La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 2
BEOTO (_rasciugandosi il sudore e ripigliando più calmo_). Ancora una parola, e ho finito. Fu tempo, o Ateniesi, che le Muse tra voi furon ministre di virtuosa e virile educazione: allora esse crebbero quegli uomini che pugnarono a Maratona.[46] E vanno famosi quelli antichi poeti, perchè insegnarono il vero, onorarono gli iddii, beneficarono gli uomini: e trovarono molte leggiadre parole per dire molte utili cose. Orfeo fondò i misteri, vietò le stragi; Museo insegnò i rimedi delle malattie; Esiodo l'agricoltura e i tempi del seminare e del raccogliere (_man mano che Beoto prosegue l'enumerazione degli esempi, gli Eliasti danno in esclamazioni d'impazienza_). Omero perchè acquistò gloria? perchè insegnò l'arte di schierar le truppe.[47] Tirteo? perchè insegnò la politica. Così è del poeta ammaestrare gli adulti, come il pedagogo i puttini:[48] per questo ordinammo che i poemi di Omero si cantino nelle sante Panatenee:[49] per questo alzammo alle Muse, come a benefattrici, gli altari. E voi tollerereste che questo sacrilego ricorra ad esse per renderle seminatrici di guai? Ah, se da qui tornando alle case vostre, le mogli o le sorelle vi domandassero:[50] _Che cosa avete fatto quest'oggi?_ risponderete voi: abbiamo assolto un poeta il quale pose in iscena mogli che si immischiano di quel che non devono e che non fanno quello che devono? Ah no, per Giove e per il trofeo e per i sepolcri della Tetràpoli![51] no, per gli eroi che dormono sotto i pubblici monumenti! oggi... tornando a casa, raccontereste la vostra sentenza: domani, tornando a casa... non trovereste la minestra in tavola!... Pensateci!
(Applausi degli eliasti. Beoto si leva la corona e scende pettoruto, con aria trionfante, dalla ringhiera).
2º EL. Ah, le mie lenticchie!...
1º EL. Questo è parlare!...
3º EL. Scusa... stavo scrivendo... che cosa ha detto?...
1º EL. Che se diamo a costui fava bianca, domani le donne non ci fan da pranzo...
3º EL. Ma glie ne do cento di fave nere...[52]
TESMOT. Accusato, monta in ringhiera: e sii calmo: non mi andare fuor degli ulivi.[53] L'accusatore è stato moderato nei termini e cortese. Vedi di esserlo anche tu.
(Grandi e prolungati rumori e voci fra i giudici, intanto che Eudemonippo monta in ringhiera e si mette la corona).
EUDEM. Ateniesi! Giudici!... A Giove...
(Parla fra i rumori ostili).
ELIASTI (_in coro_). No, no!... Abbasso!
EUDEM. (_tentando fra i rumori, inutilmente, di farsi ascoltare_). A Giove che ascolta i giuramenti e le ragioni... io domando...
2º EL. Ma che domande!... ma sentilo che parla di ragioni...
TESMOT. Fate silenzio!...
EUDEM. (_sforzandosi sempre tra i rumori di farsi udire_). Io domando che se ingiusti...
1º EL. Ingiusti noi?... Oh sfacciato!...
3º EL. Noi ingiusti?... Prova mo' a ripeterlo!...
ALTRI ELIASTI. Basta! abbasso! abbasso![54]
(Rumori prolungati, conversazioni clamorose tolgono all'oratore la parola).
EUDEM. (_a voce fortissima_). Una volta due uomini e un asino...
(Si fa silenzio improvviso).
1º EL. Ohe, attenti!... una storiella!...[55] ssssss!...
ELIASTI. Ssssss! ssssss!
(Silenzio generale completo).
EUDEM. (_ripiglia calmo_). Un asino e due uomini viaggiavano:[56] l'uno, il padron della bestia, l'altro che l'aveva a nolo: e scottando forte il sole, litigarono i due, a chi l'ombra dell'asino toccasse: l'uno, il padrone, diceva aver noleggiato l'opera della bestia e non l'ombra: l'altro replicava, l'ombra essere parte dell'opera...
(Eudemonippo si arresta con lunga pausa).
1º EL. To'! to'! un bel caso da decidere!...
2º EL. E così?... (_a Eudemonippo che ha fatto pausa_) come è andata a finire?...
3º EL. (_ed altri_). Come è finita? come è finita?...
EUDEM. È finita che i due han ricorso ai giudici in tribunale, e i giudici li han sentiti imparzialmente tutti e due... quello che voi non fate con me: e voi che state attenti, appena vi parlo di un asino... potreste bene star attenti, or che vi parlo di... un altro!...
