La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note

Part 10

Chapter 103,511 wordsPublic domain

MÈN. (_con accento di repentina risolutezza_) No, Aglae, la tua gratitudine serbala ad altri. Tra me e tuo padre non ci fu che un ricambio... e il debitore sono ancora io... Tu sei troppo buona e virtuosa... e io... non ti merito... _Non ti merito._ Avevi ragione. Sono indegno di te. (È fatta!).

AGL. Che? Dunque confessi...

MÈN. (_concitato_) Sì, sì... confesso... tutto quel che vuoi...

AGL. Ci sei stato...

MÈN. Ci sono stato... (Ora mi mangia...)

AGL. E ci ritornerai...

MÈN. Secondo i casi...

AGL. E tu credi di far subire a me la sorte di Dejanira... la sorte della moglie di Alcibiade... o di quella povera moglie del tuo amico Lisia, con le cui amiche discuti gli affari... Ma io non sono Dejanira; io non sono la moglie di Lisia, che vede, tace e sopporta; io non sono la sposa di Alcibiade che torna indietro dall'arconte insiem con lui...

MÈN. (L'ho detto! Stavolta ci viene!).

AGL. (_incalzando_) ... io non son nata a tollerare affronti... e io... intendi... (_fa una pausa_) io...

MÈN. (È fatta!) (_vivissimamente, sospeso_) E tu...

AGL. E io... farò come fai tu.

(Sbalzo di sorpresa di Mènecle. Aglae è corsa verso l'uscio che mette alle di lei stanze).

MÈN. Eh?... (_correndole dietro per richiamarla_) Aglae! Aglae!...

AGL. (_dall'uscio, ribattendo con forza sulle parole e sillabandole_) Io farò come fai tu... e quello che fai tu!

(Entra rapidamente nelle sue stanze e gli serra a chiave l'uscio in faccia).

MÈN. No... senti...

(Aglae è già sparita. Mènecle resta lì trasecolato. Quadro).

SCENA VII.

MÈNECLE _solo_.

MÈN. Oh santissimi Numi! (_passeggia, poi si ferma tentennando il capo_) Destini umani! (_torna a passeggiare, di tratto in tratto fermandosi_) Vi han mariti che si attaccano alle mogli come l'ostriche allo scoglio e se le vedono guizzar via di mano come anguille di Copàide. Provatevi invece a liberarle... ed ecco in che maniera vi rispondono!... _Farò come fai tu!... e quello che fai tu!_... Peuh! se facesse proprio come me... non sarebbe gran male. (_riflettendo torna a passeggiare_) Ma pare che colei l'abbia intesa diverso... Pensa di me certe cose!.. Chi diamine gliele ha messe in testa!.. _Quello che fai tu!_ Adagio! e se a me, fin che son suo marito, non convenisse un bel niente che ella faccia... quel ch'ella crede faccia io?... Se non garbasse a Mènecle di diventar la favola d'Atene? Eppure già, se le resto insieme... Non si manda a ritroso nè l'acqua dei fiumi[183], nè l'istinto di donna di vent'anni!... (_torna a passeggiare, poi si ferma_) Però, quel dirmelo sulla faccia... Generalmente, le donne, quando lo fanno, hanno la delicatezza di non dirlo... E tutte le smanie son venute adesso... perchè sì, fino a ieri, non glien'era importato mai... E tutta quella foga d'accusarmi!... non potrebbe esser maggiore se fosse una giustificazione ch'ella cercasse alla coscienza!... E allora... la filosofia di prima... la sfuriata d'oggi... (_di improvviso riscotendosi_) Ma qui, per Minerva, c'è sotto qualcosa!

SCENA VIII.

MÈNECLE _ed_ ELÈO.

EL. (_entra affrettato_) Buon dì, Mènecle!... Arrivo tardi?

MÈN. (_lo saluta distratto_) Oh no... anzi...

EL. Ho fatto tutto. Sono stato da Pelopida, da Lisia e da Iseo... Iseo e Lisia parleranno all'assemblea per appoggiarti, i fuorusciti di Tebe confidano in te. Pur troppo la intimazione di Sparta, di espellere i fuorusciti, incontra favore tra gli amici della pace... La lotta nell'assemblea sarà viva...[184].

