La vendetta di Zoe

Part 13

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Il conte presidente, alla partenza del fratello cui aveva fino all’ultimo sconsigliata, aveva preso seco il nipote, e lo aveva tenuto precisamente come se fosse suo figlio. Anzi, potè notarsi ad un punto che le cure, l’interessamento e anche l’affezione verso di lui, crebbero assai nello zio, il quale certe volte, parlandogli, guardandolo, aveva nell’aspetto, nel suono della voce, nell’espressione, qualche cosa di commosso, come un rimpianto, una pietà.

In quel frattempo il conte aveva avuto eziandio un vivo dolore. Amicissimo di lui e del fratello Armando, partito per l’America, era stato fin dai primi loro anni il marchese Leonzio Respetti-Landeri, lontano congiunto della loro famiglia, col quale i due Valneve erano cresciuti amandosi e serbandosi reciproca fiducia come altrettanti fratelli. Il figliuolo del marchese Leonzio, figlioccio del conte di Valneve, erasi dato alla carriera diplomatica, e giovanissimo ancora era addetto all’ambasciata di Pietroburgo, quando suo padre, assalito da una tremenda ipertrofia di cuore, venne in una mostruosa idropisia e assoluta paralisi che per più mesi lo tenne inchiodato sopra un seggiolone, incapace di muoversi, perfino di recare da sè stesso il cibo alla bocca. Il suo amico e congiunto Sangré, ebbe per lui le più amorose cure, e fu nelle braccia del conte che l’infelice sulla stessa poltrona a rotelle dove stava abitualmente, facendosi dal domestico spingere qua e là, morì una sera dopo una lunga conferenza che ebbero insieme Ernesto e Leonzio nello studiolo di quest’ultimo.

Ma della morte del marchese Respetti-Landeri padre, avremo in seguito ad occuparci di meglio, e allora assisteremo a quella dolorosa scena.

Ernesto Respetti-Landeri non potè tornar subito dalla Russia perchè trattenutovi da una malattia; e quando giunse a Torino, due mesi dopo, trovò che tutti gli affari della successione erano già stati assestati dall’amico di suo padre, il presidente.

Codesti affari della successione non erano molto prosperi in verità. Il defunto marchese aveva voluto sfoggiare troppo più che i suoi redditi non gli permettessero; suo figlio lontano gli era costato assai, e in parecchie occasioni egli si era trovato costretto a incontrare debiti gravissimi e aprire certe ferite al patrimonio, da cui non aveva più saputo guarirlo.

Ernesto Respetti-Landeri aveva, al contrario di suo padre, indole severa, spirito ordinato e conoscenza molto positiva del mondo e degli uomini, cui aveva potuto sotto mille riguardi già vedere e studiare nella sua carriera diplomatica. Per prima cosa egli si assegnò la meta di ristaurare le fortune famigliari, di pagare al più presto tutti i debiti lasciati dal padre, e poi preparare alla famiglia, che voleva crearsi intorno, e lasciare ai figli suoi quell’agiatezza che avrebbe avuto egli stesso, se suo padre fosse stato più prudente, più assegnato e men vano. Diede le sue dimissioni dall’impiego, poichè pensò che per correre una brillante strada in diplomazia era necessario l’essere ricchi; cercò e seppe trovare una moglie che gli portasse una buona dote e fosse insieme leggiadra, simpatica, a cui egli non tornasse indifferente e che riuscisse capace di secondarlo nell’esistenza che voleva intraprendere; e poi si diede alla coltura delle terre, al perfezionamento della produzione vinicola e di quella dei bozzoli, e insieme al commercio di questi prodotti, che sono in realtà le vere e principali ricchezze dell’Italia. Ma per far ciò, credette opportuno lasciare il Piemonte e sopratutto Torino. Qui i pregiudizi, ancora molto vivaci allora, dell’alta e vecchia aristocrazia a cui egli apparteneva, — pregiudizi che facevano considerare come un abbassamento in uno di loro casta l’occuparsi di cose economiche e di guadagni materiali, — gli rendevano difficile, impacciata e penosa la sua condizione; ed egli prescelse andare a Milano, dove una nobiltà non feudale e punto guerriera dava da tanto tempo l’esempio di occuparsi de’ suoi affari e di provvedere al miglior rendimento del suoi possessi. Questo fatto però non sciolse nè rallentò pure il legame d’amicizia che era fra il marchese Respetti e i Valneve, e già abbiamo visto come il primogenito di questi ultimi, il capitano delle Guardie, Ernesto, andasse frequentemente a passare qualche tempo nella casa ospitale dei congiunti stabiliti a Milano.

