La vendetta di Zoe

Part 22

Chapter 223,817 wordsPublic domain

Alfredo sentì l’esaltazione intima ond’era posseduto, a quel punto elevarsi, nobilitarsi, vestire un carattere quasi religioso; gli parve scorgere agitarsi nelle ombre degli angoli in quella vasta sala, gli spiriti dei liberatori della patria, e sè essere chiamato dalla gran voce del destino a compiere un gran fatto di cui parlerebbero le genti e che echeggierebbe nel futuro all’ammirazione dei posteri. Alzò il pugnale stretto con mano contratta e rispose fieramente:

— Lo sono.

Un mormorio approvatore corse per quelle cupe figure mascherate.

— Ebbene, odi il giuramento che tu devi pronunciare: — ripigliò il capo dei congiurati: e lentamente, con voce spiccata, disse in mezzo al silenzio di tutti la seguente formola:

«Io, qui presente, desideroso di essere ammesso nella schiera dei vendicatori della patria e della libertà, per Gesù Cristo che diede la vita al riscatto di tutti, per l’onore del mio nome e per la salute dell’anima mia, giuro che se la Provvidenza mi elegge al gran fatto, pianterò senza esitare questo ferro che impugno, nel petto a Carlo III Borbone, esecrabile tiranno di Parma, e se mai io fossi tanto infelice da fallire all’opera, giuro di morire fra i tormenti piuttosto che tradire direttamente o indirettamente la congiura e i congiurati. Così Dio m’ascolti e questo ferro medesimo si volga mille volte in me dove io manchi al mio solenne giuramento.»

Dopo una brevissima pausa quel medesimo interrogò:

— Sei tu disposto a giurare?

— Sì! — rispose francamente Alfredo.

— Ebbene giura!

Tutti i cospiratori insieme fecero un passo verso il giovane e gridarono all’unisono cupamente:

— Giura!

Alfredo, la sinistra sempre sul crocifisso e il pugnale brandito, ripetè parola per parola tutta quella filastrocca che gli venne suggerita dal capo; e quando la fu terminata, egli con uno scoppio di voce aggiunse di proprio:

— In questo giuramento, signori, c’è un se di troppo. La Provvidenza non ha più da scegliere fra noi chi ha da colpire. Son io quello. Mi sono votato a quest’opera: voi non avete che da aiutare il caso a porgermene la possibilità. Questo pugnale che tengo, lo prendo, è mio fin d’ora: ve lo restituirò lordo dell’abborrito sangue di quel principe degno delle galere.

Un grido di applauso e di entusiasmo uscì dalle undici bocche di quei mascherati e andò a spegnersi nelle pieghe cadenti delle tappezzerie di pesante stoffa nera. Il capo dei congiurati si levò la maschera e corse ad abbracciare il generoso giovane; tutti gli altri ne imitarono l’esempio, e Alfredo si vide circondato da undici faccie di giovani, delle quali parecchie gli erano conosciute per averle incontrate più volte nelle migliori società.

A questa congiura, che fu vera e reale, ma di cui non raccolse traccia la storia, appartenevano individui d’ogni classe, da nobili che avevano attinenze alla Corte, a popolani, come Michele. Quasi tutti, massime dei nobili, vi erano stati spinti da qualche offesa personale ricevuta dal principe, parecchi da oltraggi avuti nell’onore della famiglia; come quasi sempre, era l’odio privato che si ammantava delle apparenze di amore del pubblico bene.

Fatte le mille feste ad Alfredo, il quale così felicemente veniva a togliere tutti gli altri dall’ingrata possibilità di essere trascelto a un atto che a dirlo era una cosa, e a compirlo era un’altra; gli vennero poscia spiegate tutte le intenzioni, le preparazioni e le condizioni della congiura, la quale, a giudizio di tutti, era matura e doveva senza troppo ritardo avere il suo effetto.

