La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 9
MÈN. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
FÀN. Ma io ti dirò...
MÈN. (_interrompendolo_) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: _Ti consegno mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:_[161] e tu l'hai promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
FÀN. (_risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle_) Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
MÈN. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole filava per Onfale, ma era giovine, _ed era Ercole_: e pure Onfale ci si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, e cominciai: _Appena fummo arrivati sulla riva del fiume_... lei non mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe risonarono...» e _patatì_... e _patatà_... la sapeva meglio di me. Ma che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e accalappiare!... (_pausa, indi sospirando_) Eh, forse per lei sarebbe stato meglio!
FÀN. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti stima... e...
MÈN. (_rompendogli la parola in bocca_) E gli Dei glie ne daranno merito. Alle corte. (_con accento reciso_) Tu non puoi dirmi nulla ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze. Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il divorzio...
FÀN. (_vivissimo, stupefatto_) Che?!...
MÈN. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162].
FÀN. Io?... mai!
MÈN. E allora... (_se gli appressa grave, severo_) con che cuore e perchè me la accordasti?
FÀN. (_imbarazzato_) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del padre nostro...
MÈN. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal peso della custodia e della dote. (_moto di Fània che Mènecle calma col gesto_) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia, se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili, che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di tuo padre... e me contro me stesso.
FÀN. Ma ti giuro per gli Dei che se...
MÈN. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono. Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di più, a far la domanda per due. A questo, _allora_ non ci hai pensato: _ora_, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice, trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (_con forza_) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per tutti gli Dei! (_calmandosi e asciugandosi la fronte_) Fai tirar giù dall'Olimpo gli Dei anche a me!
FÀN. (_vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, gli parla affettuoso e pacato_) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo nome in pasto alla maldicenza della città?...
MÈN. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (_si appressa a Fània e continua, dopo una pausa, a bassa voce_) chi impedisce a lei di chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...
FÀN. (_esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di Mènecle_) Che?... e tu credi...
MÈN. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso che per sua colpa si viva infelici in due...[166].
(Tanto Mènecle che Fània son commossi).
FÀN. (_stringendogli la mano_) O Mènecle! Se Aglae sapesse...
MÈN. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...
SCENA V.
MÈNECLE, FÀNIA _e_ AGLAE.
(Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si avanza alle ultime parole di Mènecle).
AGL. Di che?...
MÈN. e FÀN. Lei!...
FÀN. Buon dì, Aglae.
MÈN. (_imbarazzato, cercando darsi aria disinvolta_) Oh, la nostra Aglae!... (_a Fània sottovoce_) (Zitto ora!)
AGL. _La nostra Aglae_, a quanto sembra, vi dava materia a discorrere. Cercavate la pesta del lupo...[168] ed è presente.
MÈN. (_scherzoso, cercando sviare il discorso_) Eh, se tutti i lupi fossero come te, Atene non li perseguiterebbe tanto...[169].
AGL. (_fra sè_) (Voltan discorso! Soverchiar Aglae! la vedremo!) Sei gentile, Mènecle, stamattina...
MÈN. Eh, ti pare? Sicchè...
AGL. (_a Fània_) Sicchè di che cosa avevi a parlarmi?...
FÀN. (_imbarazzato, mentre Mènecle gli fa gesto di tacere. Aglae finge di non accorgersene_) Oh, cose da nulla...
AGL. (_volgesi a Mènecle, con accento vibrato, insistente_) Di che aveva egli a parlarmi?...
FÀN. Oh nulla!... Avevo espresso qui a Mènecle il desiderio che tu venissi a teatro nelle prossime feste Lenée. Sai, concorreranno, per le tragedie, Sofocle il giovine e il nipote di Eschilo, Astidamante...
AGL. (_ironica_) Ah...
MÈN. (_confermando_) Già...
FÀN. Tuo marito mi faceva delle obiezioni: e che forse per quel giorno non avrebbe potuto...
MÈN. Appunto...
AGL. (_interrompendo, con accento vibrato_) Non è vero!
MÈN. (_per cavar l'altro d'imbarazzo_) Ma lascia andare! non vedi che scherza!... Se gli avevo già detto di sì! Lo pregavo a chiederti se volevi andare con lui in compagnia di Crìside...
