Part 15
Tutti si associarono a queste parole, e il timido Giulio, quasi di soppiatto, prese la destra del cugino, in cui egli vedeva poco meno che un eroe, e la strinse con forza.
Il conte presidente non disse una parola, non fece un gesto, ma il suo sguardo si posò sul capo del figlio con una tenerezza in cui ci era pure una certa compiacenza.
La madre trasse a sè il giovane e lo abbracciò e baciò di nuovo strettamente, appassionatamente, senza parlare.
Ernesto finì il suo racconto.
— Andammo a sollevare quel masso umano che giaceva in sua lenta mole. Venne condotto al paese, dove un medico lo visitò subito e disse non pericolosa la ferita. Credo che domani stesso o doman l’altro al più tardi potrà tornarsene a Milano. Gli feci domandare se avrebbe ricevuto volentieri il mio saluto d’addio; mi mandò per risposta un bel no; ed io che, pensando come la novella dello scontro potesse spargersi e giungere fin qui a dar ansia e martello ai miei buoni genitori, avevo una gran fretta di partirmene, riposato quella notte, fattami rinnovare la fasciatura alla mano, dato l’addio ai miei testimoni che ripartirono per Parma, presi la posta, ed eccomi qua.
Udita la narrazione di questo interessante episodio, che a quel tempo fece una grande impressione per tutta Italia e fu accolto come un augurio di più importanti trionfi piemontesi; i visitatori della famiglia di Valneve capirono essere conveniente di lasciare a più liberi sfoghi quei genitori, quel fratello e sorella insieme col salvato loro congiunto e senza più indugio se ne partirono.
XXXV.
Dopo rinnovati gli affettuosi abbracciamenti, il padre, assumendo più grave contegno, disse al giovane ufficiale:
— Tu hai fatto passare ai tuoi più stretti parenti alcune ore di terribili angoscie: ma te lo perdono, perchè hai valorosamente rivendicato l’onore del tuo nome, quello della tua uniforme e insieme anche quello del tuo paese. Innanzi a questo sacrosanto còmpito, un Valneve non indietreggia mai, qualunque sia la prova cui debba sottostare. Non istò quindi neppure a cercare se tu, con meno avventato contegno, avresti potuto evitare che codesto conflitto diventasse necessario; so che la prudenza non è una delle doti principali del tuo carattere, e in generale non s’addice col bollore naturale della gioventù; e ripeto che ti perdono tutto, benchè tu abbia apertamente disobbedito agli ammonimenti che ti avevo mandato.
— Ah padre! — interruppe Ernesto con vivacità, ma insieme con molto rispetto: — Le assicuro che quando a me giunsero le comunicazioni della sua volontà era troppo tardi perchè io mi vi potessi acconciare, e che non altrimenti avrei potuto obbedire che commettendo una viltà.
Il presidente fece un gesto di viva ripugnanza.
— Ed ero troppo certo delle intenzioni del conte presidente mio padre, — continuò il giovane, — per sapere che quest’ultima cosa davvero egli non m’avrebbe perdonata.
— Ma allora, — saltò su la contessa Adelaide, — come fu che quel Matteo credette di poterci scrivere che ci rassicurassimo affatto, poichè quel duello non avrebbe avuto luogo dicerto.
— Egli scrisse così? — domandò meravigliato il figliuolo, a cui balenò un subito e spiacevole sospetto.
— E tal sua lettera fu cagione che ci producesse un colpo ancora più doloroso la notizia dello scontro e dei funesti suoi effetti, cogliendoci alla sprovveduta e facendoci passare dalla sicurezza alla disperazione.
— Che cosa dunque fece credere a Matteo che il duello non avrebbe avuto luogo? Perchè non credo che egli ci abbia voluto ingannare con una affermazione che avesse saputo egli stesso essere una sciocca menzogna. E non credo neppure che sii stato tu ad ingannare lui, dicendo il falso...
— No, padre!... Ma temo pur troppo d’indovinare la ragione su cui quel... quel tale si fondava. I gendarmi mandati per impedire il nostro duello...
Il conte presidente fece un sobbalzo sul suo seggiolone.
— Ah! credi anche tu?... È venuto a me pure un simile sospetto...
