Part 14
Il marchese Leonzio aveva parlato vagamente di certi suoi imbarazzi finanziari all’amico Sangré, e questi, vantandogli l’abilità del suo segretario, e intendente Matteo, lo aveva consigliato di giovarsi di lui, che lo avrebbe certo saputo levare dai mali passi. Il Respetti-Landeri, per sua disavventura, accettò il consiglio, e postosi nelle mani dell’Arpione, questi gliene procurò bensì di molti denari a mutuo, ma a prezzo esorbitante, facendo figurare un ipotetico, ingordo usuraio, che in realtà era poi egli stesso.
Così pure il giovane Ernesto di Valneve, quando più tardi uscì dall’Accademia militare, sottotenente nelle Guardie a 18 anni, di cervello un po’ leggero, spendereccio, generoso, facile ad essere raggirato da amici interessati, da donne arpie, da cozzoni di cavalli e altri simili animali domestici di rapina, si trovò presto con bisogni di denaro assai maggiori di quello a cui potessero bastare gli assegni e regali che gli faceva il padre. La china dei debiti è così facile a pigliarsi, e il conte figlio la pigliò; per essa è così facile a precipitare anche da soli, figuriamoci poi quando c’è qualcheduno di dietro che vi dà la spinta, e ve la ripete anzi ogni qualvolta vi fermate o accennate soltanto di volervi fermare! E questo qualcuno per Ernesto fu Matteo Arpione.
Chi primo venne a scuotere nel conte padre la fiducia data e serbata all’Arpione, fu Ernesto Respetti, il quale, nell’esaminare minutamente gli affari dell’eredità paterna, ebbe a scoprire la parte che colui aveva avuta nei dissesti del marchese Leonzio; e non ne tacque al conte di Valneve. Matteo, interrogatone severamente dal padrone, si difese abilmente, seppe dare ai suoi atti l’apparenza di amichevole intromissione per levare d’imbarazzo il marchese; ma frattanto, persuaso che qualche traccia di dubbio e di diffidenza doveva rimanere nell’animo del presidente, rinunciò alla carica di intendente e amministratore dei patrimonio dei Valneve, dopo avere dimostrato al capo della famiglia che la sua gerenza per tanti anni era stata vantaggiosa assai all’aumento del patrimonio medesimo.
Cessato quell’ufficio, Matteo Arpione non era più capitato che raramente nel palazzo Sangré; ma non aveva però smesso dal rendere al giovane conte i suoi tristi e dannosi servigi d’usuraio. Tutti sapevano ormai che mercè questo sciagurato mestiere l’Arpione aveva accumulato vistosissime ricchezze, di cui non si poteva precisare la misura; ma nessuno sapeva poi che cosa facesse di quelle ricchezze, perchè egli viveva sempre più miseramente, con una parsimonia che era proprio avarizia.
Le cose erano a tal punto, quando il conte presidente ricevette da Milano una lettera del marchese Respetti, dalla quale fu molto impensierito. Il marchese, informato, come d’altronde tutta la società elegante milanese, di quella matta rivalità fra il cugino Ernesto e l’ufficiale austriaco, troppo temendo che a Parma, per dove erano partiti ambedue, si venisse tra loro a fatti funesti di dolorose conseguenze, aveva creduto suo obbligo lo scriverne al presidente, perchè sapeva che ad un comando e tanto più ad una preghiera del padre, Ernesto non avrebbe resistito, essendo che egli avesse per lui la maggiore riverenza e il più caldo affetto che possa albergar mai in animo di buon figliuolo.
E davvero che il conte padre si meritava da tutta la famiglia quella specie di culto ond’era circondato, perchè, come uomo, come parente, come magistrato, non vi fu mai chi potesse venirgli posto innanzi per bontà, per equità, per dignitosa e austera condotta, per naturale e zelante esercizio di tutte le maschili virtù. Egli incarnava il tipo del vero gentiluomo, che della distinzione del grado, del privilegio della ricchezza, dell’eccellenza dell’educazione, della superiorità sociale si serve a dare più luminosi esempi di cuor generoso, di animo leale, di amor patrio e di squisita elevatezza di onore. La moglie e i figli lo adoravano, i suoi dipendenti e tutti quelli che avevano con lui qualche attinenza, lo veneravano; nella magistratura, nel foro, alla Corte, nei saloni, per la città tutta, il suo nome era emblema di ogni elevatezza, d’ogni nobiltà.