AGL. (_con forza_) Non è vero! Ah, insomma volete finirla di infilzar bugie?
MÈN. (_fra sè_) (Non c'è verso! Saltiamo il fosso!) Ebbene, poichè vuoi saperlo a tutti i costi, tuo fratello, qui presente, mi rimproverava che io ti trascuro un po' troppo...
AGL. Ah!... (_guardando alternativamente Fània e Mènecle a cui rivolge la parola_) È qui tutto?... E... d'altro?
MÈN. Che tu meni, per cagion mia, vita triste... che io non sono un marito adatto per te...
FÀN. Oh questo poi!...
AGL. (_a Fània_) Questo gli hai detto? E fai di queste scoperte? E il dì che seguisti il mio cocchio di nozze conducendomi qui, non hai ordinato di dar di volta ai cavalli?[170] M'avevi allora in tua autorità e non ci hai pensato: oggi più non mi hai... e te ne occupi?...
FÀN. (_sorpreso, fra sè_) (Così ora parla? Chi più la capisce?)
AGL. (_a Mènecle_) E tu... che gli hai risposto?
MÈN. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non ha tutti i torti... che però... il torto mio...
AGL. (_energicamente interrompendo_) E chi, per le Dee, e con che diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (_a Fània_) E chi t'ha incaricato?
FÀN. (_impacciato_) Nessuno... ma il mio amor di fratello...
MÈN. (_passando vicino a Fània, rapido e sottovoce_) Bravo! bravo! dài sotto!...
AGL. Amor di fratello?... Tardi lo senti...
FÀN. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa...
AGL. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un uom decrepito...
MÈN. (_dà un balzo per sorpresa_) (Eh!?... che cosa dice?) (_vorrebbe, tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene dà il tempo_) Ecco... veramente...
AGL. (_rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània_) ... sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171].
MÈN. (_a sè_) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!).
AGL. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il dì ai fianchi...
MÈN. (_fra sè ribadendo maliziosamente_) (Si tradisce!...)
AGL. ... occupato nel gineceo a filar lana o a contar storielle milésie alle fantesche? Credi ch'ella andrebbe superba, mentre i tempi per la città si fan scuri, del vederlo sotto i propri occhi sciupar negli ozî femminili il vigore del braccio e della mente, quel che gli resta del fiore dell'età?
MÈN. (_gesto comico di sorpresa_) (Eh!) (_ad Aglae_) Ecco... veramente... puoi dire un fiore... stagionato... Proprio, precisamente, un giovane di primo pelo non sono...
AGL. (_interrompendolo_) E per questo mi sei caro...
MÈN. (_la guarda trasecolato, poi scotendo il capo_) (Non capisco più!).
AGL. (_rincalzando_) Bella cosa, al confronto di costoro, i giovani della giornata! Bella gioventù da innamorar donne libere![172]. Agatòne, Dìnia, Stefano, Dercillo! azzimati, unti, leccati, dinoccolati, cascanti[173], non san far altro che studiar le pose quando camminano e quando stan fermi, e andar in giro con cicale in testa e specchietti indosso e boccettine di Tùrio, che puzzano di profumerìa lontan due stadî; e prendono i bagni caldi e si coprono di pelliccie di Sardi per ripararsi dai primi freddi, e passano tutto il dì e la notte per le bische e nelle case delle danzatrici e suonatrici di flauto; smorti per le lascivie e per le orgie, consunti, fracidi a vent'anni; poi, a sentirli discorrere a teatro o per le vie, impertinenti, presuntuosi, ignoranti come Libétrj, imbecilli più di Margìte che aveva studiato tante cose e non ne sapeva nessuna...[174].
MÈN. (_fra sè_) (Qui ha ragion da vendere...)
AGL. (_proseguendo senza interruzione e con energia_) ... E sono i giovani eroi che gloriosamente poi scapparono a Neméa ed a Coronéa! Ma quando Atene fu nel bisogno, e volle salvi i suoi Dei e le sue donne, ci vollero _questi_ (_batte sulla spalla di Mènecle_) per cacciare i trenta tiranni e gli Spartani, e per liberare la città![175].
