La vendetta di Zoe

Part 24

Chapter 243,843 wordsPublic domain

— Siete matto: — interruppe impaziente Michele. — Ve l’ho detto fin da principio che io non c’entro.

— Ah! non c’entrate! E chi è venuto a domandarmi quei locali? Chi ha conchiuso l’affare? Siete voi o non siete voi?

— Ma vi ho sempre detto che era per altre persone...

— Già:... E quelle altre persone non compariscono, e io non so di nessun altro, non conosco nessun altro che voi, e se non mi portate i denari quest’oggi stesso o al più tardi domani....

— Vi ripeto, — saltò su Michele con istizza anche lui, — che io di denari non ve ne faccio vedere manco il segno: che non è affar mio, che come avete ricevuto le mesate antecedenti riceverete anche questa senza mia intromissione, e che non mi secchiate più.

Era a questo punto il colloquio quando Antonia giunse, e trovò di molto interessamento lo stare ad ascoltare.

— E sapete che cosa io farò per prima cosa? — gridò Melchiorre. — Metterò in pratica il suggerimento medesimo che voi m’avete dato quel giorno: farò levare le serrature inglesi che quei signori sconosciuti applicarono ai due usci, le scambierò con altre mie, delle quali mi terrò le chiavi, e se ci avranno da mettere ancora il naso là dentro...

— Voi non farete codesto! — interruppe Michele incollerito. — Pensate che fra quei signori c’è gente che potrebbe farvela scontare cara e salata; e il guadagno che avete fatto e che potete fare ancora, può scambiarsi in danni che avrete da rimpiangere amaramente.

Questa minaccia fece effetto sul marito d’Antonia. Si grattò un orecchio, masticò una bestemmia, e tornato subitamente alla sua placida natura, disse strizzando l’occhio:

— E’ son dunque gente di alto bordo eh?

— Eh! eh! — ripetè Michele con un moto del capo e delle spalle che completava il significato dell’esclamazione.

— E allora perchè fanno questa brutta figura di non pagare a tempo?

— Ci hanno tante cose a cui pensare! State tranquillo che avrete quanto vi fu promesso.

— Va bene... conto sulla vostra parola.

— E ora, che siete diventato di nuovo ragionevole, mio caro Melchiorre, voi dovete levarmi di una grande curiosità.

— Che cosa? — domandò colla sua solita tranquillità il marito d’Antonia.

— Voi non vi siete mai curato di sapere chi e che cosa fosse quel forestiero, amico di vostra moglie.

— Io no: — rispose l’omaccione. — Dal momento che non me ne viene nulla in tasca.

— Ma se ve ne venisse, sareste capace di spillar fuori il segreto?

Il zozzaio fece saltare la sua epa madornale in una risata grossolana.

— Eh chi sa! — esclamò. — L’Antonia, anche malgrado gli annetti, mi vuol sempre bene, ed ha tuttavia certe velleità.... Approfittando di qualche momento di tenerezza...

— Bravo! — esclamò Michele ridendo villanamente anche lui: — approfittatene, cercate di sapere tutto il più che possiate di quel cotale, e perchè e come e da quando egli conosca un certo conte di Camporolle; e se mi saprete dire a dovere di tutto questo, una diecina di svanziche le avrete.

Melchiorre fece una smorfia.

— Dieci svanziche sono pochine.

— Ed è pochino anche il servizio che vi domando... Dunque quando devo tornare?

— Domani mattina.

— Ho capito!... — fece Michele accennando furbescamente degli occhi. — E ora datemi un bicchierino di zozza.

Melchiorre prese la bottiglia e s’apparecchiò a mescere: ma nell’atto si fermò colla mano in aria e l’ampolla mezzo chinata.

— Ma, lo pagate? — disse.

— Uh! l’avaraccio! — esclamò Michele. — Vi ho fatto guadagnare tanti denari, un _marenghino_ bello e fiammante ieri sera, per quelle vostre porcherie... e avete il fegato di farmi pagare un bicchierino!

— Eh mio caro! — rispose Melchiorre: — il commercio è il commercio.

Michele tracannò d’un fiato il liquore, gettò due soldi sul banco e uscì dicendo:

— A domattina.

Il zozzaio prese tranquillamente le monete e le ripose nel cassetto; ma in quella trasalì a una ben nota voce che gli gridava alle spalle indignata:

— Ah cane traditore!

