Part 21
— Anche subito; c’è adunanza questa stessa sera.
— Dove?
— A pochi passi da qui.
Alfredo tracannò il ponce che aveva ancora nel bicchiere e disse risolutamente:
— Andiamo.
Puntò le due palme delle mani al tavolino e si alzò con impeto. Il sangue tutto gli ardeva; sentiva delle vampe come flutti di lava salirgli alla testa; vedeva tutti gli oggetti intorno a sè nuotanti in una nebbiuzza rossigna.
— Signor conte, — gli disse Michele, — Ella comprenderà che per penetrare dove si radunano quei generosi, ci vogliono alcune formalità o meglio precauzioni.
— Dite subito tutto quello che sia da farsi; qualunque cosa occorra, son pronto.
— Converrà che si lasci bendare gli occhi.
— Sia.
— Che si contenti, anche quando introdotto e levata la benda, di non vedere che faccie mascherate e non conoscere pure un nome dei presenti...
— Che m’importa? — interruppe Alfredo impaziente.
— È dunque davvero risoluto?
— Andiamo!
Alfredo uscì di dietro il tavolo e camminò sollecito verso la stanza dov’era il bottegaio, Michele lo seguì, ma quando il giovane stava per aprire l’uscio a vetri, la spia del Pancrazi gli pose risolutamente la mano sul braccio e lo trattenne.
— Un momento, — gli disse, — e zitto!
Due persone, un uomo e una donna, erano discese dal piano superiore, per la scala interna, nella bottega, e discorrendo fra loro s’avviavano all’uscio che metteva nella strada.
— Bene, — diceva l’uomo, — se volete aspettarmi, Antonia, io non istarò gran tempo a ritornare. Vado questa stessa sera dal conte, perchè mi preme tranquillarlo il più presto possibile e combinare subito quella gita, e perchè sono assai inquieto anch’io de’ fatti di lui, e avrei una notte agitata se non sapessi come sta e che nulla di spiacevole gli è avvenuto; ma non mi tratterrò che poco e sarò di ritorno, al più tardi fra un’ora.
Al sentire quella voce, Alfredo fece un brusco movimento di meraviglia e di disgusto; malgrado l’eccitamento de’ suoi sensi e la nebbia d’ebbrezza che avvolgeva il suo spirito, aveva riconosciuto Matteo Arpione.
— Ancora lui! — mormorò egli: — sempre lui!
— Come? — interrogò sollecito e malcontento la spia: — è qualcheduno che Lei conosce?
Il conte gli fece con impazienza cenno che tacesse e chinò l’orecchio alla fessura dell’uscio per udir meglio.
— Fate pure a vostro comodo: — rispondeva la donna: — a qualunque ora torniate, troverete la bottega aperta o non avrete che da picchiare all’imposta perchè vi si apra.
— Già! Sicuro! Brava! — saltò su brontolando il corpulento Melchiorre: — e ti credi forse, femmina senza giudizio, che io stia qui a grattarmi le ginocchia e sbadigliare al soffitto fino alla santa ora per farti piacere? Vado a dormire, io: ho già un sonno che ne casco.
— Vi dico che tornerò presto: — susurrò umilmente l’Arpione.
Ma la donna con accento di sdegnosa impazienza:
— E tu, otre rigonfio, se hai sonno va e sdraiati e russa come un porco che sei, che tu possa dormire cent’anni e mezzo... Starò io stessa qui ad aspettarvi, Matteo.
— Ma non vorrei che vi scomodaste troppo, — disse l’Arpione sempre umile.
— No, no, niente affatto: — rispose Antonia troncandogli la parola, — ci sto molto volentieri. Ho gran desiderio anch’io di avere le nuove di quel giovane. Sarei tanto curiosa di vederlo!
Matteo aveva già aperto l’uscio a vetri e posto un piede fuori della soglia; si volse indietro per dire alla donna che l’accompagnava:
— E lo vedrete... quel giorno che lo accompagneremo alla tomba di sua madre.
Queste parole giunsero intelligibili fino all’orecchio di Alfredo, e non ostante l’ebbra confusione della sua mente lo scossero fino nel fondo dell’anima. Una esclamazione gli sfuggì dalle labbra; e aperto rapidamente l’uscio, egli fece per islanciarsi nella bottega; ma alla sua volontà non obbedivano con zelante prontezza le membra; e Michele, assai spiacente di quell’atto, ebbe tempo a ritrarre indietro il giovane e rinchiudere il battente, prima che Alfredo potesse eseguire il suo disegno.