Per prima cosa si era stabilito che fra tutti i congiurati si sarebbe estratto a sorte colui che avrebbe dovuto ferire il duca; e ciò si sarebbe fatto solamente all’ultimo istante, per non lasciar troppo tempo sotto l’angosciosa pressione d’un simile pensiero il prescelto. Si sarebbe intanto tutto preparato per approfittare il più presto e il meglio possibile d’ogni occasione che nascesse opportuna al gran colpo, e ove tardasse tale occasione, si sarebbe procurato di farla nascere; e si sarebbero prese tutte le disposizioni più efficaci possibili, perchè chi compieva il fatto, potesse avere il mezzo di scampo; giacchè se ognuno aveva giurato di sacrificare anche la vita, era pure maggior tornaconto di tutti che potesse riuscire a salvarsi. Per tale effetto molti mezzi già erano stati escogitati, anzi preparati e raccolti; si era provveduto per avere pronta a qualunque momento appena fuori delle porte della città una carrozzella con un buonissimo cavallo, e chi forniva questa vettura non sapeva menomamente a chi la fornisse. Si erano stabilite certe corrispondenze in Piemonte, dove, senz’essere informati della ragione, alcuni fidati avrebbero accolto il fuggiasco e procuratone subito l’imbarco a Genova per l’America. Si avevano pronti i denari e i mezzi di farli pervenire nelle mani di taluni, che si sapevano disposti a chiudere un occhio quando la cosa fosse avvenuta, e nel palazzo ducale, e fra i gendarmi, e fra gl’impiegati stessi di Polizia.

Alfredo udì tutti questi particolari sbadato, come se non fosse fatto suo: egli avrebbe ucciso il duca, n’era certo, e questo era il solo suo proposito: di quello che ne sarebbe avvenuto di poi, non se ne dava pensiero: nell’esaltazione in cui si trovava, ripeteva violentemente che di nulla gli sarebbe più importato.

Si era già verso il mattino, quando quell’adunanza si sciolse. Alfredo uscì primo da quel luogo accompagnato da Michele; e questa volta senza più bende sugli occhi e senza alcun’altra precauzione. L’esaltamento durava in lui; aveva i polsi che gli battevano a febbre e al capo un cerchio che gli pareva di ferro: tutte le membra gli tremavano e le gambe lo reggevano a stento; sentiva dei ronzii alle orecchie come cupi rumori lontani, e gli occhi che gli abbruciavano vedevano come traverso un velo. Michele lo accompagnò fino sulla soglia: e poi auguratogli un buon riposo, lo abbandonò per correre all’ufficio centrale di Polizia, dove, non ostante l’ora impropria, venne subito introdotto fino nella camera da letto del direttore.

Quando ebbe ascoltata attentamente tutta la relazione fattagli da Michele, il Pancrazi disse con severo tono di comando:

— Tutto questo, ricordatevi bene, deve rimanere fra voi e me, e nissun altro.

— Sì, Eccellenza; — disse inchinandosi l’agente segreto, cui dominavano completamente la voce, l’aspetto, lo sguardo del direttore di Polizia.

Quella stessa sera, mentre Alfredo era così misteriosamente introdotto presso i congiurati, nel palazzo ducale penetrava misteriosamente del pari guidata dal conte Anviti, la baronessa di Muldorff, che veniva accolta con molta festa dal principe libertino.

Nel loro colloquio la furba Zoe aveva trovato modo di ripetere al duca la già fattagli insinuazione che a far fischiare la ballerina milanese ci fosse entrata la duchessa, e ciò con termini tali da irritare sempre più la bizzosa e trista indole del principe.

La mattinata era già tarda, e l’avventuriera, seminuda ancora, stava innanzi allo specchio avvolgendosi intorno al capo la ricca massa dei suoi capelli fulvi, quando, ottenuto il permesso di entrare, il cameriere più fidato del principe, venne a susurrargli qualche cosa all’orecchio.

— Che cos’è? — domandò la cortigiana volgendo a mezzo verso il duca il suo ammirabile torso seducente.

— Oh nulla: — rispose il principe villanamente sprezzoso: — è la duchessa che vuol parlarmi.

— Carlino! Carlino! — esclamò coll’insolente famigliarità che i diportamenti del duca le permettevano, la donna venduta scoppiando in un riso sguaiato: — tua moglie ti vuol fare la predica.... Va presto perchè la non vada peggio in collera.

Il duca si gettò sopra una poltrona.

— Aspetterà! — disse. — Sono in troppo buona compagnia.

Zoe, discinta com’era, andò a sederglisi sulle ginocchia.

— O bravo! — esclamò gettandogli intorno al lungo, esile collo le sue braccia da statua greca.

L.

