La vendetta di Zoe

Part 19

Chapter 193,835 wordsPublic domain

Egli aveva cambiato il palchetto, era a quello del proscenio di destra e così trovavasi in faccia alla Muldorff: lo aveva fatto apposta, avidamente desioso di vedere quella donna e osservare che contegno tenesse. Di là il duca non poteva scorgere Alfredo nè esserne visto. Intorno gli stavano, come sempre, l’Anviti, sir Tommaso, gli altri ordinari adulatori, e in fondo al palchetto, quasi appiattato, pronto a ricevere gli ordini del principe e a farli eseguire, il direttore della Polizia, Pancrazi.

La comparsa della baronessa fece anche quella sera un grande effetto, benchè l’ambiente fosse così stranamente irrequieto. Tutti i cannocchiali, sì degli uomini che delle donne, si volsero a quella parte; un susurro d’ammirazione, d’invidia corse per quella fitta ressa di teste, per quelle file eleganti di bellezze agghindate. Carlo di Borbone lasciò sfuggire una delle parolaccie del suo dizionario di bestemmie e sconcezze, e piantò fissa la mira del suo cannocchiale sulle spalle della bella donna. Dico sulle spalle, perchè essa, con una noncuranza disdegnosa, venne a sedersi al parapetto voltando la schiena al palco e degnandosi appena di guardare fugacemente col suo cannocchiale di tartaruga qualche acconciatura di signora qua e là. Il duca aveva una smania da non dirsi, di vederla in viso e s’arrabbiava di non poterlo: avrebbe volentieri mandato l’Anviti o qualcun altro dei suoi cagnotti a comandarle di voltarsi verso di lui; ma la conosceva abbastanza per prevedere che simile comando sarebbe stato inutile, e che quella capricciosa, impertinente creatura, sarebbe piuttosto partita senz’altro, che obbedirgli, se non le garbava.

Ma intanto quell’attenzione universale che poteva dirsi ammirativa, gli faceva capire quanto ella avesse di seduzione, e a confermare ed accrescere l’effetto che ei già ne provava, ecco suonargli vicino un grosso sospiro, quasi affannoso: si volse il duca e si trovò allato sir Tommaso W... che si sporgeva innanzi per poter veder meglio anche lui quelle candide spalle.

— Ah che donna! — mormorò l’inglese. — Una donna come quella io non l’ho vista mai... Non è soltanto una bellezza, è qualche cosa di più, è una seduzione: senza contare che ha una testa la quale vale quelle di due uomini furbi. Che si facciano pazzie per una creatura simile, ecco, lo capiscono tutti.

— Per bacco che entusiasmo! — esclamò il duca con una risatina a suo modo: — vuol dire che ne faresti anche tu di pazzie, mio vecchio Tommaso?

Questi rispose con un sorriso e con una di quelle sue soffiate da mantice.

— Tu sei andato a vederla quella p... d’una serpe seducente?

— Sì, altezza: — rispose il W. a bassa voce nell’orecchio del principe: — e ne ho apprese cose d’importanza di cui avrò l’onore d’intrattenerla.

Il Borbone interruppe col suo riso sguaiato:

— Non mi vorrai far credere, vecchio peccatore, che non avete parlato d’altro che di politica con quella birbona.

— Oh! Ella ha tali contegni, ha preso modi e tratti da gentildonna, cosiffatti, che non incoraggia davvero.

— Sicuro! — interruppe il duca accrescendo il suo riso sguaiato. — Una virtù fenomenale!... Che! Una santa da beatificare! Per edificarti di meglio, mio ingenuo e virtuoso Tommaso, vuoi sapere il nome di colui che passò con lei l’altra notte?... Quello dell’amante di ieri la mia brava Polizia non me l’ha saputo dire: ma ci sarà pure stato, va là. Interroga Pancrazi e saprai.

Il direttore della Polizia, che aveva udito menzionare il suo ufficio e poi pronunziare il suo nome, s’accostò pian piano; e il duca che lo vide, gli disse con quel tono beffardo:

— Suvvia, tu che sei fatto apposta, ripeti un poco chi è che l’altra notte quella famosa baronessa di Muldorff si tenne chiuso in camera?

— Il conte Alfredo Corina di Camporolle: — rispose freddo e impassibile come un automa il direttore della Polizia.

