La vendetta di Zoe

Part 18

Chapter 183,782 wordsPublic domain

La donna aveva data una ratta occhiata all’orologio a pendolo: il tempo che essa aveva calcolato era trascorso. Mandò un altro grido, — un grido di gioia feroce: — d’un balzo da tigre si slanciò su di lui, lo strinse, gli stampò sulle labbra un bacio che era di fuoco, gli susurrò come in un’estasi di vaneggiamento:

— Tua! tua!... Per sempre tua!... Più nissun ostacolo al nostro paradiso... Tu, tu solo saresti l’uomo degno di questa leonessa, tu il mio leone, tu il mio signore, tu il mio Dio!

Quel bacio era un tormento per Alfredo, era una delizia; lo abbruciava, lo inebbriava; mai non aveva sofferto a quel modo, mai non aveva sentito una sì grande voluttà: gli pareva d’essere di più e maggiore di quanto fosse stato mai, si sentiva presso a svenire: mormorava, fremeva, delirava. A un tratto udì un rumore ch’egli non seppe discernere; Zoe si svincolò bruscamente dalle braccia di lui.

— Lasciami!... Zitto! — gli susurrò: — viene alcuno.

E poi con voce ferma, fredda, tranquilla:

— Avanti: — disse.

Alfredo vide aprirsi l’uscio e presentarsi sulla soglia la governante che annunziò:

— Signora baronessa, S. E. sir W... chiede parlarle a nome di S. A. il duca.

Il conte di Camporolle sentì come una doccia fredda scendergli per le spalle; essa, la donna, si torse le braccia con atto di disperata indignazione.

— Ancora! — esclamò. — Sempre!... Infame, scellerata persecuzione!... Teme forse che io possa obbliarlo!...

— Non riceverlo! — gridò Alfredo; — rimandatelo al suo iniquo padrone, questo antico mozzo di stalla, degno inviato e ministro di simil principe... Oh lasciate ch’io stesso...

Fece un moto per andare nella stanza vicina, ma la donna gli si slanciò dinanzi e lo trattenne.

— Che fate? — gli disse. — Voi perdereste me e voi... — Gli aggiunse sottovoce: — Quando fossimo cacciati l’uno e l’altra in qualche segreta di fortezza, chi ne salverebbe? Lasciami fare da me... Parti... va... ti farò sapere...

— Voi dunque lo riceverete?

— Subito... per liberarmene più presto.

Ordinò alla governante che accompagnasse fuori il conte per la camera da pranzo.

— Ti scriverò questa sera: — gli disse all’orecchio mentre lo spingeva fuori: e appena Alfredo era uscito per una porta essa entrava per l’altra nella sala dove stava aspettandola sir Tommaso W...

XL.

Presentandosi al ministro del duca, quella donna era tutta un’altra: aveva bastato un minuto secondo per una compiuta metamorfosi. L’inglese si vide dinanzi un volto tranquillo, uno sguardo gentile e sereno, una bocca seducente per un cortese sorriso, un contegno di dama che vuole onorare di amichevole domestichezza la persona che riceve. Cominciò essa per ringraziare con poche e dignitose parole sir W... della premura ch’egli aveva avuta di recarsi presso di lei; e con galanteria alquanto grossolana l’uomo rispose quanto già le aveva scritto che l’impressione fatta in lui dalle attrattive della baronessa quando l’aveva veduta a Vienna era stata così forte da non cancellarsi più, e che stimava una sua preziosissima fortuna il poterla rivedere lì, nella stessa Parma dov’egli era condannato a rimanere, e dove egli avrebbe tutto messo in opera quel che potesse per trattenere il più lungamente possibile una sì cara, preziosa, adorabile ospite.

Il fuoco de’ suoi sguardi, mentre così diceva, che era quel medesimo, il quale aveva già balenato nelle sue pupille grigie due sere prima quando egli aveva vista in teatro la Zoe dal palchetto del conte di Camporolle, il fremito delle narici del suo gran naso e una lieve emozione della sua voce sempre fredda, disarmonica, monotona, provavano chiaramente ch’egli diceva la verità.

E n’era persuasissima la Zoe, la quale su ciò appunto faceva assegnamento.

Non istette a schermeggiare di galanterie e a provocare complimenti e dichiarazioni mercè civittesche moine: ma ringraziato il suo interlocutore con uno sguardo che diceva un’infinità di lusinghe, entrò senz’indugio a parlare di quel che s’era prefisso.