(Indica l'accusatore: risate fra gli Eliasti).
2º EL. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!...
1º e 3º ed altri EL. Sì, sì, parla!...
EUDEM. (_con voce pacatissima e gesto parco e corretto_). Non dubitate, sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce a lui dettate, s'intende (_ironico_), non da odio nè invidia, ma da purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu intanto (_al cancelliere_) chiamami i testimoni.[58]
CANCELL. (_leggendo la lista testimoniale_). Callia di Stefano del borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea di Lisìppo del borgo del Pireo... (_i testi citati si avanzano; il cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge_) «Attestiamo ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e per poco non lo lapidò...»[60]
EUDEM. Basta. Giurate che è vero?
I TRE TESTIMONI (_un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode_).[61] Giuro. Giuro. Giuro.
EUDEM. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri, tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia. Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi, che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî, o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere, ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili cose!...
TESMOT. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!..
1º EL. Sì, sì, taglia corto!...
EUDEM. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane, e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti, di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse violai. Tu (_al cancelliere_) brevemente recita queste: voi appresso giudicherete quella. (_Al custode della clessidra_) Ferma l'acqua. (_Al cancelliere_) E di' su.
CANC. (_legge_). «La donna è dal padre o dal fratel consanguineo o dall'avo paterno data legittimamente in isposa a chi essi credono. L'orfana erede è in balìa di chi n'ha il diritto o n'ebbe podestà dal tutore».[67]
EUDEM. Ora la terza di Solone sull'orfane.
CANCEL. (_legge_). «L'orfana potrà reclamare che il parente più vicino la sposi. Questi dovrà condur l'orfana in moglie o collocarla, dandole cinquecento dramme di dote. Se nol fa, l'Arconte potrà obbligarvelo sotto multa di mille dramme, sacre a Giunone».[68]
EUDEM. Continua l'altra.
CANCEL. (_legge_). «Anche se la donna fosse già maritata, e le muoia il padre e non le restin fratelli, il prossimo parente la chiederà in moglie, e il precedente matrimonio sarà sciolto».[69]
EUDEM. Queste, o giudici, le leggi nuziali, conservatrici delle stirpi. Passa a quelle dei divorzî.
CANCEL. (_legge_). «Il divorzio ha luogo o per mutuo consenso de' coniugi, o promosso dal marito o dalla moglie: se dal marito, è ripudio: se dalla moglie, è abbandono.
«Se il divorzio accade per consenso mutuo o volontà del marito, non esige intervento del giudice. Se è chiesto dalla moglie per incuria o maltrattamenti del marito, la moglie presenta in persona la richiesta scritta all'Arconte».[70]
EUDEM. Basta così. Queste savie leggi, o Ateniesi, a noi ha dato Solone: voi direte se ad esse scrupolosamente conforme il tema della commedia e la condotta di Mènecle non sia. Ben vero costui s'alza e vi dice: A Mènecle, ne' panni suoi, per fargli onore, miglior partito era scendere, volontaria ombra, fra i morti. E tu che lo affermi, l'avresti fatto? Tu che adduci la legge, perchè non l'adduci intera?[71] Perchè sapevi che, nel caso di Mènecle, il Senato di andar fra l'ombre anzi il tempo non gli avrebbe data licenza. Leggila tutta... Occhio all'acqua!...
CANCEL. «Chiunque a cui siasi fatta grave la vita, lo annunzi al Senato, esponendone le cagioni: privazione di figli, perdita di sostanze, corpo mutilato, o morbo incurabile...
EUDEM. Senti?...
CANCEL. .... e impetrato dal Senato il permesso, beva la cicuta e vada pure».[72]
EUDEM. Hai udito le cagioni che la legge enumera? Mi dirai che l'avere a sessantacinque anni una sposina di venti, sia compreso dalla legge nella rubrica dei morbi incurabili?
BEOTO. Certo.
EUDEM. Ammettiamolo. Chi ti dice che lo ammetteranno, per proprio conto, i senatori? E che a tutti poi accomodi di contar in piazza, al Senato, malattie di forma così atroce? E se il permesso è negato, perchè non parli della pena ai trasgressori?... Dilla tu.
CANCEL. «Se uno si uccida da sè senza licenza, la mano che questo fece, sia seppellita separata dal corpo».[73]
EUDEM. E tu, difensor delle leggi, tu volevi da me sulla scena l'esempio di un Arconte che le leggi offendesse, o scendesse col moncherino alla barca di Caronte, senza la mano per pagar l'obolo e ritirare il resto? Ma tagliati la tua che ha scritto più menzogne sulle tabelle di quanti abbi capelli sulla testa!...
