Part 25
La perfida donna aveva di già usato molte arti verso quel povero giovane a farnelo sua vittima: blandizie, ripulse, trasporti, ardenza di passione, umiltà di supplicante, imperiosa supremazia di donna conscia d’essere amata, sommessione ammirativa di donna che ama; eppure ora seppe trovare una nuova maniera di sconvolgerne l’anima, di addolorarne lo spirito, di raggirarne la volontà. Prese aspetto, contegno, tono di donna pietosa, compassionevole, che commisera l’impotente debolezza di qualcheduno: un po’ della madre che consola un bambino a cui si è fatto assai torti e che non può rivalersene, un po’ della suora di carità che vuole temperare a un infelice affidato alle sue cure l’ira e il dolore d’un malanno sofferto, contro cui non ha mezzo di riagire: un tutto insieme che urtò, umiliò, irritò Alfredo, senza ch’egli avesse pur mezzo da mostrarsene risentito. Gli disse che nell’apprendere il scellerato tratto del duca verso di lui ella aveva pianto, che avrebbe voluto esser lei un uomo per poter difendere, vendicare un giovane così buono, così eccellente, così degno d’ogni riguardo.
— Ma io lo sono, un uomo! — Aveva qui interrotto Alfredo, che si sentiva fremere tutti i nervi; — e io, senza aiuto d’altri, mi vendicherò.
Ed ella, senza neppur badare alla interruzione, continuava, insistendo sull’orrore da lei sentito e da tutta la città per quella prepotenza usata contro chi non poteva ripulsarla; soggiungeva che molte e molte volte le era venuto l’intenso desiderio di accorrere presso il capezzale di lui che sapeva ammalato per _l’emozione e lo spavento_ di quella sera, ma che sempre se n’era trattenuta per timore di fargli più danno; giacchè la cagione del maltalento del duca verso di Alfredo era soltanto l’amore ch’essa gli portava; il principe avrebbe certamente saputo di queste visite di lei, e chi sa quali altre persecuzioni ancora più offensive, nella nuova ira, sarebbe stato capace di immaginare e porre in atto contro l’innocente giovane. Imperocchè non bisognava dissimularlo, la passione del duca per lei era tutt’altro che scemata, così bene che nuove istanze e pressioni erano continuamente esercitate verso di lei: tanto che Carlo III aveva spinto l’audacia fino a domandarle di riceverlo ancora in casa sua. Oh se ella si fosse sentita la forza di Giuditta!...
Qui Alfredo, irritato, punto, spronato dall’abilissima arte di quella terribile commediante, interruppe con impeto quasi feroce:
— Non c’è bisogno di Giuditta!... Sarò io il Bruto di questo meschinissimo tiranno... Scrivigli pure che venga: qui lo attenderà per mia mano la morte.
— Qui?.... Tu!.... Impossibile!
—L’ho giurato!... E voglio che sia!... E sarà...
— Ti tremerà la mano.
Alfredo arrossì.
— Vedrai! — disse con un’energia di cui non lo si sarebbe creduto capace.
— Ma non qui! — esclamò allora vivamente la donna: — non in queste stanze dove t’ho confessato il mio amore... Non lasciarle neppure profanar più colla sua presenza, coll’alito suo, coll’insolenza delle sue parole... Aspettalo qui sotto e prima che salga...
— Hai ragione...
Zoe gl’interruppe il discorso con un bacio ardente sulle labbra.
Quand’egli si partì, ella pensò guardandogli dietro con un misto d’ironia e di crudele soddisfazione:
— Sempre meglio tener pronte due armi: se non sarà l’una sarà l’altra.
Alfredo, tornato a casa sua, trovò una lettera listata di nero, la cui vista gli produsse una certa emozione: il bollo postale la indicava proveniente da Torino. L’aprì: era una circolare per annunzio di morte stampata, ma in calce della quale erano scarabocchiate a mano alcune parole ed una firma. Nel mezzo dello stampato campeggiava a lettere alte, nere, un nome che, per dir così, saltò agli occhi di Alfredo, il nome del suo recente, ma pur caro amico piemontese, al cui duello coll’ufficiale austriaco egli aveva assistito pochi giorni innanzi.