— La polizia di Vienna, — incominciò, — voi ben lo sapete sir Tommaso, sa tutto quel che avviene in Italia, anche quello che non sanno le polizie locali dei nostri sovrani.

— Mi permetterete di farvi osservare, — disse l’inglese, — che la nostra, grazie all’abilità del Pancrazi, è abbastanza bene informata.

— Sì, certo: — soggiunse la donna: — assai bene, ma tuttavia non perfettamente... E... — parve esitare un momentino, poi fissando in quelli di lui i suoi occhi affascinatori, diabolici, riprese abbassando la voce: — e, se voi siete uomo da capire il mio disegno, da entrare in esso ad aiutarmi, a noi converrà moltissimo che la polizia del Pancrazi abbia parecchie e importanti ignoranze.

Il W... si appressò vieppiù alla donna e con grande interessamento interrogò:

— Come? Come? Perchè?

— Ascoltatemi! — disse la donna colla serietà d’un diplomatico in un congresso; — e voi, che siete di mente acutissima, mi comprenderete subito, senza ch’io abbia bisogno di spiegare troppo diffusamente e troppo minutamente le mie idee.

L’inglese inchinò leggermente la sua rigida persona, aggrottò le folte sopracciglia nel lavoro di concentrazione delle sue facoltà mentali, e stette immobile, senza batter palpebra, ad ascoltare.

— Il Gabinetto di Vienna è stanco di questa continua agitazione in Italia, mantenutavi dai diportamenti del Piemonte, la quale, benchè sorda e impotente a ogni fatto pure turba il quieto andamento della sua politica. Vuole, appena resosi un conto precisamente esatto delle condizioni vere della penisola, dei mezzi e dei propositi della rivoluzione, dei rapporti fra le sette e il Governo subalpino; vuole, dico, agire risolutamente per finirla una buona volta. Il principe K. mi ha pregata di rendergli il servizio di percorrere l’Italia a questo scopo e fargli pervenire la verità, proprio tale e quale. Le informazioni già comunicatemi da Vienna, le referenze che il principe medesimo mi potè dare, e, lasciate ch’io lo dica pure, la mia non inetta attività, mi posero in grado di apprendere a questo riguardo più di quanto sappia altri al mondo, di sapere forse tutto quello che è da sapersi a questo riguardo.

— Ebbene? Ebbene? — fece l’inglese interessatissimo.

— Ebbene, ecco la mia convinzione. I rivoluzionari non potranno mai fare nulla che valga ad atterrare il dominio delle attuali signorie, finchè l’Austria possiede una parte d’Italia. Mancano di mezzi e mancano anche d’eroismo per ciò. Quelli che son pronti a morire per la patria non sono forse pochi, ma non sono molti neppure, e converrebbe per trionfare che fossero tali tutti gl’italiani. Il Piemonte lusinga vanamente gli spiriti liberali delle altre regioni: esso non sarà mai così folle da scendere un’altra volta solo in campo contro l’Austria, e se lo fosse, gli avverrebbe di nuovo quel che già gli avvenne nel 1849. Ma le congiure che serpeggiano per l’Italia, se non riusciranno mai a una vittoria in campo aperto, possono riuscire a qualche isolato colpo temerario di vendetta, dove basti il coraggio d’un disperato o la pazzia d’un fanatico. Il principe K. mi diede una lettera da porre sott’occhio al duca di Parma... e già glie l’ho mostrata... e forse ve ne avrà detto qualche cosa egli stesso?

— No, — rispose Tommaso W...

— E in quella lettera lo avvisa che qui stesso, nella sua capitale, si ordisce una congiura intesa ad assassinarlo.

L’inglese diede in una scossa.

— Impossibile! — esclamò. — E il Pancrazi non ne saprebbe nulla?

— Ve l’ho detto che ne sanno di più a Vienna.

— E i particolari?

— Questi s’ignorano ancora: e questi nel mio disegno dovremmo essere noi a scoprire e a rivelare al principe... noi due, se riusciremo a metterci d’accordo.

Così dicendo essa lo guardava in modo da far nascere pensieri peccaminosi a qualunque Sant’Antonio.

Sir Tommaso mandò quel suo grosso rifiato che poteva essere interpretato per un sospiro, e con tutta la elegante galanteria di cui fosse capace la sua rigida persona e il suo passato da cozzone di cavalli, prese la mano di lei e la baciò.

