La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 8
[131] Su le pretese e il bisticciare e il rimbrottar continuo con che le mogli dotate molestavano i mariti, vedemmo abbondare in Menandro e ne' comici della commedia nuova gli esempi. — Cfr. LALLIER, _La femme dans la famille athénienne_. — BENOIT, _Sur la Comédie de Ménandre_.
[132] «A quella di noi donne che partorisse un uomo utile alla città, legislatore o capitano, era giusto le si desse qualche premio, e il primo seggio nelle feste Stenie e nelle _Scire_, e nelle altre che noi donne sogliamo celebrare». ARISTOF. _Tesmof._, v. 834. «Tu lampada sarai a parte dei presenti consigli, che furon presi dalle amiche mie nelle feste Scire». ARISTOF. _Eccles._, v. 18. Si celebravano dalle donne in onor di Minerva le Scire o _feste dell'ombrella_, ai dodici del mese detto appunto _sciroforione_ (giugno-luglio), sulla via da Atene a Sciro ov'era il tempio di Minerva Scirade. Il sacerdote portava nella processione un ombrello bianco.
[133] «Che mai di buono farem noi donne, noi che sediamo con chiome tinte di biondo, portiam tuniche color di croco, e siam cariche di ornamenti e vestiam cimberiche a strascico (κιμβερίκ’ ὸρθοστάδια) e peribàridi ai piedi?» ARISTOF., _Lisistr._, 45. — τὼ Περσικά, ibid., 230. Eran calzari di gala, alla persiana.
[134] EURIP., _Medea_, _Androm._ — ANASSANDRIDE, _Inc. fab._ Vedi avanti la nota 69.
[135] Simili al bisso (ch'era una specie di tessuto di lino) ma assai più fini erano i tessuti rinomati che l'isola di Amorgo forniva per certe tonache o camicie di donna, di straordinaria finezza e trasparenza, e che dal luogo d'origine si chiamavano ἀμόργινα. ARISTOF., _Lisistr._, v. 150; Scol. in ESCHINE, _C. Timarco_, 97.
[136] Sotto il nome di _Colìade_ (dal borgo attico di Colias ov'era il tempio) e di _Genetìllide_ (come preside agli atti sessuali) avea Venere speciali onoranze di riti lascivi femminili. «Se alcuno le avesse convocate (le donne) nel tempio di Pane, di Venere Colìade o di Genetìllide, non si potrebbe più passare per la gran copia dei timpani». ARISTOF., _Lisistr._, v. 1 seg. «Sposatala, giacevo con lei che olezzava di unguento di croco, di baci con la lingua tra le labbra, di ghiottornie, di Colìade e di Genetìllide». ARISTOF., _Nubi_, v. 41 seg.
[137] Era devoluta ai _tesmotéti_ (gli ultimi sei de' nove arconti) oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi ULPIANO, nei _Commenti a Demostene_, orazione _Contro Midia_: e fu probabilmente durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla, per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore, toccò la sua parte di bastonate.
[138] Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di Cròbilo:
CRÒB. (_sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala_) Mi raccomando non le mostrar tutta la guardaroba, ecc.
[139] «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi, vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro sacro con un monile di fichi secchi al collo». ARISTOF., _Lisistr._, 641 seg. In queste parole della _Lisistrata_ è brevemente riassunta la prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita.
[140] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v. _Prologo_, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de' ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio de' voti: come vedi nel passo citato delle _Vespe_: «e per severità tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli, per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103 seg.
[141] Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto, da' parenti suoi, cfr. ISEO, _Eredità di Cirone_; DEMOSTENE, _Corona_; POLLUCE, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile. SENOF., _Memorab._
[142] ISEO, _Ered. Pirro_, § 64. Cfr. _Prologo_, pag. 27.