MÈN. (_distratto, seguita a borbottare fra sè_) (Farò come fai tu...).

EL. ... e per battere gli avversarî non ci vorrà meno dell'autorità della tua parola. Per Giove! da Teseo in poi i diritti della ospitalità furon sempre sacri ad Atene; e questo ingrandirsi minaccioso di Sparta alle nostre porte, e la sventura stessa de' fuorusciti reclama che Atene dia lor soccorso... n'è vero?

MÈN. (_distratto, soprapensiero_) E dunque bisogna darlo.

EL. Pure son tanti che ti parlano dello stato misero della flotta, delle perdite recenti, dell'imprudenza del tirarci addosso una guerra, se diamo ai profughi aiuto... ti pare?...

MÈN. (_distratto sempre e assorto ne' suoi pensieri_) Allora non bisogna darlo.

EL. (_risentito e sorpreso_) Mènecle!

MÈN. (_riscotendosi all'apostrofe di Elèo_) Cioè... volevo dire... perdona... non avevo sentito bene. (_borbotta fra i denti_) «Farò come fai tu...» Dunque dicevi...

EL. Dicevo che il soccorrere i fuorusciti, che vennero a noi col ramoscello de' supplici e si sedettero presso le nostre are[185], mi pare un dover sacro...

MÈN. (_riscotendosi_) Sicuro, mio bravo Elèo!... (_gli stringe forte la mano_) Per il trofeo di Maratona![186] sicuro ch'è dover sacrosanto...

EL. Grazie! La tua parola nell'assemblea deciderà. Oh sì, dopo il voto dell'integro, del virtuoso Mènecle, vedrai che la maggioranza verrà dietro... e tutta Atene farà quel che fai tu...

MÈN. Eh? (_con movimento vivissimo, fra comico e irritato_) (Non bastava lei! anche quest'altro!... Anche tutta Atene vuol fare quel che faccio io! È un contagio!) Ma dunque...

EL. Dunque l'ora scorre e gli amici tebani m'aspettano. Corro a portar loro le parole tue.

MÈN. E non passi a salutare Aglae?...

EL. (_si fa in volto serio e scuro_) No... sono atteso... è tardi...

MÈN. È tanto di cattivo umore stamattina, che...

EL. Ragione di più per lasciarla tranquilla. Falle tu i miei saluti. (_tra serio e mesto_) Passando per la tua bocca, le giungeran meno discari...

MÈN. (Bravo! Se tu sapessi!...) Basta: come vuoi. Siamo intesi. Salutami Pelopida.

EL. Addio (_esce_).

SCENA IX.

MÈNECLE _solo_.

MÈN. (_seguendo dell'occhio Elèo che allontanasi_) Bravo giovine!... valoroso e leale! Contrasti bizzarri! Costui nell'età degli svaghi pensa alle cose serie: e Mènecle nell'età... dei raffreddori, trascura gli affari serî, per... per... (_non finisce la frase, tornando al corso insistente dei suoi pensieri_) Ma colei m'ha messo una pulce qui nell'orecchio... Per Ercole! ne va del mio onore!... Ah, se arrivo a cogliere quel tale... oh, quello, parola di Mènecle, non mangia più aglio nè fave nere...[187].

SCENA X.

MÈNECLE, MÌRTALA _e_ BLÈPO.

BL. Padrone. C'è qui Mìrtala, la moglie di Cròbilo Colonèo.

MÈN. Uh, quella seccatura! Anche oggi! Di me o di Aglae cerca?...

BLÈPO. Non so.

MÈN. Bravo asino!...

BL. (_dalla soglia, impassibile_) Padrone!...

MÈN. Eh?...

BL. Poco fa m'hai detto savio.

MÈN. Ho sbagliato. Falla entrare.

BL. (_nell'uscire per introdur Mìrtala, borbotta sentenziosamente fra sè_) Essere l'uno... o essere l'altro!...

MÈN. Cosa vuole questa vecchia chiacchierona!

MÌRT. (_entra affannata, frettolosa_) Buon dì, Mènecle!...

MÈN. (_andandole incontro_) Giove ti salvi! (_Mìrt. è imbarazzata: getta attorno occhiate inquiete, sembra aver qualcosa sull'animo_) Della mia Aglae cercavi? Neh, (_a Blèpo ch'è rimasto sulla soglia_) Blèpo, conducila. (_a Mìrtala_) Ti vedrà tanto volentieri. È là nelle sue stanze...