I figli erangli, come ben si può pensare, carissimi; nè i dispiaceri che già gli aveva dati la scapataggine di Ernesto avevano diminuito d’un punto l’affetto che aveva pel suo primogenito; onde è facile a pensarsi l’inquietudine che in lui destò la lettera del Respetti. Voleva partire egli stesso, ma la contessa Adelaide colle sue preghiere riuscì a trattenerlo. Da qualche tempo la salute di lui era assai male avviata, e quel viaggio, le emozioni a cui sarebbe andato incontro, l’avrebbero dicerto e troppo peggiorata. Il conte, a cui la sua debolezza ispirava pure il timore di non poter resistere a quella prova, finì per arrendersi alle ragioni della moglie, e insieme con questa si diede a cercare chi spedire al figliuolo perchè nelle proprie di lui mani consegnasse gli scritti ammonimenti paterni e li rincalzasse colla viva parola. Il secondogenito Enrico era troppo giovane, poco meno lo era il nipote Giulio e d’altronde non atto a sì difficile missione, e nessun altro in quel punto soccorreva alla mente dei due genitori, quando si presentò e venne ad offrirsi da sè per quell’ufficio Matteo Arpione, il quale dall’ormai vecchio Tommaso, divenuto un ciarlone, aveva inteso dei pericoli del contino Ernesto.
Abbiamo veduto come Matteo tentasse adempiere la sua missione e a che cosa riuscisse; il conte padre intanto e l’amorosissima madre di Ernesto stavano in una penosissima inquietudine aspettando le novelle, quando loro giunse un bigliettino dell’Arpione in cui lessero:
«Tutte le mie parole erano state inutili presso il contino Ernesto: egli anzi questa mattina era già partito per la frontiera dove il duello era stato fissato avesse luogo. Ma io, ciò non ostante, ho trovato il modo di impedire affatto ogni scontro, e posso assicurare V. E. che il signor conte suo figlio, _non potrà battersi!_ Siccome io partirò domani stesso, mi riservo di venire a narrarle io medesimo tutti i particolari.»
Gli amorevoli genitori furono rassicurati da questa così positiva affermazione; ma il conte padre fu però preoccupato non poco intorno al modo che il suo mandatario avesse trovato e praticato per impedire il duello.
E quella stessa sera un giornale autorevole di Torino pubblicava fra le ultime sue notizie la seguente:
«Siamo informati che ieri alla nostra frontiera verso il ducato di Parma avvenne un duello fra un ufficiale del nostro esercito e un ufficiale austriaco: duello gravissimo che pur troppo ebbe le più funeste conseguenze. Dicesi che l’austriaco sia rimasto ucciso e che il piemontese abbia pur esso tali pericolose ferite che si dispera di salvarlo.»
XXXIII.
Qual fiero colpo producesse questa notizia sull’animo del conte e della contessa di Valneve, può agevolmente immaginarlo chi è genitore. Il presidente, alla presenza della moglie, degli altri due suoi figli, del nipote Giulio e di parecchie persone che erano a veglia nel salotto quando fu portato il giornale della sera, non diede altro segno di emozione che un pallor cadaverico sparsosi di subito sul suo volto già da tempo dimagrato e scolorito, e un legger tremito che gli fece batter le palpebre e muover le labbra. La contessa Adelaide non potè frenare un grido, un grido d’angoscia materna, e si levò con impeto in piedi, come per correre subito presso al ferito figliuolo. Tutti i presenti, che non sapevano nè potevano sospettar nulla della verità, capirono pure che una gran disgrazia era scesa su quella rispettabile ed amata famiglia e con vera sollecitudine d’affetto, insieme ai figli commossi e atterriti, si strinsero intorno ai due vecchi percossi dalla sventura, interrogando.
Il conte presidente si levò lentamente da sedere; le membra tutte gli tremavano alquanto ed egli si sostenne colla mano alla tavola che aveva vicina; ma il suo aspetto era fermo e pieno di coraggio.
— Sì, signori, — disse: — quell’ufficiale piemontese è mio figlio Ernesto.
