La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note

Part 3

Chapter 33,320 wordsPublic domain

[7] Lico, figlio di Pandione, antico re d'Atene, pare venisse onorato di culto particolarmente come patrono dei giudizî. Sorgeva il suo simulacro all'ingresso della maggior parte dei tribunali e precisamente nel luogo dove i giudici uscendo riscotevano i tre oboli. Cfr. in ARISTOF., _Vespe_, l'apostrofe dell'eliasta Filocleone: «O Lico signore, eroe a me vicino, tu al pari di me sempre t'allegri per le lagrime degli accusati e solo degli eroi volesti aver sede appo chi piange», v. 389 seg. Cfr. v. 819. Presso alla statua di Lico radunavansi anche, innanzi al giudizio, gli eliasti che si lasciavan corrompere e che vendevano il voto alle parti, per contrattare colle medesime il prezzo.

[8] «Conviene che ognuno di voi, giudici, si faccia vicino alla ringhiera (ἄχρι τοῦ βήματος) per dare un voto santo e giusto...» DEMOST., _Falsa legaz._, 441.

[9] POLLUCE, VIII, 113. ESICHIO, SUIDA. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 716.

[10] Premettevasi alla udienza (che cominciava la mattina per tempo, ogni processo dovendo finirsi nel dì) una purificazione religiosa e una preghiera recitata dall'araldo. ARISTOF., _Vespe_. «Ora alcuno porti subito il fuoco e rami di mirto ed incenso, per porgere innanzi tutto le preghiere agli dei» v. 860 seg.

[11] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 811 seg., v. 906.

[12] ARISTOF., _Lisistr._, v. 798.

[13] Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa formula, cfr. ARISTOF., _Tesmof._, v. 331-371; _Vespe_, v. 863 segg. DEMOST., _C. Aristocr._, 652-653; _C. Timocr._, 746-747; _Corona_, 319, 28. ANDOCIDE, _Misteri_, 13, 23.

[14] V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in DEMOST., _C. Timocr._, 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età. Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno». Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. SCHÖM., _Sort. jud._

[15] ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, DEMOST., _C. Timocr._, 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. ANDOC., _Mist._, κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, ARISTOF., _Tesmof._, v. 349.

[16] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 891. Cominciato il giudizio, (la mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e così perdevan la paga. Cfr. _Vespe_, v. 775: «E se anche t'alzerai da letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti _farà più chiudere fuori dei cancelli_».

[17] Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, ARISTOF., _Vespe_, V. 724.

[18] Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in DEMOSTENE e negli altri oratori: e l'accusa contro Socrate in PLATONE, _Apologia_, e quella contro Alcibiade, PLUT., _Alcib._ Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 894.

[19] _Munichione_, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul lunario ateniese, cfr. note all'_Alcibiade_.

[20] Cfr. ESCHINE, _C. Ctesif._ DEMOST., _Corona_.

[21] La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea (cfr. DEMOST. _C. Mid._ PLAT. _Apol. Soc._), ora iscritta nella legge stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr. DEMOST., _C. Timarc._ ARISTOF., _Vespe_, 897.

[22] ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. DEMOST. _C. Timarc._, 3, 17.

[23] Si affiggevano in publico, tempo innanzi il dibattimento perchè ognuno interessato potesse prenderne notizia: «affinchè ognuno leggesse sotto le statue degli eroi: Eutemone Lusiese diè querela di posto abbandonato a Demostene Peaniese». DEMOST., _C. Midia_. Quest'affissione era prescritta anche per le leggi che i cittadini proponevano, avanti sottoporle al Senato e all'assemblea: «Se bisogneran nuove leggi, i Tesmoteti le scrivano nelle tavole e le espongano innanzi alle statue degli eroi, all'esamina di ognuno». ANDOC., _Misteri_.

[24] Questo giuramento (ἀντομωσία) era dato dalle due parti innanzi al Tesmoteta nell'istruttoria del processo precorrente il dibattimento, l'accusatore giurando della verità dell'accusa, l'accusato della propria innocenza. Cfr. PLAT., _Apol._ MEIER, _Att. Pr._, 624.