MÌRT. Sola?

MÈN. Soletta.

MÌRT. E non l'hai ancora visto... stamattina...?

MÈN. Chi?...

MÌRT. Lui... mio marito...

MÈN. Da ieri non l'ho visto...

MÌRT. Credevo fosse qui...

MÈN. T'aveva detto che veniva?

MÌRT. No... ma...

(Rimane colla parola sospesa: è visibilmente imbarazzata, agitatissima).

MÈN. Che c'è?

MÌRT. Oh Mènecle!

(Rompe in uno scoppio di pianto e gli casca abbandonata nelle braccia).

MÈN. (_trasecolato_) (Anche questa! Preferivo l'altra!... Però adesso il quadro è... più intonato).

BL. (_avanzandosi, serio, impassibile, a fianco di Mènecle che non l'ha veduto, e che sostiene nelle braccia la vecchia piagnucolante_) Padrone... consolala!

MÈN. (_collerico, voltandosi, in vederlo_) Tu qui ancora?...

BL. Vado, vado... (_avanti andarsene, gli ripete con accento comico di preghiera_) Consolala! (_declamando_) «Soave è amor, ma troppo acerba cosa!» lo dice Euripide nell'_Ippolito_[188].

MÈN. (_minaccioso, con la vecchia piangente sempre su le braccia_) Te lo do io ora l'Euripide.

BL. (_tranquillo, grave_) Vado, vado.

MÌRT. (_singhiozzando_) Ah, Mènecle, quanto sono infelice!...

MÈN. (Anche lei! Sono il consolatore universale!...)

BL. (_dalla soglia, guardando i due, con far sentenzioso_) Ha ragione Eschilo:

Empie i letti di pianto amor di sposa E fa che dolor aspro il cor le stringa, Poichè il marito la moglie bramosa Ahi, disertando, la lasciò solinga[189].

(_Mènecle voltandosi, lo vede lì ancora, gli getta un'occhiata minacciosa. Blèpo dall'uscio, sempre tranquillo e grave_) Vado! vado!

(Esce, seguitando a declamare, con aria drammatica «Ahi, disertando, la lasciò solinga...»).

SCENA XI.

MÈNECLE _e_ MÌRTALA.

MÈN. Via, Mìrtala, calmati...

MÌRT. O Mènecle, io perderò la pazienza con colui...

MÈN. Ed egli dice che tu metti alla prova la sua...

MÌRT. (_levando il capo irritata_) Questo ha detto? Per Venere, la pagherà!...

MÈN. No, no, lascia star Venere! (Se ti sentisse!) Avrà commesso qualche leggerezza, ma poi... (Via, si difende anche il lupo.)[190].

MÌRT. Leggerezza, dici? Se in due giorni non ha passato due ore nel gineceo?

MÈN. (_guardandola, fra sè_) (Veramente, basterebbero!) Via...

MÌRT. Ma dove credi sarà andato?...

MÈN. Mah!... al suo tribunale!...

MÌRT. Ohibò! ci sono stata!... oggi è chiuso...

MÈN. All'adunanza della _fratria_ per le iscrizioni delle nascite...[191].

MÌRT. Ci sono stata!... Oggi adunanza non ce n'è....

MÈN. Alla banca di Pasione, là al Pireo...

MÌRT. Ne vengo ora...

MÈN. (_fra sè comicamente_) (Fa un giro di ispezione nella Grecia!)

MÌRT. Pasione oggi celebra la festa dei Lari, e non tien banco.

MÈN. E allora... _nessun può dir cosa ne fu di Edipo!_[192].

MÌRT. (_piagnucolosa_) Oh Mènecle! ho paura che Cròbilo mi tradisca...

MÈN. Ma se è più casto di Melanione... e non può veder l'altre donne!

MÌRT. Oh anche Timone odiava gli uomini, ma le donne di soppiatto le cercava!...[193].

MÈN. (_di sottecchi squadrandola_) (Non tutte!)

MÌRT. Ma qui proprio non è venuto...?

MÈN. E dàlli!... Doveva venire?...

MÌRT. No... ma... perchè... vedi... io parlo poco...