Gli risposero le unanimi esclamazioni del più sincero cordoglio, di caloroso compatimento, di amorevole conforto.
— Nostro figlio! — singhiozzò la madre. — O dove si trova? O come poterlo vedere... assistere?... Solo!... In mano di chi?... Senza soccorsi forse?... Ah! ch’io parta, ch’io parta subito col nostro dottore... Conte, mandate subito ad avvertire il dottore.
Il presidente, con una calma, che faceva pena a vedersi, perchè si conosceva quanto gli dovesse costare, pose delicatamente la sua destra tremante sul braccio della moglie.
— Calmati e abbi coraggio, Adelaide, — le disse con voce piena d’affetto. — Andrò subito al Ministero e mi farò informare di tutto.
Un giovanetto dell’età medesima di Enrico, o poco più, si fece innanzi nel cerchio di luce che mandava la grossa lampada in mezzo al salone, e tutto rosso, come se la sua fosse una grande audacia, disse:
— Zio, se crede che io possa adempire questo incarico, in un momento vado e spero esser tornato colle novelle, assai prima che la carrozza possa essere allestita.
Era Giulio, l’orfano figliuolo del fratello del conte: un giovane biondo, timido, modesto, che pareva il ritratto della debolezza.
La faccia grave e ora addoloratissima del conte, ebbe pure un melanconico sorriso, mentre la sua mano si posava carezzevole sulla spalla del giovinetto.
— Grazie, Giulio: — gli disse. — Tu hai pur ragione che è troppo lungo indugio l’aspettare che la nostra carrozza sia pronta. Prenderò una vettura di piazza... Enrico, suona il campanello: — soggiunse rivolgendosi al figliuolo secondogenito che s’affrettò ad ubbidire.
Allora tutti i presenti s’offrirono a gara di andar essi per informazioni, volendo risparmiare al vecchio e malaticcio conte la fatica e l’impressione terribile della conferma di uno sventurato evento, se questa si fosse dovuta incontrare; ma il presidente, colla sua cortese fermezza che tutti conoscevano pure irremovibile, rispose:
— Son grato di cuore a ciascheduno: ma bisogna proprio che sia io e non altri che io a farlo. Un padre solamente può avere l’autorità e il diritto d’imporre un disturbo per tale occasione anche ad un ministro.
Il vecchio servo Tommaso comparve sulla soglia per ricevere gli ordini e il padrone lo mandò a prendere sollecitamente una pubblica vettura.
Si ripetè a questo punto la gara di poc’anzi fra i presenti per offrirsi ad accompagnare l’infelice genitore: ma questi, mettendo di nuovo la mano sulla spalla del nipote Giulio, che si trovava ancora al suo fianco, troncò ogni discorso con queste parole:
— Uno solo mi accompagnerà; e sarà qui il nostro Giulio.
Il giovanetto arrossì di nuovo per superba emozione: e lo sguardo de’ suoi occhi azzurri leggermente inumiditi cercò lungamente le pupille, che rimanevano volte al suolo, della cuginetta, la leggiadrissima Albina, il cui ritratto abbiamo visto aver fatto sì subita, vivace, e profonda impressione sul conte di Camporolle.
Ma invano il povero conte corse dall’uno all’altro dei due ministri che dovevano essere i meglio informati di quel disgustoso avvenimento: quello dell’interno e quello della guerra. Il primo dichiarò addirittura che non sapeva nulla, ma promise che avrebbe scritto subito, che avrebbe provvisto, che avrebbe fatto e che di quella stessa notte sarebbe venuto in chiaro di tutto; il secondo rispose che un qualche cenno del caso glie n’era venuto dal colonnello comandante il reggimento di guarnigione a Stradella, ma senza alcun preciso particolare, che avrebbe immediatamente provvisto per ricevere rapide ed esatte informazioni e applicare le pene disciplinari occorrenti agli ufficiali che avessero preso parte a quel fatto; tutti i quali risultamenti de’ suoi passi non erano tali da consolare nè rassicurare dimolto il povero padre angosciato.