MÈN. (_fra il comico, il modesto e il commosso_) Grazie, grazie! (_a sè_) (Come parla! proprio figlia di suo padre!... Ed io avere il coraggio di sacrificarla!... Ohibò!).
AGL. (_si volge a Fània, parlandogli più calma_) Hai visto, o Fània, i nuovi oboli di rame? Son nuovi di conio e biondi, lucidi che sembran d'oro... pur guarda come han pessima la impronta! Osserva invece le vecchie dramme di argento del Làurio: sono usate, ma non adulterate, e serban la impronta stupenda e resistono al suono... La stessa differenza, fa conto, è oggi, in Atene, fra le vostre zazzere bionde... e queste barbe d'argento...[176].
MÈN. (_comico, guardando Fània con sussiego d'approvazione_) Già!
FÀN. (_attonito fra sè_) (O sta a vedere che se n'è adesso innamorata!).
AGL. O Mènecle, io ho visto sul tuo petto le tue superbe cicatrici: esse valgono meglio delle bellezze di Antìnoo...
MÈN. (_sorpreso, e pur con comica modestia compiacendosi_) Eh? questo poi...
AGL. (_proseguendo, a Mènecle_) Io ho letto il tuo ultimo discorso all'assemblea: quanto cuore, quanto fuoco, quanto slancio giovanile! Chi di quei giovani sarebbe stato capace di farlo?
MÈN. Oh, Elèo, per esempio...
AGL. (_nella foga del dire, resta al nome di Elèo improvvisamente interdetta e lì per lì s'interrompe: poi, padroneggiandosi, ripiglia_) Sì... forse Elèo... Intanto oggi tutta Atene, o Mènecle, è piena del tuo nome, ed io ne vado superba, come se parte della tua gloria si riflettesse sopra di me. Oh, grazie (_con effusione stringendogli la mano che egli commosso si lascia prendere_) per questo conforto che mi dai...
MÈN. (_sospirando, e come meditando il senso dell'ultime parole di Aglae_) (Conforto! Ah sì, ne ha bisogno! povera fanciulla!...).
AGL. (_proseguendo affettuosa e tenendo nella sua la mano di Mènecle_) Ti ricordi le parole che ti disse mio padre: «Tu sarai l'olmo che proteggerà la giovane édera...»
MÈN. (_comicamente sospirando e guardando in aria_) Un olmo antico!...
AGL. (_ribattendo subito_) ... e perciò robusto.
MÈN. (_sottovoce a Fània, dandogli di soppiatto un forte pizzicotto_) Ma parla un po' anche tu...
FÀN. (_strillando_) Ahi! ahi!...
AGL. (_che s'è accorta, sorridendo a Fània_) E se robusto non fosse, ti farebbe strillare in quel modo?...
FÀN. (_irritato dal pizzicotto e prorompendo_) Sì, strillo, perchè tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!... Lamentati ancora! (_ad Aglae_) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra volta!...
AGL. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!...
FÀN. (_ad Aglae stizzito_) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (_a Mènecle passandogli vicino_) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da voi!...).
(Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo).
SCENA VI.
MÈNECLE _e_ AGLAE.
MÈN. (_a sè_) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (_guardando Aglae, e parlando sempre fra sè_) Dopo tutto quel bene che pensa di me, _doppio_ obbligo di essere con lei galantuomo!).
AGL. (_a sè_) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (_a Mènecle che passeggia borbottando_) Mènecle!
MÈN. Che c'è?
AGL. Io ho preso le tue parti...
MÈN. (_interrompendo, brusco_) Hai fatto male.
AGL. Sarà. — ... e non ho voluto dirti nulla di sgradevole in presenza di mio fratello: ma tu _sai_ che egli ha ragione... (_accentando anche più_) lo _sai_.
MÈN. (_a sè_) (Oh, ci mettiam bene!) Se lo dici, lo saprò...
AGL. (_battendo sulle parole_) Non _saprò_: lo _sai_. Tu fai peggio che trascurarmi...
MÈN. Eh?...
AGL. Tu fai peggio che lasciarmi sola: e il tuo tempo non lo dai tutto alla città.
MÈN. (O sta a sentire!) A chi?
AGL. Ieri fosti con Lisia, l'oratore, e con Neèra, la di lui amica, in casa di Filostrato Colonèo...[177].