Prima di partire da Torino, Ernesto Respetti-Landeri aveva voluto, anzi aveva creduto dover suo, rendere un servigio agli amici Sangré, liberandoli dell’opera di un loro segretario, intendente, maestro di casa, _fac-totum_, un volpone che, introdotto in quella famiglia, aveva saputo guadagnarsi la fiducia del conte presidente e anche della contessa Adelaide, in guisa che non solo l’andamento della casa, ma tutta l’amministrazione delle vistose sostanze era nelle sue mani, e quasi può dirsi nel suo pieno arbitrio.

Conviene che ora cominciamo a conoscere qualche cosa del passato di costui, — il quale non è altri che Matteo Arpione, già visto a comparire sulla scena del nostro dramma, — la cui esistenza e la cui storia vedremo venirsi ad intrecciare così stranamente nella storia e nella esistenza della famiglia Valneve.

Matteo Arpione era nato da una gente di quella che suol dirsi piccola borghesia, che trammezza fra la plebe e il ceto medio. Suo padre era accordatore di pianoforti e copiatore di musica, ed aveva avuta la fortuna di acquistarsi il favore delle famiglie più ricche e più importanti della città, che si servivano dell’opera sua e a cui egli cercava rendersi sempre più utile e più gradito con mille piccoli servigi fatti alla padrona, alla signorina, al figlio di famiglia, alla governante, al servo prediletto, e, se occorreva, anche colla chicca data al cagnolino favorito: un misto d’artista, d’operaio e di servo. Il buonuomo, che aveva sempre un mellifluo sorriso alla bocca anche quando gli toccava — e non era di rado — ingoiare il boccone amaro di qualche mortificazione, che teneva sempre la spina dorsale curva in un inchino perenne, anche quando veniva a colpirlo la sferzata di qualche impertinenza, sotto cui un orgoglio per mediocre che fosse, una dignità personale per quanto debole, si sarebbero rialzati con fierezza; il buonuomo, dico, menava sovente con sè, fin da bambino, il figliuolo Matteo nell’imponenza delle sale aristocratiche, in mezzo allo sfarzo più sfondolato della ricchezza; e senza pensarci lo faceva assistere allo spettacolo tentatore e seducente del massimo lusso sociale, lo esponeva alla cilecca della ghiottoneria, più eccitata che soddisfatta in certi bocconi d’asciolvere, di merenda, concessi a padre e figlio nella credenza piena di camangiari, di frutte, di delicature, la cui vista e i cui profumi solleticavano potentemente; gli faceva infelicemente vedere suo padre umiliato, abbassato, degradato innanzi a un patrimonio, a un titolo, alla stessa servitù ignorante, oziosa, petulante, ben pasciuta, della ricca nobiltà. Per uno di quei contrapposti che si trovano così spesso nella natura umana, il povero accordatore di pianoforti, così umile, così sommesso, così paziente, aveva dato la vita a un figliuolo pieno di ambizione, di avidi desiderii, d’orgoglio individuale. La vista di quelle ricchezze, di quei godimenti, di quei vantaggi sociali, tanto in contrasto colla misera, abbietta sorte a lui toccata, destò in Matteo ancora bambino, e fece sempre più forti in lui giovinetto, un’acre invidia, una maligna gelosia, un odio tanto più vivace quanto più impotente, contro i felici del mondo, contro l’ordine sociale che loro guarentiva il godimento di tanti beni, contro le istituzioni che stabilivano, mantenevano, afforzavano una simile condizione di cose.