Una buona ora e più passò prima che la Zoe avesse terminata la sua acconciatura, alla quale fino alla fine volle assistere, interrompendola tratto tratto, il duca.

Di quando in quando la cortigiana con uno di quei suoi ghigni che avrebbero fatto dannare un santo e ridere un dannato, diceva:

— Ma, mio caro duchino, va un poco da tua moglie, e in omaggio al suo sangue reale e alla santità del sacramento, non farle perdere la pazienza.

E quel tristo, che non aveva nemmeno tanta verecondia da sentire il suo dovere di far rispettare la compagna legittima dalle donnaccie che bazzicava, ridendo sguaiatamente anche lui, rispondeva:

— Vorrei che la perdesse, la pazienza, e così mi liberasse della noia del colloquio.

— Rimproveri eh?... Lezioni di morale e di politica: — insinuava indegnamente la donna. — E bisogna inghiottirle con umile rassegnazione come uno scolaretto disciplinato.

— Bisogna il diavolo che ti porti: — proruppe il duca col volto arrossato per ira. — Io non sono uno scolaretto innanzi a nessuno e non tollero lezioni da nessuno.

La cortigiana cambiava allora discorso e tornava di subito il principe al buon umore colle sue moine, colle ciarle, colle scurrili facezie che a quell’animo basso di vizioso coronato piacevano assai.

Finalmente la donna fu pronta per partire.

— O povera me! — disse essa dandosi un’ultima aggiustatina al cappello, innanzi allo specchio: — abbiamo fatto molto tardi, e sarà impossibile, anche passando per la scaletta di servizio e per la porticina, che nessuno mi veda.

— O virtù incontaminata! — esclamò il duca ghignando: — hai paura che si offuschi un poco la purità della tua fama?

— Eh! non è per me che ho riguardi: — proruppe essa scuotendo le spalle con moto pieno di petulanza: — gli è per te, caro il mio duchino.

— Grazie mille! — disse lui con ironia. — O che hai paura che ne patisca anche la mia rinomanza da San Luigi Gonzaga?

— Vorrei risparmiarti delle noie: — rispose Zoe amorevolmente. — Se la duchessa venisse a sapere ancora...

— Eh sempre la duchessa! — interruppe con impazienza, maggiormente imbizzito il principe. — Oh quante volte l’ho da dire che di lei m’importa un cavolo, che voglio essere e sono padrone di far tutto quello che mi piace?... Anzi, per fartela vedere, tu non partirai dall’usciolino del mio appartamento, nè scenderai dalla scaletta, nè lascerai il palazzo per la porticina; ma verrai fuori per l’uscio grande, passerai nelle sale e nelle anticamere, andrai giù dello scalone e verrai fuori per la porta principale, dove stanno le sentinelle.

La Zoe si mostrò abilmente spaventata a tale idea; e questo bastò per farvici incocciare vieppiù il caparbio principe.

— Sì, certo, tu uscirai di lì, e io ti accompagnerò fino all’anticamera.

S’avviarono difatti, chiaccherando forte, ridendo, come uno studente e una sartina che hanno avuto il loro primo ritrovo amoroso; ma penetrando nella gran sala, che dovevano attraversare, la donna che veniva prima e sghignazzava appunto della più bella, tacque di subito e si ritrasse un pochino indietro, quasi volesse evitare di introdursi in quel luogo e anzi fuggirne.

— Che cos’è? — disse il duca passandole innanzi; e vide dalla parte opposta della sala, dritta presso il camino, appoggiato un gomito alla spalliera d’un sofà, pallida, guardando fisso verso di loro, la duchessa.

Era una donna di statura poco alta, di corpo grosso, già afflitta, benchè giovane, di quella pinguedine che in tutti i veri Borboni venne a guastare la finezza del tipo della loro famiglia. Non era molto bella, nè i lineamenti piuttosto risentiti si vantaggiavano di molta espressione; ma nel complesso della sua figura notavasi pure una certa dignità, nel contegno e nello sguardo una nobiltà nativa che imponevano, se non simpatia, alquanto di rispetto.

— Ah voi, duchessa! — fece Carlo III, inoltrandosi col suo fare dinoccolato e petulante.

La duchessa levò un po’ più la testa e disse superbamente:

— Vi ho mandato a chiamare; ed è un’ora che aspetto.

Si sentiva nella frase e nell’accento la discendente di quel Luigi XIV che aveva detto il famoso: «J’ai failli attendre.»