MÈN. (È matta!... O sta a vedere, che per distrarsi, la si provasse a far la gelosa!... (_fa un gesto vivo, come balenatagli improvvisamente un'idea_) Buono!...) (_ad Aglae con voce ferma_) E che male ci sarebbe!... Può darsi! Si aveva a parlare io e Lisia di affari di Stato...
AGL. Ma Filostrato è scapolo; e Neèra _non è_ uomo di Stato; e con Neèra ci erano due altre di lei compagne...
MÈN. Ah!
AGL. ... venute da Corinto...
MÈN. (_casca dalle nuvole, ma cerca far il disinvolto_) Può darsi.
AGL. ... e in casa degli scapoli, e in certe compagnie, è difficile trattar bene gli affari dello Stato; e alla sera ci fu banchetto; e i banchetti dove ci son di quelle donne finiscon tardi... (_gesti di Mènecle sorpreso_) ... e finiscon _male_...
MÈN. (_disinvolto, c. s._) Può darsi...
AGL. (_con forza_) Ah? Ma _può darsi_ che Aglae non ne sia contenta...
MÈN. (_trasecolato, di sorpresa in sorpresa_) (O spiriti! che diamine salta a costei?!)
AGL. (_incalzando_) Può darsi che Aglae se n'abbia a male! (_con accento drammatico_) Così impieghi, o Mènecle, i doni che gli Dei ti hanno dato?
MÈN. Eh? (Peccato che me li han dati da un pezzo!)
AGL. (_proseguendo incalzante_) Ah, lo so che la gloria di un nome ha sempre un fascino per le donne; lo so che le forestiere venute da Corinto sono curiose di conoscere questo Mènecle di cui si parla per Grecia; (_continui segni di stupor comico di Mènecle, Aglae prosegue con simulata energia_) ma io so anche quale fu il giuramento delle nostre nozze, e ti credevo, se non più fedele verso me che lo ebbi, più religioso verso gli Dei che lo hanno ascoltato!
(Va corrucciata a sedersi).
MÈN. (_a parte_) (Decisamente, è matta. Elleboro ci vuole.[178] (_guardandola di sottecchi_) Eppure... come è bella mia moglie quando è in collera!)
AGL. Tu non rispondi? Non rispondi?
MÈN. (_a sè_) (Tanto fa. Le discolpe le farem poi. È la via che se n'esce).
AGL. Il tuo silenzio... è eloquente. Ah, non basta, o Mènecle, andar illustre nella città, col nome scritto su la colonna![179]. Non bastano i meriti in faccia alla patria, quando in faccia ai domestici lari, oblii la santità delle sue leggi!...
MÈN. (Anche questo!) (_si volta risentito, come risoluto a difendersi_) Oh questo poi... (_si reprime_) (Se mi difendo, guasto).
AGL. (_afferrando la sua interruzione_) Questo poi è grave — volevi dire! E mentre io traggo sola le lunghe giornate nel ginecèo, pensando a ciò che farà Mènecle per la Repubblica, — Mènecle divide il tempo fra la Repubblica... e l'altre cure: e quando rientra ha sulla fronte le rughe...
MÈN. (_a parte, comicamente_) (Lo credo).
AGL. (_completando la frase_) ... le rughe dei grandi pensieri...
MÈN. (_a parte, comicamente_) (Un'attenuante...)
AGL. ... per nascondere tra le lor pieghe i rimproveri della coscienza: in casa degli altri, per le altre, i sorrisi, le carezze, i calici...
MÈN. (Cosa mi tocca sentire! Pazienza! siamo alla fine!)
AGL. ... le canzoni, le ghirlande convivali; per la povera Aglae non sorrisi, non ghirlande, non carezze: ma la solitudine, l'abbandono, la noia!... (_prorompendo_) Ah, no! per le due Dee! io non posso più vivere così...
MÈN. (Meno male. Al divorzio ci siamo).
AGL. No!... (_proseguendo con più forza_) no... io non posso più adattarmi a questa umiliazione...
MÈN. (Ci siamo! Va dall'arconte!...)
AGL. ... e io finirò con...
MÈN. (_sospeso alle labbra di lei, aspettando la risposta ansioso_) ... con...?
