Part 20
— Oh la duchessa è capace di averlo pensato essa stessa... è capace di ciò e d’altro... va bene... Ciò ha da rimanere assolutamente fra di noi!
— Non dubiti Altezza... Ho fatto il mio dovere, dicendo a Lei tutta la verità; ora se V. A. crede, io potrò molto facilmente far dileguarsi ogni traccia di questa verità.
— E sarà meglio! — disse risolutamente il duca, e fece un cenno di congedo.
Pancrazi partì.
Carlo III si rivolse verso il pubblico e rivide le sempre maggiori moine che Zoe prodigava al conte di Camporolle.
— Anviti, — disse bruscamente, come in uno scoppio di dispetto. — Va da quel figurino di Camporolle e intimagli l’ordine di venir subito qui a sentire quello che abbiamo da dirgli.
Il colonnello di gendarmeria obbedì colla umile sollecitudine d’un domestico.
Quando Zoe udì l’ambasciata di cui era apportatore il conte Anviti, e con una ratta occhiata ebbe veduto il volto irritato del duca, non potè nascondere un guizzo di gioia nelle sue accese pupille; si verificava quello che essa aveva previsto e che stava attendendo da un momento all’altro.
Alfredo rimase un po’ turbato; e incerto, confuso, non seppe a tutta prima che cosa rispondere, che cosa fare.
— Oh vada, vada subito, caro conte: — disse con mostra di grande interessamento la scellerata donna: — il duca non è di quelli che si possano far aspettare.
Il giovane s’alzò di mala voglia e tese quasi timidamente la mano alla baronessa. Questa glie la strinse forte e soggiunse con accento di supplichevole raccomandazione:
— E badi ad esser calmo e prudente... Il duca è un po’ impetuoso, certe volte ha la parola un po’ vivace, potrebbe lasciarsi sfuggire qualche espressione meno misurata! Non ne faccia caso, non se ne adonti....
Il conte di Camporolle lasciò la mano della donna, s’inchinò e disse freddamente:
— Farò quel che mi consiglieranno il mio decoro e la mia coscienza.
Appena uscito Alfredo, la baronessa si volse al colonnello Anviti col più lusinghiero sorriso di questo mondo.
— S’accomodi costì in faccia a me.... al posto che occupava il conte di Camporolle. O che le rincrescerebbe farmi compagnia per cinque minuti?
L’Anviti rispose con un complimento e sedendo nel posto indicatogli.
Dopo discorso allegramente delle avventure di quella sera, la donna a un tratto, come per un’idea subitamente sopravvenutale, disse al colonnello:
— Dovrebbe farmi un piacere Lei.
— Comandi.
— Due notti fa, S. A. e Lei mi onorarono d’una visita... Domandi al duca e mi sappia dire se gli sarebbe molto discaro ch’io andassi a restituirgliela questa notte medesima... a palazzo?
XLV.
Alfredo era entrato nel palchetto del duca col cuore che gli batteva e la testa un po’ confusa. L’animo in lui era coraggioso, ma il carattere timido; un pericolo, anche della vita, e’ l’avrebbe affrontato senza tremare, una cattiva figura innanzi a sciocchi eleganti che lo schernissero, gli faceva paura e gli levava la padronanza della mente e la presenza di spirito.
Il principe lo tenne per due minuti, che al poveretto parvero ore, sotto lo sguardo minaccioso, sdegnato, de’ suoi occhi da gatto, senza parlargli; mentre tutti i cortigiani appuntavano pure nel giovane le loro guardature insolenti. Alfredo si sentì venir rosso, per tutto il sangue che gli si precipitò al capo, dalla vergogna e insieme dall’ira; e poi farsi pallido pel restringersi del sangue medesimo al cuore. Avrebbe voluto profondare sotterra; desiderò ardentemente non esser venuto, pensò di fuggire, ma non ne avrebbe avuta nemmeno la forza; pensò a quello che gli avevano detto l’Arpione e la Zoe dell’oltraggiosa prepotenza di quel tirannello, che gli stava lì davanti terribilmente corrucciato, e si aspettò qualcuno dei più villani tratti soliti a colui, e tremò in prevenzione di doverlo subire, e si domandò con angoscia che cosa avrebbe dovuto, che cosa avrebbe potuto fare.
Carlo III, come usava il più spesso, preferì la beffa e l’ironia in cui si credeva d’essere assai spiritoso.