[25] αίγα, κάθιξε. σὺ δ’ἀναβὰς κατηγόρει. ARISTOF., _Vespe_, 905. Era prescritto per legge che ciascuna delle due parti perorasse da sè la propria causa (QUINT., _Inst._, II): gl'incapaci a difendersi da sè, si faceano scrivere da altri o da parenti o da avvocati di grido che ne facean professione (_logògrafi_) le arringhe che poi per proprio conto recitavano. Cfr. _Vite X Or._ DEMOST., _C. Leocar._ Tutt'al più, a volte concedevasi che la parte limitasse il suo discorso a un semplice esordio, dopo il quale cedeva la parola a un amico od orator di mestiere che parlasse per lui (_sinègoro_). Così nella orazion contro Neera Teomnesto accusatore, dopo un breve proemio, cede la parola al proprio parente Apollodoro. Gli oratori parlavano dalla ringhiera, in piedi e postasi in capo la corona; quando non era il loro turno di parola, sedevano; e finito di parlare, deponevano la corona. ARISTOF., _Eccles._, v. 163. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 707.

[26] «Prima di parlare mettiti in capo questa corona. Fate silenzio, state attenti. Ecco, _già si spurga il naso, come usano gli oratori_, (χρέμπτεται γὰρ ἤδη, ὃπερ ποιοῦσ’. οἱ ῥήτορες) È probabile che farà un lungo discorso». ARISTOF., _Tesmof._, 381, 382. _Ecclesiaz._, v. 131.

[27] Cfr. BARTHEL., _Anac._, cap. 18. A dar meglio idea dell'attenzione dei giudici nel corso del dibattimento, ARISTOFANE ti mette in iscena per ischerzo anche il vecchio eliasta che durante le arringhe delle parti sta mangiando la minestra (_Vespe_, v. 906).

[28] Σίγα, σιώπα, πρόσεχε τὸν νοῦν. ARISTOF., _Tesmof._, 381.

[29] Colla clessidra (che noi chiameremmo orologio ad acqua, benchè non fosse precisamente la stessa cosa, cfr. MEIER, _Att. Pr._, 715) misuravasi, com'è noto, il tempo concesso alle arringhe delle parti nei processi d'importanza. Nei processi inconcludenti e in alcuni di data specie, come la querela di maltrattamento, non s'usava clessidra (cfr. _Harpocr._) e la misura del tempo lasciavasi probabilmente al discreto giudizio del presidente. Questi eran detti _processi senz'acqua_. Secondo la maggiore o minor gravità della causa variava la quantità e misura dell'acqua accordata; tante anfore per la tal causa, tante anfore per la tal'altra. Così per es. nella querela di _falsa ambasceria_ (παραπρεσβείας γ.) eran concesse a ciascuna parte undici anfore (ESCHIN., _Falsa amb._); nelle cause di eredità concedeasi a ogni parte un anforeo, e nelle repliche la metà, ossia tre coe (DEMOST., _C. Macart._) L'acqua veniva fatta misurar dall'arconte all'udienza, come vedi nell'orazione contro Macartato. Nella misura dell'acqua non era compreso il tempo impiegato alla lettura degli atti, leggi, decreti o testimonianze: perciò l'oratore, quando stava per far dare lettura di documenti, o chiamar testi, ordinava al custode della clessidra di fermar l'acqua. (πίλαβε τὸ ὕδωρ, cfr. DEMOST., _C. Stef._, 1103; _C. Eubul._, 1305, ecc. ISEO, _Ered. Menec._, 221, ecc.)

[30] «Procura di arringare in bel modo, appoggiandoti con decoro sul bastone». ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 150.

[31] «Se alcuno vuol contraddirmi, venga qua, gli cedo l'acqua». DEMOST., _Falsa legaz._ «Quelli che mi affermano menzognero, vengano qua, si servano dell'acqua mia (_parlino nella mia acqua_, ἐπὶ τοῦ ἐμοῦ ὕδατος) per isbugiardarmi testimoniando». DEMOST., _C. Eubul._ «Indichi Eschine le sue proposte in pro della patria; se ci sono, le palesi e io gli cedo l'acqua». DEMOST., _Corona_. Cfr. ANDOC., _Mist._

Per esempio opposto, in altre arringhe demosteniche l'oratore lamentasi spesso che a dir tutto non gli basti l'acqua. «A voler isbugiardare i testimoni l'acqua non mi basterebbe». DEMOST. _C. Stef._; I. _C. Neera_; _C. Macart._, ecc.

