Part 26
— Compirete tutti, tutti i vostri doveri, ne son persuaso, e vi ricorderete ch’io ve ne ho pregati dal mio letto di morte. Nessuna transazione mai col dovere dell’uomo onesto, del buon cittadino, del vero gentiluomo. Amatevi fra voi, amate la vostra patria e il Re, e siate sempre disposti a servirli dando il vostro ingegno, le vostre ricchezze, il vostro sangue. E possiate, anche voi, alla fine della vostra carriera morire com’io muoio, tranquillo, lieto, circondato da parecchi che vi amino, benedetto da quelli del vostro sangue cui voi benedirete.
Si fermò un minuto, e poi riprese con più forza:
— Sì, vi benedico!
A queste parole tutti caddero in ginocchio. Tommaso sulla soglia si prostrò addirittura per terra da toccare colla fronte il tappeto del pavimento e si pose a mordere il fazzoletto per soffocare i singhiozzi.
— Vi benedico coll’ultimo mio sospiro, coll’ultimo mio palpito d’affetto, figliuoli miei, moglie mia, mio nipote, cugini miei, te mio fedel servo invecchiato meco, tutti tutti che mi avete amato. Vi benedico, e colla benedizione del morente scenda su di voi anche quella del Signore che ci legge nel cuore.
Succedette un profondissimo silenzio; le mani del moribondo posavano una sul capo della moglie, l’altra su quello del figliuolo primogenito.
— Venite ed abbracciatemi — disse il conte colla voce che stava per mancargli affatto.
Sorsero in piedi e curvatisi su di lui uno dopo l’altro, la moglie la prima, gli diedero il bacio dell’addio. Tommaso, sempre prostrato a terra, singhiozzava più forte: il moribondo lo sentì.
— Fa avvicinare quel povero vecchio: — disse ad Ernesto.
Il servitore s’avvicinò barcollante come ubbriaco.
— Tommaso, — gli disse il conte: — baciami anche tu che mi hai servito fedelmente tutta la vita.
Il pover’uomo dall’emozione quasi cadde abbandonato sul letto del padrone e le sue labbra di servitore si posarono tremando per tenerezza e venerazione sulla nobile fronte del padrone.
— E ora, — disse questi con voce sempre più debole, — aprite tutti gli usci e venga tutta la mia casa a darmi l’estremo saluto.
Così fu fatto. I servi tutti entrarono e sfilarono ad uno ad uno presso quel letto ricevendo ciascuno uno sguardo, un cenno e un sorriso dal morente, poi si inginocchiarono raggruppati verso la porta pronunziando con voci commosse le preghiere dell’agonia.
Questa era diffatti venuta pel conte. — E due ore dopo, sostenuto dalla moglie, una mano stretta dalla mano del primogenito, Ernesto Sangré di Valneve padre mandava l’ultimo respiro. Il volto nel cadavere parve farsi ancora più sereno, la fronte più nobile, e non cessò d’aleggiare su quelle labbra irrigidite il fine, gentile sorriso.
LVIII.
Alfredo di Camporolle s’era condotto alla tomba di sua madre. Colà il vecchio Battistino e l’Antonia, alle interrogazioni del giovane avevano risposto in modo che confermava quanto della nascita di lui e della morte della madre gli aveva narrato Matteo.
Il primo disse come una sera, già di tardo autunno, tornandosene verso casa, incontrasse un uomo quasi disperato che le domandò se non sapesse indicargli dove trovare in quel casale una stanza di ricovero, e non solo per la notte, ma per giorni parecchi, a una signora che, sovrappresa per istrada dai dolori, stava per diventar madre. Egli, Tino, aveva risposto che c’era sulla strada un’osteria e che là si facesse ricapito: ma lo straniero aveva ribattuto che s’erano pure fermati colà egli e la donna, ma che era impossibile rimanerci, essendo le poche camere di quella misera locanda già tutte occupate, e non solamente da uno, ma da due o tre e anche più viaggiatori, perchè di quei giorni aveva luogo la gran fiera del vicino villaggio; che nessuno di quei mercanti di buoi e di grano aveva mostrato la menoma intenzione di scomodarsi per lasciar luogo alla donna; che l’oste medesimo avea dimostrato poca voglia di avere in casa quell’imbarazzo, e che perciò egli andava cercando chi per carità cristiana e anche per amore di un buon guadagno da lui promesso volesse ospitare la partoriente e curarla, finchè la fosse in grado di proseguire il viaggio.