— Ah, ah: eccolo qui il campione, l’eroe, l’amico del piemontese! — esclamò ghignando. — Perbacco, signor conte di Camporolle! Lei ha dimostrato un gran valore a guardare due che si misuravano le sciabolate. Quante camicie ha bagnate?
I cortigiani risero.
Alfredo sentì un gelo corrergli per la spina dorsale, poi per tutti i nervi; capì di essere diventato più bianco di un cadavere; le pupille erano volte a terra come trattevi da un peso che non potessero sollevare: quasi gli mancava il respiro.
Questo timoroso e umile di lui contegno diede ansa maggiore all’impertinenza del duca e allo sguaiato buon umore de’ cagnotti di lui.
— Ma Lei, nel trasporto del suo indomabile valore — continuava il Borbone, — ha dimenticato una cosa; che disobbediva a me, a me che avevo proibito che quel duello avesse luogo, e che a Noi, signor conte, a Noi non si disubbidisce impunemente.
Aveva smesso il ghigno beffardo e il suo piccolo volto da mela cercava darsi un’aria terribile corrugando le sopracciglia; i parassiti che l’attorniavano pigliarono per istantaneo riflesso un aspetto severo e burbero.
Il giovane non seppe trovar parola, soffriva, malediceva a sè stesso; avrebbe dato dieci anni di vita per essere capace a rintuzzare quella principesca insolenza.
— Dovrei farle gustare un poco di fortezza, — proseguiva il duca; — ma sono troppo buono e mi decido a farle grazia quando Ella mi domandi debitamente perdono...
Tacque un momento, guardando sempre a quel modo Alfredo, come aspettandone la risposta. Il giovane capì pure che era necessario parlare: tentò, ma la bocca era arida come per febbre, la lingua attaccata al palato; aprì le labbra e non ne uscì una voce.
— E così? — riprese dopo un poco il duca, tornando alla beffa insultante. — Attendo di udire la sua bella voce... O che avrebbe perduto la favella?... Le si deve dire come ai bambini quando sono stati cattivi: il gatto ti ha portato via la lingua?
La stupidità adulatrice dei cortigiani scoppiò in una sghignazzata.
Alfredo fece uno sforzo: le orecchie gli zufolavano; aveva una dolorosa confusione in capo e una grave oppressione nel petto.
Il suo sforzo non riuscì che a fargli pronunciare con voce appena intelligibile una sola parola:
— Altezza!...
— Oh oh! — gridò con quel tono di scherno il principe: — un automa perfezionato!... Parla! Non c’è più che da vederlo muovere. Suvvia, giudichiamo se è bene articolato e se il meccanismo giuoca bene. Bisogna inginocchiarsi qui, ai nostri piedi.
Il conte di Camporolle, nella confusione del suo cervello, credette non aver capito bene, e ripetè quasi balbettando:
— Inginocchiarsi?
— Appunto! Sissignore. Per domandare debitamente perdono a un principe offeso, è il meno che si possa fare.
Ad Alfredo parve che tutto gli girasse intorno; fece forza a star saldo sulle gambe che gli si piegavano sotto, e con voce semispenta, ma pure abbastanza chiara, disse:
— Io sono gentiluomo e non sono suo suddito.
Il duca rifece gli occhioni di poc’anzi, sorse di scatto in piedi e camminò per due passi verso il malcapitato. Tutti gli astanti espressero sulle loro fisonomie da parassiti di Corte, la più grande indignazione, il massimo orrore per la temerità di quello sciagurato.
— Ah! tu sei gentiluomo! — gridò il duca con uno scoppio della sua voce squarrata che s’udì per tutto il teatro. — Insolente! Non sei che un paltoniere appetto a un Borbone come sono io... Non sei mio suddito?.. Qui comando io, io solo per tua norma, e chiunque vive nei miei Stati ha da star sottomesso ai miei voleri, alla mia autorità, ai miei ordini... Hai capito?... T’ho detto d’inginocchiarti a’ nostri piedi; e lo farai, dovessi farti abbassare a forza da due dei miei robusti gendarmi... In ginocchio! Subito!... Per Dio!
E fece ancora un altro passo verso il giovane, col braccio levato, quasi volesse percuoterlo.
Alfredo si ritrasse vivamente indietro; le gambe mal lo reggevano, barcollò; una mano, non seppe mai bene di chi, la mano di uno di quegli uomini che vilmente ghignavano alla sua umiliazione, gli si posò pesantemente sulla spalla e lo spinse giù; il giovine si trovò con un ginocchio a terra.