Il duca si sentì venir rosso e si arrabbiò di arrossire; rispose grossolanamente:

— E se non volevate più aspettare, potevate andarvene. Io, grazie a Dio, non ho da stare ai cenni di nessuno.

La duchessa non rispose; strinse sottilmente le labbra e fece chinare innanzi ai suoi gli occhi insolenti e mobili del marito.

Zoe si era abbassato il velo sulla faccia e s’avanzava umilmente a capo chino: quando si trovò sotto il fuoco di quegli sguardi indignati della duchessa, strisciò una profonda riverenza. La principessa la coprì d’un ratto sguardo di disprezzo che alla cortigiana parve la investisse dal capo alle piante di un gelo, e poi voltò lentamente il viso da un’altra parte. Il sangue della avventuriera le ribollì nelle vene a quello che in quel momento parve a lei il maggiore, il più offensivo e crudele segno di disprezzo che avesse mai ricevuto. Si curvò pel primissimo istante sotto quel tacito oltraggio che come un peso cadutole sul capo la oppresse; ma non tardò a riagire e ribellarsi la temerità della sua indole perversa e sfacciata; la si trasse indietro dal volto il velo che ne copriva le fattezze, quasi ad umiliare colla sua bellezza di cortigiana la mancanza di seduzioni della donna superba che vantava sangue di stirpe da tanti secoli reale e diritti onorati di moglie legittima; sulle guancie di quel suo pallore marmoreo lo sdegno aveva chiamato un lieve rossore, che pareva una fiamma interna che desse riflessi di luce rosata a un involucro d’alabastro; i suoi occhi brillavano con quel fuoco inesprimibile, con quella intensità impareggiabile che abbiamo già più volte notata; si drizzò anch’essa della persona molto più alta, spigliata e di forme eleganti che non quella della duchessa, avvolse quest’ultima in una occhiata piena di insolente commiserazione, e poi ripresa tutta l’agiata, famigliare libertà di modi e la scurrile ilarità che aveva dapprima, continuò il suo cammino verso la porta, dove giunta, si fermò un momentino a voltarsi indietro, a saettare d’uno sguardo acuto, incisivo, maligno la duchessa sempre immobile al suo posto e il duca che le sorrideva sguaiatamente sfrontato, e disse a costui coll’accento con cui quella sorta di miserabili donne parlano ai loro amanti d’un’ora:

— Duca mio caro, sai pure il proverbio: dopo il peccato la penitenza... Ti lascio a questo dovere di buon cristiano.

E dando in una risatina, sparì dietro la portiera dell’uscio.

La duchessa trasalì come trafitta inaspettatamente da una punta: arrossò sino alla fronte; si volse ratta — non verso quella ignobil donna che l’aveva insultata — verso il marito che, come tale, come cavaliere, come sovrano le doveva protezione e giustizia, e attese una sollecita repressione, una subita vendetta di quell’oltraggio. Carlo III rideva come aveva riso quella femmina e diceva quasi in tono di apologia:

— Che matta!... Già fu sempre tale e quale! una testa bizzarra che se le viene alla lingua un epigramma, nemmeno il diavolo glie lo fa ricacciare in gola.

Cresciuto ancora il rossore delle guancie, la principessa fece due o tre passi con impeto verso il marito: ma poi si fermò, ben lasciò scorgere la molta forza che dovette fare su sè stessa per frenarsi, si morse le labbra, divenne pallida e dopo un istante, con voce contenuta, commossa, piena di nobile dignità disse:

— Credevo che almeno qui, in casa mia, avreste sentito il dovere, per vostro stesso decoro, di rispettare la madre di vostro figlio, la sorella di Enrico V.

. . . . . . .

Il colloquio fu lungo, animatissimo, tale che il duca, stizzoso e prepotente com’era, a un punto dovette perdere affatto il lume della ragione. Parecchi impiegati di Corte e servi, dalle stanze vicine, benchè gli usci fossero chiusi, udirono gli scoppi della collera di Carlo III, a cui con indegnata parola venivano dalla moglie rinfacciati i torti vergognosi davvero dell’uomo, del marito, del principe.