Il vecchio conte rientrò con Giulio nel palazzo, più abbattuto e sfiduciato, veramente affranto, e ormai consumata tutta quella forza che aveva raccolto intorno al suo animo. Nel salone lo avevano aspettato tutti quelli che si eran trovati presenti al primo colpo dell’infausta novella, ed altri vi si erano aggiunti parenti ed amici accorsivi appena udita la voce che del fatto s’era diffusa rapidamente per Torino. Tutti insieme colla famiglia attorniarono l’infelice padre, dalla cui fisonomia compresero non aver raccolto nessuna confortante notizia; ma quando Giulio ebbe in brevi parole esposto l’esito delle ricerche, poichè il conte non pareva aver manco più la forza di parlare, e tutti rimanevano muti ed accasciati in presenza di quei due genitori, ecco nelle sale vicine suonare una voce allegra, vivace, affrettata, poi un passo giovanile, sollecito, quindi aprirsi l’uscio dal vecchio Tommaso, che balbettava e tremava, e precipitarsi verso il conte e la contessa, tutto polveroso, un po’ pallido, Ernesto di Valneve.
XXXIV.
La voce e il passo che s’avvicinavano e ch’essi ben riconobbero, la vista del figliuolo, diedero ai due genitori un subito nuovo vigore. Sorsero in piedi, e obliato ogni ordinario sussiego, ogni solita austerità di maniere, si slanciarono ambedue verso il giovanotto che li salutava sorridente e cui strinsero appassionatamente fra le braccia.
— Ernesto!... Ernesto!... — esclamarono due voci tremanti: e quel nome ripeterono con tenerezza e gioia il fratello, la sorella e il cugino del giovane.
Tutti i presenti s’affrettarono pure a dare un commosso e lieto saluto di buon arrivo al vivace ufficiale.
Il quale, staccatosi dal seno dei genitori, aiutato ad adagiarsi sul seggiolone il conte padre, dato in giro uno sguardo, un saluto e qualche stretta di mano (ma colla sinistra) ai presenti, prese a dire col suo solito brio:
— Vedo che ho pur fatto assai bene a venire il più presto che mi fu possibile. Le notizie che possono far dispiacere corrono di galoppo, e m’accorgo che qualche cenno della mia sciocca avventura è corsa più di me per venire ad inquietare ed amareggiare i miei diletti parenti e i miei buoni amici.
Gli si disse della notizia del giornale.
— Che chiaccheroni que’ fogli stampati! — esclamò egli. — E, come tutti i chiaccheroni, che esageratori!... Il mio avversario, che deve esser morto, ha uno sberleffe sulla faccia che gli taglia una guancia in due... Sì, non avrà mai più, per tutta la vita, il piacere d’esser bello; se pure codesto piacere e’ l’ebbe mai... cosa di cui mi permetto di dubitare... ma fra una ventina di giorni potrà di nuovo comandare il suo squadrone in piazza d’armi... Quanto a me, la mia grave ferita è una scalfitura a questa mano.
Mostrò la destra che teneva fasciata e avvolta in un fazzoletto di seta nera.
— Ad ogni modo tu sei ferito! — esclamò la madre.
— Una ferita! — aggiunse il padre. — Bisognerà farla esaminare...
La contessa Adelaide si volse a Tommaso, il quale, per la straordinarietà del caso, aveva avuto l’audacia di fermarsi sulla soglia del salone e stava a sentire e ad accarezzare di lontano collo sguardo imbambolato il giovane padrone.
— Il medico, — diss’ella, — è stato chiamato, non è vero?
— Sì eccellenza: — rispose il vecchio servo. — Gli si è mandato a dire si tenesse pronto per la partenza a qualunque momento...
— Ebbene, correte, — interruppe la madre d’Ernesto, — e fategli sapere che invece di partire da Torino, non deve che recarsi subito subito qui.
Tommaso s’inchinò e sparì fuor dell’uscio.
Allora le interrogazioni fioccarono intorno al giovane conte, per sapere le cause, i modi e le vicende di quel duello, e il protagonista dell’avventura, senza farsi punto pregare, subito cominciò la narrazione che si desiderava.
— Con quel signor austriaco, — disse, — avevamo avviata fin da Milano una guerricciuola di piccoli sgarbi, di piccole trafitture, della quale, se uno dei due non si decideva a cederla pel primo, non poteva essere altra la conseguenza che uno scontro. Chi sia stato il primo a cominciare, non so manco bene... forse sarò anche stato io. Voi sapete che sono così cedevole alle mie impressioni che l’antipatia destatami alla bella prima da quel San Cristoforo d’ulano... (perchè bisogna che sappiate ch’egli è grande e grosso come una delle torri del palazzo Madama)... facilmente può essersi manifestata con qualche frizzo... Ma ad ogni modo, una volta iniziata la gara, non volevo certo essere io il primo a lasciarla...