— Giurad!... — cominciò il giovane, ma s’interruppe subito, e volgendosi verso la contessa, disse sollecito: — perdono, madre mia, ma è una cosa che mi fa dar nei lumi il pensare che uno, il quale si potè credere agisse per ordine o mio o del conte capo della famiglia Valneve, abbia commesso una simile azione.
— Sì, sì: — aggiunse il padre con accento anche lui di sdegnata contrarietà: — è spiacevole, è doloroso; ma siamo pur conosciuti...
L’impeto del dispetto che assalse Ernesto era tanto che gli fece perfino interrompere suo padre.
— Ma colà non siamo conosciuti come qui... E per.... lo stemma nostro, non vorrei che, udendo codesto, avessero potuto sogghignare neppure un momento le labbra di quel signor duca... Ah fu una infelice idea quella di mandare presso di me quel tristo uomo di Matteo Arpione!...
Il conte presidente, a queste parole che contenevano una così precisa e risoluta riprovazione del figlio a un suo fatto, ebbe una mossa di risentito stupore; e il giovane s’affrettò a soggiungere riprendendo il tono del massimo rispetto:
— Oh perdono, padre mio. Non voglio neppure accennare che in Lei sia il menomo torto. So che quel... tale venne ad offrirsi egli stesso; e se Lei non l’ha respinto, la colpa è mia, tutta mia, perchè ho trascurato di dirle tutto ciò che riguarda quell’uomo, di farglielo conoscere qual’è realmente, perchè ho taciuto la maggior parte della verità, e ho fatto di tutto, sinora, affinchè non arrivasse sino a Lei.
— Come? — esclamò il padre sporgendosi innanzi della persona con mossa di vivo interessamento. — Che vuoi dire? Qual’è dunque codesta verità? Parla, e non tacer più nulla ora, te lo comando.
Ernesto rimase un momentino perplesso, mortificato, peritoso; si pentì d’essersi lasciato sfuggire quelle parole, e dicerto avrebbe dato qualunque cosa per poterle disdire e fare che non fossero state pronunziate; ma al comando paterno egli non era avvezzo a disubbidire e credeva una degradazione la menzogna.
— Padre, — cominciò egli esitando, — se tacqui, se dissimulai, fu per cagione di bene; credetti poterle e doverle risparmiare un maggior disinganno, un maggior dolore...
Il padre lo interruppe con accento severo.
— Avete avuto torto... La mancanza di sincerità, l’offesa al vero sono sempre una colpa e producono immancabilmente peggiori effetti... Forse le tristi cose che ora sto per apprendere mi avrebbero fatto men danno, se voi me le aveste dette a tempo, che ora, dopo le crudeli scosse dell’animo che ho sofferto.
— Ebbene, padre mio, — disse con calda instanza il giovane, — proroghiamo ad altro momento più opportuno questo discorso... Lei sarà più forte e io stesso più preparato.
— No! — gridò il conte presidente. — È in questo stesso momento che voi dovete dir tutto: è ora che ve lo comando, ora che mi dovete obbedire.
Ernesto chinò il capo e s’accinse a parlare.
Erano presenti suo padre, sua madre, il fratello, la sorella e il cugino; ed era una dolorosa confessione quella ch’egli aveva da fare; avrebbe dicerto preferito parlare innanzi ai genitori soltanto, ma non pensò neppure di chiedere l’allontanamento dei giovani; egli si sapeva in colpa e credeva che la confessione a cui s’accingeva sarebbe stata una tanto maggiore espiazione di questa sua colpa. I giovani, da parte loro, non osarono accennare nemmanco a partirsene, perchè il conte capo della famiglia non aveva manifestata in alcun modo l’intenzione che essi avessero da ritirarsi e alla volontà del capo, anche tacita, si obbediva da tutti ciecamente.
— Quando io tornai alla cara vita domestica, uscito dall’Accademia, — così egli cominciò, — conoscevo nulla del mondo, e degli uomini quel poco soltanto che avevo potuto imparare in mezzo ai compagni, giovani generosi quasi tutti, a’ quali è ignota la falsità, è in orrore la dissimulazione e la parola non è fatta stromento di inganno e di perfidia. Non avevo idea precisa neppure delle ricchezze, delle condizioni finanziarie della famiglia, dei limiti che la quistione economica deve assegnare a tutti nel soddisfare ai propri desiderii. Mi pareva che ad ogni mio capriccio dovesse soccorrere pronto il mezzo di levarmelo, e siccome di capricci pur troppo ne ho sempre avuti molti, nacque in me un grande sdegno, una specie d’umiliazione, quando mi trovai così presto arrestato nel mio cammino dalla mancanza di denaro. Ella, padre mio, mi dichiarò che nulla avrebbe accresciuto al mensile assegno che aveva stabilito per me, e che dovessi quindi rinserrare le mie spese nei limiti di esso e del mio stipendio da sottotenente.