A un tratto da mani concitate si spalancarono gli usci che mettevano da una parte al quartiere del duca, dall’altra a quello della duchessa, e i due corsero ciascuno nelle proprie stanze, come se si fuggissero a vicenda. Il principe ordinò che si attaccasse una quadriglia a un _phaéton_ che avrebbe condotto egli stesso a passeggio per la sua buona città di Parma; la principessa, bianca come un cencio, sconvolta, le labbra allividite, gli occhi bassi, andò a rinchiudersi nella sua camera e per delle ore non vi lasciò entrare nessuno: e la attendente che quella mattina era di servizio, narrò poi che traverso l’uscio l’aveva sentita a piangere disperatamente con singhiozzi dolorosissimi.

LI.

Matteo, affrettatosi al palazzo abitato dal conte di Camporolle, la sera prima, aveva provata non poca contrarietà nell’apprendere che il giovane, benchè l’ora fosse già tarda, non era ancora rientrato. Era rimasto ad aspettarlo, e a seconda che il tempo passava, egli sentiva accrescersi un ansioso timore, tanto che ad un punto non ci potè più reggere, e quantunque sapesse che il giovane l’avrebbe di ciò rampognato, volle andarsene a cercare di lui al teatro, dove credeva per cosa sicura ch’egli si trovasse. Giunse che lo spettacolo era appunto finito e le porte si chiudevano alle spalle degli ultimi che uscivano fra i pochi rimasti a godersi intiera la serata dopo i guai che abbiamo visto. Ma se nell’interno del teatro la violenta repressione aveva fatto il silenzio ed il vuoto, di fuori nella piazza era continuata una vivace agitazione in innumerevoli capannelli che si formavano qua e là, e sciolti dai gendarmi, andavano a riunirsi più lontano, ne’ quali si discorreva animatamente dei fatti avvenuti, e come suole, si esageravano anche le vicende e se ne inventavano di pianta.

Quando Matteo sopravvenne, quell’agitazione era tutt’altro che finita; anzi nemmeno scemata; ed egli, da brandelli di discorsi che colse a volo qua e là passando in mezzo ai gruppi, potè indovinare gran parte di quello che era avvenuto. Il suo timore riguardo ad Alfredo s’accrebbe e prese corpo: nulla era di più facile che anche il giovane avesse partecipato a quelle dimostrazioni e contasse nel numero di quei tanti arrestati di cui aveva udito far cenno, numero che le ciarle della gente accrescevano ancora. Siccome da nessuna parte egli aveva potuto vedere il giovane, e se questi fosse andato a casa, per istrada avrebbero dovuto incontrarsi, Matteo pensava già di rivolgersi senza indugio a domandarne al direttore medesimo della Polizia, dal quale credeva di aver buona ragione per aspettarsi sollecito ricevimento e soddisfacente risposta; quando in un crocchio di persone che agli abiti apparivano appartenere alla classe più elevata, udì, in mezzo all’animatissimo discorso, pronunziare il nome del conte. S’accostò, tese le orecchie e quello che potè afferrare dalle parole riguardanti Alfredo, fu tale da dargli il coraggio di frammettersi a quel gruppo e supplicare gli dicessero chiaramente e particolareggiatamente tutto quello che era capitato al conte di Camporolle, poichè egli era un servitore devotissimo di quel giovane e veniva appunto in cerca di lui.

I cortigiani presenti all’indegno rabbuffo del principe contro Alfredo avevano raccontato la scena, e colle immanchevoli frangie la novella n’era corsa rapidamente per la parte più signorile del pubblico; i signori interrogati da Matteo, poterono al vecchio narrare tutto il vero e più del vero. Terminando, e’ credettero però di poter assicurare chi con tanta passione li interrogava, che il conte non era stato arrestato, perchè lo si aveva visto uscire precipitosamente, affatto libero, da teatro e correre via come un matto.

Matteo ringraziò, e poichè non sapeva dove avrebbe potuto andare a cercare del giovane, più angosciato di quando era venuto, se ne tornò alla casa di Alfredo sperando di trovarlo rientrato. S’ingannava. Passarono ancora delle ore, lunghe pel vecchio ed angosciose, prima che il conte comparisse. L’Arpione gli corse incontro; ma l’ebbe appena scorto che esclamò dolorosamente:

— Gran Dio! Donde viene?... Lei soffre!