Questa notizia non parve produrre piacere nè anche nel flemmatico inglese: strinse le labbra, crollò il capo, soffiò forte e disse:

— Quel bellimbusto è un mariuolo ben fortunato.

— Sì davvero! — esclamò il duca non senza qualche dispetto. — Con quell’aria di ragazza stupida, che pare buono nè anche a fumare un sigaro nè a masticare un sacrato! Di che cosa vanno a incapricciarsi le donne!... E quelle lì ancora che devono intendersene... Dicono che quel pulcino bagnato sia ricco; alla croce di Dio, per quante vistose rendite abbia, spero bene che potremo sempre spendere più denaro noi... col tuo aiuto, sir Tommaso, mio abile ministro di finanze.

Ma in quella i colpi battuti dal capo orchestra sul leggìo annunziarono che si stava per cominciare a suonare, e un moto, un mormorìo, una specie di brivido corse per tutto il teatro. Era il ballo che doveva principiare, e tutti sapevano che durante il medesimo avrebbe avuto luogo qualche torbido.

— Ah zitto! — comandò il duca stesso ai suoi seguaci. — Siamo al buono. Pancrazi, tutte le disposizioni sono prese?

Il Pancrazi s’inchinò profondamente in segno di rispettosa affermazione.

Carlo di Borbone appoggiò allargati i suoi gomiti al parapetto della loggia, si sporse bene in fuori per farsi vedere e per vedere egli tutto quel più che potesse del teatro e della folla degli spettatori, fece scorrere in ogni parte il suo sguardo insolente, provocatore, minaccioso; ma anche dalla platea e dal loggione si saettavano verso di lui occhiate piene di rabbia e di odio. Il telone si alzava in mezzo ad un silenzio, quale nessun celeberrimo artista di canto ha mai saputo ottenere da un pubblico italiano, per far sentire la sua cavatina.

Le prime scene dell’azione coreografica passarono senza incidenti: si notava però una certa impazienza nel pubblico e veniva crescendo l’irrequietudine: finalmente venne il tempo del passo a due, in cui la ballerina milanese doveva comparire. Il duca si sporse ancora più avanti e fulminò tutt’intorno un’altra sua occhiataccia come per intimazione. La Carlotta uscì fuori col suo guarnellino corto, le labbra sorridenti, ma gli occhi un po’ inquieti e la faccia un po’ pallida. Vi fu un alto silenzio. Forse a quei momento, vistisi osservati e accerchiati da poliziotti, i giovani venuti per fischiare sentirono mancarsi il coraggio. Ciascuno aspettava che un altro cominciasse; e quest’altro non trovandosi, la ballerina potè venire alla ribalta e cominciare i suoi passetti.

— Ah, ah! — fece il duca trionfalmente, rivolgendosi ai suoi. — Vedete che cenci bagnati sono tutti codesti bravi miei rivoluzionari di Parma! Non uno che osi zittire! Cheti e mansueti come tanti agnellini di cartapesta. — Scoppiò in una risata. — Par di essere in una chiesa piena di devoti!... Se lo sapeva io!... E vorrei che ci fosse ancora qui quello sciocco di von Klernick perchè ne dicesse le novelle al maresciallo; ma quello stupido s’è andato a far tagliare la faccia da un pigmeo di piemontese!

Il duca rideva e parlava tanto forte che la sua voce, se non le parole, e il suo riso furono intesi per tutto il teatro, come da tutti fu vista le petulante aria di scherno e di trionfo che aveva sulla sua faccia antipatica. L’irritazione crebbe; ma come se non bastasse ancora, per ferire vieppiù il pubblico risentimento, il principe allungò ben bene le braccia fuori del palchetto, si mise ad applaudire e a gridare colla sua voce chioccia: «Brava! Brava!» e tutti quelli che erano nel palchetto con lui ad imitarne l’esempio.

Nel pubblico corse un fremito, come di stupore, — per un momento si stette in silenzio, e quegli applausi di pochi suonarono per la vasta sala non contrastati: poi a un punto, dal loggione, nella parte opposta a quella dove si trovava il duca, partì un fischio forte, fermo, acuto, sonoro, lungo. Carlo III alzò vivamente il capo a guardare colà: vide la faccia energica di Pietro Carra che teneva una grossa chiave bucata alla bocca.

— To'! — esclamò. — Quel birbone del mio sellaio!... Che cosa gli salta a quel miserabile?...