Lo stampato diceva così:
«ADELAIDE LEMMI dei marchesi di ROVELLA, i figli suoi conte Ernesto, cavaliere Enrico ed Albina SANGRÉ DI VALNEVE e il nipote cavaliere Giulio SANGRÉ DI VALNEVE, annunziano la irreparabile perdita da essi fatta del loro rispettivo marito, padre e zio paterno
CONTE ERNESTO SANGRÉ DI VALNEVE
primo Presidente di Corte d’Appello in ritiro, Grand’ufficiale dell’ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, passato a miglior vita la sera dei....... di marzo 1854, dopo breve malattia, munito di tutti i conforti della nostra Santa Religione.
«La salma verrà trasportata a Valneve per riposare nel sepolcro famigliare dove dormono da tante generazioni i suoi maggiori.
UNA PRECE!
Le parole scritte a mano erano le seguenti:
«Non voglio che questo tristo annunzio t’arrivi come a un indifferente, senza una mia parola.
«Scrivo male; sono oppresso dal dolore; scrivo colla mano sinistra, chè la destra chi sa per quanto tempo non la potrò ancora adoperare.
«Ho un gran rimorso: un rimorso che accompagnerà tutta la mia vita. Io sono che ho affrettato la morte del mio povero padre!.... Compatiscimi. — ERNESTO.»
Questa lettera fece uno strano e funesto effetto sull’animo di Alfredo. Gli parve di vedere sorgersi innanzi la simpatica, gentile, elegante figura del giovane gentiluomo, del piccolo ma valoroso ufficiale piemontese, col suo sorriso grazioso ed arguto, con quell’aria che lo circondava di aristocratica dignità e cortesia; ma ciò non solo: gli sembrò eziandio vicino a quella di lui, scorgere disegnarsi vagamente, leggermente un’altra figura, sottile, vaporosa quasi da non potersi dire terrena, la figura d’una giovinetta di cui aveva visto un solo momento il ritratto in miniatura, e della quale il nome che ora leggeva stampato in quella lettera mortuaria, ALBINA, gli pareva contenere un’armonia intima, soave, piena di nobili promesse, di alti sentimenti, di non so che di sublime. Fu come tratto via da quell’ambiente di concitamento, d’irritazione, di tormentoso sdegno in cui viveva da più giorni, e trasportato in altro superiore, calmo, sereno, ricco di affetti tranquilli e beati. Pensò al dolore di quell’amico nobile, di quella nobilissima famiglia, e gli nacque immenso desiderio di poterlo alleviare, di poter dare a tutti coloro un po’ di consolazione. Gli parve che solo a pensare al dolore di que’ figli orbati del padre, l’aspro tormento della sua anima scemasse. Ah! egli non aveva provato mai quel dolore, come non aveva mai potuto gioire del diletto di amare i genitori suoi e di esserne amato. Pensò a sua madre, alla tomba di lei, dove avrebbe finalmente potuto andarsi e inginocchiare; determinò il domani stesso farvisi condurre da Matteo, e poi... e perchè non l’avrebbe fatto?... sì e poi correre a Torino per tentare di porgere qualche consolazione all’amico.
Ma no: questo non lo poteva: egli era trattenuto lì da un còmpito terribile, necessario: la sua vendetta, il lavare col sangue l’oltraggio ricevuto. A questo punto un nuovo pensiero lo assalse. Che cosa avrebbe detto il conte di Valneve se avesse saputo dell’avvilimento a cui egli era soggiaciuto? che cosa gli avrebbe consigliato di fare? Che cosa avrebbe fatto egli se si fosse trovato in simil condizione? Farsi assassino! Ah forse no!.... Ah certo no!... Gli parve allora di scorgere, come in una visione, il viso gaio di Ernesto farsi serio, quasi severo e dietro il suo un altro visino prendere un’aria di rimprovero....
— Ah, gli domanderò consiglio: — disse a sè stesso Alfredo: — senza dirgli nulla dei miei propositi gli domanderò che cosa io debba fare pel mio onore: e benchè oppresso da sì vivo dolore, egli son certo che mi risponderà.
E si mise subito a scrivere.
Ma la morte del conte di Valneve padre fu accompagnata da alcune vicende le quali avevano relazione con avvenimenti che vedremo svolgersi nella seconda parte di questo racconto: ed è per ciò necessario che i lettori ne siano fin d’ora informati.
LVII.