Battistino che non aveva cattivo cuore e a cui non dispiaceva il denaro, aveva allora detto che la casa ospitale cercata potrebbe anche essere la sua, se i forestieri si fossero contentati d’avere una camera pulita nella miseria, e d’altronde in quel povero casale non avrebbero potuto trovare di meglio; ma che però c’erano due difficoltà: l’una che in quella casetta non c’erano donne per assistere l’ammalata, egli vivendo affatto solo; l’altra che il mestiere di lui, padrone di quella casa, era di fare il becchino, e questa poteva essere per molti una ragione da non accettarne l’ospitalità.
Il forastiero rispose sollecitamente che anzi tutto andava benone: non si avevano pregiudizi, era molto meglio che non ci fosse altri in casa, e quanto all’assistenza alla donna, egli colla carrozza, appena allogata la sofferente, sarebbe corso a Parma per tornare il più presto possibile con una levatrice.
Di questa guisa furono tosto d’accordo, e il forastiero, corso sulla strada dove stava ferma la carrozza con dentrovi la signora, innanzi alla porta dell’osteria, presto presto la fece venire alla casipola del becchino, dove in due colpi di mano, la miglior camera, col letto meno barbaro e le biancherie più pulite, fu pronta ad accogliere la donna.
A questo punto Alfredo, che ascoltava con tutta la passione dell’anima sua, non potò trattenersi dal domandare al vecchio come fosse, che aspetto avesse quella sua inaspettata ospite; e Tino rispose com’essa fosse giovane, bella, molto abbattuta, ma paziente, rassegnata, mite e gentilissima. Poscia, seguitando il racconto, disse che l’uomo era subito partito colla carrozza per la città, che n’era tornato dopo sei ore, che alla misera soffrente e a lui stesso erano sembrate eterne, ancora nella notte, insieme colla levatrice, la quale era quella donna cui oggi vedeva lì venuta anche lei: che passato ancora quasi un giorno intero in terribili sofferenze, la signora aveva dato alla luce un bambino, ma per morire essa stessa poche ore di poi.
L’uomo che l’accompagnava, che era il signor Arpione, aveva detto al prete di quel luogo, il quale non era venuto a tempo per confessare la moribonda, ma aveva pronunziate su di lei già priva della parola le preghiere dell’agonia; gli aveva detto che amministrasse subito l’acqua al fantolino, il quale pareva sì miseruzzo da non poter campare, che però, se vivesse, fra pochi giorni egli sarebbe tornato a fargli dare il battesimo in tutte le forme e avrebbe recato seco documenti e testimoni da stabilire l’essere, la famiglia e quel che dicesi lo stato civile del neonato. Diede una buona somma a lui Tino, che narrava, una vistosa elemosina al prete, ordinò al primo di questi due che la camera dove la donna era morta fosse sempre conservata in quel medesimo stato in cui allora si trovava, che la fossa dove ella veniva sepolta fosse disgiunta, distinta dalle altre e sempre adorna di fiori e ombreggiata da un salice piangente, e partì, accertatosi che una donna del vicinato avrebbe soddisfatto ai primi bisogni del bambino.
Non passarono che due giorni, quando egli tornò con due altri signori i quali furono testimonii al battesimo, e con una contadina che esser doveva la balia del neonato, e che diffatti, celebrato il battesimo, lo prese e lo portò seco, dove egli, Tino, non seppe mai.
L’Antonia levatrice confermò appuntino il racconto del seppellitore. Alfredo che aveva visto quella tal sera la moglie del zozzaio Melchiorre, pure non la riconobbe, perchè allora in uno stato di ebbrezza e pochi i minuti in cui l’aveva avuta dinanzi. Essa narrò da parte sua come una tal notte, a quel tempo, venisse svegliata all’improvviso e richiesta con gran premura di alzarsi subito e partire per andarne fuori di Parma un buon tratto, a soccorrere una povera donna che stava assai male. Le preghiere erano state così pressanti che ella aveva acconsentito; era salita nella carrozza che aspettava giù nella strada, e via di gran corsa.