— Va bene! — disse sprezzosamente il Borbone. — Mi basta. Lasciatelo andare.
E senza curarsi altrimenti più del conte, tornò trionfante al palchetto a squadrar le ballerine.
Il Camporolle rimase lì, per un momento, che a lui tornò lunghissimo, annientato; gli parve che qualche gran cosa gli fosse crollata d’attorno, che un terribile disastro gli era capitato, di cui nella presente confusione non sapeva rendersi ben conto; nel capo aveva un immenso rumore che era come il complesso, la quintessenza di tutti i fischi, di tutti gli urli che aveva udito strepitare poc’anzi e che ora veniva a insultarlo, a sferzarlo, ad avvilirlo lui. Sorse in piedi proprio automaticamente: gettò intorno un’occhiata quasi da pazzo, travide fra una nebbia che gli offuscava lo sguardo il duca che già gli voltava le spalle, i volti ghignanti de’ cagnotti, e al di là dell’inquadratura della loggia, una regione tutta luce in cui gli parve udir suonare un’immensa risata di scherno — per lui. Se avesse avuto in quel punto un’arma, si sarebbe precipitato su coloro che aveva dinanzi, primo il duca, e avrebbe colpito e colpito e non cessato di colpire finchè tutti fossero caduti, o lui stesso. Si morse il pugno, mandò una specie di ruggito soffocato, scappò.
Corse via come impazzito, pei corridoi, giù delle scale, fuori del teatro, senza pensare a prendere il pastrano, senza veder nulla, senza accorgersi di nulla: — nemmeno che un uomo avvolto in un mantello, con apparenza di popolano, che pareva stesse aspettando alla porta del teatro, gli si pose dietro e non cessò di seguitarlo.
Il tumulto nell’anima e nella mente di Alfredo era dolorosissimo e immenso. Mille risoluzioni feroci facevano ressa nel suo cervello: voleva sfidare a duello mortale tutti i presenti a quella scena: ma e il principe? Come vendicarsene? Aspettarlo in qualche pubblico luogo e volargli addosso e schiaffeggiarlo; e perchè non trafiggerlo?... Sì, insultarlo con uno schiaffo, collo sputargli sul viso, e poi piantargli un pugnale nel cuore. Gli pareva a quel punto, che avrebbe avuto la forza e l’audacia di far l’uno e l’altro. Poi se la prendeva con sè stesso. Si era regolato da stupido, da inetto, da vile! Aveva vantata la sua qualità di gentiluomo. No, che non s’era mostrato tale; un gentiluomo avrebbe sofferto tutto quello? Pensò a suo padre di cui l’Arpione gli aveva detto sì nobile l’animo. Che cosa avrebbe fatto suo padre se posto in quel caso? Che avrebbe detto se avesse saputo così pusillanime il figlio? Ah! bisognava ad ogni modo vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi; questo gli pareva ora lo scopo principale a lui assegnato. Aveva ragione la Zoe che da tanto tempo proseguiva su quello scellerato di principe una sua vendetta. Ma egli non voleva aspettare tanto. Tutta Parma al domani... che! quella stessa sera, avrebbe saputo l’insulto; tutta Parma doveva poco dopo apprendere la sua vendetta.
La freschezza dell’aria notturna non aveva calmato l’agitazione del suo spirito, ma ne aveva raffreddato il sangue e intirizzite le membra. Uscito dal caldo ambiente del teatro, senza riparo alla temperatura d’una notte piuttosto fredda, Alfredo si sentì a un punto cogliere da brividi; per fortuna aveva tuttavia in mano il cappello e potè almanco ricoprirsi il capo fra le cui lunghe chiome bionde soffiava il vento ghiacciato. Si abbottonò il soprabito, scosso da un tremolìo che pareva di febbre e si guardò d’intorno trasognato, mal sapendo in qual punto della città si trovasse. Le gambe lo avevano portato sotto le finestre del quartiere abitato dalla Zoe. La strada era scura, dai vetri dell’appartamento della baronessa non veniva neppure un filo di luce: invece dalla casa di faccia una finestra illuminata mandava fuori un fascio di raggi rossigni. Era la modesta cameretta dove lavorava, vegliando e attendendo, una povera madre di famiglia, la moglie di Pietro Carri. Attendeva essa il ritorno del marito, e doveva attenderlo invano tutta una notte di spasimante inquietudine.