[32] L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro Beoto». DEMOST., _C. Beot._ «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». DEMOST., _C. Aristocr._ «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar libero nella piazza un tanto vitupero della patria». LICURGO, _C. Leocr._ Cfr. LISIA, _C. Filone_, ecc.

[33] L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa, o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000 dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio. (DEMOST., _C. Teocrine_; _Corona_). Nelle cause religiose era aggiunta anche l'infamia.

[34] Cfr. PLAT., _Apol. di Socr._

[35] Su queste invocazioni, cfr. LICURG., _C. Leocr._; DEMOST., _Corona_; ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 171.

[36] Il tempio di Cibele (_Metròo_), nell'agora presso il Senato, era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?» LICURGO, _C. Leocr._ «La sua rinunzia si conserva fra le scritture pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino. Ivi sta scritto il decreto col nome suo». DEMOST., _Falsa legaz._, 381.

[37] «_Bdelic._ Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli dirà». ARISTOF., _Vespe_, 540, 559. Così i giudici come gli oratori eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. _Vespe_, 529: «tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς, _Vespe_, 848).

[38] τριταγωνιστής, _istrione da terze parti_, una delle garbatezze più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano spesso a rovescio la parola _atticismo_ e si imaginano che l'atticismo antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva essere il mio, quando io consigliavo la città?» (_Corona_, 297); e poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato cittadino, istrione da terze parti!» (_Cor._, 335); e poi: «Ciarliero, imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando paroloni a somiglianza d'un tragico» (_Cor._, 269); e avanti ancora: «Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?» (_Cor._, 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne birbante è costui...» (_Cor._, 300). E i complimenti non finiscono lì: sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.

[39] Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di Demostene (_Cor._, 269).

[40] Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa — cfr. DEMOST., _C. Stef._, I, 1128; _C. Macart._, 1060; _C. Spudia_, 1033; _C. Beot._, 1022, 1024.

[41] ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. DEMOST., _C. Stef._, I, 1103; _C. Eubul._, 1305, 7; e altrove. ISEO, _Ered. di Mènecle_, 221; _di Pirro_, 21, ecc. Cfr. nota 30.

[42] La lettura dei documenti e delle leggi citate in appoggio era fatta all'udienza, non dall'oratore, ma dal cancelliere. V. in DEMOSTENE e negli altri oratori. Della tavoletta o πινάκιον, distintivo degli eliasti, V. sopra, n. 2: del _giuramento degli eliasti in Ardetto_, n. 15.

[43] τὰς μὲν γὰρ ἑταίρας ὴδονἦς ἕνεκ’ ἔχομεν.... τὰς δὲ γυναῖκας τοῦ παιδοποιεῖσθαι γνησίως καὶ τῶν ἔνδον φύλακα πιστην ἔχειν. DEMOST., _C. Neera_, 1386.

[44] «Chi vuol contraddirmi, sorga e _parli nella mia acqua_» ἀναστὰς ἐν τῷ ἐμῷ ὕδατι, εἰπάτω. DEMOST., _Falsa leg._, 359; _Cor._, 274.

[45] DEMOST., _Cor._, 269, 273 e in cent'altri luoghi.

[46] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986.

[47] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 1030-1036.

[48] τοῖς μὲν γὰρ παδαρίοισιν — ἔστι διδάσκαλος ὅστις φράξει, τοῖς ηβῶσιν δὲ ποιηταί. AR., _Rane_, 1054.

[49] «Io voglio citarvi anche i versi di Omero, il qual poeta fu tenuto così eccellente dai nostri padri, che per legge decretarono recitarsi le poesie di lui solo e non d'altri, ogni cinque anni, nelle Panatenee». LICURGO, _C. Leocr._ Eliano fa autore di questa legge Ipparco, il figliuol di Pisistrato, il primo che portò i poemi omerici nell'Attica. Cfr. PLAT., _Ipparco_.

[50] Cfr. DEMOST., _C. Neera_, 1382: «τί δέ καὶ φήσειεν ἂν ὒμῶν ἕκαστος εὶσιὼν πρὸς τὴν ὲαυτοῦ γυναῖκα ἢ θυγατέρα... ἐπειδὰν ἔρηται ὑμᾶς ποῦ ἦτε, καὶ εἲπητε ὅτι ἐ δικάξομεν, ecc., ecc.» Cfr. ARISTOF., _Lisistr._, V. 512 seg.