La povera signora le era morta nelle braccia, ed essa, che — così diceva — non l’aveva mai vista prima, non poteva dir altro se non che l’aveva trovata di bellezza, di bontà, di anima e di cuore un vero angelo di Dio.
Alfredo volle vedere anche il prete che aveva benedetta la morente di lui madre e battezzato lui neonato. Ma quel buon sacerdote, già vecchio quando quegli avvenimenti erano capitati, si trovava oramai decrepito e non aveva più nè memoria precisa, nè idee chiare. Si ricordava in confuso di qualche cosa; ma tutto quello che poteva far di meglio era consultare i suoi registri, tenuti Dio sa come, ne’ quali c’erano gli atti di nascita e di morte. A forza di scartabellare si trovò l’atto di battesimo di Alfredo in cui questi era detto figliuolo legittimo del nobile signor Alfredo Corina di Lugo premorto, e della signora Giuseppina Ressi di Macerata e una copia autentica dell’atto di matrimonio fra questi due; ma quello che colpì Alfredo fu una dichiarazione che accompagnava l’atto di morte di sua madre, nella quale dichiarazione si affermava da due testimonii che la giovane donna morta in quel luogo sopra parto, era davvero la Giuseppina Ressi, moglie Corina. Fu il nome d’uno di que’ due testimoni che fece impressione ad Alfredo: era il nome di Giovanni Carra.
Tornato presso Matteo, che non aveva seco nella visita al prete, Alfredo gli domandò se quel Giovanni Carra avesse qualche attinenza col sellaio Pietro, e se quindi la famiglia di quest’ultimo avesse avuto conoscenza della famiglia di lui. Matteo, che aveva previsto molte cose e a tutte s’era industriato di provvedere, non aveva menomamente pensato a questa, e rimase un momentino sconcertato; ma si riebbe tosto e rispose sollecito di no, che quel Giovanni era di un’altra famiglia Carra, la quale non aveva nulla di comune con quella del sellaio, e che non era neppure di Parma.
Alfredo pregò a lungo, e sulla fossa della madre e nella camera dov’essa era morta; deliberò che un modesto ma duraturo monumento sorgerebbe là dove era stata sepolta colei che gli aveva data la vita, e confermò a Battistino l’ordine di conservare tal quale la camera. Domandò se nessun oggetto fosse stato conservato il quale avesse appartenuto a sua madre, e si ebbe in risposta di no, che tutto quello che essa aveva lasciato di abiti e di biancherie era stato distribuito in elemosina a povere donne del casale; rimaneva soltanto la piccola valigia in cui erano gli oggetti più necessari a lei appartenenti, e Alfredo la ricomprò al vecchio becchino a peso d’oro; poscia seppe che il crocifisso appeso al muro sopra il letto era quello che avevano posto nelle mani della donna fatta cadavere, e lo volle anche per sè, parendogli che così avrebbe portato seco qualche cosa almeno di quella santa, adorata creatura — adorata senza averla mai conosciuta.
Partendo da quel villaggio per tornare a Parma, il cuore d’Alfredo era intenerito. Aveva raccolto mille prove dell’interessamento che Matteo Arpione aveva pure dimostrato per la madre di lui, ricordava le parole dettegli da Matteo medesimo, che colà dov’era salita al cielo, l’anima di sua madre gli avrebbe ispirato più affettuosi sentimenti verso l’uomo che aveva preso cura di lui, e gli pareva diffatti che così fosse stato. Giunto a palazzo lasciò che Matteo salisse con lui, lo sorreggesse, chè egli, ancora debole pel sofferto malore, era dalle emozioni di quel giorno affranto, che lo accompagnasse fino nel salotto precedente la sua camera. Colà stava sopra la tavola un bigliettino profumato elegantemente ripiegato a triangolo, diretto al conte, e il servo disse che il portatore aveva fatta molta premura perchè subito si consegnasse al padrone, trattandosi di cosa di molta importanza e urgentissima.