Alfredo pensò di salire in casa della Zoe, riscaldarvisi, prendervi qualche ristoro, che davvero dal freddo e dall’emozione si sentiva mancare, e attendervi il ritorno di lei, la quale lo avrebbe confortato, consigliato, invigorito; ma nell’atto di entrare sotto il portone di quella casa, di subito gli venne proprio meno ogni forza ed egli dovette appoggiarsi al muro per non cadere. In quella Alfredo sentì avvolgersi da un caldo mantello, e una voce d’uomo che si mostrava impressa di interessamento gli disse:
— Coraggio, signor conte! Cominci per invilupparsi bene qui dentro a ripararsi dal freddo. Quanto poi alla sua vendetta, io, se vuole, potrò fornirle i mezzi di ottenerla.
Era l’uomo che l’aveva sempre seguitato fin dalla porta del teatro.
XLVI.
Alfredo, da quella voce amichevole, da quella cura che una mano pietosa prendeva di lui, dal tepore di quel caldo mantello onde lo si avvolgeva, provò un conforto, che nel quasi smarrimento di sensi in cui si trovava, gli fece un poco l’effetto che fa al naufrago il soccorso inaspettato d’una tavola da aggrapparsi. Egli s’aggrappò davvero a quell’uomo per sorreggersi, mentre balbettava, poco meno che inconscio:
— Sì, ho freddo... Ho pur la testa che scoppia... Ah! la mia vendetta?... Voi me la darete?... Siate benedetto!... Datemela subito; la voglio subito... Lo potete voi?... Voi!... Ma chi siete voi?
Volle scostarsi un poco da quell’uomo, per esaminarlo bene; ma sentì che non avrebbe potuto reggere in piedi da solo, e si abbrancò più forte al braccio dello sconosciuto.
— Lei non mi ravvisa? — disse questi, scoprendosi meglio la faccia col tirare indietro il cappello a cencio e volgendosi a ricevere sui lineamenti la poca luce che filtrava dalla finestra della casa di prospetto a quella di Zoe.
Il conte di Camporolle lo guardò con occhi ancora appannati: gli parve e non gli parve aver già veduto in altra occasione quel volto; ma finì per iscuotere il capo in segno negativo.
— L’altra notte, — disse quell’uomo, — io ho avuta la fortuna d’andare a cercare di Lei sulla porta della sua casa e di condurla appunto sin qui.
— Ah! — fece Alfredo riscuotendosi: — siete l’uomo inviatomi dalla baronessa?
— Appunto... E, se lo ricorda, mi son presa la libertà di offrirle i miei umili servigi, dicendole che per qualunque siasi bisogno, non avrebbe avuto che da cercare di me... Michele... al caffè della Piazza Grande, e avrebbe sempre trovato un uomo disposto a servirla in tutto.
Il giovane, che veniva riacquistando il dominio di sè stesso, si passò una mano sulla fronte, e chiese lentamente:
— E ora come è stato che vi siete abbattuto qui nel mio cammino?.... È ancora la baronessa che vi manda.
— No, signore, — rispose quell’uomo, il quale, dietro le istruzioni ricevute, aveva bene studiato ed era abilissimo a fare la parte assegnatagli. — E la può dire piuttosto che è la Provvidenza, perchè — (e qui abbassò la voce) — di fargli ottener quello che lei desidera, quello di cui lei ha bisogno, non c’è altri forse al mondo più capace di me.
Alfredo trovavasi in una debolezza e in un disagio fisici che conferivano a renderlo debole anche moralmente e intellettualmente. Non gli parve un assurdo che quell’uomo, capitatogli così in buon punto, quand’egli stava per abbandonarsi affatto, rappresentasse davvero un aiuto mandatogli dalla sorte.
— Quello che io desidero, — mormorò, — quello che io ho bisogno!... Che cosa ne sapete voi?
— So tutto... Non ha ella udito le parole che le ho detto poc’anzi, accostandola? Per la sua vendetta, se vuole, io potrò fornire i mezzi di averla.
— La mia vendetta!... La mia vendetta! — ripetè Alfredo, quasi balbettando, battendo i denti, assalito da un brivido di febbre.
— Ma ora, per prima cosa, — saltò su Michele, — Ella ha bisogno di qualche cordiale, di qualche ristoro; altrimenti comincierà coi fare una malattia, che non sarà certo il miglior mezzo da ottenere lo scopo... Venga meco.