Il conte presidente crollò leggermente il capo con un moto che era dubbio se fosse di biasimo o di approvazione; il figliuolo si affrettò a soggiungere:
— Tanto più che il mio avversario si era espresso con troppo poco rispetto sul conto dei piemontesi e del nostro esercito.
Questa volta il significato del movimento del conte padre non fu più dubbio menomamente: era un atto e un’esclamazione di sdegno per la petulanza di quello straniero, e di approvazione al figliuolo che aveva voluto sostenere l’onore del paese e dell’esercito a cui apparteneva.
— Per farla breve, — continuava il giovane, — l’austriaco essendo partito per Parma, dopo aver detto quelle belle cose di noi, io gli tenni dietro, e al primo istante in cui potei averlo faccia a faccia lo sfidai. Naturalmente egli accettò. Io voleva per arma la punta; ma egli, pretendendo d’aver diritto alla scelta, mi impose la sciabola, e io, per non andare di più per le lunghe, accondiscesi. Trovai due bravi giovinotti per testimoni: un conte di Camporolle, delle Romagne, mi pare, il quale, se viene a Torino, come mi ha manifestato il desiderio di fare, vi raccomando fin d’ora d’accogliere quale un caro amico di vostro figlio, e un sellaio, un certo Pietro Carra, un bravo popolano che mi andò molto a’ versi. Combinammo di andarci a battere sulla frontiera a Castel San Giovanni: ci trovammo puntualmente al convegno; e quando già eravamo sul terreno per incrociar le sciabole, ecco arrivarci addosso due gendarmi parmensi e intimarci di smettere con minaccia anche di arrestarci...
Esclamazioni di meraviglia e d’interessamento interruppero il narratore; più attento, più commosso, più ansioso di tutti, naturalmente, il conte padre.
— Confesso che a tutta prima mi venne un brutto pensiero a carico del mio avversario, — continuò Ernesto. — Nessuno fuori di lui, di me e dei testimoni doveva sapere che lo scontro avrebbe avuto luogo e in quel giorno e in quel luogo, e quindi la Polizia non avrebbe dovuto essere informata che da uno di noi. De’ miei testimonii ero sicuro, dunque...
A questo punto una leggera nube passò sulla fronte del presidente; dicerto gli era nato a tal proposito qualche sospetto; parve anzi voler parlare, ma se ne astenne. Il figliuolo proseguiva:
— Fu un pensiero calunnioso, ne sono persuaso, e mi pento d’averlo avuto. Rimpiango anche di aver avuto il torto di lasciarlo scorgere; ma la fiamma di rossore che colorò a quel punto la faccia badiale di quel gigante tedesco, e il modo con cui si condusse nel combattimento, mi chiarirono del mio errore. Impeditoci il duello sul territorio parmense, io proposi di fare una passeggiatina di qualche centinaio di metri e venire sul territorio piemontese, dove non avremmo più avuto inciampi di sorta. Proposta subito accettata. Ne venimmo tranquillamente al di qua della frontiera; ma il curioso fu che tutti gli abitanti del paese, saputo che potevano avere senza costo di spesa il bello spettacolo di due gentiluomini che tiravano a sgozzarsi, prendendo tanto maggiore interessamento perchè dei duellanti uno era austriaco, e quindi detestato, l’altro piemontese, e per ciò accompagnato dalle loro simpatie e dagli augurii e voti di vittoria, ci seguirono può dirsi in massa a farci intorno un pubblico di spettatori quali potevano avere i paladini del medio evo in un singolare certame nell’arena del torneo.
— Fu una specie di sfida di Barletta: — disse uno degli ascoltatori.
— In piccolo, — s’affrettò a soggiungere ridendo il giovane ufficiale: — oh molto in piccolo... Ad ogni modo fu una lotta fra un austriaco e un piemontese, in cui la vittoria non fu dell’austriaco.
Tutti gli uditori si strinsero con ancora maggiore sollecitudine intorno al narratore.