— Non si lasci vedere, per Dio! — gli disse a bassa voce, ma con forza; — o ci vuol perdere tuttedue.
Antonia, che dava le spalle a quello stanzino, non potò veder nulla; Matteo, invece, che stava mezzo voltato verso quella parte per parlare colla donna, travide il ratto aprirsi e rinchiudersi dell’uscio, e in mezzo, come nel batter d’un lampo, la figura d’un giovane, che, quantunque scorta solo di sbieco, gli parve tutta quella del conte di Camporolle. Ebbe un mezzo grido, tornò indietro e richiuse dietro di sè l’uscio da via.
— C’è qualcheduno costì? — disse vivacemente a Melchiorre.
— Sicuro! — rispose l’omaccione, più burbero che mai, crollando le sue spallaccie. — Ci ho due avventori.
— Chi sono? — domandò Matteo, facendo un passo verso il gabinetto. — Voglio vederli.
— Oh, oh! — esclamò il zozzaio, mettendoglisi innanzi: — questa poi a casa mia non s’è mai vista, e non si vedrà nè anche adesso. Ci ho due avventori che sono entrati là dentro per essere soli, che vogliono discorrere senza essere disturbati, e manco se foste il direttore di Polizia in persona o il duca medesimo, non vi ci lascerei entrare.
Nel gabinetto intanto, Michele aveva, senza punto cerimonie, tratto il conte fino alla panca alla parete, dove lo aveva fatto risedere, dicendogli:
— Per carità, non muova, non zittisca!
Poi, aperto a mezzo l’uscio, aveva messo fuori la sua faccia volgare e non affatto da onest’uomo, e colla voce rauca dell’ubbriaco di liquori e l’accento particolare della parte meno educata e più viziosa della plebe, aveva detto a Melchiorre:
— Olà, vecchio trippone, ancora due bicchierini di _cognac_, ma di quel famoso, eh! non della solita tua acqua sudicia che dài a’ minchioni.
— Subito, vi servo: — disse il zozzaio andando al banco a prendere la roba.
— Ah! è Michele: — esclamò Antonia, e soggiunse a Matteo, come per levarne ogni sospetto: — un nostro antico e buono avventore.
Michele era sparito; l’Arpione stette un momento infradue. Quella figura di giovane e’ l’aveva vista così poco! era pur facile che lo averla sempre impressa nella mente fosse causa di una momentanea illusione: che probabilità ci era che il conte, forestiero in quella città, con sole attinenze nella più alta sfera sociale, fosse lì, a tal ora, in sì povera bottega, insieme con un ubriaco plebeo, antico avventore di quel luogo? Si persuase d’aver preso uno strano sbaglio, ed uscì sollecito per affrettarsi al palazzo dove abitava il conte Alfredo di Camporolle.
XLVIII.
Alfredo rimaneva accasciato sulla panca dove Michele l’aveva rimesso a sedere; ma quel nome soave che era giunto fino alla sua intelligenza offuscata, il nome di madre, sembrava lottare contro l’influsso dell’ebbrezza e fare in questa uno spiraglio alla ragione; in quella, il suo compagno, preso dalle mani di Melchiorre il vassoio coi due bicchierini di _cognac_, gli venne presso e ponendogli in pugno uno dei due bicchierini, gli disse con accento quasi d’autorità:
— Animo, cacci giù del gorguzzolo questa porzione di coraggio in liquido, e se l’animo le vacilla...
Il conte si drizzò in piedi con impeto.
— Non mi vacilla niente affatto, — gridò intanto, afferrato il bicchierino, ne tracannò in una volta tutto il liquore, e sentì subito aumentargli il fuoco interno, da sembrare quasi infernale. — Andiamo: — ripetè poscia passando risoluto nell’altra stanza a bottega.
Antonia rimase meravigliata nel vedere insieme con Michele quel bel giovane biondo, elegante, benchè cogli abiti scomposti, d’aspetto signorile e distinto.
Alfredo gettò sul banco innanzi a Melchiorre una moneta d’oro.
— Eccovi per la vostra roba e pel vostro incomodo.