Si volse spaventato, e si vide innanzi la moglie accesa nel viso e colle mani sui fianchi.

LIV.

La battaglia fra marito e moglie, come era facilmente prevedibile da chiunque conoscesse l’uno e l’altra, riuscì una sollecita e completa vittoria della seconda; anzi non vi fu neppure una vera battaglia, perchè quel ciccione di Melchiorre, mettendo sopra ogni altra considerazione quella del suo quieto vivere, tentò appena una mostra di resistenza col negare, e visto che l’Antonia aveva udito abbastanza da sapere più della metà e da indovinare il resto, si arrese, senz’altro, a discrezione, cedendo armi e bagagli, cioè spifferando ogni minima cosa dall’a alla zita.

Le rivelazioni di Melchiorre, comunicate a Matteo Arpione, suscitarono in costui un mondo di congetture. Poteva essere benissimo che chi si raccoglieva in quei locali di notte con tante cautele, fosse un branco di giovani viziosi che vi facessero orgie segrete, come Michele aveva detto al zozzaio: ma appunto lo averlo detto costui faceva nascere il dubbio che così non fosse. Per qual ragione lo stesso Michele aveva condotto fino a quell’estremo capo della città il giovane Alfredo, se non per farlo penetrare in quella segreta congrega? Era egli ammessibile che fossero venuti sì lontano dal teatro, onde il conte era uscito, solamente per bere un cattivo ponce in uno spaccio di sì bassa sfera? E se Alfredo veniva introdotto in quella misteriosa ragunata era da supporsi che vi si conducesse per desiderio o curiosità di lussuriosi diletti che là si godessero, lui che era di corretti costumi, e in una sera come quella, quando l’animo sconvolto doveva essere acconcio piuttosto a tutt’altro? I discorsi audacemente rivoluzionarii uditi dall’Arpione medesimo in bocca a Michele; la rabbia che aveva di certo destata in Alfredo l’indegno tratto del principe; le interrotte parole che erano sfuggite al giovane durante il delirio, tutto concorreva a fare argomentare che ben diverso dall’accennato era lo scopo di quelle notturne assemblee. Matteo ne conchiuse che lì v’era il pericolo imminente, da cui si doveva salvare il conte; e perciò determinò di venire in chiaro d’ogni cosa con ogni qualunque mezzo possibile, prevedendo e sperando che appunto dalla conoscenza dell’intera verità avrebbe attinto un modo sicuro di salute.

Melchiorre, completamente guadagnato alla parte di sua moglie e di Matteo, il quale gli fece capire che l’avrebbe compensato anche meglio di quanto farebbero gli avversari, promise che a Michele, allorchè tornasse per le informazioni richieste, avrebbe risposto nient’altro se non che l’ospite di sua moglie era un antico maggiordomo del conte di Camporolle, il quale trovavasi a Parma per rendere ancora certi conti al suo già padrone; e promise in pari tempo che avrebbe comunicato ai soci ogni menoma cosa gli capitasse riguardo a quella misteriosa faccenda.

Matteo intanto per primo, s’era proposto di scoprire un nome almeno di coloro che partecipavano a quelle riunioni, e di appurare quando, come, con qual frequenza si radunassero. Aveva inteso da Melchiorre che la mesata gli si doveva ancora pagare; che l’altra volta gli era stata data da un uomo accuratamente coperto di mantello e nascosta la faccia nelle pieghe di esso, il quale, entrando di fretta, mentre non c’era nessuno in bottega, gli aveva gettato sul banco un rotolino di monete avviluppate nella carta con queste parole: «Eccovi il denaro che aspettate per quello che sapete;» e poi era fuggito; e che senza dubbio, dopo la sfuriata da lui fatta a Michele, o quel giorno stesso o il domani al più tardi, il gruppetto sarebbe venuto; ed egli determinò di fare in modo da poter vedere codesto messo. Si appostò pertanto nello stanzino ed ebbe la pazienza di starci appiattato quasi tutte le ore del giorno.

La sua pazienza fu ricompensata; quando si era già sull’imbrunire, l’uomo immantellato, appuntino come aveva detto Melchiorre, entrò sollecito, gettò il gruzzolo, disse le medesime parole dell’altra volta, e via. Melchiorre, come si era convenuto fra di loro, battè ratto nei vetri dell’uscio, dietro il quale stava aspettando l’Arpione; e questi saltò fuori.