— Non avevamo fatto quattro colpi che io ero affatto chiarito del modo di tirare e del giuoco del mio avversario. Aveva due gran difetti di cui io poteva prendere vantaggio: era largo nei movimenti e tardo alla parata. Con un attento colpo d’occhio, cogliendo il tempo, io poteva farmigli sotto, colpirlo e senza pur pensare a parare, ritrarmi in tempo fuor di misura. Decisi di aspettare che egli mi porgesse il destro di ciò e di stare intanto sulla difensiva. Quel colosso di ulano rovinava giù colpi da far tremare la terra. Poveretto me se uno di quei fendenti mi coglieva! E nè anche il parare mi avrebbe bastato; mi salvavo con giri, con passi a destra e sinistra, l’occhio attento, il piè leggero, la guardia alta. Una volta sola, sotto quel rovinìo di colpi che giravano come l’ala d’un mulino a vento, volli star sotto e parare, e me ne incolse male. La sciabola di quel San Carlone fece piegare la mia parata, scivolò sulla mia lama e venne a radermi la mano dalla parte esteriore, stata scoperta dalla guardia pel cedere della sciabola. Questa mi scappò dalla presa e rimasi disarmato in presenza di quel Golia che aveva già rialzata la sua arma per calare un altro fendente.
Tutti gli astanti mandarono una voce di ansietà.
— Io non mi mossi, e guardavo quella lama sollevata su di me, che aveva nel filo alcune goccie del mio sangue, trattomi dalla destra, e che stava per ispaccarmi il cranio; ma i miei testimoni mandarono il grido di «ferma!» e fecero un passo innanzi, mentre da tutti gli spettatori che stavano in cerchio usciva una voce, un grido di emozione. Il mio avversario si contenne: abbassò la sciabola, si ritrasse d’un passo, drizzò la sua alta persona e guardandomi dall’insù all’ingiù, mi disse: «È soddisfatto? Il duello ha da dirsi finito?» — «Punto, punto!» rispos’io: «Sono meno soddisfatto di prima, e il duello non incomincia a farsi serio che adesso.» I testimoni accertarono che la ferita della mano destra mi rendeva impossibile il tenere e adoperare la sciabola con quella mano, e volevano che il seguito dello scontro fosse rimandato. — «No, signori,» diss’io, «s’ha da finire quest’oggi, e per ciò io mi batterò colla sinistra.» I secondi dell’austriaco dapprima non volevano consentire, ma noi insistemmo tanto che finirono per cedere. Come ringraziai meco stesso in quel punto il mio buon Speirani, il maestro dell’Accademia, che aveva voluto mi esercitassi alla scherma tanto colla destra quanto colla sinistra! Mi fasciarono la mano ferita, impugnai la sciabola coll’altra e ricominciammo l’assalto.
Dopo un brevissimo intervallo come a riprender fiato, Ernesto di Valneve seguitò:
— Nel trovarsi così a un tratto un mancino davanti, l’austriaco rimase un po’ sconcertato: il suo giuoco doveva farsi tutto alla rovescia e ciò l’imbrogliava, e di questo imbarazzo si turbava. Vidi che era venuto il mio turno: approfittai della sua esitazione nel tirare per fargli due o tre finte, e mentre egli veniva ad una di quelle sue larghe e tarde parate, colsi il tempo, me gli feci sotto e zaff! una gran tagliata sulla faccia dall’occhio al mento, tornando fuor di misura, in parata, prima che la sua sciabola avesse avuto il tempo di ritornare alla guardia. Ma il fatto fu che non ci tornò altrimenti: l’austriaco gettò un gran grido, lasciò andare l’arma di mano, si recò le due palme alla faccia di subito inondata di sangue. Dall’osso del sopracciglio, colpito anch’esso, un filo di sangue gli veniva giù nell’occhio e lo accecava; egli fece due o tre passi indietro, senza pur voltarsi, come per fuggire; barcollando, inciampò non so come e cadde lungo e disteso per terra, mentre con crudele esplosione di gioia tutti gli spettatori si mettevano ad applaudire e gridavano: «Viva il Piemonte! Viva l’Italia!»
— E viva davvero! — disse uno dei presenti. — Tu Ernesto hai fatto onore al nostro paese.