L’omaccione acchiappò lesto con tuttedue le mani la moneta, che suonò sul marmo del banco, festosamente; e levatosi in piedi fece al generoso donatore inchini profondi quanto gli concedeva la corpulenta persona.
— Ah signore... Eccellenza... ai suoi ordini... sempre disposto a servirla...
E corse con tutta l’agilità di cui era capace e che si mostrò maggiore che non si sarebbe creduto, ad aprire e tenere spalancato l’uscio da via al passaggio del generoso signore.
Michele, uscendo subito dietro Alfredo, scambiò con Melchiorre un altro ammicco, che annunziava come presto presto, fra quei due degni galantuomini ci sarebbe stata una conferenza per reciproche spiegazioni.
Antonia, dopo aver tenuto lo sguardo fisso sul giovane finchè gli era stato levato dalla vista per l’uscio richiusosi alle spalle di Michele, domandò con interessamento al marito:
— Chi è quel giovane?
— Ma! — rispose con placida indifferenza l’omaccione, che dritto in mezzo alla bottega sotto la luce della lampada esaminava con attenzione compiacente il _marengo_ del forestiere. — Chi l’ha mai veduto quel bell’uccellino? Ti so dire io però che dev’essere una persona proprio dabbene, un _marengo_ per due ponci e due _cognac!_
— Fu Michele a condurlo?
— Già?
— E per che cosa?
— Oh bella: te l’ho detto: per bere un ponce e poi un _cognac_.
— E non ti ha detto nulla?
— Chi?
— Michele.
— No.
— E non lo ha nominato?
— No.
— Parlando insieme quei due, non hai sentito parole che potessero far capire chi sia?
— Io no... Sai bene che io non sono curioso.
— Certe volte torna conto di esserlo.
— Lo sei tu la parte mia.
— Eh devo far io tutto... anche la parte che toccherebbe a te, che non sei buono a nulla.
Melchiorre si pose a fischiettare sommesso una canzoncina fra i denti e andò tranquillamente a prendere un lume a mano.
— Dove vai? — gridò la moglie.
— Vado a dormire; è già tardi e tu hai voglia di litigare: due buone ragioni per andarmene. Tanto e tanto non hai detto a quel tuo amico forestiero che l’avresti aspettato tu qui sotto in bottega?
E senza dar più retta alla moglie che brontolava incollerita, l’omaccione accese il lume e se n’andò piano piano su della scala, senza commuoversi agli improperii e alle maledizioni che l’Antonia gli mandava dietro.
La storia del matrimonio di questi due è narrata in poche parole. Una ventina d’anni prima, l’Antonia, che faceva la levatrice e che non era più giovane, trovavasi in poco prospere condizioni: guadagnava appena tanto da sfamarsi, e anzi certe volte non guadagnava neppur questo, ed essa, parte per consolarsi, parte per tener luogo con quello dell’acquarzente al sostentamento che le mancava del cibo, aveva preso l’abitudine di frequentare una botteguccia da bevande spiritose, dove c’era per garzone un tocco di giovinastro con certe spalle da facchino e un torace da suonatore di tromba che avrebbero fatto invidia ad un modello di Ercole; e fosse per quelle sue forme, fosse perchè aveva sempre una parola gentile per l’Antonia, codesto garzone aveva fatta breccia nel cuore di costei, che contava almeno una diecina d’anni di più che lui. Il fortunato giovane, che era Melchiorre, si lasciava voler bene colla placida rassegnazione della sua natura; e la levatrice a promettergli almanco una volta al giorno, che appena avesse potuto gli avrebbe messo su lei una bottega dove egli sarebbe il padrone, l’avrebbe fatto vivere come nella bambagia e, per lo manco male, l’avrebbe sposato. Melchiorre dimenava la sua testaccia, diceva di sì, ridendo, e non ne credeva un’acca, come nessun altro di quanti capitavano là dentro, che pigliavano in burla gli amori stantii della povera levatrice.
Ebbene, sissignori, che contro la beffa di tutti ebbe ragione la fiducia nella sorte, di Antonia. Un bel giorno si era venuti a prendere la levatrice per condurla fuori, dove essa era rimasta forse una settimana senza che mai nè allora, nè poi ella volesse dire in qual luogo; e di ritorno cominciò a mostrare una maggior famigliarità che non avesse mai avuta prima colle monete da cinque franchi; famigliarità che venne sempre crescendo tutti gli anni, finchè a un bel punto ella disse al suo Melchiorre, col quale non aveva cessato mai d’amoreggiare:
— Il tempo è venuto. Sposiamoci; comprerò una casa: tu ci avrai la bottega; io lascerò il mio seccante e faticoso mestiere; non farò più nulla che amar te e averti ogni sorta di cure, e vivremo felici come due colombi in un buon nido.