«Mi perdoni, padre, se le parlo con tutta la schiettezza del mio carattere; mi parve quello poco meno che un torto che mi venisse fatto; ma pure mi sarei adattato a’ suoi voleri, non cercando nemmeno se vi fossero mezzi di procurarmi altrove quel più di denari che richiedevano le mie pazzie, se un serpe tentatore non fosse venuto a mostrarmi il cammino per cui mettermi affine di provvedermi di denaro, e facilitarmene l’accesso, e spingermivi con arte sopraffina; e questi fu Matteo Arpione.
— Lui, che aveva tutta la mia fiducia! — esclamò il conte padre. — Lui che avevo raccolto quasi miserabile!
— Ebbene fu lui che venne, non richiesto, non consultato, a suggerirmi di ricorrere ad imprestiti che egli prometteva procurarmi a patti vantaggiosissimi; lui che mi ottenne denaro a interessi scelleratamente usurarii; lui che mi pose nelle branchie di sfacciati scorticatori, la più vigliacca, infame e sudicia genìa che possa essere al mondo. E sapete che cos’erano quegli sconci animali di rapina di seconda mano? quelle iene affamate che mi sguinzagliava ai fianchi? Niente altro che suoi agenti, suoi _uomini di paglia_, come s’usa dire, e il denaro che mi procurava a così enorme tasso era il suo, e suoi erano gli spropositati guadagni che ne faceva.
— Lo scellerato!
— Non basta. Gli parve forse che io non sciupassi ancora abbastanza, che io non fossi ancora abbastanza sua preda, e per ingolfarmi peggio in quel pantano, per avermi di più a sua discrezione, volle regalarmi un vizio che almanco non avevo; fece di me un giuocatore.
— Oh come?
— Fino allora i denari gli avevo spesi in grandigie: in cene agli amici, in cavalli, in regali a... questi e a quelli; non li avevo buttati sul tappeto verde che li ingoia come un abisso senza fondo; Matteo fu a consigliarmi, come un buono e facile mezzo di procurarmi denaro, senza spesa nessuna, il tentare la sorte del giuoco.
— Ah! l’infame.
— Mi condusse lui stesso in una bisca: mi assettò lui a un tavolo, mi assistette.... Fosse crudele cilecca del caso, fosse perfidia di quei mascalzoni, e primo fra essi Matteo, i quali volevano tirarmi nella pania così bene che non me ne potessi districar più, da principio guadagnai... Non insisterò su questi vergognosi particolari: il vischio tenace di quella sciaguratissima passione si appiccicò anche a me, e.... fui uno dei più disperati, dei più ostinati e dei meno avventurosi giuocatori...
— Basta! — interruppe con tono di austera severità il conte presidente. — La vostra confessione deve essere finita; non vogliamo intenderne di più. Voi, giovane sconsigliato, avete posto in oblìo quanto dovevate a voi stesso, al nome che portate, alla vecchiaia dei vostri genitori... Vi meritate un doppio rimprovero: pel male a cui vi siete lasciato indurre e pel silenzio che avevate serbato; ma questi rimproveri non li pronunzierà ora il mio labbro, lascio che ve li esprima la vostra stessa coscienza.
Ernesto chinò il capo nella mossa umilissima d’un reo veramente pentito, innanzi al giudice, da cui vorrebbe e non osa implorare clemenza. Egli era pallido come un cadavere, e da circa mezz’ora era assalito tratto tratto da una contrazione, da uno spasimo di nervi che gli scuoteva tutta la persona. La ferita della mano, da tante ore non più medicata, collo strapazzo del viaggio fatto in tanta furia, lo faceva immensamente soffrire.
— Voi dovete ancora... a quel triste uomo che non voglio più nominare? — domandò il padre dopo una breve pausa.
— Sì — mormorò il figliuolo.
