tornando a tutta la sua gentilezza e facendo un cortese saluto il conte di Valneve: — queste parole siano per non dette.
XVI.
Il capitano von Klernick era uscito pieno di rabbia senza volgere neppure più una parola nè uno sguardo alla Carlotta, la apparente e innocente cagione di quel conflitto: la quale aveva assistito a tutta la scena avvenuta senza trovar modo di pronunziar una parola, e in verità senza saper nè che fare nè che dire.
Maggior attenzione non le diedero gli altri personaggi del piccolo dramma, i quali, partito l’austriaco, si apprestarono ad andarsene anche loro.
— Signor Carra, — disse il conte Ernesto, — io ho abusato della sua bontà presentandolo come mio testimonio al duello, senza prima avernela pregata e ottenuto la sua accettazione...
— Lei ha fatto benissimo, — interruppe con vivace impeto l’operaio. — Anzi mi ha dato con ciò un segno di stima di cui le sono tenuto assai. E creda pure che tutto quello ch’io potrò fare per suo servizio, io lo farò volontierissimo.
— Grazie! Dalle parole che ho udite in sua bocca ho giudicato appunto che non le sarebbe spiaciuto il vedere a dar le pacche a un’uniforme abborrita. Ma però, senta, se il recarsi domani colà al Castel San Giovanni e perdere una giornata e forse due, le è di troppo incomodo; se questo fatto può esporla a certi pericoli e fastidi della Polizia di qui (cosa che in quel primo momento non avevo pensato), non si riguardi e non tenga conto nessuno delle mie parole. Giunto a Castel San Giovanni, io farò una scappatina fino alla più vicina guarnigione piemontese e ne tornerò con qualche ufficiale...
— No signore: — tornò a interrompere il sellaio: — non dica più oltre, che se insistesse in ciò, mi offenderebbe. Io son padrone di bottega e sono abbastanza libero del mio tempo per poterne disporre: e la Polizia non la temo nè punto nè poco.
Fece un sogghigno pieno di amarezza e di disprezzo.
— Godo delle buone grazie del duca... come sellaio: — si affrettò a soggiungere. — Ho la superbia di dire che sono uno dei migliori, e forse il migliore degli operai del mio mestiere, e il duca mi fa l’onore di apprezzarmi, di servirsi di me, e di darmi la sua protezione... E con me non ha tentato che poche volte d’insolentire e maltrattare: l’ho guardato in certo modo... Quel tirannucolo, fatto temerario dall’impunità, in fondo ha paura del coraggio d’un uomo. L’ho visto io chinar gli occhi innanzi ai miei... Mi teme: forse mi odia appunto per ciò, ma gli pare d’aver bisogno del mio lavoro, e finchè io non gli porgerò occasione di farmi addirittura fucilare, non mi userà prepotenze.
— Tanto meglio! — esclamò Valneve.