— Con voi, — disse, — io sarò sempre d’accordo. Non avete che da comandare e io obbedirò.

— Forse voi avete già capito qualche cosa delle mie intenzioni?

— Forse sì! — rispose l’inglese il cui occhio mandò un lampo vivo d’intelligenza: — ma se non vi rincresce spiegarvi anche meglio, ve ne sarei grato.

— Mi spiegherò chiarissimamente. Voi pei vostri meriti — (il W... s’inchinò) — per la vostra finissima accortezza, — (l’altro s’inchinò di nuovo e più profondamente) — avete saputo acquistare un grande influsso sul padre del nostro duca, e poi su costui medesimo, tanto da potere a vostro talento guidare l’amministrazione non solo del patrimonio privato di ambedue, ma del ducato eziandio.

L’inglese interruppe con quella sua soffiatina:

— Eh! non tanto quanto forse pare e quanto molti credono...

— Ecco! — aggiunse sollecita, di rimbalzo, la donna. — Io appunto do fede a codesta vostra modesta riserva; e vi dico che bisognerebbe fare in guisa che fosse in realtà quanto apparisce e avesse ragione chi crede alla assoluta autorità del vostro influsso.

Gli occhi di Tommaso brillarono, brillarono: ma egli non fece altro che mandare un’esclamazione.

— Ah!

— Qui, ora, codesta vostra influenza è molto combattuta...

— Lo sapete? — esclamò vivamente l’inglese.

— Eh! — fece la donna con un maliziosetto sorriso pieno di grazia: — ve l’ho già detto e ridetto che da Vienna si sanno tante cose!... Il conte Anviti vorrebbe esser lui solo a volgere l’animo del principe...

— È vero: — balbettò l’inglese coi denti stretti.

— La duchessa, lasciata così sprezzosamente in disparte, non si rifiuterebbe a compire qualche atto per acquistarsi un poco di quell’autorità che le si crede dovuta.

— Oh la duchessa non è da temersi...

— Chi sa!... Ella è molto in buone relazioni col maresciallo Radetski e col Ministero viennese... E se poi il duca mancasse ed essa diventasse reggente...

— _Goddam!_ — si lasciò scappare sir Tommaso.

— Dunque a voi che cosa conviene? Che il duca sia salvo, che rimanga dalla sua salvezza sempre più obbligato a voi, che fra le donne le quali hanno impero su di lui, quella che lo abbia maggiore, che sia tale da saperselo acquistare quasi unico, quasi esclusivo, sia amica vostra.

Il W... con un moto brusco e vivace prese la destra della baronessa, la strinse, la portò alle labbra, la baciò con ardore di passione.

— Vi avevo indovinata: — disse: — ora vi ho compreso per l’affatto. Vi comprendo e vi ringrazio. Voi siete la donna fatta per ciò e io sono l’uomo che vi può servire meglio di qualunque. Lega assoluta fra di noi; e il principe, lo Stato, tutto sarà nelle vostre mani, e io mi riderò di ogni cabala ordita a mio danno, e voi non avrete a temere nè rivali nè ostacoli di nessuna specie.

La donna lo interruppe con un leggero accento di superiorità.

— Va bene: vedo che avevo pensato giusto calcolando sul vostro concorso. Mostreremo al duca che noi soli lo abbiamo salvato dall’assassinio; lo persuaderemo facilmente che noi soli siamo capaci di salvarlo in avvenire; l’appoggio di Vienna io l’avrò sempre maggiore per mezzo del principe K.; quanto all’influsso che possano venire ad esercitare altre donne... ci penserò io.

Sorrise ed occhieggiò in modo trionfante come donna sicura della vittoria.

— Sì certo; — disse l’inglese con vera ammirazione, ribaciandole la mano; — Voi siete impareggiabile. Dite dunque i vostri patti, io sono pronto a sottoscriverli.

— Qualunque siano?

— Qualunque siano.

— Ebbene, di patti non ve ne faccio che uno solo: voi non farete nulla senza venirmi a consultare, ommetterete tutto quello che vi proibirò e ubbidirete cecamente a quanto mi piacerà suggerirvi.

— È molto!

— Ah! se non vi piace...

— Sarebbe poco, sarebbe nulla, — soggiunse il W... facendo gli occhi di pesce morto, — se a compensarmene si incaricasse non l’associata politica, ma la donna...