Ma non ebbe tempo a continuare; quel fischio aveva rotto il ghiaccio; da varii altri punti del loggione, della platea scoppiarono sibili, urli, e in mezzo ad essi una voce forte che gridò: «Abbasso l’austriaca!»

Il duca si levò in piedi con impeto, rosso in volto come un galletto e facendo rotare minacciosamente quelle sue vitree pallottole di occhi, fulminò tutto il pubblico d’uno sguardo da Nettuno sdegnato contro i flutti in tempesta; ma nè la sua mossa, nè il rosso della sua collera, nè il lampo delle sue pupille non valsero a racchetare l’uragano; i fischi, le vociaccie, i grugniti, gli «abbasso,» si scatenarono della più bella, coprirono col loro rumore quello della musica, vennero a percuotere come un’onda d’insulti non solo la faccia imbellettata della ballerina, ma la fronte corrugata e i lineamenti contratti per isdegno dei principe. L’agitarsi dei gendarmi travestiti e dei poliziotti frammisti al pubblico per islanciarsi sui fischiatori, afferrarli, trarli fuori di teatro, accrebbe il tumulto, facendo nascere un generale parapiglia. Gli agenti della polizia a procedere troppo manescamente al solito, e da parte degli spettatori, grida, proteste, contrasti, rampogne indignate, qua e là qualche colluttazione. Le donne strillavano e accrescevano l’urlìo: i timidi volevano fuggire e aumentavano il ribollimento, la confusione, lo sconquasso.

XLIII.

La Carlotta, causa o meglio pretesto di tutto quel baccano, aveva dapprima tentato di far fronte al temporale, aveva seguitato a ballare col suo sorriso stampato sulle labbra; ma l’orchestra, benchè continuasse a suonare, non si sentiva più, pareva che gli archetti dei violini per ischerno seguitassero ad agitarsi senza produrre rumore; la povera ballerina divenne pallida pallida pur sotto il belletto, gli occhi le si intorbidarono, e cessato a un tratto di danzare, corse verso le quinte scoppiando in pianto. L’impresario venne mezzo fuori a far capolino, vide quel fragoroso tumulto che pareva dover inabissare il teatro, perdette la bussola e diede ordine senz’altro che si abbassasse il telone. Il quale venne giù lento lento in mezzo a quel chiasso indiavolato; e i suonatori dell’orchestra sbalorditi, assordati, si levarono in piedi e presero a riporre i loro strumenti, con premuroso desiderio di battersela; ma in quella il direttore alzò per fortuna gli occhi verso il palchetto dove era il principe. Questi da rosso era diventato pallido per ira, si agitava sempre ritto al parapetto e moveva le labbra certo a saettare comandi, che in quel fracasso non si sentivano. Ma dal moto violento delle braccia principesche, il capo orchestra e i suoi seguaci capirono che S. A. voleva che nessuno di loro si movesse da posto, e con malcontenta umiltà si rassegnarono a rimanere ed a riprendere i loro strumenti.

Il duca si volse all’interno del palchetto e con labbra tremanti chiamò:

— Pancrazi!

Questi era a due passi da lui e s’inchinò profondamente.

Carlo III, con voce che l’ira mozzava, tormentando colla mano convulsa il cannocchiale, come se stesse per lanciarlo al capo di colui al quale parlava, disse:

— Questo scandalo non avrebbe dovuto succedere... Dovrebbe essere impossibile in Parma, nel Nostro teatro!... innanzi a Noi!... È una vergogna, è un’infamia!

— Altezza, — rispose il poliziotto senza scomporsi, — tutte le disposizioni possibili erano state prese...

— Male! — interruppe con più irosa bruschezza il principe. — Se aveste fatto a dovere, sì brutte cose non si vedrebbero... Ora andate, agite, provvedete; quegli insolenti abbiano una buona lezione, fateli trattare da villani ribelli, come sono, fate loro assaggiare il gusto delle manette e gli agi delle prigioni in fortezza... Animo, senza riguardi, senza sciocchezze di buone maniere.

— Procederò con tutto il rigore: — disse il direttore di Polizia, avviandosi.

Il duca gli gridò dietro:

— Se fra cinque minuti tutti questi botoli che ringhiano non sono ridotti al dovere, guai a voi!

Pancrazi si volse ancora a fare un inchino al principe come affermazione della sua pronta ubbidienza e sparì.