— Ebbene, domattina direte all’intendente la somma del vostro debito verso colui... e anche d’ogni altro che possiate avere. L’intendente pagherà, qualunque sacrificio sia necessario di fare per ciò. E intanto darò ordine assoluto che quell’uomo, l’Arpione, non sia più lasciato penetrare, sotto niun pretesto, sotto il tetto della mia casa.
Successe un silenzio grave, che era penoso a tutti i presenti, ma che nessuno sapeva o ardiva interrompere. Il conte presidente, afflitto, turbato, stava con accasciato abbandono nel suo seggiolone, impallidito anch’egli, soffrente, meditando in dolorosa sembianza fra sè, le sopracciglia aggrottate, le labbra fermamente chiuse, gli occhi velati dalle palpebre, le mani strette con forza ai bracciuoli. La contessa Adelaide, collo sguardo mite de’ suoi occhi ancora bellissimi, andava dal volto del marito a quello del figlio, e la sua nobile fisonomia esprimeva pena, pietà e una tormentosa esitazione innanzi all’accigliamento del capo di casa. A togliere tutti da quell’impacciosa situazione, a rompere quel doloroso silenzio venne la visita del medico, mandato a chiamare, cui Tommaso introdusse con sollecita premura.
— Ebbene? Ebbene? — domandò egli con molto interessamento. — Che cos’è? Una ferita al contino?
— Oh! non è nulla! — rispose facendosi forza a sorridere il giovane Ernesto che pure provava dolori acutissimi: — una graffiatura a questa mano.
— Vediamo! vediamo! — disse il dottore, accingendosi subito a sfasciare la destra.
— Sarà meglio che mi ritiri nella mia camera: — notò il contino.
— Oh no! — fu sollecita ad esclamare la madre. — Lascia pure che il signor dottore ti veda qui subito; sarà sempre un po’ di tempo guadagnato.
— La signora contessa ha ragione: — aggiunse il medico, che intanto finì di levar la benda e pose a nudo la ferita. Ma appena egli ebbe gettato uno sguardo su questa, il suo volto fece una smorfia e dalle labbra gli uscì un’esclamazione che dinotava la poca soddisfazione che provava a quella vista.
— Che cosa ne dice, dottore? — domandò ansiosa la madre che aveva osservato quell’espressione del volto e avvertito il significato di quell’esclamazione.
— Dico che questa ferita fu troppo imprudentemente trascurata, che era gran tempo la si curasse... Contino, vada subito subito a porsi a letto, e io la raggiungerò tosto a farle una medicatura, per cui ho già meco tutto l’occorrente.
— Allora, — disse Ernesto che soffriva immensamente, — se mio padre e mia madre mi permettono...
— Va, va presto, — disse senza lasciarlo finire la contessa sgomentata.
— Sì, Ernesto, — aggiunse il padre, un po’ atterrito anche lui, tornando al tono affettuoso di voce e al tu: — va subito. Abbiamo forse avuto torto a trattenerti qui in piedi tanto tempo!
— Oh no, padre mio — esclamò Ernesto: poi s’accostò al padre e alla madre, baciò loro con reverenza la mano e uscì.
Appena fuori il figliuolo, la contessa domandò con premura al medico:
— Le pare una cosa grave quella ferita?
Il medico, preoccupato dalle triste condizioni in cui aveva trovato la piaga, non pensò neppure in quel primo momento a dissimulare.
— La ferita in sè stessa non sarebbe stato nulla; — rispose: — ma sembra che siasi fatto di tutto per esacerbarla: c’è niente meno che il pericolo del tetano.
Padre e madre gettarono un grido di dolore e spavento.
Il medico volle attenuare le sue parole: disse che questo pericolo si poteva ancora facilmente allontanare: ma il colpo era dato. Il padre, che da parecchio tempo era malaticcio, che quella sera aveva avuto al cuore tante strette dolorosissime, ricevette ora una botta mortale. Egli volle assistere alla medicatura del figlio, non acconsentì a porsi al riposo che quando vide il ferito, affatto calmo, caduto in un sopore che lo ristorava; ma allorchè finalmente si coricò nel suo lettuccio severo, nella camera modesta, ahimè, fu per non levarsene più!
XXXVI.