AGL. ... finirò... con... l'ammalarmi!... (_Mènecle resta lì di botto, sconcertato_) Oh, quanto sono infelice!...
(Dà in pianto, abbandonandosi sopra una sedia).
MÈN. (_sorpreso, comicamente imbarazzato_) Questa conclusion non m'aspettavo... Ohimè, che imbroglio!... Aglae!...
AGL. (_senza rispondere, continuando a singhiozzare_) Quanto sono infelice!...
MÈN. (Adesso fa piangere anche me!...) (_seguitando a guardarla e parlando fra sè, le si appressa_) No... senti Aglae...
AGL. (_seguendo a singhiozzare_) Lasciami... ho voglia di piangere...
MÈN. (_osservandola_) (Eppure... com'è bella mia moglie quando piange!...) (_dà un sospiro lungo_) (Eh! avessi cinque olimpiadi di meno!) (_passeggia, poi si ferma, giungendo le mani al cielo_) (O Nettuno marino!... Quale strega di Frigia o di Tessaglia mai, tirando il mio oroscopo, m'avrebbe detto: Mènecle, tu passerai per molte prove; scamperai dai campi di battaglia e dalle tempeste; dalle spade dei nemici, dalle calunnie dei sicofanti e dal morso degli oratori[180]; dai mostri del mare, dalle miniere e dalla schiavitù... e quando avrai il crine inargentato e il corpo stanco... farai piangere una donna... di gelosia!...) (_seguita a guardarla di sottecchi_) (Com'è bella!... Dopotutto, già... lo ha detto lei: appetto ai giovani della giornata...) (_si dà un'occhiata alla persona, una guardatina in uno specchio, lisciandosi con compiacenza la barba_) (noi possiamo passare per belli avanzi...) (_si appressa ad Aglae e le parla amorevole, insinuante_) Eppure, Aglae, se tu leggessi qui dentro, vedresti...
AGL. No... no... non voglio veder nulla...
MÈN. (Ma fa sul serio!) (_guardandola affettuosissimo, le prende nelle proprie una mano che essa non ritira_) Ma e dunque... sarebbe proprio vero... che vorresti ancora un po' di bene al vecchio Mènecle? (_parla esitando_) Oh se!... (_come via cacciasse un pensier lusinghiero_) no.. no..
AGL. (_ritirando la mano e levando vivamente il capo_) Se... cosa? Prosegui... confessa...
MÈN. Ma che confessare!... Volevo dire che sono meno bugiardo, meno... vizioso di quel che credi... (Stavolta dico la verità). Ma che vuoi, la tua affezione, mi pare un sogno... di quei sogni cari e ingannevoli della sera... Sai che essa sarebbe una troppo grande consolazione per questo povero vecchio!... Che io non potrei augurarmi, in questo triste tramonto, una più alta gioia sulla terra, del sapere, che quel giorno che per me sarà l'ultimo... (_Mènecle qui parla lento, interrotto, sinceramente commosso_) tu sarai là... al mio capezzale... a dirmi l'ultimo addio: che dalle tue labbra, e non da prefiche bugiarde, udrò la preghiera al conduttore dell'anime;[181] che le tue mani mi comporranno nel domestico sepolcro e la mia povera ombra avrà qualcuno sulla terra che si ricordi di lei!...[182]
AGL. (_commossa dalla sincerità dell'accento di Mènecle, si abbandona del capo e della persona sul petto di lui. Mènecle la sorregge amorosamente delle braccia_) Oh, Mènecle!
MÈN. (_pausa. Mènecle, sorreggendo Aglae, esclama tra 'l mesto e 'l comico_) (Cose che capitano ai vecchi!... Qui ci vorrebbe Zeusi a dipingere il quadro!...) E tu Aglae... a questo guerriero cadente...
AGL. (_risollevando il capo_) Aglae non dimenticherà mai ciò che questo guerriero cadente ha fatto per la sua famiglia, pel padre suo...
MÈN. Ah! (_si distacca vivissimamente da Aglae, rabbuiandosi_) (L'avevo detto che si sagrificava!... Ed io bestia... stavo per dimenticarlo... Ah, per gli Dei, sarei indegno di aver fatto versare quelle lagrime! Il dado è tratto!)
AGL. Che hai?...