MÈN. Sappiamo!...

MÌRT. Ma sai... le donne, quando si fissano... (_Mìrtala parla esitante; dopo una pausa prende Mènecle a parte e gli parla con far misterioso_) Mènecle, Venere mi guardi del pensar male di nessuno. Tu hai, grazie a Giove, una moglie virtuosa. Ma sai, anche a Penelope, quando Ulisse non c'era, i Proci le andavan dietro. Tu non sei Ulisse, ma tua moglie la trascuri... e hai torto...[194].

MÈN. (_si è fatto d'improvviso serio e scuro, attentissimo_) Va pure avanti...

MÌRT. E il pensarci, fin ch'è tempo, mi par meglio per te... per lei... e per me...

MÈN. (_di scatto_) Cròbilo?...

SCENA XII.

_Detti e_ BLÈPO _sulla porta_.

BL. Cròbilo!

MÌRT. Ah!

MÈN. Furfante, mi fai l'eco?

BL. No, padrone.

MÈN. Lui qui?...

BL. (_imitando l'eco_) Qui.

MÌRT. (_smaniosa_) L'ho detto io! Oh il perfido! Non son Mìrtala se...

MÈN. (_serio_) Calmati. E lascia fare a me. È meglio tu vada.

BL. (_a parte, declamando sentenziosamente_) «Meglio è l'andar quando il restar non giova!»

MÌRT. Oh Mènecle, ma tu...

MÈN. Fidati a me... Va, va presto...

MÌRT. Oh, mi raccomando... il mio Cròbilo...

MÈN. Sta sicura. Te lo renderò... Da questa parte... Addio.

(Mìrtala esce dalla parte del gineceo, non dall'ingresso del peristilio).

SCENA XIII.

MÈNECLE, CRÒBILO.

MÈN. (_dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena_). Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (_a Blèpo_) Fallo entrare.

(Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio).

CRÒB. (_entra assai espansivo_) Oh Mènecle! salute!...

MÈN. (_Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata, velatamente ironica_) Buon dì, Cròbilo.

CRÒB. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto, a saper che c'è di nuovo...

MÈN. (_lo scruta di soppiatto_) E a me, ora, il mio démone m'aveva detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra...

CRÒB. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico...

MÈN. (_con intenzione ironica, scrutandolo_) E un amico come te...

CRÒB. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!...

MÈN. (_proseguendo, suggestivo, velatamente ironico_) ... val più d'un tesoro. Grazie[195].

CRÒB. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle... dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo, l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole, sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi vantaggi...

MÈN. (_con intenzione, ironica_) Ah già! molti!...

CRÒB. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre coi grandi uomini qualche cosa in comune...

MÈN. Già, già. (Bello e... comodo).

CRÒB. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi. Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera... insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre...

MÈN. (_correggendo_) Alle mie...

CRÒB. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io «_Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un parere, ci abbiamo prima studiato sopra_...» Ohibò! come soffiar in una rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver guadagnate due corone come noi...

MÈN. (_correggendolo_) Come me...

CRÒB. Sì... come te... come noi...

MÈN. (_ironico_) Ah!...

CRÒB. Aver fatto tante leggi come noi...

MÈN. (_correggendo ancora_) ... Come me...

CRÒB. (_senza più badargli_) ... presieduto giudizii come noi, governate le isole come noi... (_Mènecle accompagna i noi, con gesti del capo, di adesione ironica_) Ma se ti dicevo che quel poter parlare dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune...

MÈN. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...)

CRÒB. (_terminando la frase_) ... è una gran bella cosa!...

MÈN. Fino a un certo punto.

CRÒB. (_a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle_) Qua un abbraccio.

MÈN. (_liberandosi_) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune tutte le cose...[197] (_parla velatamente ironico_) come dice il proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198].

CRÒB. Precisamente.

MÈN. (_a parte_) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli).

CRÒB. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae...

MÈN. (_a parte_) (L'ho detto!) La _mia_ cara Aglae sta bene... (Bisogna insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche tu sei del parere delle _Aringatrici_ di Aristofane! Sai, quella scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani, pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...»

CRÒB. (_facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione a memoria_) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può pigliarsela dalla Comune, senza spesa...

MÈN. (_proseguendo_) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199].