— È venuto! — susurrò il zozzaio. — È appena uscito.

Matteo non istette ad ascoltar altro, si slanciò fuori della bottega, e nella strada che cominciava a diventar buia e in quel momento affatto deserta, vide alla distanza di cinque o sei passi un uomo che camminava affrettato. Si mise a seguirlo con felina precauzione.

Quel tale, non accortosi menomamente di essere così pedinato, quando fu in istrade più frequentate rallentò il passo, lasciò cadere dal volto la falda del mantello con cui si era coperto fin’allora i lineamenti, e prese l’andatura tranquilla di un uomo che non ha cosa che gli prema; dopo un poco, Matteo lo vide entrare in un bel palazzo nel centro di una delle principali e più signorili strade, vide che scambiò qualche parola con accento famigliare col portinaio che accendeva il lampione sotto l’atrio e poi salì la grande scala. Matteo non aspettò che mezzo minuto e quindi si presentò al portiere che rientrava nel suo camerino:

— Scusi, — gli disse parlandogli in pretto piemontese, — è ben venuto qui adesso adesso il signor?...

E disse il primo nome che gli venne a mente.

Il portinaio lo squadrò da capo a piedi colla superbia che è doverosa in un custode di suntuoso palazzo appartenente a nobile famiglia, e rispose altezzosamente:

— Siete matto brav’uomo...

— Mi perdoni, — insistette umilissimamente Matteo. — Se l’ho visto!... Ha parlato con Lei...

L’altero portinaio lo interruppe con una risata.

— Che! Che! Quello è il primo cameriere di S. E. il conte X.

— Ma questo palazzo adunque?...

— È quello del conte X.

— Oh scusi... Sono forestiero... Una rassomiglianza così perfetta... Mi duole averla disturbata...

E strisciando una mezza dozzina di riverenze si partì. Non ebbe da usare molta accortezza per apprendere tosto che il conte X di una delle prime famiglie dell’aristocrazia parmigiana, era il marito di una delle dame di Corte.

Fu tanto fortunato eziandio da potere, quella notte medesima, vedere i misteriosi pigionanti locali a terreno venire al ritrovo. S’era appostato in una stanzuccia sotto ai tetti la cui finestruola si apriva nella parte posteriore della casa, e là, senza lume, tacito tacito, col naso fra le invetrate socchiuse, mezzo agghiacciato dalla brezza notturna, ebbe la virtù di stare in agguato per ore ed ore; finchè, suonata la mezzanotte, cominciò a vedere un’ombra nera scantonare dall’angolo più vicino e venire lenta con precauzione fino all’usciolo, aprirlo senza rumore e introdurvisi. Dopo un quarto d’ora o poco più, ecco un’altra ombra avanzarsi di quella medesima guisa, fermarsi all’uscio, battere in una maniera particolare ed essere ammessa in perfetto silenzio; poi un’altra e un’altra ancora fino a dieci. Rimasero chiuse là dentro circa un’ora e poi ad una ad una uscirono di nuovo, allontanandosi chetamente colle medesime cautele.

Matteo, lieto di quanto in sì breve tempo era riuscito a scoprire, andò a dormire, o per dir meglio, a riscaldarsi le membra intirizzite nel letto, dove stette con non poca tensione di spirito a pensare il modo migliore di regolarsi.

Il domani s’affrettò a recarsi al palazzo del conte in cui il giorno prima non aveva avuto tempo di mettere i piedi.

Alfredo stava meglio, ma era debolissimo: il medico aveva dichiarato che non si aveva il menomo pericolo non solo della vita, ma neppure di una grave complicazione: era un trasporto di sangue al cervello accompagnato da un disturbo gastrico; in pochi giorni assicurava una compiuta guarigione, e intanto aveva ordinato dieta assoluta, bagnuoli d’acqua ghiaccia alla fronte, pozioni calmanti e leggermente purgative e silenzio e tranquillità. Il malato poi, prevedendo il ritorno di Matteo, aveva dato ordine non lo si lasciasse penetrare fino a lui e gli si dicesse, che quando si sarebbe sentito di riceverlo per quell’affare che sapeva, egli medesimo, Alfredo, lo avrebbe mandato a chiamare.