Com’è tanto facile a succedere, Matteo si domandava perchè a quei tali la sorte avesse concesso cotanto — tutto — e a lui nulla; e poichè nè lui nè altri non sapeva trovare a questa domanda una risposta che lo soddisfacesse, egli ne conchiuse: che nel mondo regnava iniquamente l’ingiustizia, che i rapporti sociali erano in balia d’un prepotente arbitrio, che i quattro quinti del genere umano erano oppressi da una tirannia continua, permanente, assai più terribile e detestabile della politica, la tirannia economica, che era non solo un diritto, ma un dovere nei defraudati alla ripartizione dei beni comuni l’insorgere e abbattere un così iniquo e illogico stato di cose; insomma adottò e sbraitò tutte le più accese opinioni e massime dei più audaci sovvertitori dell’attuale ordinamento sociale. Per fortuna della sua tranquillità, il padre morì presto, senza conoscere del tutto le credenze e le aspirazioni del figlio cui egli avrebbe con sacro orrore giudicate empie, abbominevoli, degne di severa condanna e per lo meno del manicomio; morì credendo di lasciare il suo Matteo in condizioni abbastanza prospere, con un modesto capitale da lui raggranellato alla lunga e stentatamente a forza di economie e con un considerevole numero di buone pratiche pel suo mestiere nella migliore società torinese, poichè egli aveva avviato il figliuolo nella sua professione, ed il figliuolo, per non disgustare il padre cui in verità amava di molto, vi si era adattato.

Ma appena fu solo, Matteo s’affrettò a dare un calcio a quel mestiere e rinunziare assolutamente a quel genere di guadagno, per quanto la sua capacità — che ne aveva dimolta — e la memoria e il nome di suo padre lo facessero ricercare. Egli aveva ricevuta una istruzione monca, incerta, interrotta, di quelle che servono a dare un’infarinatura di parecchie discipline, e non riescono a far sapere nulla positivamente e fondatamente; aveva un ingegno vivace, una acuta furberia sopratutto, molta stima di sè stesso, temerità pari, e credette di poter riuscire in qualunque cosa imprendesse. Ne provò molte, non ebbe buon successo in nessuna: volle farsi editore di musica e fallì, tentò una piccola impresa di spettacoli musicali in un teatro secondario e non potè andare al termine della stagione, fondò un giornale teatrale e non potè continuarlo per tutto l’anno, mancandogli compratori ed associati, si fece agente o mezzano di scritture per artisti d’opera e di ballo, ma non ebbe a suoi clienti che quelli d’infima classe che lo pagavano male o niente del tutto. Si arrabbiò, s’inasprì, finì per istancarsi di lottare così inutilmente contro la sorte; disperò dell’avvenire, divenne più socialista, più comunista che mai, si vantò che fra sè e la società sarebbe sempre guerra a morte, e intanto, per consolarsi, per istordirsi, s’abbandonò ai bagordi, alla vita più dissoluta, alle compagnie le meno oneste; e nelle orgie, e nel vizio finì di consumare affatto quel poco che gli era ancora rimasto delle modeste economie paterne.

Pareva del tutto perduto, quando un fatto naturalissimo, ma che nessuno dei suoi conoscenti si sarebbe aspettato in lui, venne a fare nella vita di Matteo una compiuta rivoluzione.

XXXI.

Era venuta di que’ giorni a Torino una giovane parmigiana, Giuseppina Landi, a cercarvi sostentamento come maestra di pianoforte. Nella sua famiglia erano tre sorelle, che, rimaste orfane, avevano dovuto provvedere a sè stesse. Giuseppina, che era la prima, conoscente abbastanza profonda di musica e abile assai a suonare il piano, aveva subito cercato di trar profitto da queste sue capacità e propostosi di dar lezioni a signorine; ma invano a Parma aveva aspettato che si ricorresse a lei, invano s’era offerta qua e là, tentando attirare allieve colla modicità dei prezzi: non le era riuscito di averne che tanto poche da non bastare nemmeno all’assistenza di lei, figurarsi a quella delle sorelle minori!