Alfredo lo prese, l’aprì, lo scorse cogli occhi, poi fece un moto come di ripulsione, lo gettò di nuovo sulla tavola e corse a rinchiudersi nella sua camera. Matteo gli mandò dietro il domestico, e rimasto solo nel salotto, afferrò ratto quella letterina e la lesse avidamente.
Era della Zoe.
LIX.
«Mio tesoro — Penso al giuramento che hai pronunziato; e ti ammiro e ne tremo. Vorrei saperti lontano le mille miglia: ho il maggior rimorso d’esser cagione che tu sei qui venuto. Un compito così terribile non è da te. Abbandona il tuo disegno, la città, me stessa; e lasciami al mio funesto destino. Colui verrà domani, di pieno giorno, domani alle quattro pomeridiane. Ha quest’audacia! Me l’ha fatto annunciare, mi ha fatto comandare di aspettarlo come una schiava... Ho il sangue che mi freme... Ah! se verrà! Se dovrò aver l’onta di rivederlo qui!... Il mio furore, il mio odio m’ispireranno. Tu parti, fuggi: sarò tranquilla, più ferma in ciò che dovrò compire anche colla mia debol mano di donna, se ti saprò lontano da non potere per nulla comprometterti, da essere affatto in salvo, checchè avvenga. — ZOE.»
Questa lettera, scorsa in fretta da Alfredo, aveva fatta in lui una penosa impressione. La visita al cimitero in cui riposava sua madre, tutta la giornata passata in mezzo a sì care e sacre memorie gli avevano temperato l’animo a una dolce mitezza, a una tenera commozione di affetti, da cui il ricordo, l’immagine, le parole della Zoe e l’idea degli avvenimenti ingrati e delle terribili passioni che l’accompagnavano, bruscamente veniva a staccarlo, quasi strappandogliene l’anima e il cuore. La voce dello spirito materno gli aveva parlato di amore, di fede, di cielo: ecco quella della sirena venirgli a susurrare di odio, di vendetta e d’inferno. Si chiuse nella sua camera e proibì che persona viva osasse disturbarlo, e da solo dibattè fra sè stesso il terribile quesito: o essere assassino o essere spergiuro.
Dopo una notte, la cui veglia angosciosa ciascuno può immaginarsi, Alfredo ebbe la consolazione di ricevere la risposta alla sua lettera di Ernesto Sangré. Non era molto lunga, ma era piena di amorevolezza; compativa sinceramente alla sciagura capitata all’amico e in franche, concise parole diceva quello che a senno dello scrivente era da farsi in tale occasione, quello che egli farebbe se in tal caso si trovasse. Al principe, sventuratamente, non si poteva domandare soddisfazione nessuna: la sua qualità di regnante lo faceva irrisponsabile, quasi sacro, e nessuno che la pensasse rettamente, avrebbe mai fatto carico all’oltraggiato di essersi trattenuto innanzi al rispetto che si doveva alla Corona dell’oltraggiatore: ma ad assistere a quell’offesa, a prendervi parte, ad assumersene la risponsabilità e colle risa e anche con un atto positivo, c’erano stati i cortigiani e cagnotti del duca, e a costoro il conte di Valneve pensava che l’amico avrebbe dovuto rivolgersi, e a colui principalmente che aveva osato mettergli una mano sulla spalla, e se non aveva ben presente chi quegli si fosse, al principale di essi, e a tutti se occorreva. Doleva ad Ernesto di non essere in grado di accorrere egli stesso a Parma per essere all’amico aiuto, testimonio e compagno, ma la sua ferita inaspritasi, e la salute della madre cui tanto aveva afflitta il colpo tremendo della morte del conte, lo trattenevano a forza. Finiva pregandolo di tenerlo informato di tutto quello che facesse e gli avvenisse, e ricordandogli la promessa data di venirlo a visitare a Torino, promessa che lo sollecitava a mantenere, appena fosse libero da quella malaugurata contrarietà.
La lettera del Sangré fu come un raggio di luce nelle tenebre in cui si agitava l’anima di Alfredo.