Matteo si ritirò senza insistere, promettendo a sè stesso di venire più volte al giorno a prendere le nuove del malato e di cercare intanto ogni modo per togliere Alfredo appena guarito ai pericoli da cui lo vedeva circondato.

Il giovane intanto che così assolutamente aveva comandato si respingesse ogni visita di Matteo, attendeva con ansia e con qualche speranza una visita che lo avrebbe fatto lieto: quella della Zoe. Gli pareva impossibile che essa, ricevendo l’annunzio della malattia di lui, non accorresse sollecita e amorevole a vederlo, a confortarlo, a prestargli quelle cure dell’affetto che sono più efficaci di ogni farmaco alla salute di persona delicata e sensibile. Ma il povero Alfredo attese invano, la baronessa non venne.

Quando Michele ebbe raccontato a quella donna tutto quanto era avvenuto al conte, essa aggrottò corrucciatamente le sopracciglia e piegò le labbra a un sogghigno pieno di amaro scherno.

— Svenutosi!... Ammalato!... La febbre! — esclamò con accento sprezzante. — Mi sono dunque ingannata? Non è che una femminuccia?... Non sarà mai l’uomo ch’io cerco. Ho sciupato tempo ed arte!

Ella non sapeva che l’uomo cui essa desiderava così intensamente di ritrovare, il destino stava per suscitarlo appunto in quei giorni, appunto in quei momenti.

LV.

Alfredo, fuggito di teatro e portato inconsciamente dalle gambe innanzi al palazzo della Zoe, nell’oscurità della strada, non aveva visto altro lume fuor quello che filtrava dai vetri d’un’umile finestra della povera casa che trovavasi di prospetto alla sontuosa abitazione dell’avventuriera. Ho già detto che quella modesta luce illuminava la veglia d’una buona moglie, d’un’eccellente madre di famiglia, che lavorando attendeva ansiosamente il ritorno in casa del marito, del padre de’ suoi bambini che dormivano tranquilli nella culla in quella medesima camera, il quale padre e marito, non era altri che Pietro Carra.

Questi, tornato col conte di Camporolle da Castel San Giovanni, aveva udito, non senza molto dispetto, dalle ciance della città, che erano pur venute a far capo alla sua bottega, come la Carlotta danzatrice, sua cugina, avesse dato tanto scandaloso spettacolo di sè, comparendo per le strade di Parma in carrozza col duca. L’onorato popolano s’arrabbiò maledettamente e del fatto in sè stesso che una donna a lui congiunta per sì stretto vincolo di sangue, si disonorasse in tal guisa, con tanta sfacciataggine spregiando gli ammonimenti ch’egli stesso le aveva dato; e del sospetto che poteva nascere nei maligni, e i maligni abbondano sempre, ch’egli, pur sellaio del duca, potesse vedere con occhio tollerante il disonore della cugina, e fors’anco vantaggiarsene. Per ciò prese parte attivissima all’accordo che nella giornata si fece fra la gioventù liberale di fischiare sonoramente quella sera la ballerina; e abbiamo veduto come egli concorresse all’esecuzione del disegno, e così bene che venne tratto in fortezza, e, per ordine espresso del duca, posto ai ferri.

È facile immaginarsi con che spasimo d’inquietudine la povera di lui moglie vedesse giungere il mattino, senza che Pietro comparisse; e come tosto, appena l’ora glielo permise, ella s’affannasse in cerca di informazioni. Non ebbe molto da fare per apprendere tutta la verità, perchè in tutta Parma non si parlava che dei fatti della sera precedente, e non solo l’arresto del Carra, ma le fiere parole pronunciate dal principe contro di lui erano a conoscenza di tutti.

La moglie disperata corse alla polizia per supplicare il suo uomo le fosse restituito, le venisse almeno concesso di vederlo: ebbe in risposta che la sorte dell’arrestato era nel beneplacito del duca, e che quanto a vederlo nessuno lo avrebbe potuto se non dietro un permesso esplicito del principe medesimo. La povera donna, stimolata dal suo grande amore pel marito, ebbe l’infelice ispirazione e il malaugurato coraggio di presentarsi a palazzo per supplicare essa stessa il principe, e affacciandosi timidamente sotto quel portone di cui le sentinelle stavano per impedirle l’ingresso, ebbe la sventura di incontrarvi il tenente colonnello conte Luigi Anviti.