Carlo III comandò al colonnello Anviti:

— Tu va subito da quell’asino d’impresario, digli che faccia riprendere il ballo, e se qualcuno di quei cani d’artisti manca, io caccio in prigione lui, l’impresario, per primo, e il mancante, chiunque sia.

L’Anviti corse come un fulmine.

Il duca si rivolse di nuovo verso il pubblico. In mezzo al tafferuglio sempre maggiore un fischio sì acuto e potente da farsi distinguere, veniva giù da quel punto del loggione donde era partito il primo; era Pietro Carra armato della sua gran chiave.

— Quello scellerato d’un sellaio! — esclamò il principe. — O che non son buoni a pigliarlo?

E in quel momento appunto due gendarmi vestiti da borghesi, fattasi strada a spintoni in mezzo alla folla, furon sopra al sellaio e gli gettarono le loro mani sulle spalle ad abbrancarlo.

Pietro Carra, robusto e colla forza accresciuta dall’indignazione, sorgendo di scatto in piedi, ributtò da sè gli aggressori con un forte pugno nello stomaco per ciascuno. I due gendarmi traballarono e sarebbero caduti sotto quell’urto violento, se la compattezza della folla circostante non li avesse tenuti su.

— Ah! scellerato! birbante! — gridarono: — vi ribellate alla forza pubblica! Siamo gendarmi di S. A.

Il sellaio non istette lì ad ascoltare i loro rimproveri e le imprecazioni; ma trammezzo alla calca degli spettatori, che compiacentemente fecero del loro meglio per lasciargli il varco, scavalcati con agilità da ginnastico i banchi che aveva di dietro, sgattaiolò e in due salti fu al corridoio della scala per scendere all’uscita. Il numero degli agenti della Polizia era però troppo perch’egli potesse scapparla: al grido dei gendarmi: «arrestatelo, arrestatelo,» si gettarono in cinque o sei dietro al fuggente; questi potè pure sbarazzarsi del primo che gli capitò dinanzi, mandandolo a gambe levate; ma in quattro gli piombarono addosso, lo afferrarono, lo percossero, lo gettarono a terra e lottante invano, dopo pestatolo senza pietà, tutto allividito e sanguinoso, lo ammanettarono e a spintoni, a calci, a pugni nelle spalle e nei fianchi, muto, ma terribile nello sguardo, ma schiumante di rabbia la bocca, lo trasportarono quasi di peso alle carceri della Polizia.

— Meno male! — disse il principe. — Hanno preso quel matto di Carra.... Che cosa gli è saltato a costui di pigliarsela a quel modo contro la Carlotta? Un po’ di ombra quieta della prigione e due o tre giorni di pane ed acqua gli metteranno in calma il cervello.

Lo sguardo del duca, scendendo dal loggione, si fermò al terz’ordine dei palchetti, su quello della Zoe. Lo spettacolo che ci vide, dovette essergli assai poco gradevole, perchè si morse le labbra e le sue guancie tornarono ad arrossarsi di sdegno.

Innanzi alla seducentissima donna, era venuto a sedersi il conte di Camporolle, ed essa gli parlava, lo guardava, gli sorrideva, aveva per lui le moine e gli attucci amorosi ed ammirativi, lo ascoltava rapita, tutto come suol fare una donna innamorata verso l’uomo che regna sul suo cuore.

Era essa che, dopo avergli ammiccato civettescamente tutta la sera da lontano, gli aveva fatto lusinghiero cenno di andare da lei. Ad Alfredo non era venuto neppure il pensiero di non obbedire; era corso: e ora trovavasi là, avvolto le gambe dalle onde leggere, profumate, quasi tepenti della gonna di lei a svolazzi e balzane, avvolto la persona tutta dall’onda magnetica dello sguardo di quelle pupille di magico influsso. Parlavano vivacemente; almeno era lei che discorreva con allegra animazione, e probabilmente dei fatti che avvenivano; ella rideva maliziosa: parve al principe che una sguardata schernitrice di lei venisse di sottecchi ad avvertirlo che gli era pur anche di lui, anzi principalmente di lui che si rideva.

La rabbia del principe era intensa, quando sopraggiunse il direttore della Polizia, il quale coll’aria soddisfatta di un buon funzionario che ha compito con zelo e con buon frutto il suo dovere, gli disse:

— Altezza, ne abbiamo arrestato una trentina; tutti o quasi tutti i rei sono nelle nostre mani.