Essa gli sorrise e con atto pieno di vezzo lusinghiero del capo e delle spalle, disse furbamente:

— Chi sa?

— Dunque quando vogliamo cominciare? — domandò con ardore il ministro.

— Subito.

— Bisognerà che voi mi comunichiate tutto quello che sapete e che mi diate gli elementi per poterne scoprire di più.

— E voi aiuterete il capriccio, che ha per me il principe, perchè diventi passione?

— Credo di avere assai poco o nulla da fare per ciò; a ogni buon conto comincerò stassera medesima, e saprò in avvenire mantener viva la fiamma.

— Ebbene, eccovi il regalo di prime importantissime informazioni. C’è una frotta di giovani che si raduna di notte in una povera casa d’una via delle meno frequentate, e là con giuramento si sono votati tutti a — abbassò la voce — ad ammazzare il duca.

— E voi conoscete il ricapito di quella casa?

— Lo conosco.

— Me lo direte?

— Sì, quando saprò che cosa intendereste di fare.

— Accerchiare coi gendarmi quella casa quando ci sia adunanza e pigliare in una tutti i congiurati....

La Zoe scosse il capo con un sorriso burlatore.

— Male, male, mio caro alleato. Coloro negheranno tutto; non c’è riga di scritto: non esiste ombra di prova e non farete bella figura: bisogna lasciarli fare finchè la cosa sia presso al compimento e coglierli poi tutti quando abbiano cominciato ad operare.

— Avete ragione.

— Mi promettete dunque anche qui di non far nulla, finchè io ve ne dica?

— Ve lo prometto.

— Eccovi l’indirizzo: strada X, casa N.... presso una vecchia di nome Antonia, che fu già levatrice.

Per una strana combinazione del caso quello era appunto il luogo dove era alloggiato e dove aveva preso stanza, ogni qual volta era venuto a Parma, l’usuraio Matteo Arpione.

Dopo aver parlato ancora assai e vivamente, sir Tommaso W... s’alzò come per prendere commiato; ma invece si fermò innanzi alla baronessa, gli occhi grigi lucenti come carboni accesi.

— Finora, — disse, — non c’è stata meco che l’alleata politica... Quando potrò esser tanto felice di trovare la donna?

Essa si alzò, e pose le sue due mani in quelle nervose, agitate, bollenti dell’inglese.

Quando questi si partì, un’ora dopo, essa lo seguì con uno sguardo pieno di scherno e di disprezzo.

— Oh gli uomini! — mormorò fra sè, — tutti burattini che si fanno muovere come piace, chi sappia tirarne i fili.

Quindi per mezzo del fidato Michele mandò a dire al direttore generale della Polizia che si recasse da lei quella stessa sera, prima ch’ella andasse a teatro.

XLI.

Il Pancrazi era venuto, colle solite precauzioni per mantenersi incognito, esatto al convegno, e trovavasi solo coll’avventuriera nello stanzino d’abbigliamento di lei, già bella e pronta per andarne allo spettacolo dell’opera.

L’acconciatura della Zoe era affatto diversa da quella con cui s’era mostrata la prima volta alla curiosità dell’elegante società parmigiana. Una veste nera con ornamenti di color rosso di fuoco, faceva spiccare maggiormente la candidezza della carnagione; sulle treccie semplicemente annodate in capo, ma ricche del loro volume, una sola gala di velluto nero, in mezzo a cui una rosa color di sangue; un nastrino di velluto nero disegnava mirabilmente la base del bellissimo collo e lasciava pendere su quel petto di sì leggiadra modellatura una croce di rubini; rubini alle orecchie, braccialetti di rubini ai polsi; nelle mani inguantate di grigio perla un ventaglio di tartaruga tempestato di rubini nelle due stecche maggiori.

Ella stava dritta innanzi al grande specchio posto sopra il caminetto, e secondo il solito vi studiava per entro la sua fisonomia e le sue mosse, pur parlando ed ascoltando; mentre il suo interlocutore, seduto sopra una bassa poltroncina presso al fuoco, chinato verso questo, batteva colle molle i tizzoni, in atto di famigliare abbandono e insieme di pensosa preoccupazione.

— Io vi capisco bene, Zoe, — diceva egli, — voi volete avere più corde al vostro arco, perchè, se una manca, possiate ancora servirvi di qualche altra; ma badate che molte volte il giuoco non riesce e torna in danno di chi lo tenta.