Allettatosi, come vedemmo, dopo le emozioni di quella sera, il conte di Valneve padre non si era fatto la menoma illusione sul suo stato, e benchè il medico affermasse e ripetesse che non v’era pericolo alcuno, egli, non volendo amareggiare la consorte amorosissima, nè i figli, anzi dissimulando così bene da lasciar tutti persuasi quelli che lo attorniavano della piena di lui fiducia in una prossima guarigione, aveva aspettato di esser solo col vecchio servo Tommaso e poi gli aveva detto:
— Mio caro, tu devi farmi un piacere; va dal parroco e digli che, come se fosse sua idea, venga a vedermi.
— Oh Eccellenza! — aveva esclamato il vecchio e fedele domestico, sentendosi tutto a rimescolare: — e perchè il parroco?
E l’ammalato sorridendo del suo fine, aristocratico sorriso:
— Te l’ho detto: per vedermi. È un uomo che stimo, rispetto ed amo, il nostro buon parroco; e lo vedo sempre volentieri... Ma, ricordati bene: avvertilo che faccia in guisa da non destare il menomo sgomento nella contessa, nè nei miei figli.
Era rimasto dopo ciò un poco sopra pensiero, come ravvolgendo fra sè qualche partito da adottarsi o no: aveva fatto cenno di voler ancora parlare e poi s’era taciuto; ma finalmente, come determinatosi ad un tratto, aveva soggiunto:
— Ancora una cosa, Tommaso. Desidererei molto vedere Ernesto Respetti... Scrivigli tu stesso a Milano: e scrivigli anche a lui che venga come per proprio impulso, senza lasciar scorgere alla mia famiglia che sono stato io a farlo chiamare.
Tommaso ubbidì a questi comandi del padrone, e il giorno medesimo capitò al palazzo Sangrè il parroco, che era uno dei più dotti, zelanti, illuminati e tolleranti sacerdoti della diocesi torinese: e due giorni dopo arrivavano a Torino il marchese Ernesto Respetti-Landeri e sua moglie la marchesa Sofia.
E questi e quello, conformandosi abilmente al desiderio del conte-presidente loro espresso da Tommaso, fecero in modo che la famiglia non sospettò menomamente venissero chiamati dall’infermo; ma poichè il parroco era stato introdotto presso il letto del giacente, questi, accoltolo colla più allegra serenità che immaginar si possa, aveva domandato la grazia di riceverne i sacramenti, della qual cosa non s’erano molto stupiti nè allarmati i congiunti, i quali conoscevano lo zelo religioso del conte, non intollerante, ma fervente cattolico. Dopo compiti i suoi atti di divozione, il medico pur sempre continuando a dire che pericolo non c’era, una gran debolezza aveva invaso l’ammalato, il quale però, con quel filo di voce che gli restava, veniva dicendo di sentirsi benissimo e sollevato, quanto forse mai prima, d’animo e di corpo.
Al sopraggiungere dei Respetti, gli occhi del conte brillarono, e voltosi al marchese, che gli aveva preso la mano e gliela baciava con riverente e profondo affetto gli disse:
— Grazie, figlioccio mio, della tua cara e buona visita... Io ho appunto qualche cosa da dirti... Appena tu sarai un po’ riposato dal viaggio ed io alquanto rimesso... vieni... ti manderò a chiamare e avremo un colloquio noi due.
Il marchese e tutti della famiglia pregarono il giacente a non volersi stancare, nè pensando, nè parlando, e che se aveva alcun che da comunicare ci avrebbe avuto tempo di poi, alle quali parole egli rispose, facendo il suo arguto, melanconico sorriso:
— Eh! voi non sapete... Potrei anche averci premura.