In quella, alcuno venne a suggerirle di recarsi a Torino, dove la smania di far imparare a suonare il piano alle ragazze cresceva sempre più, e dove, le si diceva, a quel tempo mancavano donne abili ad insegnar la musica, mentre nelle famiglie assai più volentieri si sarebbe introdotta presso le ragazze una maestra che un maestro. Giuseppina esitava dimolto ad abbandonare così la sua città natale e a separarsi dalle sorelle a lei carissime, quando il caso venne a disporre le cose in modo da levargliene ogni scrupolo e spingerla efficacemente a quel partito. La secondogenita, Amalia, fu chiesta in isposa da un bravo, onesto e operoso bottegaio, Anselmo Carra, fabbricante e venditore di oggetti di selleria, il quale s’era invaghito della giovane e non n’era malvisto; e la terza delle sorelle, Luisa, trovò una distinta famiglia milanese, che le offrì di prenderla seco in qualità di damigella di compagnia e, avendo essa accettato, subito se la condusse con sè. Giuseppina, rimanendo quindi la sola non provvista, epperò a carico della sorella Amalia e della nuova di lei famiglia, non esitò più e si decise a venir tentare la sorte a Torino. Il cognato, Anselmo, che era d’animo buono e generoso, dopo avere cordialmente insistito per trattenerla, assicurandole che l’avrebbe avuta proprio in conto di sorella, le fece promettere che, se non le sorridesse la sorte, se trovasse troppo difficili le vicende nella nuova residenza, sarebbe subito ritornata a Parma, dove avrebbe trovata sempre la casa dei Carra aperta a riceverla come una carissima della famiglia.

Giuseppina, a Torino, fra le persone a cui venne indirizzata e raccomandata come in condizione da poterle essere utili, ebbe occasione di conoscere anche Matteo Arpione, che nel mondo artistico musicale aveva tante attinenze pel suo vario passato di editore, d’impresario, di giornalista e di agente teatrale, e che era creduto capace di procurare alla giovane maestra l’introduzione in molte famiglie dell’aristocrazia per le relazioni che con quelle famiglie aveva avuto suo padre l’accordatore. Matteo, contrariamente alla sua indole fattasi sempre più egoistica, conosciuta la fanciulla parmigiana, prese per essa il maggiore interessamento, e impiegò, per tornarle utile, tutto il suo zelo, tutta l’attività, tutta la buona voglia. Ed era il vero che la Giuseppina doveva, quasi irresistibilmente, ispirare, a chi l’accostasse, simpatia e desiderio di giovarle, tanto l’adornavano la bellezza, la gioventù, la modestia, la sembianza, cui tutti fin dal primo sguardo riconoscevan sincera, di virtù, di bontà, d’intelligenza, di candore.

Matteo, per dirla in breve, se ne invaghì perdutamente. Non aveva praticato fino allora che donne d’infima natura, e subito, come per improvvisa illuminazione dello spirito, riconobbe la immensa distanza che separava da tutte le altre questa pura fanciulla, la grande superiorità d’animo, di costumi e di carattere che la innalzava a tanta altezza da ognuna di quelle che gli erano state famigliari. Conobbe in pari tempo quanto egli, per le abitudini, per la bassezza dei sentimenti e delle passioni a cui si era abbandonato, fosse indegno di lei, e disperò di potersi mai innalzare cotanto da meritarsi il menomo di lei favore. Tentare una seduzione non ci pensò neppure; e se fuor della presenza di lei il colpevole desiderio potè venirgliene, bastò sempre che si trovasse sotto il limpido sguardo di quegli occhi casti, sereni, innocenti, perchè tosto ogni simile idea fuggisse lontano, senza lasciare la menoma traccia.

Ma invano frattanto Matteo si adoperò quanto seppe meglio per procurare alla Giuseppina le desiderate lezioni. Egli col suo contegno, colle sue vicende, colle sue parole aveva perduto non che ogni simpatia, ma perfino la conoscenza e il mezzo d’introdursi presso le famiglie signorili e sopratutto della nobiltà, e non sarebbe riuscito addirittura a nulla se non ve l’avesse aiutato un tale che gli si era fatto amico fin da quando, ancora bambino, suo padre lo menava seco in qualche casa dove esercitava il suo mestiere, ed occupava allora il posto di cameriere di confidenza presso il presidente conte Sangré di Valneve. Tommaso era figliuolo d’uno già lacchè in quella nobile famiglia e potevasi dire nato e cresciuto nello scuro, solenne palazzo di essa; benchè maggiore di alcuni anni a Matteo, era ancora in tale età da ruzzare insieme al figliuolo dell’accordatore tutte le lunghe ore che questi si fermava nel palazzo a compire l’ufficio suo sui parecchi pianoforti, e i lunghi corridoi de’ quartieri della servitù e delle dispense risuonarono forte del rincorrersi, del gridìo, del chiasso dei due monelli. Ciò aveva stabilito fra loro una famigliarità quasi fraterna, un’affezione che era durata anche dopo arrivata l’adolescenza e la gioventù, anche quando il nuovo genere di vita di Matteo era venuto sempre più allontanandolo dall’ambiente, dalle abitudini e dalle credenze e venerazioni in mezzo a cui viveva Tommaso.