— Va bene! — gridò il duca secco secco, e lo gridò tanto forte, che fu inteso da buona parte del teatro in cui ora regnava un silenzio di tomba. — Tutti in fortezza, a pane e acqua... fino a nuovo avviso.

Il Pancrazi s’inchinò.

— C’è uno degli arrestati, — soggiunse poi, — il quale ha osato rivoltarsi contro gli agenti di V. A...

— Il mio sellaio eh? ch’era lassù nel loggione? — interruppe il principe sempre ad alta voce. — Birbante! Miserabile! Non sa che l’ultimo dei nostri agenti rappresenta Noi?... Sia messo ai ferri corti subito!...

— Per quante ore? — domandò il direttore della Polizia.

— Fino a nuovo avviso: — ripetè il duca.

Il poliziotto partì per andare ad eseguire gli ordini ducali.

La elegante sala del teatro era rimasta mezzo vuota; quasi tutti tacevano impauriti: appena se qua e là si faceva sentire qualche bisbiglio di voci sommesse: non c’era che il palchetto della baronessa di Muldorff da cui si udiva un gaio chiacchericcio con qualche risatina. Carlo III si mordeva le labbra con un dispetto ogni momento maggiore.

— Ma che cosa fa quell’impresario della malora? — esclamò ad un punto. — Ho ordinato che il ballo si riprendesse: dunque avanti, presto.

Ed ecco appunto in quella presentarsi l’impresario tutto umile e tremante ad annunziare essere impossibile far ballare la Carlotta, perchè questa s’era svenuta, e ora appena tornata in sè dichiarava che non avrebbe potuto far nemmeno un passo, per tutto l’oro del mondo.

Il principe mandò una bestemmia, quale può uscire dalla bocca d’un carrettiere ubbriaco e disse:

— Vedremo se non ballerà questa smorfiosa... Vado a persuaderla... e giuraddio!

Con passo concitato, e seguito dall’impresario tremante, discese dal palco scenico ed entrò con impeto nel camerino della danzatrice.

XLIV.

La Carlotta giaceva abbandonata sopra un sofà, il busto mezzo slacciato, la pettinatura disfatta, le lagrime negli occhi, gemente come una donna che sta per morire o poco meno; intorno le si affaccendava la vecchia che soleva farle l’accompagnatura dappertutto, e le metteva sotto il naso vasetti ed ampolline di profumi e di sali, e le bagnava con una pezzuola umida d’acqua di colonia le tempia e le narici.

Carlo III entrò come un buffo di vento da temporale, facendo suonare forte nel passo i suoi talloni, mordendosi i peli dei baffi, rotando minaccioso gli occhi, e non si fermò che accosto al sofà, dove stette, le braccia incrociate al petto, a guardare la ballerina, la quale, visto o non visto che l’avesse, aveva trovato bene di rinchiudere gli occhi e di gemicolare più di prima.

— Via, sora Carlotta, — gridò l’impresario di dietro le spalle del principe; — si faccia coraggio.... guardi chi c’è qui... — (La ragazza non si moveva ed ansava dolorosamente). — Tiratevi su, animo; aprite gli occhi, vi dico... — seguitava l’impresario, ed ella scuoteva languidamente il capo, per accennare che non poteva. — Oh la vuoi capire, sciocca, che qui c’è S. A. medesima in persona! — gridò alla fine l’impresario impazientato.

E il duca, dando uno spintone alla vecchia che gli stava dinanzi a premere sotto il naso di Carlotta una boccettina, proruppe col suo accento incollerito:

— Che cos’è codesta commedia, giuraddio!... Su in gamba, pettegola, e subito, e fra cinque minuti a ballare sul palco scenico, o corpo del diavolo!...

Diede un pugno violento sul tavolino che era lì presso e fece traballare i vasetti e le ampolle e le scatole che ci stavano su. La vecchia si ritrasse spaventata: la ballerina aprì gli occhi e si levò un po’ su della persona, ma sospirando con un gemito di moribonda.

— O cielo! — esclamò. — O Altezza!.... Io mi sento tanto male da morire....

— Un corno: — interruppe vivamente il duca: — e sei proprio una sciocca senza sugo se credi che io mi lasci ingannare dalle tue smorfie. Su, in due colpi di mano rassetta più o meno le tua acconciatura, e va a ballare.

— Ah per carità! — gemette essa: — impossibile!

— Ah signore Iddio! — esclamò la vecchia alzando le mani al cielo.