Intanto, mentre il Respetti e sua moglie andavano a ripulirsi e riposarsi un momentino, il conte pregò lo si lasciasse solo che avrebbe provato di dormire. Si ritirarono tutti, rimanendo a guardia il fedele Tommaso, che sedutosi sopra uno sgabello a piè del letto ci restava immobile come un ceppo di legno e intanto teneva occhi ed orecchi intenti a vedere se il venerato e caro infermo potesse avere bisogno della menoma cosa. Ma nel silenzio assoluto che si fece nella penombra di quella sontuosa camera dove il virtuoso gentiluomo s’apparecchiava a morire, non venne il sonno sulle palpebre del giacente; anzi una ruga che si disegnava profonda a mezzo le sopracciglia sulla sua nobile e aperta fronte, indicava che qualche grave, profonda meditazione gli teneva occupato il cervello. A un punto si riscosse e volgendosi al servitore, che lo credeva assopito:
— Tommaso, — gli disse, — è venuto qualcheduno: ho sentito debolmente il suono del campanello d’entrata, e un sussurrio di voci nell’antisala. Ho in mente che ci sia venuto qualcheduno per vedermi e che non lo si voglia lasciare entrare per non disturbarmi; e temo che questo visitatore mandato via sia il parroco. Va presto a vedere, e se è proprio il signor curato, fallo fermare, o richiamalo se è già partito.
Il servo s’affrettò ad ubbidire. I sensi dell’infermo resi più fini, come sovente accade, dall’avvicinarsi della morte, avevano colto giustamente i lievi rumori avvenuti; e il suo intuito aveva avuto ragione. Era proprio il parroco. Quando Tommaso tornò nella camera del conte a dirglielo, il volto di lui s’illuminò di gioia.
— Ah! è davvero la Provvidenza che me lo manda: — esclamò egli. — Questo sant’uomo saprà consigliarmi, e levarmi d’ogni incertezza.
Il sacerdote fu subito introdotto, e il colloquio che ebbe insieme col conte da solo a solo, durò forse un’ora. Quando il suono del campanello richiamò nella camera la famiglia e Tommaso, il giacente aveva l’aspetto ancora più sereno e tranquillo di prima, e il parroco pareva avere ancora maggiore il rispetto e quasi una ammirazione per quel vecchio che s’aspettava da un momento all’altro di comparire innanzi a Dio.
Al prete che si congedava, il moribondo disse ancora colla squisita cortesia del gentiluomo:
— Grazie anche una volta, reverendo... Ero in dubbio.... Lei mi ha illuminato.
— Ah, la luce maggiore, — rispose il parroco, — viene alla sua ragione dalla diretta ispirazione del Signore.
Poco dopo, tornato in quella camera il marchese Respetti, l’ammalato gli disse colla sua solita ilarità:
— Tu sarai curioso di sapere quello che ho da comunicarti. Siccome mi sento assai bene in questo momento e in forze da poter parlare, non voglio farti rimanere più a lungo colla tua curiosità.
Rimasto solo col suo figlioccio, egli cominciò tosto a parlargli in questa guisa:
— Bisogna che io ti dica una cosa che la mia famiglia ancora non sa, ma che è pur necessario oramai apprenda e vi si prepari; io sto per morire, e probabilmente non vedrò più la luce di domani....
Come potete immaginare, il marchese interruppe, contrastò, protestò; ma egli proseguì fermamente nel suo discorso:
— Tu che sei figliuolo d’un mio carissimo congiunto ed amico, tu che sei amico e quasi fratello ai miei figli e a mio nipote, tu che sei mio figlioccio; tu devi svelare la verità ai miei, perchè non è bene per nessun verso che stieno nell’inganno fino all’ultimo, e il colpo sarà loro tanto più tremendo, quando avverrà, se inaspettato. Desidero adunque che tu li avvisi, li incoraggi e li prepari a questo dolore; cosicchè io possa poi rivolgere le ultime mie parole a tutti i miei più cari qui raccolti, conscii del vero e, per quanto possibile, rassegnati.
Il marchese dovette promettere di assumere ed eseguire tosto sì triste incarico.
— Ma questo, mio caro, non è il solo favore ch’io ti voglio domandare. Lascio la mia famiglia ancora in giovane età, che ha bisogno dei consigli, della guida, della direzione d’un uomo grave e prudente. Ernesto, il mio primogenito, che ha un cuore tanto fatto, manca di giudizio; ahimè quanto rassomiglia al mio povero fratello Armando! Tu sei, benchè giovine ancora, ricco di senno, d’esperienza, d’intelligente operosità: a te, mio figlioccio, figliuolo mio, a te affido di vegliare sulla mia famiglia.
— Oh cugino! — esclamò il Respetti commosso proprio nell’anima. — Io, che devo a voi cotanto! io che vi devo tutte le cure che aveste pel povero padre mio! io che fui trattato da voi come un figliuolo; io vi giuro che farò tutto quel che potrò per adempire santamente a questo sacro debito che mi lasciate, per fare che voi... sì voi stesso abbiate ad essere soddisfatto di me.