Che resta adunque delle accuse di questo tristo? Una sola. Aver messo in iscena, contro la legge, cittadini Ateniesi col loro nome. Io non dirò che la legge, se tale fosse, fu posta da Làmaco, uno dei Trenta tiranni, quando la tirannide infuriava tra noi, e che le leggi dei Trenta sono a ritenersi abolite...[74] Non dirò che l'attica Musa, nei tempi d'oro della libertà nostra, ripudiò i freni come sacrileghi, e Pericle istesso, provatosi a porne, vi rinunziò.[75] Non dirò...
TESMOT. Neh, accusato, quello che non dirai, lascialo da parte.
EUDEM. Ebbene, dirò che la legge, se tale foss'anche, costui non l'ha letta neppure. Dimmela su.
CANCEL. (_legge_). «Làmaco disse e il Consiglio dei Trenta e il Senato decretarono: non sia lecito porre in commedia fatti contemporanei, o cittadini reali e viventi col loro nome. Il trasgressore qualunque cittadino possa citarlo in giudizio, e scriva la pena».
EUDEM. Dunque la legge parla di fatti contemporanei: ora invece la commedia risale ai dì della 100ma Olimpiade, quando Atene raccolse i fuorusciti di Tebe, e Pelopida ed Epaminonda prepararono la riscossa. La legge parla di cittadini viventi: ora ecco ben sessant'anni che il buon Mènecle riposa nel sepolcro degli avi; ecco dieci anni che Aglae lo raggiunse, veneranda vecchierella, benedetta dai figli dei figli suoi. E se la legge dà al cittadin nominato facoltà di trarre in giudizio chi lo nomina, io sbaglierò, ma parmi, o giudici, che per far questo egli debba prima di tutto esser vivo... ti pare, o Arconte?...
TESMOT. Sì... mi pare...
EUDEM. Perchè ai morti non è data facoltà di querela, e all'infuori di Orfeo, di Teseo e di Ercole non so chi altri fin qui sia tornato dalle porte dell'Erebo. Così Mènecle potesse tornarne!... egli, pel primo, pregherebbe, o giudici, a me propizio il vostro voto! (_prende in mano un ramuscello[76] e lo stende verso i giudici_) Egli ve ne pregherebbe, o voi giovani, per la memoria dell'atto suo generoso, a cui resero giustizia qui in quest'aula istessa, innanzi a questa effigie istessa di Lico eroe, i padri vostri, quando ad essi la parola eloquente di Iseo la raccontò. Egli ve ne pregherebbe, o vegliardi, non per lo squallore che costui vi minaccia, dei talami solitari, ma per i giorni sereni e consolati di affetti cari, che a lui furono compenso e letizia della tardissima età. Ben vero, egli non morse, il vecchio Mènecle, alla mela cotogna che la legge invita gli sposi a mangiar insieme, la notte delle nozze:[77] ben vero, per lui i bianchissimi graziosi dentini di giovinetta non furono costretti a cercar nella scorza del frutto sacro alla gamèlia Giunone, i solchi di denti gialli e tarlati...
1º EL. al 2º. Come i tuoi...
2º EL. Eh già... de' tuoi no certo... non ne hai più...
EUDEM. Ma egli ebbe il conforto, raro concesso a mortali, nell'ora suprema, di leggere in isplendide pupille il dolore di lagrime vere... Ah no, o giudici, non voi irriderete alla preghiera che di sotterra il buon vecchio vi manda per me: non voi raccoglierete la iniqua accusa di questo furfante...
BEOTO (_al Tesmoteta_). Arconte!...
TESMOT. (_a Beoto_). Furfante... è un termine di giurisprudenza...
EUDEM. (_insistendo_) ... di questo furfante, leggi invocando dai tiranni bandite, o la mia Musa incolpando di corrompere il costume. Ah non cambiano i carmi il midollo nelle ossa umane! Da ottanta e più anni dorme la vecchia commedia politica, tace e dorme la satira sfrenata, lussuriosa di Aristofane, e non perciò del suo silenzio la città e i costumi s'avvantaggiarono; oggi sovr'essi il mio collega Filìppide mena di nuovo la sferza,[78] e non perciò delle sue sferzate città e costumi miglioreranno. Poveri costumi, se non bastarono a salvarvi nè la parola di Demostene, nè il sangue dei morti a Cheronea!... Voi tutti le avete vedute le patrie fortune cadute in basso coll'andarsene delle patrie virtù; le avete vedute le apostasie dei caratteri, e le fedi instabili voltarsi al voltarsi dei venti, e i tribuni mutati in cortigiani; e le 360 statue inalzate a Demetrio Falerèo, rovesciate all'indomani per ergere gli altari al Poliorcète; e le supine adulazioni di Stratocle, le bassezze buffonesche di Dromòclide,[79] e la caccia febbrile agli uffici, alle ricchezze, ai vili onori: e la viltà fatta abitudine, la menzogna eretta in legge, la ciarlataneria surta a costume: _queste son le cose_, dirò anch'io col poeta, _queste son le cose, e non già le commedie, che mandano il popolo in rovina!_[80] Condannatelo il poeta, se offende le leggi della eterna bellezza!... ma voi... voi pensateci per vostro conto a quelle eterne della virtù!...