A quest’ultimo dunque ricorse Matteo per ottenere alla fanciulla parmigiana la protezione della famiglia Valneve; e Tommaso, impegnatovisi, riuscì davvero a indurre la buona contessa Adelaide a raccomandare la maestra in alcune case che l’accettarono. Ma ciò non bastò ad avviare a buona fortuna i casi della giovane; e, senza scendere a maggiori particolari, dirò soltanto che un anno dopo, la poveretta, perduta ogni speranza di buon successo nella sua professione, scoraggiata, avendo avuta la virtù insidiata da troppi e troppo audaci tentativi, persuasa ormai che nulla di bene poteva più aspettarsi in questa città, determinò partirsene a un tratto, senza nè anco annunziarlo alle poche sue conoscenze.

Un giorno Matteo si presentò all’amico Tommaso con aria smarrita, dicendogli senza preamboli che egli aveva bisogno d’una certa somma per poter abbandonare Torino subito subito, la qual cosa se non fosse stato in grado di fare sarebbe stato disperato e avrebbe potuto precipitarsi. Il domestico di casa Valneve temette quasi che il suo amico avesse commesso qualche brutta azione alle cui cattive conseguenze egli ora volesse sottrarsi; ma interrogato con insistenza, Matteo finì per confessare che partiva non per altro che per correr dietro alla parmigiana, di cui era tanto innamorato da non poterne vivere lontano a niun modo.

Tommaso, che aveva buon cuore e nutriva una vera affezione per Matteo, non si fece neppure pregare di troppo per cedere, e diede all’innamorato quella somma maggiore che potè dei risparmi da lui fatti sul suo salario.

— Grazie Tommaso! — esclamò Matteo, stringendogli forte la mano. — Sta tranquillo che i primi denari ch’io possa mettere in serbo saranno impiegati a restituire quelli che tu ora così generosamente mi presti; e fossi pur anche nei paesi più lontani, in America, in Australia, te li manderò scrupolosamente.

— Come! — gli disse Tommaso. — Fai conto di andare così lontano? Non pensi di tornar più a Torino?

— Che so io quello che accadrà di me?... Dicerto Torino non mi rivedrà per un bel pezzo. E se mi parrà che la fortuna mi possa sorridere anche a casa del diavolo, mi affretterò ad andarci.

Tommaso per un anno e più non ricevette notizia nessuna di Matteo, nè alcun altro di Torino neppure udì qualcosa di lui; ma inaspettatamente ecco arrivargli un giorno la somma imprestata a Matteo con poche righe di accompagnamento, che chiedevano scusa del ritardo alla restituzione, ma non dicevano nulla delle condizioni in cui si trovava, nè della vita che faceva lo scrivente. La lettera però non veniva nè dall’America, nè dall’Australia, ma semplicemente da Lugo.

Pochi mesi dopo, il cameriere del conte di Valneve era per istrada fermato da un uomo di misere apparenze, di aspetto umile e sofferente, nel quale con grande stupore egli riconosceva l’antico amico Matteo. Questi di quanto gli fosse avvenuto nel tempo trascorso non volle dir nulla, pregò anzi con calorosa instanza il compagno perchè neppure non gliene domandasse mai.

Più tardi noi verremo forse a sapere quali vicende fossero le sue in questo frattempo e come e perchè fosse andato a Lugo.