— Lo so: — interruppe la donna con una bruschezza impaziente: — e appena mi sarò assicurata che una di queste corde sia buona, spezzerò tutte le altre per attenermi a quella; e anzi saprò trovar modo che il gèttito delle inutili mi afforzi la buona. Quella congiura, voi stesso me lo avete assicurato, non ha fin adesso nulla di veramente serio; non posso fidarmici; e io starò a vedere. Piglia consistenza e forza? l’aiuterò a riuscire; si perde in fremiti paurosamente segreti e buoni da nulla? io getto tutti quegli sciocchi in gola al duca, ne acquisto maggior fiducia, ne svio i sospetti e mi faccio più aperta e più facile la strada.

— Benone!... — esclamò l’uomo sempre battendo i tizzi: — non si può dire che abbiate troppi scrupoli...

— Ah quando si vuole arrivare a una meta! — proruppe la donna con una disdegnosa fierezza.

— E quell’altro? — domandò il Pancrazi dopo una breve pausa.

— Chi? Il Camporolle?

Il direttore di Polizia accennò di sì.

— Ah! — riprese la donna con accento di trionfo: — è su di lui che ho fondate le maggiori speranze. Bisogna sapere destare e irritare le passioni in un uomo per...

— Fargli perdere ogni lume di ragione: — interruppe insolentemente Pancrazi, — e fargli commettere qualunque pazzia... Voi quel poveretto l’avete già quasi ridotto a quel punto.

La donna fece col capo un segno affermativo accompagnato da un feroce sogghigno.

— Lo farete entrare nella congiura?

— Forse! Un giuramento, a un’anima come quella, sarà nuovo stimolo... e ad entrarci volonteroso lo spingeranno i mali tratti del duca che egli riceverà, ne son certa, questa sera medesima in teatro.

— Avete lavorato per ciò?

— Sì.

— E poi? Entrato nella congiura?....

— Sarà lui che spontaneo s’offrirà a compire quello che gli altri non hanno tanto fegato da tentare... E io glie ne darò occasione... qui... dove farò venire colui: dove il furore della gelosia accrescerà in quel giovane di carattere bollente l’impeto dell’ira e la ferocia dell’odio.

— Va bene: — disse freddamente quell’uomo, curvandosi vieppiù sul fuoco e tormentando i tizzoni.

Successe una breve pausa.

— E dopo? — susurrò quindi il poliziotto con voce bassa bassa, ma che pure ella udì e comprese benissimo. — Volete che sia perduto?

La trista donna scosse le spalle: il Pancrazi fece un sardonico sogghigno.

— Avrete spremuta l’arancia, — disse: — che v’importerà della buccia?... Ma io vi dico che sarà necessario il salvarlo; per voi... e per me.

— Ah! — fece freddamente la donna.

— Sì, signora, per me: — ripetè l’uomo con qualche calore. — Io vi ho promesso e vi ho dato il mio aiuto, ma non voglio darvi la mia vita.

Zoe si aggiustò la rosa ne’ capelli.

— Codesto è affar vostro: starà a voi il provvedere.

— Provvederò: ma ricordatevi che voi mi ci avete ad aiutare, e quindi che dovrete fare quanto io vi dirò a questo effetto.

— Lo farò, se ci troverò la mia convenienza: — disse superba la donna.

Pancrazi levò vivamente la testa, e que’ due si guardarono un poco, fissi, gli occhi negli occhi: un incrociarsi di sguardi da demoni.

— Voi non dovreste obliare, — riprese lentamente l’uomo, pesando sulle parole, — che voi e i vostri disegni, e tutti i mezzi che sperate di porre in atto, sono nelle mie mani, e che io posso distrurli, schiacciarli... e voi prima!

Ella si volse di scatto verso di lui.

— Ah sarebbe orribile!... Eppur sì, ne sareste capace.

— Voi lo siete pure di perder me!

— Non perdiamoci nè l’un nè l’altro; — soggiunse la donna sorridendo un po’ forzata: — continuiamo a camminare d’accordo.... Farò tutto quello che mi direte.

— Va bene!

Il direttore di Polizia si curvò di nuovo verso il fuoco, e si stette un altro poco in silenzio tuttedue.

Fu l’uomo che ricominciò dopo un poco il discorso.

— S’è già detto fra di noi che sarebbe opportuno, il duca irritasse viemmaggiormente certi alti sdegni e rancori.