(Durante l'ultima parte dell'arringa, il Tesmoteta e i giudici danno segni visibili di stanchezza sonnolenta. Il Tesmoteta abbassa più volte la testa sul petto, rialzandola tratto tratto come chi combatte contro il sonno. Quando Eudemonippo ha finito e si leva la corona, il Tesmoteta rialza, scotendosi, vivamente il capo).
TESMOT. Finito?... (_vede Eudemonippo che si leva la corona_). Ah... Passerem dunque, prima dei voti, alla recita della commedia in atti... Or quindi, o giudici, l'arringa che udiste...
CANCELL. (_udendo un certo rumore si è mosso dal suo stallo e si è appressato ai giudici per vedere che cos'è... poi fa segno maliziosamente all'arconte additandoli, e continuando la frase di lui_) ... li ha già persuasi... (_addita i giudici_) Dormono.
TESMOT. Dormono? (_vivamente all'accusato_). Recita, ch'è il momento buono!...
(CADE RAPIDAMENTE LA TELA).
NOTE
[1] Per quanto riguarda i tribunali d'Atene, gli ordinamenti e riti giudiziari, forme del processo, ecc., ecc., rimandasi alle fonti precipue e alle sparse notizie in DEMOSTENE, ESCHINE, ISOCRATE, LISIA, ISEO, LICURGO e tutti gli altri oratori attici; e in ARISTOFANE e negli SCOLII _ad Aristof._, in ispecie alle _Vespe_, alle _Aringatrici_, alle _Tesmoforìe_, al _Pluto_. Confr. SCHÖMANN, _Antich. greche_; _Antiquitates jur. publ._; _De Areopago et Ephetis_; _De sortitione judicum_; _De Dicasteriis_; MEIER e SCHÖMANN, _Der Attische Prozess_; PERROT, _Droit public d'Athènes_; MATTHIAE, _De judic. athen._; HUDTWALKER, _De arbitr._; MEURSIUS, _Themis attica_; PETIT, _Legg. att._, ecc., ecc.
[2] All'infuori dell'Areopago e degli altri quattro tribunali speciali dei magistrati detti _Efeti_ (_Pritaneo_, _Delfinio_, _Palladio_ e _Freatte_) giudicanti delle cause di omicidi volontari e involontari in genere (δίκαι φονικαί) giudicavano di tutte l'altre cause civili e penali i giudici popolari o cittadini giurati, 6000 di numero (_dicasti_ od _eliasti_), scelti a sorte ogni anno fra tutti i cittadini non minori dei trenta anni, e integri di fama e di diritti politici e civili (ἐπίτιμοι). Cinque mila erano giudici effettivi; mille supplenti. Distribuivansi i 6000 in 10 tribunali, ossia sezioni o decurie (δικαστήρια), quant'era appunto il numero delle tribù (SCOL. in ARISTOF., _Pluto_); e _dicastero_ diceasi non pur la sezione, ma anche il luogo o tribunale a ciascuna assegnato per tenervi i giudizi. Designavansi le 10 sezioni per una lettera dell'alfabeto, dall'Α alla Κ, che veniva scritta in rosso sulla porta del tribunale rispettivo: indi, _giudicare nella lettera tale_ (εν τινι γράμματι δικάζειν) equivaleva essere assegnato a questo o quel tribunale (cfr. ARISTOF., _Plut._, V. 277). Così ogni anno, insieme alla estrazione dei giudici cittadini (fatta dai Tesmoteti, per tribù) estraevasi a sorte anche la lettera indicante il dicastero a cui ciascun d'essi era assegnato. Compiuta la sortizione, a ciascun giudice veniva data una tabella di bronzo (πινάκιον) con su scrittovi il suo nome e la lettera del dicastero assegnatogli, e impressovi il _gorgònio_, stemma della città. Questa tabella era il distintivo della sua carica di quell'anno, e il cittadino giurato la recava seco ogni giorno di giudizi, alle estrazioni mattutine dei dicasteri di quel dì. Perocchè non sempre, e ben rado, tutti e 10 i tribunali simultaneamente sedevano; ma nei giorni che v'erano cause a trattare, tutti i giudici cittadini convenivan la mattina nell'agora, dove l'arconte estraeva dall'urna a sorte tante lettere o sezioni a seconda del numero de' processi di quella giornata, e a sorte assegnava in quali tribunali le