E il duca vòltosi all’impresario:

— È tutto pronto?

— Sì, Altezza.

— Ebbene va, e fa dare il segno di principiare.

L’impresario partì di corsa.

Carlotta portò ambe le mani agli occhi e scoppiò in un pianto dirotto.

— Presentarmi di nuovo innanzi a quel mostro di pubblico.... a quelle bestiaccie feroci.... che m’hanno fischiata in tal modo... Dio! mi pare ancora di sentirli... No, no, piuttosto qualunque supplizio.

— Ah sì! — appoggiò la vecchia. — La signorina è tanto sensibile!... Ne morrebbe.

Il duca le volse un’occhiataccia che le mozzò la parola in gola.

— Tu devi sapere, bambina mia, — disse poi alla Carlotta, — che quando io dico voglio, non c’è da ribattere...

— Oh Altezza, la prego, la scongiuro... Non mi sento davvero.... Avessi ascoltato mio cugino Pietro e non fossi più comparsa su queste malaugurate scene!

— Tuo cugino Pietro! — interrogò il duca: — chi è?

— Pietro Carra...

— Oh oh! il sellaio?

— Sì, Altezza.

— È tuo cugino?

— Figliuolo d’una sorella di mia madre.

— E t’ha detto?

— Che me ne andassi da Parma, che come amica d’un austriaco m’avrebbero fischiata, e lui per il primo...

— E ha mantenuta la parola.

— Dunque, Altezza, abbia compassione di me.... Non mi faccia più comparire innanzi a quei scellerati.... Proprio non posso.... le giuro che non posso.

— La non può: — ebbe la cattiva ispirazione di aggiungere la vecchia in appoggio alla sua padrona.

Il duca le fu addosso come un basilisco, la prese alle spalle, la voltò e con un calcio la mandò fuori dell’uscio del camerino.

— Al diavolo, vecchia strega.

La Carlotta si trovò ritta in piedi, spaventata.

— A chi dico? per la croce di Dio! — urlava il duca. — Voglio essere ubbidito, e non si creda pigliarmi a zimbello. Tu andrai a ballare, dovessi farti trascinare fin sul palco scenico da due gendarmi... E se mi contenti, avrai il regalo d’un migliaio di _svanziche_.

— O Altezza! — esclamò la ballerina con tono affatto cambiato, — per ubbidire a Lei, per farle piacere, andrei anche nel fuoco... Mi permette che faccia tornare la mia donna di compagnia?... mi è necessaria per aiutarmi a vestirmi.

— Venga la vecchia strega, e faccia presto e bene, e stia zitta.

Carlotta chiamò la sua compagna, la quale venne tutta umile e s’affrettò intorno alla ballerina senza far nemmeno sentire il suo rifiato.

Il duca tornò nel palchetto di prima, e subito dopo il telone si alzò pel ricominciamento del ballo. Questo fu eseguito nel più completo silenzio; la ballerina venne, danzò, non vi fu il menomo rumore; lo spettacolo pareva aver luogo innanzi a un pubblico di morti. La bizza del principe non era ancora passata, anzi nemmeno diminuita; egli guardava soventissimo la loggia di faccia nella quale la Zoe si mostrava sempre più amorosa e teneramente lusinghiera per Alfredo, e si mordeva con ira concentrata i peli dei baffi. L’azione coreografica non era ancora finita, quando si ripresentò dal principe il direttore di Polizia a render conto degli ordini eseguiti e di certe informazioni attinte. Gli arrestati erano tutti in fortezza, il Carra era coi ferri ai piedi e alle mani; e dalle risposte date da qualcheduno dei prigionieri, da certi indizi, si poteva argomentare che la brutta scena di quella sera fosse l’effetto di un complotto, che aveva trovato incoraggiamento e fors’anco aiuto di denaro in alte sfere, presso certe auguste persone....

Quest’ultima informazione era data dal direttore della Polizia con molte reticenze, con accorta peritanza e riserve, ma in modo da fare tuttavia effetto sull’animo del duca, il quale a un punto interruppe:

— Suvvia, parlatemi chiaro, che faremo più presto. Volete dire che la trama è stata immaginata nel circolo che attornia la duchessa?...

— Oh no, non dico ciò...

— Almeno che vi fu approvata?

— Si è forse saputo persuadere alla principessa, che per essere comparsa in pubblico con V. A., quella ballerina meritava una lezione...