Egli che accompagnava quasi sempre il duca e quindi era entrato più volte nella bottega del sellaio, dove la moglie di lui usava stare in assenza del marito a servizio degli avventori, conosceva per bene la donna sulla cui bellezza aveva pur gettati de’ cupidi sguardi insolenti; ed ella sapeva da parte sua che quello era dei più fidati e famigliari compagni del principe. Non badando più ad altro, la povera donna si slanciò innanzi al colonnello colle mani giunte a pregarlo, la introducesse presso il principe, le ottenesse la grazia del marito. Il degno cagnotto di Carlo III adocchiò la donna come fa il gatto d’un pezzo di lardo. La prese con sè e la condusse di sopra.

Mezz’ora dopo ella usciva, turbata, le guancie accese, gli occhi sfavillanti, un tremito di indignazione in tutta la persona, avendo resistito alle più infami proposte e minaccie del favorito del duca; ma quasi colla sicurezza che suo marito era perduto. Giunta a casa, la poveretta si era stretto al seno i suoi bambini ed aveva pianto e pianto. Non aveva potuto far libero il padre loro, ma almeno aveva loro conservata pura, incontaminata la madre.

Ora pensatevi qual fosse il suo felice stupore il domani mattina, mentr’essa levava di letto i bimbi e faceva loro pronunziare le preghiere, nell’udire su per la scala un passo affrettato che le era ben caramente conosciuto, nel vedere aprirsi la porta e precipitarsele addosso ad abbracciarla il marito. Nella commozione di quella gioia inattesa, la povera donna si lasciò sfuggire tali parole che in Pietro destarono sospetto di quello che a lei era avvenuto, e quindi alle pressanti richieste di lui ella non seppe sottrarsi, e finì per raccontare tutta la verità.

Il Carra strinse il pugno, se lo morse fino al sangue, e levando al cielo due occhi da furibondo esclamò:

— Ma per Dio! Quando finirà questa scelleraggine di governo?...

La liberazione di Pietro era poi avvenuta nel modo seguente:

Il duca, che non aveva saputo nulla della visita a palazzo della moglie del sellaio e dei perfidi tentativi dell’Anviti, quando aveva fatto attaccare al _phaéton_ la quadriglia, aveva notato non so che difetto nei fornimenti e aveva voluto che gli si cambiassero.

— Metteteci quei nuovi a ornamenti gialli: — aveva ordinato; e i palafrenieri avevano dovuto rispondere mortificati che quei fornimenti non si avevano ancora perchè al sellaio non era stato possibile il terminarli.

Il duca bestemmiò, strappazzò i presenti e ordinò che quei fornimenti si andassero a pigliare e si portassero ad altro sellaio che promettesse di finirli in ventiquattr’ore. Così fu fatto, ma fra quanti ve n’era a Parma non uno se ne trovò che credesse potersi assumere un tal còmpito; laonde il principe, alla sera, udito tali risposte, comandò senz’altro che il domani Pietro Carra fosse messo in libertà coll’ordine di terminare in una giornata quel lavoro, del quale se il principe fosse rimasto contento, egli avrebbe potuto venir perdonato per la sua ribellione a teatro.

Il fiero popolano usciva già dalla fortezza con un’irritazione d’animo che mai la maggiore pei mali trattamenti sofferti, pel doloroso avvilimento inflittogli dalle catene, e quello che apprendeva dalla moglie non era tale dicerto da sminuire il suo furore. Si serrò in casa, non si lasciò vedere da nessuno, naturalmente non toccò neppure il lavoro che gli era stato ordinato. E le ventiquattr’ore erano appena passate che il duca mandava i suoi uomini a vedere se i fornimenti erano pronti e a ordinare fossero portati alle rimesse ducali: non trovavano a bottega che un bardotto, il quale rispondeva di non saperne nulla, e che il principale, ammalato in casa, non s’era visto di tutto il giorno.

Carlo III salì su tutte le furie e mandò in casa del sellaio due staffieri che lo prendessero seco e anche colla violenza, se era necessario, lo conducessero subito al suo cospetto.