[51] Cfr. DEMOST., _Corona_, 297: ’Αλλ’ ουκ ἔστιν, οὐκ ἔστιν... μὰ τοὐς Μαραθῶνι, ecc., ecc.

[52] Si davano i suffragi ne' giudizi in varie maniere, per via di piccole conchiglie, o per lo più di fave o di pietruzze (ψ ῆφοι) bianche per l'assoluzione, nere per la condanna: oppure per mezzo di pallottoline (σπόνδυλοι), le une nere e forate, le altre bianche ed intere; le forate per condannare, le intere per assolvere. ESCH., _C. Timarc._; LUCIANO, _Apol. Paras._

[53] «Bada che l'ira nel rispondergli non ti porti di là dagli ulivi», ἐκτὸς τῶν ἐλαῶν. ARISTOF., _Rane_, 995.

[54] «Perchè egli era il primo a parlare, stravolse la lite, e col leggere molte cose e col mentire commosse i giudici di guisa, che non vollero neanche udire la mia voce. Così condannato all'ammenda della sesta parte, senza aver ottenuto di far la mia difesa, me ne andai triste e malcontento». DEMOST., _C. Stefano_, I. In simili casi i giudici vociferavano in coro al malcapitato di scendere dalla tribuna, gridandogli: _abbasso! abbasso!_ κατάβα, κατάβα, κατάβα ARISTOF., _Vespe_, 979. E così nelle _Vespe_ è preso dal vero perfettamente il bozzetto satirico del vecchio eliasta, impaziente di condannare dopo udita una parte sola: «_Bdelic._ Per gli dei, o padre, non pronunziar la sentenza prima di aver udite tutte e due le parti. _Filoc._ Mio caro, la cosa e già chiara e parla da sè». _Vespe_, 920.

[55] «Dimmi un po' quali lusinghe non può un giudice ascoltare?... Chi piange la sua miseria; chi ci narra favole e qualche storiella da ridere di quelle di Esopo; chi fa il buffone affinchè io rida e deponga, nel giudicare, lo sdegno». ARISTOF., _Vespe_, v. 564. Cfr. v. 1259.

[56] V. PLUTARCO, _Demostene_. Cfr. le note al mio _Alcibiade_, p. 215.

[57] «Costui si vanta tanto della sua voce, che confida di far con essa molta impressione su di voi. Ma sarebbe assurdo che, mentre lo scacciaste a fischi dal teatro, qui gli faceste lieta accoglienza soltanto per la sua voce sonora». DEMOST., _Falsa legaz._ Cfr. _Corona_, 269.

[58] Κάλει μοι τοὺς μάρτυρας. DEMOST., ecc. I testimoni non deponevano all'udienza, ma vi confermavano con giuramento le testimonianze scritte, date da essi nell'istruttoria o quelle loro deferite dall'oratore anche avversario. «A conferma del mio dire addurrò in testimonio Aristofane Olintio. Chiama Aristofane e _leggi_ la testimonianza di lui». ESCHINE, _Apol._ «Chiama Egesandro per cui scrissi la testimonianza più modesta che non chiedano i suoi costumi... ma so bene che spergiurerà». ESCHINE, _C. Timarco_.

[59] ἐχῖνος. (HARPOCR.; SCOL. in ARIST., _Vespe_, 1427). Era un vaso di terra o di metallo nel quale si deponevano e custodivano i documenti presentati nella istruttoria del processo. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 691.

[60] Cfr. DEMOST., _Falsa legaz._ «Sarebbe assurdo che mentre voi, giudici, udendo costui (Eschine) rappresentare Tieste e le sventure di Troja, lo cacciaste di teatro a fischiate, e quasi lo lapidaste, tanto ch'egli abbandonò l'arte dello istrione, ora ch'egli, non già sulla scena, ma coi fatti danneggia la repubblica, gli faceste lieta accoglienza» p. 449.

[61] «I testimoni parlino senza paura e giurino _toccando le cose sacre_». LIC., _C. Leocr._ Il giuramento veniva dato secondo i casi espressamente a voce («_giuriamo: eravamo presenti_» DEMOST., _C. Stef._, 1, 1109), oppure anche tacitamente, confermando col solo gesto la testimonianza scritta o già giurata prima nell'istruttoria: come nell'esempio in DEMOST., _C. Midia_, 560.