Frattanto Matteo giurò e spergiurò a Tommaso che egli era affatto cambiato; che aveva dato tutt’insieme l’addio alla vita spensierata e viziosa del crapulone e alle sue opinioni sovversive e insensate; che s’era accorto esservi anche nello stato attuale della società due forze che valgono a tirar fuori della miseria chi le sappia con perseveranza adoperare, e queste forze sono il lavoro e il risparmio; ch’egli voleva e si sentiva la capacità di adoperare questi due mezzi e non avrebbe rifiutato fatica per quanto aspra, prove per quanto lunghe e gravi, affine di giungere a farsi un posticino nel mondo. Si raccomandò caldamente all’antica amicizia del cameriere, perchè in queste sue buone risoluzioni lo volesse aiutare.

Volle la fortuna di Matteo che in quel tempo il conte di Valneve fosse rimasto senza segretario, nè avesse trovato ancora fra gli aspiranti a quella carica alcuno che gli piacesse. Tommaso, raccomandandogli con accorta premura il povero Matteo, figliuolo dell’antico accordatore di piano della famiglia, seppe far nascere nel padrone il desiderio di provarlo come segretario, e colui che poco tempo prima era nemico acerrimo, bestemmiatore imprecante della nobiltà, della ricchezza, d’ogni distinzione sociale, entrò, provvisoriamente è vero, ma umile, modesto, sottomesso, disciplinato, rispettosissimo, obbedientissimo nell’aristocratico palazzo dei Valneve, a sostituire per esperimento il segretario mancante del conte presidente.

XXXII.

Matteo Arpione, introdotto nella nobile e generosa famiglia dei Sangrè, seppe far così bene da rendersi in breve graditissimo ai padroni; al conte di cui interpretava a meraviglia le intenzioni e sapeva provvedere efficacemente e insieme con dignità agl’interessi; alla contessa, della quale divenne stromento abilissimo e discreto nelle beneficenze.

Venuta l’occasione — e forse il furbo aveva saputo aiutarla a presentarsi — Matteo aveva dimostrato tanta abilità nelle cose amministrative del patrimonio, nell’azienda agricola, nell’impiego de’ capitali, nella retta ed economica distribuzione dei redditi, che, due anni dopo la sua ammessione nella casa, egli regolava tutto, amministrava tutto, consigliava e dirigeva i padroni in ogni bisogna finanziaria.

Egli aveva davvero effettuato quanto aveva detto di sè a Tommaso. Mai cambiamento di umore, di abitudini e di condotta fu più radicale in un uomo di quello fatto da Matteo.

Non solo abbandonò le antiche cattive compagnie, ma non ne cercò più nessuna; visse solo, non occupandosi che di affari, taciturno, senza concedersi mai una distrazione, mai un piacere, tanto parsimonioso che la sua potè giustamente dirsi avarizia, anzi, peggiorandosi essa col tempo, una esosa avarizia. A interrompere la sua vita monotona e solitaria, intravenivano soltanto di quando in quando alcune assenze, di cui a nessuno mai egli disse la ragione, nè alcuno mai potè indovinare lo scopo, nè il luogo pure dov’egli andava.

Il suo desiderio di guadagnare e mettere in disparte del denaro era divenuta un’avidità morbosa, una smania incessante, che gli fece abbracciare il scellerato, ignobile mestiere dell’usuraio. Egli lo esercitava in segreto, perchè ben sapeva che il conte ciò non avrebbe tollerato a niun patto in uno de’ suoi dipendenti, ma con altrettanta crudeltà ed implacabile efferatezza quanta segretezza e cautela. Gl’illeciti guadagni ch’egli accumulava a capitale, nessuno avrebbe saputo impiegare più accortamente di lui per cavarne altri e maggiori proventi. Ma la parte peggiore e più colpevole egli la fece quando, obliato ogni obbligo di riconoscenza che pure avrebbe dovuto sentire verso quella casa che lo aveva accolto, verso quel generoso uomo che aveva posto in lui tanta fiducia, non ebbe scrupolo, non si sentì frenato nello avvolgere fra le sue reti e condurre a mal partito il cugino ed amico del conte, il marchese Leonzio Respetti-Landeri, e poscia, più cattiva azione ancora, il figliuolo primogenito del conte medesimo, il giovanetto Ernesto di Valneve.