E così fecero. La casa fu comperata, la bottega impiantata, il matrimonio celebrato; i colombi è vero si bisticciavano sovente, cioè era lei che spesso, fors’anche troppo spesso, saltava agli occhi del placido Melchiorre; ma questi non se ne crucciava affatto, ingrassava e intascava denari.
Alcuni anni prima del tempo in cui si svolge la nostra storia, nella monotona vita di quella degna coppia era avvenuta una novità, ed era un ospite a cui Antonia aveva manifestata la maggiore deferenza, una soggezione, una devozione senza limiti e col quale essa ebbe vari colloqui segretissimi. Melchiorre non era sospettoso — e assolutamente non ci poteva essere pretesto a gelosia, ella essendo oramai vecchia e quel forestiero quanto lei — ma pure si stupì molto nel vedere la moglie in tali rapporti con uno di fuori, di cui non aveva mai sentito a parlare e che non capiva proprio che cosa potesse aver di comune con lei, e quindi ne espresse un po’ le meraviglie. Al che ella molto animatamente rispose:
— Quell’uomo lì, vedi, a servirlo come un principe, noi due non si farebbe di troppo. È lui l’origine, la causa di tutta la nostra fortuna.
Per poco curioso che fosse Melchiorre, pure gli avrebbe piaciuto sapere in che modo ciò fosse, e gliene domandò; ma essa, con certa imponenza che sapeva prendere nelle grandi occasioni, gli rispose, che questo era un segreto che nessuno avrebbe mai saputo da lei, nemmeno il carissimo marito, ed egli nell’apatica placidità della sua natura, se ne contentò senz’altro.
Un mese, o poco più, prima che in casa sua, o meglio di sua moglie, tornasse per la seconda volta quel misterioso forestiero, che, come il lettore sa, era Matteo Arpione, Melchiorre un giorno fu preso in disparte da Michele, uno dei suoi più antichi e fedeli avventori, il quale frequentava già la bottega in cui il futuro marito d’Antonia non era che garzone.
— A te che non fa disgusto il denaro, — gli disse Michele, — non dovrebbe dispiacere il guadagnarti una buona sommetta senza far nulla.
Il zozzaio fece saltare l’epa madornale in un riso di compiacenza.
— Sicuro che mi piacerebbe.
— Ebbene, io vengo a proportene il mezzo.
— O bravo! Sentiamo un poco.
Del vero mestiere esercitato da Michele sotto le apparenze del commissioniere, del domestico di piazza, come si usa dire, del _cicerone_ pei forestieri, forse e senza forse il grosso Melchiorre aveva qualche sospetto; ma a lui che cosa glie n’importava di ciò? Quel tale gli lasciava ogni giorno qualche pizzico di soldi sul banco, gli procurava avventori: ce n’era abbastanza da chiamarselo amico e da voler contentarlo, tanto più quando ci aveva un profitto anche lui.
— Tu hai qui dietro nella casa, — disse Michele, — a pian terreno certi locali vuoti in cui ci ballano i topi.
— Sì: non si è mai più potuto trovare un pigionante. Siamo troppo lontani dal centro.
— E quei locali hanno un’uscita nel cortile e un usciolino che mette dall’altra parte nell’aperta campagna.
— Appunto.
— Ebbene, se vuoi, il pigionante è trovato.
— Davvero! Oh bravo!... Chi?
— Ah, chi sia non s’ha da sapere.... È l’unica cosa che si richiede da te: che tu intaschi i denari dell’affitto e non cerchi d’apprender nulla, nè chi vada colà, nè che cosa si faccia, e non dica manco a nessuno che quei locali sono affittati.
— La cosa non è difficile a farsi, — disse Melchiorre un po’ sopra pensiero: — ma permettimi soltanto due interrogazioni.
— Falle, e se posso rispondervi, sarai subito soddisfatto.
— Prima di tutto, quanto mi si darà di pigione?
— Quello che vorrai tu.
— E se io domandassi per esempio cento lire al mese?