Lo prese sotto un’ascella e sostenendolo con braccio vigoroso lo trasse con sè in una delle parti più deserte della città: il giovane, sbalordito, col tremor della febbre che gli cresceva nelle ossa, si lasciò guidare come un bambino.
Sostarono sotto il chiarore rossiccio di una lanterna appesa all’uscio d’una bottega. Era un miserabile spaccio di liquori, che in quel momento, per l’ora tarda, per la solitudine delle strade in quel rione rimoto, non aveva nemmeno un avventore. Michele, che lì dentro pareva di casa, fece un cenno particolare degli occhi a un omaccione sonnacchioso che al sentire il campanello dell’uscio aveva levata la testa, e gli disse:
— Presto, Melchiorre; un ponce al _rhum_, ma vero _rhum_, sai, e dimolto.... pel signorino che è mezzo basito di scalmana, e per me che gli faccio compagnia.
— Subito: — rispose l’omaccione, levandosi lentamente di dietro il banco.
— Non c’è mica nessuno nello stanzino?
— No.
Michele col conte si diresse verso un uscio alla destra.
— Aspetta — gli disse il zozzaio: — non c’è manco il lume. Vado ad accendervi il lucernino.
Prese un lumo a mano e passò in una stanzetta vicina che non aveva altra uscita, e i due avventori ve lo seguirono. Alfredo, entrando nel caldo ambiente di quella bottega, satura di vapori alcoolici e di esalazioni carboniche della stufa, aveva sentito accrescersi ancora la confusione della mente, il subbuglio dell’animo e il malessere di tutta la persona. Appena entrato in quel secondo stambugio, e’ s’era lasciato cader seduto sopra una panca contro il muro e stava là abbandonato, quasi inconscio di sè e delle cose che lo circondavano.
La sua guida susurrò all’orecchio dei venditore che accendeva un lume pendente al soffitto:
— Qui si ha da esser soli, sai?
— Va bene!
— Tua moglie?
— È di sopra.
— La non verrà mica giù a ficcare il naso?
— No certo. Ci ha quel suo forestiero, il quale è stato tutto il giorno fuor di città, e ora si sono chiusi in camera e discorrono fitto fitto.
— Misteri eh?
— Misteri: — rispose con laconica tranquillità il zozzaio.
— Non ti viene la curiosità di penetrarli a te, ciccione d’un Melchiorre?
— A me?... Peuh!... — fece l’uomo alzando le spalle e dondolando il capo.
— Già, tu quando hai mangiato e bevuto...
— Vivi e lascia vivere: — conchiuse Melchiorre, il quale intanto aveva finito di rassettare il lume, lasciandogli per economia il bambagio tanto corto che appena una fioca luce se ne spandeva per quei quattro palmi di stanza. — Vado a farti un ponce proprio da risuscitare un morto; e sta tranquillo che non penetrerà nessuno.
Se ne andò, e Michele sedette in faccia al conte di Camporolle, dall’altra parte d’un tavolino.
— Come si sente ora signor conte?
Alfredo fece una mossa col capo che non voleva dir nulla, e non rispose.
— Capisco che ella debba star poco bene, — riprese con tono più confidenziale quell’uomo, curvandosi verso il giovane. — È venuta fuori dal teatro che pareva un pazzo che scappa dall’ospedale.... Quel duca fu molto prepotente, molto villano con lei?
Il giovane fu riscosso tutto da un tremito, ebbe un lampo d’ira negli occhi solitamente così miti, battè col pugno serrato sul tavolo; ma non rispose parola.
— Eh lo conosco bene: — continuava quell’altro. — Lo conoscono tutti oramai qui a Parma e lo apprezzano per quel che vale. Non c’è quasi famiglia ch’egli non abbia oltraggiata, non c’è quasi individuo che non abbia ferito, umiliato, offeso nella roba, nel decoro, nell’onore. Si può scommettere per cosa sicura, che non visse ancora mai un principe che abbia raccolto su di sè un cumulo sì grande d’odio, e d’un odio tanto accanito.
Alfredo, come tocco dal suono di quelle parole che erano così bene intonate all’intimo suo sentimento, colle labbra pavonazze e i denti stretti esclamò sommesso:
— L’odio!... Oh sì l’odio!... Ah quanto!