Il conte gli strinse la mano con quella poca forza che gli rimaneva.
— Grazie! — riprese: — non ne dubito, sai; e quindi, anche da questo lato muoio tranquillo.
Fece una piccola pausa, poi soggiunse:
— Non ho mestieri di dirti che nella mia famiglia, come figliuolo mio, io conto e intendo che tu conti anche Giulio il figliuolo del mio povero Armando. Non è vero?
— Sì, sì: — rispose il marchese. — Siatene certo.
— Anzi egli ne ha più bisogno.... È quasi povero.... Ho fatto qualche cosa per lui nel mio testamento: ma non ho potuto far molto, perchè non volevo e non potevo spogliare i figli miei... Tu hai da prendere cura de’ suoi interessi, tentare di accrescerne le poche fortune.... Lo farai, non è vero?
— Sì.
Il moribondo prese una mano al Respetti e guardandolo con un’espressione di preghiera accalorata e insieme quasi imponente, e con un’insistenza, delle quali egli doveva poi ricordarsi in solenne occasione, ripigliò:
— Te lo raccomando proprio specialmente, sai... Fa come se fosse tuo padre eziandio che te lo raccomandasse per bocca mia.
— Ve ne do la mia parola. Vi basta?
— Mi basta.... Ora va, parla ai miei e conducili tutti qui intorno al mio letto.
— Ma badate, cugino, che vi stancherete.... Lo sforzo, l’emozione....
— Fa com’io ti dico. Ora me sento le forze: più tardi mi mancheranno.... E l’ultimo addio voglio darlo francamente, fermamente a tutto quello che amo di più sulla terra.
Il marchese dovette ubbidire e uscì commosso, le lacrime agli occhi, a fare la dolorosa, terribile ambasciata.
La scena che ne seguì fu lugubremente solenne e di una profonda, dolorosa e pur soave commozione per tutti quelli che vi assistettero.
Il vecchio gentiluomo s’era fatto tirar su e sostenere al capo, alle spalle e alle reni da un monte di cuscini: la sua bella testa bianca, dalla fronte non molto vasta, ma di pure ed eleganti linee, spiccava per una nobiltà ancora maggiore dell’usato; lo sguardo, benchè già velato, delle pupille che s’erano affondate nelle occhiaie, aveva un’espressione di dolcezza grave, affettuosa, ineffabile; le labbra assottigliate, un po’ livide, erano pur tuttavia animate da un sorriso gentile, d’una tranquilla e mite alterezza: da tutta quella fisonomia raggiava un’anima onesta, leale, sicura di sè in faccia alla morte.
Intorno al letto vennero e si schierarono tutti i componenti della famiglia; al capezzale alla destra la moglie del morente, Donna Adelaide, a sinistra il primogenito, il capitano Ernesto; vicino alla madre si stringeva commossa frenando a stento i singhiozzi, quasi timorosa la giovinetta, bionda, leggiadra Albina: poco lontano da lei, non meno turbato, il cugino Giulio: a fianco del fratello stava il secondogenito Enrico: in fondo al letto il marchese e la marchesa Respetti-Landeri: sulla soglia si era fermato il vecchio Tommaso, esitante, tremante, interrogando cogli occhi umidi quello che dovesse fare, se rimanersene o partire.
Il moribondo lo vide, lo comprese e disse al figliuolo primogenito che si chinava verso di lui:
— Di’ a Tommaso che chiuda l’uscio e stia pur qui.
Ernesto ripetè al servo le parole paterne; il vecchio domestico s’inchinò, richiuse, e poi in piedi sul limitare di quella camera, il capo curvo, le mani giunte, stette come può stare un devoto innanzi all’altare.