— Ed io non ci ho pensato! — esclamò. — Io mi sono lasciato trascinare piuttosto all’idea di farmi assassino... Ah era un’ignobile ispirazione... Oh che avrebbero detto di me?...
E si coprì colle mani la faccia.
Gli pareva scorgere un vago profilo di fanciulla sul volto della quale si esprimesse l’orrore dell’assassinio.
— Il consiglio d’Ernesto è l’unico accettabile, lo metterò in atto.
La mano del cortigiano che lo aveva spinto a terra, gli sembrava fosse stata quella dell’Anviti; oh doveva esser quella. E d’altronde non era questi il principale, il più insolente, il più prepotente dei seguaci del duca? Determinò di indirizzarsi per primo a lui, e quella stessa mattina verso le undici, vestitosi con una certa severa eleganza, Alfredo stava per uscire affine di recarsi a cercare il colonnello e accostarlo in qualunque luogo si fosse, per provocarlo nel più violento modo possibile, quando un suo domestico venne ad annunziargli con aria esterefatta che in sala c’era il direttore generale della Polizia il quale domandava di parlargli, e che nell’anticamera e sotto il portone c’erano tre o quattro coppie di brutti musi che puzzavano lontano un miglio di gendarmi e poliziotti travestiti.
Il conte di Camporolle a tale annunzio impallidì un pochino; ma fatto il viso più fermo che seppe e che potè, si affrettò a passare in sala, dove stava aspettandolo il Pancrazi.
Questi aveva la faccia più buia del solito, e i suoi occhi affondati mandavano sguardi che potevano dirsi di severità feroce.
— Signor conte, — cominciò senz’altro, — ella è accusata di congiurare contro il trono e la vita del nostro Augusto Sovrano, S. A. R. il principe Carlo III; ella è accusata di avere anzi giurato di colpire ella stessa il sacro petto del serenissimo nostro Signor Duca, e di queste accuse si hanno le prove. Io sono qui per arrestarla.
Alfredo ebbe un leggier balenìo negli occhi e un tremito quasi impercettibile sulle labbra.
— Va bene, — rispose però con voce ferma. — Se Lei m’arresta, e io non ho nessun mezzo di sottrarmene, cedo alla violenza e son pronto a seguirla.
Il Pancrazi stette un poco in silenzio facendo pesare sul giovane il suo sguardo di piombo.
— Pensi bene, signor conte, — disse poi lentamente e facendo spiccare le sillabe; — pensi che si tratta della sua vita!
Alfredo, completamente franco e sicuro, rispose con un superbo sorriso:
— Per quanto io ci pensi, non vedo che ciò possa mutare la condizione delle cose.
— Vuol dire ch’Ella confessa? — esclamò vivamente il poliziotto.
— Scusi: — aggiunse con tutta freddezza il conte. — È un interrogatorio che Lei mi vuol fare?
— Ebbene, sì signore... È mio diritto, e mio ufficio; e Lei deve rispondermi.
— No signore! — proruppe con una certa forza Alfredo. — Ella può farmi tutte le interrogazioni che vuole: ma io non conosco forza nessuna che mi possa obbligare a rispondere, e quindi Le dichiaro che non rispondo nulla.
Pancrazi fece un sorriso che si potrebbe dire di color giallo.
— Badi che quando sarà in carcere si troveranno pure delle maniere da farle venir la voglia di rispondere.
— Ah sì? La tortura forse?... Ho udito che in questo felicissimo paese si usa ancora talvolta un modo sì civile ed umano...
— Il contegno ch’Ella prende, — interruppe il direttore di Polizia, — mi spiace e mi addolora. È il più funesto ch’Ella possa adottare per sè; mentre io sono venuto qui colla speranza di poterla salvare.
— Ah! davvero?
— Sissignore; ed è appunto per ciò che ho voluto venire io stesso.
— Per suggerirmi il mezzo di salvarmi?
— Appunto.
— E questo mezzo sarebbe?
— Dimostrare un vero pentimento di quello ch’io non credo in Lei che un istante di follia, una momentanea aberrazione.
— E come si fa a dimostrare questo pentimento?