Alfredo faceva davvero pena a vedersi. L’ebbrezza non ancora cessata, la terribile concitazione dell’animo e la febbre del cervello e del sangue che lo tormentava, avevano traccie tremende sul volto allividito, contratto, negli occhi infossati, nelle chiome scarmigliate, nei panni scomposti del misero giovane. Barcollante egli si appoggiò a una mensola, e con isguardo e accento pieni di sprezzosa ripulsione, disse a Matteo che gli si accostava come per sovvenirlo e tendeva le mani quasi a sorreggerlo:

— State in là... voi! Non mi toccate!... Sempre voi! Che cosa mi volete ancora?... Non vi ho detto di lasciarmi?

Il vecchio si fermò, si curvò più raumiliato che mai, e rispose con voce quasi lagrimosa:

— Son qui per darle una risposta che Ella aveva pur tanto eccitata... Non mi aveva Ella ordinato di rinvenire il luogo?...

Alfredo lo interruppe con vivacità impetuosa:

— Dove mia madre è sepolta! — disse. — Sì, è vero: e voi venite già a dirmi?...

— Che quando si sia che a Lei piaccia, io posso condurla colà.

Il giovane mandò un’esclamazione che era mezzo un grido, mezzo un sospiro; si passò una mano sulla fronte e ripetè a sè stesso, come una preghiera, come una formola magica da vincere la sventura: — Mia madre! Mia madre!

In mezzo alle infuocate, mordenti, struggitrici passioni che lo torturavano, quello era per lui come un soave alito di pura freschezza: il nome di madre, il pensiero di quell’affetto sacrosanto che a lui era sempre mancato.

— Quando si sia? — disse poi con calore: — ma subito, dimani stesso... appena aggiorni.

— Ah no, signor conte: — aggiunse vivamente Matteo: — domani Ella ha bisogno di riposo, fors’anco di qualche cura medica. Non vede com’è disfatto!... Le emozioni che ha sofferte...

Una fiamma di rossore salì al volto livido di Alfredo.

— Voi sapete quello che mi è capitato? — interruppe violentemente.

— Ho sentito qualche vaga parola: — balbettò l’Arpione che non sapeva bene come regolarsi.

Il giovane si coprì colle mani la faccia.

— Ah se ne parla!... Ben lo dovevo prevedere... Per quanti giorni sarà l’argomento delle ciarle di tutta Parma!.... O mia vergogna!

— Ma no, ma no: — s’affrettò a dire Matteo, sperando distrurre il cattivo effetto delle sue prime parole. — Non c’è vergogna di sorta: la brutta figura è tutta per quel prepotente....

Alfredo, senza badargli, lo sguardo smarrito, i denti stretti, diceva a sè stesso con fremito di rabbia:

— La vergogna sarà lavata... Vedranno tutti se io ingoio l’oltraggio e mi taccio... Ah! la punizione, la vendetta sarà pari all’offesa...

— Che cosa? Che cosa dice? Che cosa pensa, signor Alfredo? — saltò su il vecchio spaventato. — Spero bene che le son codeste sue parole in aria, e che la non avrà la pazzia di voler lottare contro quel cattivo principe che può schiacciarla...

— Voglio.... voglio.... quel che voglio lo so io.

— Dia retta a me, non immagini delle pazzie... Vede bene che se avesse accettato il mio consiglio, si sarebbe risparmiato una brutta sera... Ebbene, quel consiglio medesimo, che le ho dato questa mattina, è ancora il migliore pel presente. Parta, signor conte, abbandoni quest’infelice paese...

Il conte lo interruppe.

— Basta: i vostri consigli non li voglio...

— Senta! — riprese pur tuttavia il vecchio colla vivacità di chi ha afferrato una buona idea. — La prego in nome di sua madre... Domani stesso, poichè così vuole, la condurrò sulla fossa di lei... farò di più; la condurrò nella camera dov’essa è morta, le presenterò la donna che l’assistè negli ultimi momenti...

Alfredo gettò un grido.

— Sì! sì!... Ah potrò perdonarvi allora di molte cose!.... E ciò subito, domani, non è vero?

— Domani mattina verrò a prenderla alle otto.... E dalla tomba di sua madre, che prega per lei lassù nel paradiso, son certo che ella udrà pure venire una voce a dirle di ascoltare le mie parole...

Il giovane interruppe con un gesto d’impazienza che non ammetteva replica e congedò Matteo.