Ti si chiamerà un ladro perchè quelle stanzacce vuote non ne valgono dieci, ma ti si daranno le cento lire.
— Corbezzoli!.... E chi mi pagherà? Tu forse?
— No: ma in un modo o nell’altro, se l’affare si conchiude, tu riceverai ogni mese anticipato... anticipato capisci... il prezzo convenuto.
— E se non lo ricevo?
— Tu fai mettere tanto di stanga agli uscì e non lasci più entrare nessuno.
— È giusto... E a mia moglie posso dire qualche cosa?
— Meno a lei che ad altri.
— E come si fa?
— Aggiustati.
— Se la viene ad accorgersi...
— Impossibile. Chi userà di quelle stanze non ci verrà che di notte, cheto cheto, passando dalla parte dei campi....
— Uhm! — fece l’acquavitaio, — ciò mi puzza terribilmente di contrabbando.
Michele strizzò l’occhio.
— Sono giovani... affar di gonnelle... Oh sai bene com’è il mondo... A te del resto che cosa ne importa?
— Hai ragione: vivere e lasciar vivere è la mia massima. Affare fatto.
La parola di Michele fu mantenuta: Melchiorre, il giorno dopo aver consegnato all’amico le chiavi di quel locale, ricevette da mano ignota un gruppetto di cento lire, e il nuovo pigionante o i pigionanti che fossero, così copertamente e tranquillamente si diportarono che nessuno della casa e neppure il medesimo Melchiorre potò accorgersi che là dentro ci capitasse gente. Un giorno però, che il zozzaio, punto dalla curiosità, a dispetto della sua cicciosa apatìa, ebbe desiderio di vedere che cosa si fosse fatto in quelle stanze in cui le finestre rimanevano pur sempre chiuse colle imposte e tentò penetrarvi con una chiave dell’uscio del cortile che s’era tenuta, trovò che la serratura era stata cambiata e in luogo dell’antica ce ne stava una complicatissima di quelle inglesi che nessun grimaldello può aprire.
Il bravo Melchiorre rintascò la chiave inutile e la curiosità insoddisfatta, e non ci pensò altro.
In quei locali si radunavano alcuni giovani esaltati di sentimenti repubblicani, che volevano liberar Parma dal suo tiranno e in mezzo a cui faceva da Giuda e da provocatore il segreto agente del Pancrazi, Michele, il quale, secondo il solito, ostentava il repubblicanismo più spinto e più fiero, ragna politica a cui gli ingenui moscerini della gioventù rivoluzionaria si sono pur sempre lasciati pigliare.
XLIX.
Appena usciti dalla bottega Alfredo e Michele, il primo domandò:
— Abbiamo da andar lontano?
— No, signore; ma le converrà camminare dieci minuti almeno cogli occhi fasciati.
— È indispensabile?
— Sì signore.
— Va bene: fate: ma solamente sollecitiamo.
L’ebbrezza gli tumultuava nel cranio; pensieri di sangue turbinavano nella sua mente.
A una cantonata Michele lo fece arrestarsi. La strada era completamente deserta e in quel punto, dove non giungeva raggio di nessun fanale, scura come nella tana del lupo:
— Mi vuol favorire una sua pezzuola? — disse Michele: — le benderò qui gli occhi.
Alfredo trasse di tasca un fazzoletto e lo porse al compagno senza parlare. Quando lo ebbe fasciato ben bene così che nessun spiraglio potesse rimanergliene alla vista, Michele lo prese pel braccio e lo fece camminare per un tratto di tempo che al giovane così acciecato parve assai lungo. Sentì finalmente che il suo piede calpestava un terreno non selciato, ma con qualche sasso smosso, come sarebbe in una stradicciuola di campagna; poi si fermarono e Michele gli disse all’orecchio:
— Siam giunti.
Picchiò lievemente contro un asse di legno, che certo era il battente d’un uscio, e in un modo speciale: due colpi e poi una pausa, poi tre colpi lenti lenti, e quindi quattro affrettati. Per quanto leggeri i picchi furono subito sentiti, perchè tosto una voce susurrò a Michele qualche cosa tanto piano che Alfredo non ne capì nulla. L’uscio doveva essersi aperto, ma su cardini così inoliati che non aveva fatto il menomo rumore.