E l’altro, sempre più insinuante e con tono di fiduciosa dimestichezza:
— È da stupirsi, non è vero, che i parmigiani, gente fiera, che in punto all’onore.... massime in fatto a donne... patisce terribilmente il solletico, tollerino un simil principe, che fra loro non vi sia almanco stato uno più coraggioso e determinato che alle scellerate tracotanze di quel maledetto non abbia risposto una buona volta con una brava coltellata.
Il conte trasalì e appoggiati i due gomiti alla tavola si strinse colle mani il capo.
— Ma bisogna considerare, — seguitava Michele, — che un’insurrezione popolare, cogli austriaci a ridosso, è impossibile, sarebbe una pazzia da rovinar peggio la città e tutto lo Stato; e di petti generosi, d’animi eroicamente risoluti, di quelli il cui patriottico valore tutti poi ammirano e glorificano, ce n’è pochi.
Alfredo sollevò la faccia e guardò il suo interlocutore con occhio fisso, acuto, fra interrogatore e cruccioso.
— Ce n’è pochi, — ripigliava quell’altro dopo una breve pausa, e chinandosi vieppiù, traverso il tavolo, presso la testa bionda del conte di Camporolle: — ma in Parma ce n’è pure, e se Vossignoria volesse, io potrei anche fargliene vedere e sentire parecchi che hanno giurato...
Qui s’interruppe, guardandosi intorno e il giovane stesso che aveva di fronte con sospetto.
— Hanno giurato! — ripetè Alfredo. — Che cosa hanno giurato?
— Zitto! — disse vivamente Michele: — ecco qui compar Melchiorre col ponce.
Il zozzaio entrava appunto con una grande terrina piena di liquido coronata da fiamme azzurre e la deponeva trionfante sul tavolo in mezzo ai due avventori.
XLVII.
Michele mescette nella tazza del conte e poi nella sua; e per un poco non si parlò più nè dall’uno nè dall’altro dei due, come se non pensassero che a ingollare quell’infuocato e infuocante liquore.
In Alfredo i brividi cessavano: al freddo che gli era penetrato fin nel midollo delle ossa, succedeva anzi un calore che gli invadeva a poco a poco tutte le membra e veniva salendo a ondate verso il cervello. Ed egli beveva e beveva. Gli pareva che la sua vitalità si accrescesse, che il suo coraggio, la forza sì fisica che morale, la risoluzione ingigantissero, e con tutto questo, ancora più, il suo odio, il desiderio di vendetta. I vapori alcoolici del ponce, assalita la sua ragione, gli facevano intorno un mondo di immagini, di figure fantastiche, di chimere, che s’agitavano in una ridda vorticosa. A un punto, in mezzo alla nebbia rosata d’un’incipiente ebbrezza, gli sembrò di vedere la faccia schernitrice, poi minacciosa, poi beffardamente trionfante del duca: del duca, innanzi a cui egli si era inginocchiato. Tutto il sangue gli ribollì; lasciò calare il pugno chiuso sulla tavola e ruppe in una bestemmia, egli così mite e gentile.
— Alla croce di Dio! Sì, è una vergogna che non ci sia un uomo capace di schiacciarlo quel rettile coronato... Ma voi mi dite che ce ne sono di tali uomini, qui in Parma? i quali hanno giurato?... Che cosa hanno giurato?
Michele, il quale, pur bevendo, aveva conservata tutta la freddezza della sua mente, rispose abbassando la voce e curvandosi così da mettere le sue labbra quasi a contatto dell’orecchio del conte:
— Di liberar Parma da quel mostro a ogni modo.
— A ogni modo? — esclamò il giovane più che a mezzo fuor di sè, digrignando i denti e stringendo il bicchiere che aveva in mano come se lo volesse rompere. — Ce n’è uno, il più spiccio: ammazzarlo.
— Bravo! — disse l’uomo venduto al Pancrazi, appoggiando la sua mano sul braccio di Alfredo. — Lei sì che si vede essere uno di quei valorosi all’antica... Vigliacco chi subisce l’insulto, l’ingoia e lo digerisce tranquillamente.
— Sì, vigliacco! — ripetè il giovane.
— Basta un uomo solo come Lei a liberare tutto un popolo: e se Ella avesse l’aiuto e i mezzi che può darle una congiura... perchè la congiura c’è... la cosa presto sarebbe fatta.
— Congiura! — balbettava Alfredo. — Voglio conoscerla, voglio entrarci. Voi m’avete detto che lo potreste?
— Sicuro!... Se Ella volesse proprio...
— Sì, voglio... Quando?