Matteo Arpione, rimasto a Parma, attendeva con molta impazienza la notizia dell’effetto che avrebbe avuta la rivelazione fatta da lui stesso al direttore della Polizia del luogo e del tempo in cui doveva succedere il duello fra l’ufficiale piemontese e l’ufficiale austriaco. Egli aveva creduto che di quel giorno medesimo il conte di Camporolle sarebbe ritornato a Parma ed avrebbero potuto avere insieme quel colloquio ch’egli assai desiderava in una e temeva. Ma per quante volte e’ si recasse al palazzo abitato dal conte, non mai gli avvenne d’udire nè che il giovane fosse ritornato, nè che alcuna nuova di lui fosse giunta. Inquieto, anzi turbato, egli finì per rivolgersi al Pancrazi medesimo.
Il direttore della Polizia lo accolse accigliato e burbero.
— Loro piemontesi, — disse bruscamente a Matteo, — sono una razza di testardi che vogliono dar del capo anche nel muro. Finiranno per romperselo, glielo dico io. Intanto se Lei s’interessa per quel conte Sangrè di Valneve, gli faccia pur sapere che nei dominii di S. A. sarà assai meglio per lui se non metterà più i piedi. S. A. è in collera, in una collera!... in una collera!... Ed ha ragione: e se quel matto viene ancora a cimentare la bontà di S. A., il serenissimo nostro signore farà benissimo a dargli prove patenti di questa sua giusta collera.
— Ma che cosa è capitato? — domandò Matteo con qualche ansietà.
— Ah! che cosa è capitato? Ma Lei dunque non sa l’impertinenza con cui quello sfacciato nobile piemontese ha osato, in pieno teatro, fissare col suo cannocchiale l’augusta faccia del nostro signor duca? Ma Lei dunque non sa che, sprezzata l’autorità sovrana di S. A. Reale, rappresentata da due gendarmi, quel temerario si fece ardito di violare impudentemente la proibizione fattagli di battersi?
— Come — esclamò l’Arpione con ispiacevole meraviglia. — Si sono battuti?
— Sissignore! — gridò il Pancrazi con isdegno che a Matteo sembrò affatto vero.
— Ma Lei che aveva assicurato?...
— Eh! — interruppe con più ira ancora il direttore di Polizia. — Chi avrebbe potuto supporre tanta impertinenza, tanta pazzia? Varcarono la frontiera per battersi in Piemonte. E quegli stupidi gendarmi non furono capaci di prenderli, arrestarli tutti, duellanti e testimoni, e condurli qua in fortezza, magari colle manette!...
— Anche i testimoni? — esclamò Matteo turbato.
— Sicuro! — affermò con vigore il Pancrazi, scrutando bene la fisonomia del suo interlocutore. — I testimoni sono colpevoli al pari degli altri. Quando udirono l’intimazione fatta a nome di S. A., per obbedienza alla legittima autorità del sovrano, dovevano a ogni modo ritirarsi. La disprezzarono e...
— Ne può loro venire qualche danno? qualche punizione? — domandò l’Arpione, a cui l’inquietudine diede il coraggio d’interrompere il terribile poliziotto.
— Eh, eh! — fece questi con un sogghigno e un dondolar del capo assai poco rassicuranti.
— Allora, — soggiunse sollecito Matteo, — il meglio pel conte di Camporolle sarebbe eziandio di non tornare più qui... di abbandonare addirittura il ducato.
Il direttore di Polizia finse un nuovo piccolo accesso di sdegno.
— Come! — gridò. — Credono potersi sottrarre così agevolmente alla giusta ira, alla meritata vendetta di S. A. R. il duca Carlo III?... Ma non sanno che l’augusto nostro signore ha le braccia lunghe, più lunghe di quello che credono e che può raggiungerli dove vuole?
Matteo pensava fra sè, che dove Alfredo fosse venuto in Piemonte, le braccia del duca, per quanto lunghe, non l’avrebbero potuto cogliere; ma egli in Piemonte, per certe sue ragioni, non voleva a niun modo che il giovane si recasse. Ora era pur vero che nel ducato di Modena, nel Lombardo-Veneto, negli Stati pontifici, anche in Toscana, il duca di Parma gli avrebbe potuto nuocere. Determinò cercare di ammansare la belva minacciosa nella persona di quel tracotante e burbero poliziotto.