Alfredo ebbe stretto più forte il braccio che la sua guida non aveva abbandonato, e all’orecchio gli si susurrò:
— Venga: quand’io le lascierò andare il braccio, non si muova, e aspetti a levarsi la benda che le venga detto.
Entrarono; parve ad Alfredo di percorrere molte e molte camere, che si alzassero molte portiere, si aprissero e si rinchiudessero molti usci (e lo si faceva girare sempre in due sole stanze): sentì a momenti un bisbiglio come se passasse in mezzo ad una folla, e finalmente la voce di Michele gli susurrò di nuovo:
— Stia qui.
Il braccio gli fu lasciato libero; e successe un momento di alto silenzio come se si fosse proprio in una tomba. Poscia una voce imponente disse con tono di comando:
— Si levi la benda!
Alfredo trasse giù dagli occhi il fazzoletto e si guardò dintorno. Trovavasi in una stanza piuttosto vasta cui la poca luce diffusavi, lasciando in buia oscurità gli angoli, faceva parere ancora più vasta. Quella poca luce pioveva da una lucerna di forma antica a tre becchi, che pendeva per una catenella di ferro dal mezzo del soffitto. Le pareti tutt’intorno erano coperte da ampie tele cadenti a piegoni di stoffa nera, sotto cui erano nascosti e usci e finestre. Innanzi a sè il neofito vide una schiera d’uomini seduti in semicircolo, avvolti tutti in mantelli neri e celato il viso da una maschera nera; nel centro dello spazio ad arco che rimaneva vuoto, lontano due passi dai punto dov’egli si trovava solo, era una tavola bislunga, coperta da un tappeto nero, e sovra di essa un crocifisso, una bibbia, un pugnale senza guaina affilato e acuminato.
Dal centro della prima fila di quegli uomini mascherati, la medesima voce che già gli aveva detto di levarsi la benda, cominciò ad interrogare Alfredo:
— Che cosa cerca ella qui?
Il giovane stette un momento prima di rispondere: la confusione entro la mente e il bollore del sangue erano tutt’altro che cessati; gli pareva di sognare, gli pareva d’assistere a uno spettacolo di fantasmagoria, e un intimo senso di compiacenza lo solleticava di esserne egli l’eroe e che quella fosse realtà.
— Cerco la mia vendetta: — disse poi con voce abbastanza sicura.
— La vendetta privata, — riprese quella voce, — deve assorbirsi nella pubblica; ed ella l’otterrà, se ha da parte sua la giustizia e l’amore della libertà.
— Credo di averli: — esclamò Alfredo sempre più franco.
— Tutti quanti siam qui, giurammo, per quella fede che ci è più sacra, il segreto più assoluto su quello che qui si compie, e di affrontare piuttosto mille morti che tradire uno dei nostri congiurati e la causa sacra a cui dedichiamo l’anima e la vita. È pronto anche lei a giurare?
— Son pronto.
— Tutti abbiamo giurato, che qualunque cosa ci venga imposto dal bene della nostra causa saremo disposti sempre a farla. È pronto anche lei a giurare?
— Son pronto.
— Crede ella nella religione di Cristo?
— Ci credo.
— Ebbene, s’avanzi fino a quella tavola; ponga la mano sinistra su quel crocifisso e colla destra brandisca quel pugnale.
Alfredo obbedì. Appena ebbe tocca la croce e l’arma, tutti quegli uomini mascherati si levarono in piedi come un uomo solo, silenziosi, muti, gli occhi tutti fissi sui giovane, che vedeva traverso i buchi delle maschere luciccare fieramente pupille che parevano feroci.
Erano undici: pareva che Alfredo fosse stato mandato dal destino, appunto per compiere il sacramentale numero di dodici.
L’uomo, la cui voce sola fin’allora si era fatta sentire, come quella d’un capo, e che trovavasi al centro della prima fila, s’avanzò d’un passo, e con voce ancora più autorevole e imperiosa, prendendo a dargli del tu, disse al neofita:
— Quel crocifisso che tocchi rappresenta il più grande, più sublime martire della libertà che abbia avuto il mondo: quell’arma che impugni, fu lo stromento più efficace in mano di generosi che abbia liberato il genere umano da tiranni che ne degradavano la dignità e ne conculcavano i diritti, da Virginio romano a Carlotta Corday francese. In nome di quel martire divino, sei tu capace di usare, a punizione del tiranno, di questo sacro stromento della vendetta umana?