[62] Anno 498 av. l'E. V. (_Olimp._, 70, 3). Nell'anno stesso dello avvenimento rappresentò Frinico in Atene la sua tragedia: _La presa di Mileto_.

[63] ERODOTO. Cfr. MÜLLER, _Ist. Letterat. Gr._, II, 35; BECQ DE FOUQUIÈRES, _Aspasie_.

[64] Cfr. un passo del comico Similo, _ex inc. fab._, presso STOBEO, 60.

Rispetto alle teorie estetiche qui svolte da Eudemonippo, giovi confrontare anche tutta la scena della contesa fra Eschilo ed Euripide, nelle _Rane_ di ARISTOFANE. Caratteristico e curioso in ispecie quel passo: «_Eurip._ Forse che non esposi in iscena la storia di Fedra esattamente vera come stava? _Eschil._ Sì, per Giove, l'hai esposta come stava. Ma ciò che è turpe il poeta deve celarlo, non esporlo, nè metterlo in iscena» v. 1052-3. Tanto è vero, che certe polemiche di oggidì, e certe teorie veriste nelle quali taluni si credono avere inventata la polvere da sparo, giravano già nel mondo dell'arte qualche secolo prima che nascessero i veristi della giornata.

[65] «_Esch._ Per che cosa si deve ammirare il poeta? _Eurip._ Perchè prepara cittadini migliori alla città». ARISTOF., _Rane_, 1008-9.

[66] Vedi in ARISTOTILE, _Morale a Nicomaco_, VIII. Cfr. _Polit._, I, cap. 1, 5; II, cap. 2; e in SENOFONTE, _Economico_, VII, lo squisito bozzetto della moglie d'Iscomaco. Cfr. fra le molte opere moderne, che trattarono della posizione morale e giuridica della donna di famiglia ateniese, l'eccellente studio di LALLIER, _La femme dans la famille athénienne_.

[67] DEMOST., II, _C. Stef._ Cfr. MEURSIUS, _Themis Attica_, 34.

[68] MEURSIUS, _Them. Att._, 35. Cfr. TERENZIO, _Phormio_; DIOD. SIC., XII.

[69] ISEO, _Eredità di Pirro_, § 64.

[70] PLUT., _Alcib._, VIII; CRATINO, _La bottiglia_, framm. PETIT, _Leg. Att._; SCHÖM., _Antiq. Jur. Pub._, 343; MEIER, _Att. Pr._, 558; MARIOTTI, _Demost._, III, 541.

[71] Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» DEMOST., _Corona_, 268.

[72] LIBANIO, _Decl. X._ cfr. MEURSIUS, _Them. Att._, 52.

[73] ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς τοῦ σώματος θάπτομεν. ESCHINE, _C. Ctesif._

[74] «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o pubbliche, non siano valide». DEMOST., _C. Timocr._ Vedi nella stessa arringa anche il testo del decreto di Diocle.

[75] Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino, nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto, nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi, lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro il demagogo Cleone, nelle _Vespe_. Ma allorquando la libertà ateniese cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. CAPPELLINA, _Pref. ad Aristof._; SCHLEG., _Letter. dram._; MÜLLER, _Istit. lett. gr._; MEURSIUS, _Them. Att._ II, 20; PETIT, _Leg. Att._, 79.

[76] «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello dei sùpplici». ARISTOF., _Pluto_, 382. Tutto era buono agli accusati per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de' supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti, le mogli, i bambini, come vedi in ESCHIN., _Apol._ Tutta questa perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 719.

[77] Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese». PLUT., _Solone_.

[78] Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, c. 12.

[79] PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, c. 26.

[80] Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. FILIPPIDE, presso PLUTARCO, _Vita Demetrio_, 12.

ATTO PRIMO

PERSONAGGI DELLA COMMEDIA

MÈNECLE, vecchio eupatrida ateniese (65 anni). ÀGLAE, sua sposa, giovinetta (sui 19 o 20 anni). ELÈO, giovine ateniese. FÀNIA, fratello di Aglae. CRÌSIDE, sposa di Fània. CRÒBILO, marito di MÌRTALA, ricca ereditiera (_epiclera_) (sui 45 anni). BLÈPO, servo di Mènecle. DÈLFIDE, ancella di Aglae. TRATTA, vecchia fantesca. DÀMOCLE, fuoruscito tebano.