— Il conte di Camporolle, — disse, — ch’io conosco per bene, fin da bambino, è d’indole eccellente, di opinioni le più assennate, dei migliori principii che possano aggradire al Governo e al duca medesimo. Lui come lui, certo non sognerebbe neppur mai di farsi ribelle, di indugiare soltanto l’ubbidienza a qualunque ordine di S. A. Qui fu il caso, furono le circostanze...
Il Pancrazi lo interruppe.
— Sì, è vero che quel giovane venne qui colle migliori referenze e con lettere di raccomandazione da personaggi degni d’ogni riguardo... Tanto è vero che io stesso ho avuto per lui certe attenzioni e dirò anche tolleranze... e S. A. medesima non l’ha ammesso a Corte? Ma ciò tanto più doveva imporgli l’obbligo di andar cauto, di vegliar bene sulle sue azioni, di guardarsi attentamente dallo spiacere... dall’offendere... dall’irritare il duca.
— Come! — esclamò l’Arpione. — Forse che ci sarebbero altre ragioni di malcontento di S. A. verso il conte?
Il direttore di Polizia parve lasciarsi andare ad un momento di abbandono; rispianò la fronte, fece una smorfia che avrebbe quasi potuto dirsi un sorriso amichevole, e, chinandosi verso l’interlocutore, disse con voce sommessa e in tono pressochè confidenziale:
— Ci sono!... Eh! benedetta gioventù!... e maledette donne!... Queste e quella sono due elementi di guai, a’ quali si devono la maggior parte dei trambusti del mondo.
Anche Matteo prese un tono più famigliare e fiducioso, ed abbassando egli pure la voce, domandò:
— Ah! dunque c’entra di mezzo qualche gonnella?
Ma il poliziotto cambiò subito accento e maniere: si tirò in là quasi sdegnoso, riprese il suo cipiglio e il tono burbero di prima.
— Che cosa mi volete tirar fuori? — esclamò corrucciato. — Io non ho detto nulla, non ho voluto dir nulla, e vi ammonisco a guardarvi bene di voler capire più di quanto suonino le mie parole. Se voi v’interessate pel conte di Camporolle, raccomandategli anzi di tornar presto a Parma, chè sarà meglio, di esser prudente e di affidarsi alla clemenza e generosità di S. A.
Fece un gesto che voleva indicare finito il colloquio e congedato l’interlocutore.
Matteo Arpione finse di volere arrendersi a questo congedo: si alzò, fece una gran riverenza e disse:
— La ringrazio de’ suoi preziosi consigli, che saranno scrupolosamente seguiti e pei quali il conte di Camporolle non mancherà di manifestarle la sua viva riconoscenza. Quel nobil giovane è molto ricco, ed è generoso ancora più: io, che amministro le sue sostanze, so quanto egli possa spendere... senza risentirne il menomo danno, per levarsi un capriccio, per fare un regalo, per mostrare altrui la sua magnificenza... Io stesso, per fargli un servizio, sarei in grado di impiegare una bella somma, senza ch’egli se ne accorgesse nemmanco... E così a chi mi sapesse indicare in tutta confidenza, colla promessa che darei del massimo segreto... oh! si potrebbe esser certi che non uscirebbe dalla mia bocca la menoma parola che potesse compromettere alcuno; a chi, dico, mi sapesse consigliare come regolarsi, quello che ci fosse da fare per mettere il conte in buona vista di S. A., io sarei disposto a dare fin d’ora e per intanto, per esempio... un biglietto da mille lire...
E accompagnando la parola coll’azione, il furbo tirò fuori pian piano dal portafogli un bel biglietto di banca di color bianco e lo fece scivolare sopra un cantuccio della scrivania a cui sedeva il Pancrazi.
Questi non ismise il suo contegno serio, anzi severo; colla coda dell’occhio osservò il moto delle mani di Matteo, ma fece mostra di non accorgersene; l’occhio suo però lasciò la durezza di espressione che aveva assunta, e anche la voce si fece più umana.
— L’interessamento di Lei per quel giovane mi piace, — disse, — mi commove; e creda pure che io sono disposto a fare in suo favore... in favore di quel giovane che mi fu caldamente raccomandato... di fare, dico, tutto quello che posso; beninteso che non sia contrario, che non sia neppure una menoma mancanza ai doveri del mio ufficio.