[143] Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν) dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la scansano, abbracciando supplici l'altare. ANDOC., _Misteri_). Quello dei contendenti che vi aveva interesse _provocava_ a ciò l'avversario (πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la _provocazione_ o _richiesta_ non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi. Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via di tormenti la provocazione». DEMOST., I, _C. Stef._ «_Io gli chiesi pei tormenti tre sue ancelle_ informate del fatto e dei danari che Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: _ma dei tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante la tortura_». DEMOST., I, _C. Onetore_, dove il massimo oratore ripete quasi alla lettera un passo di ISEO suo maestro (_Ered. di Cirone_). E altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il falso? dacchè neanche ora _ardiscono concedere il corpo della schiava_, che testificarono già offerto da Teofemo, e _così confermare col fatto_ la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè mediante il corpo della schiava scagionarsi». DEM. _C. Everg._ 7-9. — E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî, chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli _con lo scansare la prova degli schiavi_ consapevoli de' fatti suoi, confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti? Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui: ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi _schiavi e le schiave avrebbero_ più facilmente negato che dato falsa accusa al padrone». LICURGO, _C. Leocrate_. — Ecco invece un esempio di provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli (all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma _egli ricusò_». DEMOST., _C. Afobo, falsa testim._ Cfr. DEMOST., _C. Neera_ e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti maltrattamenti. (Cfr. note all'_Alcib_.) Che però le deposizioni degli schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che ISEO e DEMOSTENE sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda intuizione dell'essere umano, ad ARISTOTILE, il quale nella _Retorica_ discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi «ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire più presto dal martirio» (_Retor._, I, 13). Ancora è ad osservarsi che nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le _provocazioni_ a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in _tutti_ i passi sopracitati) le _ricusazioni_; e non sembrando verosimile che debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che, nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse in parte la ferocia della legge, e che la così detta _provocazione_, così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse diventando sempre più ai tempi di ARISTOTILE e posteriori, una forma retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che DEMOSTENE, nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di ISEO (quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso il sublime oratore: tanto più se si pensi che DEMOSTENE, così corrivo a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui, quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con ESCHINE, e accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida ESCHINE — e dia i tormenti innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (_provocazione_); ma DEMOSTENE rifiuta l'uso dei tormenti, perchè _non vuol dipendere dai tormenti de' servi_.» ESCHINE, _Ambasceria_. Caratteristiche parole che, forse, già in DEMOSTENE adombrano il pensiero di ARISTOTILE, e, molti secoli più tardi, di BECCARIA.
[144] Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era abbastanza legittimo. Cfr. DEMOSTENE, nell'arringa contro Macartato, per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici, di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che _quella tavoletta non si potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono più lontani_». _C. Macart._, § 18.
[145] Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti, con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra a destra verso il Dìpilo». LUCIANO, _Dialoghi delle cortigiane_. «Ho pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare: _Aristeneto contamina Clinia_». LUCIANO, _ibid._
[146] Famiglia dei _Britidi_, v. DEMOSTENE, _C. Neera_, 1365. Sugli _Almeonidi_, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note all'_Alcib._, atto I, n. 37.
[147] «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote». ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 9. Il divorzio infatti portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie, restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per gli alimenti». DEMOST., _C. Neera_, 52. «È obbligato dalla legge a restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». DEMOST., _C. Afobo_, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio MARIOTTI omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno, scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno, _e non le restituì la dote_». _C. Neera_, 1362, cfr. 1363. Ma questo di Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon Mènecle mio.
Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de' divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di EURIPIDE: «Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: _non servono che a rendere il divorzio più difficile_». EURIPIDE, _Melanippe_, fr. 31.
[148] Cfr. LUCIANO, _Dialoghi delle etére_. — ARISTENETO, _Lettere_.
[149] Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed eloquente fra tutte la pagina di PLUTARCO nella vita di Cleomene, ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia, perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi esser magnanimo e generoso _perchè insegui la morte che è la più facile delle cose umane_ e che è sempre in poter nostro? Bisogna che la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa medesima: _nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per sè._ Quando la _speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire_».
[150] Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7.
[151] Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già abbiam visto (_Prologo_, pag. 27) che in questi casi il divorzio era nella legge stessa qualificato _ripudio_ (ἀπόπεμψις): e il sentimento pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di quella parola. Ed EURIPIDE, ne' cui drammi, sotto la larva delle favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per questo fa dire a Medea: «_Non onorevoli_ (ossia _vituperosi_) _sono i divorzj alle donne_» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) _Med._, 236. E altrove nella _Andromaca_, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè _tutte le altre cose_, che la donna soffra, sono di minor conto: ma _perdendo il marito, perde la vita_» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει βιου). EURIPIDE, _Androm._, 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «_Difficile_ e _ripida_, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). ANASS., _Inc. fab._, 5.
[152] «Bastare, disse, _che fosse infelice lui solo_» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7.
ATTO SECONDO
ATTO SECONDO
Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a sinistra l'ingresso dal _metaulo_ che immette alle stanze interne del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare domestico. Una panòplia è appesa alla parete.
SCENA I.
AGLAE _e_ TRATTA.
(Aglae traversa rapidamente la scena, dalla porta laterale di sinistra, quella del gineceo, alla porta di mezzo ch'è nello sfondo: a mezza via si arresta, e chiama forte.)
AGL. Tratta!
TR. (_affacciandosi dalla porta di sinistra_) Padrona!
AGL. Appena vien Fània da mio marito, avvertimi. Va! (_Tratta rientra_). E dunque... Fània, da fratello affettuoso, compiangendomi, pensa a parlare per me; Mènecle, da marito magnanimo, compiangendomi, pensa a liberar me; Cròbilo, da amico leale, compiangendomi, pensa a consolar me. E se Aglae la compianta li burlasse tutt'e tre? (_esce per la porta di mezzo_).
SCENA II.
MÈNECLE _e_ BLÈPO.
(Mènecle leggendo una carta, seguito da Blèpo, entra dal peristilio a destra).