— Rivelando tutto quanto Ella sa del brutto intrigo e di quelli che vi prendono parte.
— Così poco! — esclamò Alfredo con un’ironia in cui fremeva l’ira, mentre un rossore di vergogna per l’infame proposta fattagli saliva alle sue guancie, fino alla fronte.
— Anzi, io renderei la cosa ancora più semplice. Ella non avrebbe che da rispondere con tutta esattezza e verità alle domande che io le farei.
— Ella è davvero troppo buona.
— Noti che tanto e tanto, io sono informato già di tutto...
— Allora è inutile ch’io parli.
— È necessario per dimostrarci il suo emendamento.
— E in compenso di questo?...
— Ella starà pochi giorni in fortezza e poi, appurate vere tutte le sue rivelazioni, sarà accompagnata dai gendarmi sino alla frontiera, e lasciata andare al suo destino.
— E se non parlo?
— Oh allora!... — Si strinse nelle spalle e crollò il capo in modo molto minaccioso.
— Ebbene, signore, non perdiamo il tempo più oltre, e mi conduca dove ha da condurmi; chè io non ho nulla da dire.
— Come vuole!... Se ne pentirà... Intanto io devo qui fare un’accurata perquisizione.
Finita questa, Alfredo in una carrozza chiusa fu menato in fortezza e cacciato in una segreta.
Un bigliettino de’ soliti alla Zoe diceva mezz’ora dopo:
«Contegno più fermo di quel che credevo. L’ho veduto io solo e nessun altro lo vedrà. Mi sembra capace di mantenere il segreto.»
Ed ecco da che cosa era stato motivato l’arresto del conte di Camporolle.
LX.
Matteo Arpione, di quella lettera della Zoe, ch’egli aveva osato leggere in casa d’Alfredo, s’era spaventato moltissimo. Per lui, che conosceva oramai i propositi del conte, non vi era dubbio più che il giuramento di cui si faceva cenno dalla Zoe come pronunziato dal giovane, era contro il duca, e troppo capiva egli pure che la scellerata donna perfidamente indicava ed assegnava all’amante l’occasione e il momento propizio di adempirlo. Anche il povero vecchio per ciò ebbe una notte pessima, in cui, invece di scemare, il suo sgomento venne sempre crescendo, e con una febbrile ansietà che gli toglieva affatto la freddezza della ragione e che non faceva capo a nulla in cui potesse tranquillarsi, passò a rassegna tutti i mezzi possibili ed impossibili che gli si presentassero da salvare Alfredo. Si recò al palazzo di quest’ultimo e non fu ricevuto. Egli perdette proprio la testa. Se si fosse impedito al duca di recarsi da quella donna all’ora stabilita!... sì questo gli parve l’unico modo frattanto, e poi avrebb’egli pur trovato il come far partire il giovane, farlo scacciare anche dalla Polizia fuor dello Stato.
Ecco! appunto! questa era la più spiccia e sicura maniera. Anzi il meglio era domandare addirittura simile compenso per le rivelazioni che avrebbe fatte a salvare la vita del principe. Gli parve la più bella idea che avesse ancora avuta, e si avviò verso la piazza dov’era la direzione di Polizia. Ma, — a un tratto pensò, — avrebb’egli bastato il rivolgersi al direttore di Polizia? Avrebbe questi avuta sufficiente autorità, si sarebbe creduto in facoltà di consentire alla domanda che il piemontese gli avrebbe fatta? Non sarebbe stato più spediente e più certo il dirigersi più in su? forse al duca medesimo? Mentre fermo sulla piazza, Matteo rivolgeva seco stesso questi pensieri, vide proprio allato, a due metri di distanza, un uomo che molti riverivano umilmente con profonde scappellate. Lo riconobbe. Era sir Tommaso W... il ministro che godeva della maggior fiducia del principe. Parve all’Arpione che fosse proprio la Provvidenza che gliel’avesse mandato fra i piedi, come quegli a cui doveva appunto rivolgersi: lo seguì; e quando furono arrivati ambedue, l’un dietro l’altro, al palazzo, l’inglese e l’usuraio, questi fece domandare a quel primo un’udienza, che l’altro subito concedette.