sezioni estratte dovessero raccogliersi a giudicare. Poi, siccome ciascun tribunale distinguevasi da un colore suo proprio, così ai giudici delle sezioni estratte per quel dì veniva consegnato un bastone di forma speciale (βακτηρία, σκίπων) terminante in una specie di globulo (βάλανον); bastone dell'uguale colore del dicastero assegnato, e colla lettera del medesimo pure scrittavi sopra (ARISTOF., _Vesp._, v. 727; SCOL., V. 1105; SCOL., _Pluto_, 277). Oltre questo bastone che serviva ai giudici per sapere a quale dicastero recarsi e per farvisi riconoscere alla porta, il Tesmoteta, presidente del tribunale, consegnava a ciascuno d'essi una _téssera_ (σύμβολον), che l'egregio Mariotti a torto confonde col πινάκιον dinanzi accennato. Quello era il distintivo della carica annua, e ognuno dei 6000 eliasti l'aveva con sè (quel che sarebbe pei deputati nostri la medaglia); il σύμβολον invece era un _gettone di presenza_ che al giudice veniva dato per andare a ricevere la mercede del giudizio.
Quanto al numero dei giudici popolari sedenti in ogni causa, i giudici effettivi essendo 5000, risultava il numero ordinario per ciascun tribunale di 500 giudici. Se però di cause gravi trattavasi, adunavansi anche due, tre o più sezioni in un tribunale solo: e s'aveano così tribunali sedenti di 1000 o 2000 giudici, o magari composto di tutte e dieci le sezioni riunite. Viceversa, per le cause minori, talvolta neppure raccoglievasi una sezione intera. Due o tre centinaia anche bastavano: solo curando dispari il numero per evitare nei voti la parità. E innanzi alle porte del tribunale destinato s'estraeva di giudici o supplenti quanti per quella tal causa bisognavano (ISOCR., _Areopag._, c. 20). Cfr. SCHÖMANN, MEIER, ecc.
[3] Distinguevansi, come sopra fu detto, ciascuno da un proprio colore, i tribunali ove recavasi volta per volta l'una o l'altra delle 10 sezioni o _lettere_ a giudicare (SCOL. in ARISTOF., _Vespe_; POLLUCE, VIII). E pare il lor numero fosse anche più dei 10 (senza contar l'Areopago e i 4 altri degli _Efeti_); la maggior parte situati intorno a l'Agora o Foro. Due di essi dal colore prendevano anche il nome, come appunto il _Verde_ (Βατραχιοῦν) e il _Rosso_ (Φοινικιοῦν), nominati in Pausania, I, 28. Oltre questi, ricordansi il _Trigono_ o _Triangolare_, il _Metioco_ o _Callio_, il _Nuovo_, il _Maggiore_, il _Medio_ e il _Liceo_, presso al tempio di Lico. Anche l'_Odeone_ serviva a giudizi popolari (ARISTOF., _Vespe_). Ma il più noto di questi tribunali era l'_Eliea_, che era un luogo spazioso a cielo aperto, come indica il nome: probabilmente lo si sceglieva a preferenza quand'era il caso di raccogliere più sezioni insieme per i giudizi più gravi; ond'è che il nome di _eliasti_, particolare ai giudici che andavano a sedervi, passò nell'uso come sinonimo di _dicasti_, ad indicare complessivamente tutti i giudici cittadini, anche degli altri dicasteri.
Il _Batrachio_ qui nominato fu da taluno per errore confuso col _Parabisto_, ch'era un altro tribunale ove sedevano gli _Undici_, magistrato esecutore delle sentenze di morte, e sovrastante al giudizio dei furti.
[4] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 90. POLLUCE, VIII, 133.
[5] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 775, 830. «Vuoi tu citare senza che vi siano gli steccati, che primi a noi sogliono apparire tra le cose sacre del giudizio?» _ibid._
[6] A un picchetto di questi arcieri, per lo più traci o sciti, era affidato, durante l'udienza, l'ordine nella sala, e il mantener la quiete fra il publico numeroso dei curiosi. POLLUCE, VIII, 131. MEIER, _Att. Pr._