Tacevano tutti, compresi da gravissimo dolore, le cui manifestazioni ciascuno si sforzava a frenare. Ernesto, benchè la sua ferita fosse tutt’altro che risanata, non aveva più voluto stare in letto, appena fu informato che l’infermità del padre non era cosa leggiera; portava il braccio appeso ai collo per una fascia di seta nera; ogni allegria, ogni vivacità a lui così solite e naturali, erano sparite dalla sua fisonomia e il pallore delle sue guancie, chiunque, per quanto superficiale osservatore, non l’avrebbe attribuito solamente alle fisiche di lui sofferenze. Il fratello, Enrico, più debole, perchè più giovane, non poteva tanto su di sè stesso da ricacciare indietro le lagrime, e queste gli colavano giù lentamente sul volto senza che egli pur sembrasse avvertirle. Nè altrimenti era Giulio, il nipote, che, in quell’amorevole e generoso zio, vedeva la morte togliergli un secondo padre. La contessa Adelaide, pallida, ma il viso fatto sicuro da una sublime rassegnazione, lo sguardo amorevole fisso sul compagno della sua vita che ora stava per separarsi da lei, avrebbe potuto dirsi come già disse un poeta, una Niobe cristiana. Un sincero dolore profondamente sentito appariva eziandio nelle elette figure del marchese e della marchesa Respetti. Tommaso, lui, aveva l’aspetto di chi sta per assistere a qualche terribile catastrofe che non può ancora credere possibile.
Il conte presidente girò tutt’intorno lo sguardo affaticato sulle persone de’ suoi cari così raccolti, e poi colla debol voce che gli rimaneva, dicendo adagio, pronunziò le parole seguenti:
— Sono alla fine della esistenza che il Signore Iddio mi ha voluto concedere su questa terra, e sentendomi chiamare da Lui nella vita eterna, dovendo quanto prima separarmi da voi, diletti miei, che ho amato, che amo cotanto, e che spero potrò amare ancora anche dall’altro mondo, voglio, finchè la cognizione me ne rimane e mi bastano ancora le forze, darvi a tutti insieme il mio addio e farvi sentire le mie parole di ringraziamento, di ultimo ricordo, di ultimi miei desideri e consigli.
Fece una pausa; regnava in quella camera sì perfetto silenzio, che il solo rumore da potersi avvertire era il respiro leggermente affannoso del giacente.
— Io devo ringraziare la Provvidenza che m’ha concesso tanti impagabili benefizi: di appartenere a una famiglia in cui l’onore, la lealtà, l’amore d’ogni nobil cosa, il desiderio d’ogni virtù sono tradizionali; di aver posseduto ricchezza e stima nel mondo; più prezioso dono ancora, di avere ottenuto in sorte una compagna de’ miei giorni che, come adorna d’ogni grazia, fu il modello d’ogni virtù di donna, di sposa e di madre...
La contessa Adelaide lasciò sfuggire un singhiozzo, cui soffocò in un bacio alla mano del marito sulla quale essa si curvò; quella mano fuggì con debole movimento di sotto alle labbra della donna e salì ad accarezzarne le chiome che cominciavano a brizzolarsi.
— Tu mi hai fatto felice, Adelaide, — continuò il moribondo: — e in te ho sempre trovato una consigliera e confortatrice, piena di senno e di cuore. Figliuoli miei, voi amerete sempre, come ora amate, venererete sempre, come ora venerate, questa donna che vi ha dato e vi dà l’esempio di tutte le virtù, e penserete d’or innanzi, che, morto me, in lei si raccoglie tutta l’autorità della famiglia, tutta la santità del nostro focolare, tutta la grandezza del nostro nome. Ah no, voi non sarete mai figliuoli tanto cattivi da amareggiare questo nobil cuore, da disconoscerne, non dico il comando, ma l’influsso e l’ispirazione.
Ernesto s’inginocchiò presso il letto e pose la mano sinistra che aveva libera sulla coltre coll’atto di chi tocca una sacra reliquia per pronunziare un solenne giuramento.
— Padre! — disse con voce commossa. — Io ho il rimorso di avere a Lei e alla madre cagionato dispiaceri non pochi... Ma per la tremenda grandezza di questo momento, le affermo colla coscienza di chi non si sente affatto indegno di avere il sangue dei Sangré nelle vene, le giuro che mia madre non avrà da farmi più un rimprovero, non avrà il dolore di vedermi ricadere in atti men degni del mio nome...
— E io ti credo, Ernesto!... Tu sei il primogenito; tu diventi il capo della famiglia; a te maggiori doveri.
— Coll’aiuto di mia madre e di Dio, li compirò: — disse fermamente il giovane.
Allora il moribondo fece debolmente colle mani un atto come per comprendere in un abbraccio tutti i presenti, e soggiunse: