Part 17
Alfredo era entrato nella sua camera per cercarvi un po’ di riposo; ma questo, di cui pure egli aveva tanto bisogno, non doveva essergli così tosto concesso dai suoi sensi eccitati e dal suo spirito turbato, perchè ad accrescere questo turbamento e quell’eccitazione, lo aspettavano là, presso al suo letto, un mazzolino di fiori odorosissimi e una letterina più profumata ancora dei fiori.
Subito quel profumo intenso e sottile, che aveva qualche cosa di acre insieme e di soave, lo aveva assalito, lo aveva avvolto come in un’onda, gli era salito al cervello. Ah quel profumo egli lo conosceva bene: aveva respirato per delle ore, due notti prima, un ambiente impregnato di esso, se n’era sentito accarezzare, compenetrare per tutti i pori, possedere. Chiuse istintivamente gli occhi e rivide una camera voluttuosa, in una penombra piena di dolci misteri e un quadro colla cornice dorata, in cui un sorriso di donna, provocatore, lusinghiero, promettente e uno sguardo pieno di fuoco. Riaprì gli occhi e fece due passi protendendo le braccia, quasi nella certezza che di dietro alle cortine dovesse venir fuori viva e reale quella bellezza di cui l’immagine gli si era destata nel cervello; vide sul marmo del tavolino il mazzetto di viole e la busta di carta color crema. Esitò un momentino; poi prese, quasi con violenza, quei fiori e ne aspirò lungamente gli effluvii.
— Una cortigiana! — mormorò, i denti stretti, con un misto di rabbia, di dolore, di passione. — No! Una vittima... Presa, deturpata e poi lasciata nel fango da un principe corrotto... che ora vorrebbe riavvilirla co’ suoi sconci amori!... Ma se l’anima non s’è degradata? Se?...
Rigettò con dispetto il mazzolino, il cui acuto odore gli faceva ora una dolorosa impressione, e afferrò la lettera: ma questa emanava un profumo ancora più forte, ed era quello che egli aveva sentito nella camera di lei, negli abiti, nei capelli, nelle carni di lei!...
Aprì con mano agitata la busta, spiegò il fogliolino e lesse:
«Siete partito per affrontare un pericolo; ah l’ansietà e l’inquietudine che provo mi rivelano di quanta forza sia l’affetto ch’io ho per te. — So che anche qui a Parma pericoli vi minacciano. Tremo: t’amo: darei la vita per salvarti, per procurarti la felicità... Venite subito, appena siate di ritorno; venite perchè abbia fine la mia dolorosa aspettazione, perchè possiamo studiare insieme i mezzi di allontanare da voi ogni minaccia. Non faccio che pensare a voi... Oh t’amo tanto!»
A queste parole il sangue de’ venti anni ribollì ancora più forte nelle vene di Alfredo; s’affrettò al tavolino e scrisse sopra un foglio di carta azzurrigna ornata delle sue cifre sormontate dalla corona di conte queste poche parole:
«Fra mezz’ora sarò da te. — Alfredo.»
Poi suonò pel cameriere; si ordinò un bagno e si fece preparare abiti eleganti da vestire dipoi. Ma ecco una stranezza che non seppe spiegare neppur egli a sè stesso: mentre credeva tutto l’essere suo occupato d’un solo pensiero, l’anima piena d’una sola immagine, a un tratto, — e chi ne avrebbe saputo dire il perchè? — a un tratto affacciarglisi alla mente un’altra gentile, — più gentile — più soave, ammirabile figura muliebre.
Eppure quella figura egli non l’aveva vista mai viva e reale; egli non l’aveva ammirata che per un fugace momento in un ritrattino miniato. Come s’era essa potuta imprimere così vivamente nella sua memoria, nell’anima sua, che era pur tutta piena dell’immagine d’un’altra donna? E quanta dolcezza in quello sguardo mite dagli occhi cilestri, quale aura di paradiso intorno a quella candida fronte, a quelle chiome finissime, pallidamente dorate, quale incanto dal vivace color di rosa di quelle labbra che non sorridevano e non eran meste, dall’ovale di quel volto sereno e ilare, pur pensoso! Quelle sembianze, sorgendogli nel pensiero, parvero spirare su di lui un alito di pura freschezza che gli calmò alquanto l’effervescenza del sangue. Trovò egli stesso un paragone: gli parve passare a un tratto dall’affocato splendore d’una giornata d’estate alla brezza leggera e graziosa d’un vespro primaverile. Ah che nobile, distinta, sublime bellezza di fanciulla! Chi sa quando egli l’avrebbe potuta vedere, la sorella del conte di Valneve! Chi sa se l’avrebbe veduta mai! Chi sa se, vedendola, l’effetto della realtà non avrebbe distrutto quello suscitato dal solo ritratto! E tuttavia Alfredo sentiva che pur la vista di quelle sembianze dipinte aveva sminuito in lui il fascino delle accorte, procaci bellezze di Zoe; l’influsso vertiginoso, inebbriante di questa, se a contatto con lei poteva ancora essere potente come prima, in lontananza si urtava in un influsso diverso, quasi può dirsi opposto, e non ne aveva facile vittoria. Di più il giovane s’accorse ancora che se l’influsso della Zoe lo turbava, gli lasciava l’animo sconvolto, mal soddisfatto, amaramente irrequieto, quello della nobile fanciulla infondeva in lui una specie di tranquillità, di pace serena, di pura e vaga tenerezza, che lo sollevavano e gli pareva, a lui medesimo, lo rendessero migliore.
Numerose volte e nel bagno e vestendosi egli cambiò intenzioni e voglie.
— E se non ci andassi da colei? — si disse: — sarebbe forse meglio... Sì, è meglio... C’è qualche cosa di fatale, di funesto, intorno a quella donna, che mi pare un presagio di sventure e di danni. È un abisso colà; meglio evitarlo: ma appunto tutti gli abissi attraggono. Ah che occhi di fuoco i suoi!... Un fuoco d’inferno forse. La luce di quelle pupille azzurre è luce di cielo. Chi m’impedisce di recarmi tosto a Torino? Ernesto mi ci ha invitato. Siamo diventati così buoni amici in quel poco di tempo! Sono sicuro mi accoglierebbe con verace affetto. Fuggirei anche ogni rischio che qui mi circonda: rischi che, è pur vero, non valgono la pena d’essere affrontati. Domani stesso potrei partire. Ma qui che si direbbe?... Che direbbe lei?... Dopo quello che m’ha confidato.... dopo quello che m’ha scritto: dopo il tanto che ho fatto per poter giungere a ciò che un giorno mi pareva un sogno ineffettuabile!... E il duca? Con quel suo ghigno! No: rimango... Ma rimanere non vuol dire lasciarmi precipitare in quel buio, che è l’amore di quella donna: buio che m’attrae sì, ma mi sgomenta eziandio... Non ci andrò... Glie l’ho scritto: è una promessa: bene, troverò un pretesto, le scriverò due righe... Non ci andrò almeno finchè il mio sangue sia un po’ più calmo, siasi posato alquanto il turbamento che provo dentro di me e io possa vedere un po’ più chiaramente nell’anima mia. Non ci andrò!
Parve fermarsi su questa risoluzione, eroica per un giovane di quell’età, che da mesi sospirava per un istante quale la donna gli aveva offerto; ma frattanto egli era venuto abbigliandosi e non gli restava più che vestire il soprabito, mettersi il cappello e calzare i guanti. Si accostò al letto, dicendo fra sè che farebbe ottimamente a spogliarsi di nuovo e cacciarsi fra le lenzuola a riposare; ma allora da quelle coltri su cui aveva gettato il mazzetto e la lettera di Zoe, venne a colpirlo, ad assalirlo quasi inopinatamente un soffio di quel profumo eccitante. Era più blando, perchè già un po’ svanito; ma pareva tanto più sottile e penetrante; ed egli ne sentiva maggiormente la carezza. Alfredo stette un momento perplesso; poi si gettò su quei due oggetti odorosi; li afferrò, li brancicò, li spiegazzò, li portò alle labbra, dove li baciò e morsicchiò quasi con rabbia: — e poi corse in casa della Zoe.
Questa esperta, abilissima commediante aveva preparata un’altra scena d’effetto. S’era vestita con una semplicità che nulla toglieva all’incanto delle sue belle forme, ma con cui aveva pur saputo dare a tutta sè stessa una sembianza, un’espressione di schiettezza, e, se tal parola potesse usarsi, trattandosi di tal donna, anche per finta, direi di purità, che riusciva prima di tutto a levarle in apparenza quasi una diecina d’anni e poi a sconfessare, a far dimenticare, a far credere quasi impossibile ogni onta del suo passato.
Per le notti vegliate, per l’effetto di quel suo pensiero fisso, di quella passione che la dominava, per l’emozione del giuoco terribile che mandava innanzi, in cui era posta la vita di parecchi e la sua, ella era pallida — come una statua di marmo di Carrara, — meglio, come un avorio su cui mandi qualche calore di riflesso dorato un raggio di sole; — le chiome senza ornamenti di sorta aveva attorcigliate alla nuca in treccie ricche, pesanti, fulve, che parevano oro fuso, mentre una corona di piccole ciocche ricciolute, ribelli ad ogni disciplina, le sfuggivano dalla massa tutt’intorno alla fronte e le facevano come un’aureola al pallore della faccia. Gli occhi, dietro un’espressione d’umiltà e di dolore, ardevano come carboni accesi; il petto agitato dinotava una emozione potentissima a stento contenuta; le labbra socchiuse più rosse che mai lasciavano scorgere nell’anelito frequente i dentini che parevano di latte; intorno al collo, che si estolleva dal petto fiero ed elegante, un vezzo di corallo del colore del sangue, del colore delle labbra; alle braccia, che le maniche larghe della veste lasciavano denudarsi a ogni mossa fino al gomito, cerchietti di corallo eziandio: niun altro gioiello; un abito candido di lana finissima con nastri color di rosa. Essa si studiò bene innanzi allo specchio, studiò i gesti, gli sguardi, le mutazioni di fisonomia, tutto, e, secondo il solito, si sorrise contenta di sè. Nessuna figura avrebbe potuto rappresentar meglio una virtù perseguitata e una bellezza infelice. La commedia poteva incominciare: ella era pronta; gli altri attori, ancorchè inconsci, ella aveva provveduto perchè non potessero mancare.
Alla letterina dell’avventuriera, sir Tommaso, il ministro confidente del duca, aveva risposto così:
«Gentilissima e bellissima signora,
Non ho dimenticato nè l’impareggiabile baronessa di Muldorff, nè il poco tempo che ebbi la fortuna di praticarla a Vienna. E chi potrebbe mai non conservare per tutta la vita sì preziosi ricordi? Fin dall’altra sera che ebbi la felice sorpresa di vedervi inaspettatamente a teatro, mi proposi domandarvi subito il favore d’esser ricevuto da voi; e se ieri stesso non mi sono presentato a casa vostra, attribuitelo solamente alle molte mie occupazioni che non me ne lasciarono il tempo. Ma ad una chiamata vostra, come quella che mi fate la grazia di mandarmi, non c’è occupazioni che tengano. Fatemi sapere il momento in cui vi sarà meno incomodo il ricevermi, e io volerò ai vostri piedi.»
Zoe fece aspettare il messo Michele per averlo pronto al momento che le sembrasse opportuno. Quando ebbe ricevuto il motto d’Alfredo: «Fra mezz’ora sarò da te;» scrisse in fretta un altro motto essa pure: «Venite fra un’ora; conto sulla vostra esattezza d’uomo galante e d’inglese:» e per mezzo di Michele lo spedì a sir Tommaso; poi si occupò seriamente di quell’acconciatura che ho detto e diede alla sua governante certe particolareggiate istruzioni.
Si sdraiò sul sofà a due posti nella sua camera da letto, elegante, profumata, misteriosamente ombrosa per le bandinelle abbassate, piena di un voluttuoso calore, di guizzi rossigni di luce dal gran fuoco acceso nel camino, d’un silenzio incantevole cui non venivano a turbare i rumori della vita umana, che pareva segregare quel piccolo Eden dal resto del mondo, e stette aspettando.
Non ebbe gran tempo da aspettare: si udì nelle stanze vicine un suono di voci, un aprirsi d’usci, poi un passo frettoloso, ammortito dai tappeti; la porta si spalancò e Alfredo con impeto venne a gettarsi ai piedi della donna. Dietro di lui la governante fece un cenno leggerissimo cogli occhi alla padrona, come per riaffermarle che stesse tranquilla che gli ordini suoi sarebbero eseguiti a puntino, poi si allontanò discretamente, chiudendo con precauzione il battente dell’uscio.
XXXIX.
Zoe, nella sua così bene studiata e preparata messa da _signora delle camelie_ all’ultimo atto — naturale come la verità, efficace come la menzogna dell’arte, — vedendo Alfredo gettò un grido di gioia, d’amore, di trasporto ineffabile, un’esplosione di sentimenti e d’affetti, sorse con impeto, levò le braccia — le maniche larghe ricadendo indietro le lasciarono nude — per gettarle al collo dell’amato garzone, accennò volere slanciarsi all’incontro di lui per andargli a cadere sul petto; ma le forze le mancarono e s’accasciò di nuovo con un gemito. Egli però fece a tempo a stringerla alla vita, a caderle in ginocchio ai piedi, mentre essa si abbandonava sul sofà, serrandogli al collo quelle belle braccia, premendosi sulla spalla, sul petto la testa di lui, precisamente come la prima donna al tenore della _Traviata_ nel duetto finale.
Alfredo sentiva caldissimo quel seno su cui posava il suo capo, sentiva palpitare violentemente davvero il cuore di quella donna le cui braccia lo stringevano con tanta passione. Essere amato da quella creatura splendidamente leggiadra, possederla alla fine dopo tanti spasimi di desiderio, gli parve tutta la felicità della vita. Voleva parlare, ma le parole mancavano alla sua emozione; il sangue concitato gli faceva frastuono nelle orecchie, gli velava d’una nebbia infuocata la vista; le sue braccia strinsero quasi convulsivamente quel bel corpo pieghevole; il suo volto si levò in su avido, le labbra frementi con un sospiro, un gemito, quasi un singhiozzo.
Essa lo allontanò da sè con tutta la sua forza, alla distanza delle sue braccia così bianche, così carnose, così ben tornite; e mentr’egli non trovava parola, non trovava voce, quasi non trovava il respiro, essa parlò con accento sommesso, soffocato, commosso dal palpito, rotto dall’affanno — pieno di affetto.
— Alfredo! Alfredo!... quanto ho sofferto sai!.... Per te! Ho desiderato morire.
Il giovane la interruppe con un’esclamazione di calda protesta, quasi di spavento e di orrore.
— Sì, morire: — ripete la donna con più forza. — Tu mi eri mancato: la tua partenza, che supposi una fuga da me, mi fece piombare nella più amara disperazione. Ho creduto che tu mi abbandonavi, mi disprezzavi, e non volevo reggere a quest’ultimo dolore più crudele di tutti.
— Abbandonarti... no... Disprezzarti... no: — balbettava con voce mozzicata, scuotendo il capo, il giovane in cui cresceva sempre più la confusa agitazione della mente, dei sensi.
La maliarda continuava:
— Dopo la mia sventura ho respinto sempre ogni omaggio d’uomo: te lo giuro. Ho fatto di tutto per respingere anche il tuo, anche te, verso cui mi spingeva pure con tanta potenza il cuore. Mi dissi ch’io non era degna di te...
Alfredo mandò un’altra voce di protesta.
— Un istinto m’avvertiva che tu mi saresti fatale, o io a te... Dio mi è testimonio: non cedetti che a gran pena, dopo terribili lotte, al fascino che spira dalla tua persona, che irradia dal tuo amore, cui getta irresistibile la tua sull’anima mia... Ma però cedetti, a poco a poco, senza volerlo, senza accorgermene... finchè ero già vinta. Allora un sogno delizioso venne a tentarmi: il sogno del nostro amore diviso, assoluto, unico scopo e tesoro della nostra vita, gioito all’infuori e coll’oblio di tutto il mondo.... un sogno impossibile...
— No! — gridò Alfredo.
— Fui tanto debole da accarezzarlo meco stessa, questo sogno, da lusingarmene, da obliare per esso financo lo scopo che avevo assegnato alla mia vita, una vendetta che è sacrosanta.
— Oh sì! oh sì! — esclamò il giovane trasportato: — dimentichiamo tutto il mondo. Nulla ha da esister più per noi, fuori di noi, dell’amor nostro... Cercheremo una solitudine; quella che vuoi tu, dove vuoi tu, lontano lontano, anche nelle terre più remote, dove non giunga più neppure un’eco di questa esistenza in cui tu trovasti la sventura, dove nulla venga più a ricordarci un passato che per noi sarà come se non fosse stato mai.
Ed essa, con un abbandono appassionato, le sembianze illuminate da una fiamma che parea d’amor sublime, un crescendo abilissimo e pieno d’effetto del sentimento che animava le parole di lui, proruppe impetuosa, palpitante, fremente:
— T’amerei tanto! Saprei amarti tanto che tu non rimpiangeresti nulla di quel che avresti abbandonato in questo mondo fallace, che non ricorderesti più nulla...
E con parole sempre più concitate, con immagini sempre più vivaci, con aspetto e sguardi sempre più accesi, seppe evocare al pensiero del giovane un Eden d’amore sensuale, ma ineffabile, potente, delirante, di gioie supreme. Era un trasporto febbrile, era un entusiasmo di passione cacciato nel sangue, era un sogno d’ebbrezza quale ne procurano i filtri orientali. Ma quando Alfredo era più dominato da quella irresistibile ebbrezza; quando a lui meglio pareva, e in buona fede, che tutto, più che la vita, avrebbe dato, avrebbe dovuto dare per quella felicità da paradiso di Maometto; quando, ogni nervo, ogni fibra palpitante in lui, le sue braccia si tendevano a serrare quella bellezza di corpo in un amplesso di passione quasi furibonda; essa con forza inaspettata, con subita risoluzione riuscì a sciogliersi da lui, lo respinse con impeto che pareva di rabbia, di sgomento, di orrore, fu d’un balzo all’altra estremità della camera, e con voce vibrante, secca, risoluta, gridò:
— Impossibile! impossibile!.... Basta!.... Lasciatemi... Non culliamoci in una follia che tutto condanna.
Alfredo si alzò sbalordito, la mente confusa, vacillante come ebbro, e guardò la donna con uno sguardo stupido. Essa era più pallida di prima; le ciglia fieramente corrugate, più feroce che mai il fosco bagliore delle pupille. Era una Nemesi terribile, e supremamente bella. Poichè il giovane fece un passo incerto per accostarsele, essa tese violentemente la destra innanzi, come per tenerlo in là, e col medesimo accento proseguì:
— Il passato!... Voi credete poterlo distrurre, obliare solamente colla lontananza!.... Non so di voi quello che accadrebbe; ma per me ciò non basterà di certo.
S’accostò lentamente di nuovo ad Alfredo, camminando al passo cadenzato e leggero d’una tigre che sta guatando una preda.
— Quel passato è troppo impresso qui e qui, — segnò la fronte ed il cuore, — perchè si possa cancellare così facilmente. Sono sette anni che lo porto meco, un peso, un dolore, una vergogna, una rabbia.... Non c’è che il sangue a lavarne l’impronta.... Non te l’ho ancor detto, Alfredo? Ho giurato che non sarei più di uomo al mondo finchè vivesse colui che mi ha infamata. E i miei giuramenti io mantengo... Ma anche in mezzo alle più deliranti gioie del nostro amore io vedrei spuntare oltraggioso, scellerato, orribile, avviliente il cachinno di quell’uomo che m’ha fatta zimbello suo e dei suoi vili cortigiani...
Era giunta presso al giovane, gli afferrò il braccio e lo strinse con rabbioso vigore.
— Dimmi!.... Non lo vedresti anche tu?
Alfredo si riscosse tutto e mandò una esclamazione di furore: in verità parevagli a quel punto medesimo vedere in un angolo della semibuia stanza il volto insolente del duca di Parma ghignare con insultante disprezzo.
La Zoe pose le sue labbra presso all’orecchio del giovane e con voce soffocata, col caldo anelito che usciva dalle sua labbra gli susurrò:
— Bisogna che quello scellerato muoia.... e allora io sarò tua.
Alfredo fremette; gli parve ricevere un colpo, si ritrasse un passo, si strinse colle mani il capo.
Essa ripigliò con accento in cui vibrava ora come una nota di compassione:
— La mia vendetta l’ho giurata, e la compirò o soccomberò io stessa... vedi bene che tu non puoi essermi compagno; tu non puoi nè devi sposare il mio odio: sei troppo mite, sei troppo buono per ciò... Io farò da sola o troverò bene chi mi possa comprendere e secondare.
Alfredo fu assalito da un movimento di gelosia feroce.
— No, — disse fremendo, — nessun altro, nessun altro, per Dio!
Zoe continuò, come non badando a questa interruzione:
— Il separarci è dunque una necessità. Bisogna che vi dica tutto, Alfredo... Quel vigliacco.... il duca, ha sentito rinascere un capriccio per me; mi perseguita, mi annoia colle sue istanze....
— No! no! non può, non deve essere! — gridò il povero giovane quasi inorridito.
— Io l’odio.... e penso a Debora, a Giuditta....
— No: — urlò ancora Alfredo fuori di sè: — piuttosto vado io là, nel suo palazzo, e lo uccido in mezzo alla sua Corte.
La donna gli fece un pallido sorriso e ponendogli le mani sulle spalle, disse coll’interessamento compassionevole che si ha per la debolezza:
— Voi invece dovete sottrarvi all’ira di quel piccolo Tiberio, che vuole vendicarsi dell’altra notte, che alla prima occasione è capace d’insultarvi a suo modo. Voi dovete esaudire la mia preghiera... e partire subito di qua.
Era la seconda volta che un simile consiglio veniva dato ad Alfredo, e se la prima eragli riuscito assai poco gradito sulle labbra di quell’uomo cui aveva imparato ultimamente a disprezzare; ora ancora più spiacevole gli tornò dalla bocca di quella donna, che pareva crederlo incapace di virile coraggio e di fatti violenti.
— Non partirò; — diss’egli asciuttamente coi denti stretti.
Essa prese il tono di carezzevole preghiera che usa una madre per ottenere qualche cosa da un capriccioso bambino:
— E s’io te ne prego?... Se te lo domando per mio piacere, per mia tranquillità?... L’amore che ho per te mi rende fiacca, mi fa vulnerabile... Quando ti saprò lontano, al sicuro da ogni pericolo, camminerò più franca e più risoluta alla mia meta.
— Perchè mi hai tu fatto venir qui allora? — domandò Alfredo bruscamente.
— Perchè t’amo.... perchè volevo vederti, volevo averti meco... Oh guarda! Sarò compiutamente sincera: perchè mi passava pure per la mente il pensiero, la speranza, il delirio che tu, amandomi, potresti essermi un aiuto, un coraggio, uno sprone anzi nell’opera.
— Ah!
— Oh perdonami... Quando si ama si trasmette nell’oggetto del nostro amore tutte le nostre più vive speranze.
— Ed ora?
— Ed ora ti voglio lontano... e ora ti amo troppo...
— Ma non abbastanza per rinunciare alla tua vendetta.
La strinse egli a sua volta forte ad un braccio: ma ella si sciolse con energia quasi selvaggia.
— Ah no Alfredo — gridò, — questo non volerlo, non domandarmelo!... Sarei forse tanto debole da cedere... e ne avrei dopo eterna vergogna e rimorso.... Ma sappilo! Questa è la mia riabilitazione: è la riconquista del mio onore...
Era fremente, era terribile, era bella!
Alfredo si gettò come un pazzo su di lei, per afferrarla, per istringerla, per abbracciarla.
— Ma io farò tutto quello che vuoi: — gridò egli: — voglio che tu sii mia e io sarò per te il più cieco strumento.
Essa lo respinse quasi con violenza, fuggì, pose fra sè e lui una barriera di mobili:
— Non mi fare spergiura! — rispose con una vibrazione che pareva di furore nella voce, con un lampo di odio negli occhi. — Non lo perdonerei... nè a te nè a me stessa... Nissun uomo può giungere a me finchè colui vive; nessuno, lo amassi tanto da dannarmi per lui l’anima eternamente.
E l’infelice giovane, dominato, aggirato, delirante:
— Che vuoi tu? Che vuoi tu? Fa di me quello che brami... comandami... Vuoi che io sia il ferro che colpisca?... ch’io mi faccia lo strumento della tua vendetta?
Si trascinava, strisciava quasi verso di lei; essa immobile lo lasciava accostarsi; il suo sguardo lucente, caldo, profondo, indescrivibile, infernale promettitore di gioie ineffabili, lo fissava, lo attraeva, lo avvolgeva, lo accarezzava.
— E se io, — seguitava Alfredo con voce tanto affannata, che appena poteva formar la parola, — se io un giorno ti venissi innanzi... qui... macchiato di quel sangue?...
Zoe gettò un grido; la sua persona parve farsi più alta; una fiamma le corse negli occhi, sulla fronte, nel sorriso, nei ricciolini agitati della sua chioma che sembrarono sanguigni.
— Se ti dicessi: non c’è più ostacolo fra te e l’uomo che hai detto d’amare; l’autore della tua sventura non è più!... Premiami, sii mia: l’ho ucciso.