MÈN. (_leggendo_) «Scegliere fra essere o non essere. O si è marito o non si è. Se essere non volevi, non dovevi diventarlo». Ma bravo, per Giove, mio cognato Fània! Platone non avrebbe ragionato meglio! (_si volge a Blèpo_) E che t'ha detto Fània nel darti questa?
BL. Che ripassava.
MÈN. Che ombra fa?
BL. Un piede[153].
MÈN. Oh, oh! quasi mezzodì! Sarà qui a momenti. Va. (_lo richiama_) Aspetta. Ed è tornato, n'è vero, in mia assenza, Elèo?
BL. No.
MÈN. Come no? e queste carte? chi te l'ha date?
(Accennando altre carte che ha in mano).
BL. Lui.
MÈN. Quando?
BL. Stamattina.
MÈN. Dove?
BL. Qui.
MÈN. Dunque è venuto, imbecille!...
BL. Grazie.
MÈN. (_impazientito_) È venuto sì o no?
BL. Venuto sì, tornato no.
MÈN. (_lo guarda sorpreso_) Eh?...
BL. (_con far grave e sentenzioso_) _Venire_ non è lo stesso di _tornare_. E se uno viene, non torna. E se uno torna, non viene. Però si può dire: _In questo suol vengo e ritorno_, come Eschilo fa dire ad Oreste esule[154].
MÈN. (_guardatolo attonito, se gli appressa, tra serio e canzonatorio_) Bravo!... E, dimmi in grazia... dove e quando hai imparato queste belle cose?...
BL. (_con gravità_) Ieri, passando dal Liceo, da uno di quei filosofi che ci stanno. E delle altre cose ancora...
MÈN. (_ironico_) Ah!... sei divenuto un savio... dunque?
BL. (_sentenzioso_) No, padrone. Perchè ciò che diviene non è[155], e non può essere nel momento che diviene: altrimenti, se fosse già, non diverrebbe, o, se diviene, diviene un'altra cosa: e quello che è, se potesse divenire, allora l'essere diventerebbe eguale al non essere, mentre il non essere è diverso dall'essere, come dice Ercole in Euripide[156]. E per scegliere quindi fra l'essere...
MÈN. (_continuando ironico_) ... e il non essere... Ferma un momento. E dimmi un po'... hai scopato le stanze stamane?... e la casa è all'ordine?... è?
BL. Sicuro che è.
MÈN. (_fissandolo_) Ma potrebbe anche non essere, visto come impieghi il tempo. Vedi questo? (_gli mostra un grosso bastone_) Cosa credi che sia? essere o non essere?
BL. (_tirandosi a rispettosa distanza_) Vedo. È un bastone... è...
MÈN. Ne convieni? Ebbene, se ti sento fare ancora di queste scoperte, e bazzicar quei galantuomini che mangiano fichi nel Liceo[157], questo, che è un bastone, ti annunzio che può _divenire_ uno spianatoio per le tue spalle, pur non cessando di _essere_ un bastone. M'hai inteso?
BL. Perfettamente.
MÈN. Vedi che lo sei, un savio!... Va.
(Blèpo esce, facendo comiche smorfie).
SCENA III.
MÈNECLE _solo_.
Per gli Dei e per i démoni!... L'amico Isocrate ha ben ragione di pigliarsela con que' maledetti sofisti![158] Ancora un po' e questo mariuolo mi rifaceva la lezion di Fània! (_passeggia su e giù_) Del resto, mio cognato non potea venir in mezzo più a proposito. Tanta fatica di meno. La cosa va più liscia che non avrei sperato... Oh eccolo!...
SCENA IV.
MÈNECLE _e_ FÀNIA.
FÀN. Buon dì, Mènecle...
MÈN. Salute, cognato mio... (_disinvolto_) Sicchè tu vieni a dirmi che hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi...
FÀN. (_impacciato_) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia, domandalo a te stesso, alla tua coscienza...
MÈN. (_disinvolto_) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato tu prima... alla gran madre... alla natura?
FÀN. Mènecle!
MÈN. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di meriti...
FÀN. Oh certamente...
MÈN. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi meriti, noti a tutta Atene (_si interrompe sospirando comicamente_) — da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni, le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e sostanzioso... per una mensa coniugale!
FÀN. Questo io non dissi... ma...
MÈN. Ah! c'è un ma...
FÀN. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa, il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare. Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un uomo...
(Fa pausa come cerchi la parola).
MÈN. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo padre...
FÀN. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del tempo...
MEN. (Ama le perifrasi!)... Grazie...
FÀN. ... al pari degli altri _può_, e più degli altri, _deve_ dare ad una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
MÈN. (_prosegue ironico la frase_) ... di quell'altre che le mancassero. Benissimo. E insomma...
FÀN. (_impazientito_) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
MÈN. (_a parte sospirando_) (Pur troppo!)
FÀN. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo io...