Pietro Carra non potè esimersi dal seguire gli uomini del principe; ma con qual animo così facesse, ve lo lascio pensare.

Il duca, siccome soleva quasi ogni giorno, era uscito a piedi, il suo frustino in mano, e, accompagnato da due o tre dei suoi cagnotti, fra cui l’antipatico e odiatissimo Anviti, se ne veniva giù dalla piazza grande, allorchè s’incontrò col Carra e la sua scorta che lo guidava a palazzo. Si fermò di botto e fe’ cenno al sellaio che gli si avvicinasse. Pietro obbedì, fremendo, e si piantò a tre o quattro passi dal duca, pallido, gli occhi bassi, tormentando con mano contratta il suo cappello a cencio che s’era levato. La presenza dell’Anviti, che aveva la solita aria prepotente e beffarda, copia scimmiesca di quella del principe, non era fatta per temperare l’ira che ribolliva nell’animo dell’onesto operaio. Per la piazza eranvi naturalmente gruppi di sfaccendati e va e vieni di passeggeri.

— E dunque — cominciò il duca alzando la voce, — codesti finimenti non me li hai voluti finire?

— Non ho potuto: — disse il Carra coi denti serrati.

— Che cosa dici? — riprese il principe parlando ancor più forte. — Alza il muso e pronunzia chiaro se vuoi che t’intenda. Il vero è che sei un poltrone e che invece di lavorare, com’è tuo dovere, ti piace fare il poffarbacco dove non dovresti. Or dunque metti testa a partito e ricorda bene che s’io posso perdonare una volta, sono tanto più severo alla seconda. Quando mi darai quel lavoro?

— Non glielo darò: — rispose con voce sorda il sellaio.

— Come?... Ripeti un poco! — gridò il duca accostandoglisi d’un passo con aria minacciosa.

Pietro non si mosse.

— Che non glielo darò: — ripetè. Intanto il suo sguardo s’alzò da terra e gettò un lampo d’odio indomabile, che corse dalla faccia del duca a quella dell’Anviti.

— E perchè? — domandò il duca ghignando e agitando colla mano il frustino.

— Perchè non voglio più lavorare nè per lei, nè pe’ suoi pari.

Carlo III arrossì, e con motto ratto come un lampo alzò la mano e il suo frustino segnò una riga rossa sulla faccia pallida di Pietro Carra.

Questi non mandò una voce, non fece un moto, restò come impietrato, solamente divenne più pallido ancora e gli occhi gli si oscurarono un’istante, come a chi sta per isvenire. Diffatti per un minuto secondo non ebbe coscienza di sè; quando tornò alla pienezza de’ suoi sensi, quando il sangue a fiotti gli si precipitò alla testa, quando guardò intorno a sè fieramente, selvaggiamente, travide il duca che s’allontanava sghignazzando co’ suoi che sghignazzavano, e faccie curiose, indignate, compassionevoli di passeggeri che si erano fermati a guardarlo. Si piantò fino sugli occhi il cappello, si sferrò dal posto e corse a rinchiudersi di nuovo in casa.

Quella stessa sera Michele recava alla Zoe un pezzettino di carta su cui erano scritte con carattere falsato, ma che la donna sapeva bene a chi apparteneva, queste parole:

«L’uomo è trovato!»

LVI.

Il medico aveva avuto ragione, e secondo quanto era stato da lui preveduto, tre giorni dopo, Alfredo poteva scendere di letto e venir dichiarato in piena convalescenza. Ma se il corpo in lui era guarito rapidamente, infermo più che mai poteva dirsene il morale. La baronessa di Muldorff non erasi mai fatta viva per lui: e ciò gli cagionava un rabbioso dolore: pensava alle mormorazioni che in Parma avevano dicerto accompagnato e accompagnavano tuttavia il suo nome dopo la vergognosa scena del teatro e la sua stessa scomparsa che tutti avranno attribuito senza dubbio a viltà. Il suo odio contro il duca e la feroce smania di vendetta duravano in lui, non punto scemati; da solo nella sua camera accarezzava il manico del pugnale, faceva luccicare in aria la lama, brandendola, fingendo di ferire, esercitandosi al colpo. Ma per prima cosa voleva rivedere la Zoe; e appena si sentì abbastanza forte da far la strada, si affrettò verso il palazzo di lei.