CRÒB. (_con ripetuti e vivi segni di adesione_) Benissimo! Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito... (_maliziosamente a Mènecle_) Queste son massime da mettere nell'arche insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le isole...

MÈN. (_suggestivo_) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole...

CRÒB. (_approvando sempre con calore_) Benissimo!

MÈN. (_c. s._) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae...

CRÒB. Benissimo!... Per la compagnia che le fai...

MÈN. (_frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva_) Per Mìrtala mi presento io...

CRÒB. Benissimo! E io faccio come fai tu.

(Gesto vivissimo di collera in Mènecle).

MÈN. (Anche lui!) (_piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi d'improvviso scuro in volto e minaccioso_) Ma... e se io... non dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le isole, non piacessero queste teorie di governo?

CRÒB. (_lo guarda tra attonito e spaventato_) Eh? (Che diamine gli è saltato in mente?...)

MÈN. (_rifacendosi calmo d'un tratto_) Vieni qua.

(Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda trasecolato, senza comprendere).

CRÒB. Che cosa sono?

MÈN. (_ritornato calmissimo_) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi del _nostro_ governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo le leggi di Atene. Guarda qui. (_piglia una carta e poi ne spiega, discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto_) Sentenza nella causa di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina, in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E _noi_ abbiamo condannato Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201]. (_sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e prosegue tranquillissimo_) Stette a letto soltanto cinque mesi...

CRÒB. (_spaventato_) Ohimè!...

MÈN. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico con una multa di mille dramme[202]. (_Mènecle passa tranquillamente a un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento di Cròbilo_) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e, senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a incoraggiamento e sprone dei mariti futuri...

CRÒB. (_spaventato giungendo le mani_) O santo Giove, rettor delle stelle!... e _tu_ hai fatto...

MÈN. (_correggendolo, ironico_)... non io... _noi, noi_.

CRÒB. Che maniera di governare!

MÈN. Questo abbiam fatto noi (_accenna sè e Cròbilo, beffardamente appoggiando sul_ noi) quando governavamo le isole... (_battendogli sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo_) Tieni il ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi!

CALA LA TELA.

NOTE

[153] Vedi, sul gnomone, note all'_Alcibiade_, atto II.

[154] ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 1128.

[155] Cfr. PLATONE, dial. _Parmenide, Eutidemo, Sofista_. — Già abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia antica, nelle _Nubi_ di ARISTOFANE, che ebbe il torto di confondere tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto intorno all'epoca dei personaggi della mia _Sposa_) sofisti e filosofi hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del _Pitagorico_ di ARISTOFANE (fr. 3. MEIN., _Frag. com. græc._, III, 362) e in un altro frammento di ANTIFANE, in un dialogo tra padre e figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico — dialogo che ricorda le scene comiche delle _Nubi_ tra Strepsìade e Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. ANTIFANE, Κλεοφάνης; MEIN., _Fr. com. gr._, III, 64). Più acre giudizio de' sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. — Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'_Alcibiade_, att. II, n. 35, 36, 37.

[156] EURIP., _Alceste_, v. 528.

[157] «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di fichi?» ANTIFANE, _Cleofane_.

[158] Vedi le orazioni di ISOCRATE, _Contro i sofisti_ e l'_Elogio di Elena_.

[159] SOFOCLE, _Eraclidi_. — LUCIANO, _Dial. dei morti_, 5.

[160] Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito, simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa.

[161] Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα — Cfr. il passo di DEMOST., _C. Neera_, 1386, citato nella nota 48 al _Prologo_: e ALCIFRONE, nelle _Lettere_: «Mio padre e mia madre teco, ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, _per la seminagione di figli legittimi_. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6.

[162] Vedi nel _Prologo_ della commedia, pag. 26, il testo della legge, ch'è menzionata da DEMOSTENE, nell'orazione seconda _Contro Stefano_, 1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre — di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era esaurito neppur da un primo matrimonio. ISEO, _Eredità di Mènecle_, § 5, 9 — cfr. DEM., _C. Onet._, I, 865-6. _C. Eubulide_, pag. 1131.

[163] «_Il vecchio torna fanciullo un'altra volta_». PLATONE, _Leggi_, I, 646, a.

[164] Cfr. il passo già citato dell'orazione di ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7.