— Ah! la duchessa?... — susurrò Zoe.

— Voi potreste... e dovete sapere ottenere codesto.

La donna chinò il capo in atto di affermazione e di consentimento. Si scambiarono di nuovo uno sguardo, ma ora con ben altra espressione: si erano capiti e si trovavano perfettamente d’accordo.

— Voi dunque avete pur mezzo di avviare e continuare attinenze segrete anche colà?

— È cosa fatta: — disse freddamente il poliziotto: e s’alzò con un’aria di contenuta soddisfazione, da modesto trionfatore. Poscia, volte le spalle al fuoco, mutò subito discorso, dicendo con un certo tono di leggerezza:

— Un’importante e curiosa serata questa a teatro! Ci sarà da divertirsi, e ne potranno avvenire chi sa quali gravi conseguenze. Voi sapete certo quel che accade?

— Non so niente.

— Ed è pure importante che ne siate informata. Quella nuova ballerina venuta da Milano, e per cui si sono battuti quei due matti ufficiali, uno austriaco, l’altro piemontese, ha dato nel genio anche a S. A.

— Ah davvero?

— Già era da pensarsi. Gli sarebbe piaciuta ad ogni modo, perchè la è belloccia; ora poi, con quel tanto di spolvero che le diede la rivalità dei due ufficiali, venne ancora stuzzicata la curiosità viziosa del principe... A farla breve, il duca l’ebbe seco tutto il giorno ieri, e oggi spinse la mattana fino a menarla a spasso al fianco in _breack_, che conduceva egli stesso, per le strade di Parma.

— Che razza di principe! — esclamò Zoe con disprezzo.

— Tutta la città ne è indignata; la gioventù, fra cui corse voce essere colei venuta qui accompagnata da un ufficiale austriaco, si è proposto di dare a lei una buona lezione e di fare in pari tempo uno sfregio al duca, fischiandola questa sera senza misericordia.

— E il duca lo sa?

— Non sarei un buon direttore di Polizia, — disse Pancrazi col suo ironico sogghigno, — se non l’avessi informato esattamente.

— Ed egli?

— È andato su tutte le furie. Per poco non ha ordinato che l’artiglieria e la cavalleria fossero radunate sulla piazza e il teatro fosse invaso da tutto il suo glorioso esercito. Gli feci capire che era meglio cogliere al laccio i malintenzionati, non mostrando nessuno sfoggio di forza, ma riempiendo la platea e il loggione di gendarmi travestiti e di agenti subalterni e spie. Quando si fischierà, costoro abbrancheranno i fischiatori, li trascineranno in prigione... e chi può dire che confusione e parapiglia ne nascerà, e qual nuova messe di odii per _colui!_

— È giusto! Sarà davvero una serata divertente... Oh non ci mancherei per nulla al mondo. Ve ne andate?

— Sì, vado appunto a disporre i miei uomini per la battaglia di questa sera.

— Michele?

— È qui sotto.

— Mandatemelo su un momento.

Michele venne: ebbe coll’avventuriera un colloquio di dieci minuti.

Mezz’ora dopo la baronessa di Muldorff compariva a teatro nel medesimo palchetto che aveva la prima sera, quasi in faccia a quello in cui stava già, impaziente, nervoso, un po’ pallido, il conte Alfredo di Camporolle.

XLII.

Affollatissimo era davvero il teatro, e tutto in preda a una sorda agitazione che pareva foriera e annunziatrice di qualche guaio. Nella platea notavansi gruppi di giovani dall’aria risoluta e irritata, e dal loggione si sporgevano in fuori certi cappelli senza salda sotto la cui tesa tormentata brillavano sguardi audaci e apparivano faccie animate. Il chiacchiericcio che in tutti i teatri d’opera italiani ha barbaramente luogo mentre si rappresenta il melodramma, era quella sera ancora maggiore del solito; aveva anch’esso un non so che d’inquieto, di turbato, di curioso; di tratto in tratto esso taceva subitamente, gli succedeva un silenzio che avreste detto pieno d’aspettazione e gli sguardi dell’affollato pubblico si rivolgevano tutti sospettosamente curiosi verso il palchetto in cui il duca, venuto ancora più presto del solito, in mezzo all’usato suo seguito di cortigiani, ciarlava, sghignazzava, movevasi più agitato, più chiassoso, più petulante d’ogni altra volta.