La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 1
FELICE CAVALLOTTI
LA SPOSA DI MÈNECLE
COMEDIA IN UN PROLOGO E TRE ATTI CON NOTE
IN ROMA _Presso Forzani e C., tipografi del Senato_ EDITORI 1882
PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C.
Una delle arringhe giudiziarie, a noi pervenute, di Iseo (l'oratore ateniese che fiorì sui principî del IV secolo avanti l'era volgare e fu maestro a Demostene), arringa intitolata: _Della eredità di Mènecle_, tratta di un caso giuridico che suggerì in germe la idea della presente commedia e il nome del suo protagonista. Ed è curioso che dei tanti grecisti i quali si son degnati di farmi, nelle _appendici_ critiche, la lezione sulla commedia mia, sentenziando non verosimile il caso, nessuno abbia mostrato tampoco di conoscere il buon vecchio oratore Iseo almeno di vista. Mi sbaglio: l'uno di essi, più grecista degli altri, sentendo proferito nella commedia quel nome, mi rimproverò di avere alluso al discorso di Iseo dell'onorevole Zanardelli, e mi ammonì paternamente che queste allusioni non sono roba di sapor greco! Passiamo oltre... e veniamo al piato giudiziario che dovette decidersi a quei tempi davanti ai giudici cittadini ateniesi.
Un giovine orfano adottato per figlio da certo Mènecle, al quale avea dato la propria sorella in isposa, e divenuto, alla morte di Mènecle, erede di lui, si vede contesa la eredità da un fratello del defunto: il quale afferma in tribunale l'adozione non essere stata legittima, ma carpita al vecchio, già imbecillito dall'età, per mezzo di sua moglie, sorella all'adottato. Iseo scrive l'arringa in favor di quest'ultimo e sostiene legittima la adozione e la eredità, difendendo il giovine dall'accusa. Era questa poi falsa? Era vera? V'ha chi inclina a quest'ultima ipotesi: e scorger vorrebbe nell'arringa di Iseo la perizia di un avvocato abilissimo messa a servizio di due giovani imbroglioni, sfruttanti la imbecillità senile di Mènecle. A me la ipotesi pare molto avventata; dato che le cose stessero a quel modo, bisognerebbe ammettere che causa cattiva di rado fu difesa con migliori e più commoventi argomenti. Checchè ne sia, ecco i fatti, quali l'accusato, nell'arringa che da Iseo per lui fu scritta, innanzi ai giudici li espone: giusta la legge che agli accusati prescriveva di perorare la propria causa in persona:
Due vecchi ateniesi, Epònimo del borgo di Acarne e Mènecle, erano uniti da intima amicizia. Il primo morì lasciando quattro figli, due maschi (di cui l'uno è l'accusato) e due femmine. La maggiore fu maritata dai fratelli a certo Leucolofo. Quattr'anni dopo, quando la minore era già in età da marito, al vecchio e ricco Mènecle morì la prima moglie: ed egli andò dai due figli di Epònimo a chiedere in seconde nozze la lor sorella, in memoria dell'amicizia antica che lo legava al loro padre defunto. I due fratelli, in reverenza della memoria del genitore e pensando interpretarne il voto, di gran cuore gliel'accordarono. Ed ora lasciamo all'accusato la parola:
«Così collocate entrambe le sorelle, io e mio fratello, essendo giovani, ci demmo alla milizia e partimmo per la Tracia sotto la condotta di Ificrate. Quivi fattoci onore ed arricchitici, tornammo qua e trovammo la sorella maggiore con due figliuoli, e la _minore sposata a Mènecle, senza prole_. Questi, di lì a due o tre mesi, parlò con noi, e _dettoci della sorella nostra un gran bene, si lamentò della propria età e dell'essere senza prole. Disse non dovere essere quello per lui il guiderdone della sua virtù, di invecchiare con lui senza aver figli: era già abbastanza che fosse infelice lui._ Questo parlare chiaramente mostrava che egli la _rimandava amichevolmente_: perchè nessuno prega cui odia. Ei ci pregava di _rendergli un segnalato servigio, dando la nostra sorella in moglie ad un altro col consenso di lui_. E noi lo esortavamo a persuadere egli stesso la donna; e ove ella avesse acconsentito, noi avremmo appagato il desiderio suo. _E quella, sulle prime, non volle saperne; ma poi col tempo, benchè a malincuore, acconsentì._ E così la maritammo a Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote...
«Passato da questo fatto alcun tempo, Mènecle meditava pur sempre tra sè come scongiurare la mancanza di prole, _e come avere qualcuno che, lui vivo, avesse cura della sua vecchiaia, e morto gli celebrasse le esequie e i sacrifici ereditarî_. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui (l'avversario attore): ma essendo figlio unico, riteneva disdicevole, adottandolo in figlio proprio, privar di prole mascolina il fratello. E così stando, non vide altri a lui più prossimi di noi. Quindi ci parlò dicendoci parergli giusto, postochè la fortuna non gli aveva dato procrear prole dalla sorella nostra, avere almeno un figlio dalla stessa famiglia, onde avrebbe amato aver prole per via naturale. Questo udito, mio fratello assai lo ringraziò e lo approvò, dicendo che alla vecchiaia e alla solitudine di lui certo abbisognava qualcuno che di lui avesse cura e con lui convivesse nel borgo: «Per mio conto, egli disse, tu sai che mi tocca star fuori in viaggio; ma ecco qui mio fratello (me additando) che curerà le tue cose e le mie, se tu vuoi adottarlo». E Mènecle approvò le sue parole, e in questo modo mi ebbe figlio ed erede suo». ISEO, _Ered. Mènecl._, § 6-12.
È egli strano che, mentre sotto a questo racconto il Lallier non vede altro che tutto un intrigo ordito dai figli di Epònimo, fratelli e sorelle d'accordo, per impadronirsi dell'eredità di un vecchio ricco e senza figli; mentre la stessa renitenza della fanciulla ad accettare in sulle prime il divorzio gli pare aver l'aria di una commedia, e gli strappa un sorriso d'incredulità (LALL., _La femme à Athènes_, pag. 257 e seg.), al cuore di una donna invece abbia sorriso la poesia dell'accettare questo racconto per vero e credere ad un esempio raro e commovente di abnegazione, di generosità e di virtù? (CLARISSE BADER, _La femme grecque_). Certo non è a dimenticarsi che questo è il racconto di una sola delle due parti, l'accusato, e a noi manca, per dar un giudizio, l'arringa dell'accusatore: e certo il figlio di Epònimo, soccorso dalla consumata abilità di Iseo, non avrà trascurato nel racconto, come qualunque accusato, di esporre i fatti sotto la luce che più gli giovava per muovere i giudici in proprio favore. Ma ammesso anche ciò, tutto il linguaggio dell'arringa ha pur sempre un accento di verità che colpisce: e le poche parole che Iseo ha posto in bocca al vecchio Mènecle sono tanto belle di semplicità, di naturalezza e di commovente nobiltà d'animo, che l'arte, a cui nulla importa dell'esito, qualunque fosse, di quel piato giudiziario di secoli fa, ancor meno sente il bisogno di giudicarle _a priori_ una invenzione sfacciata, e di credere gratuitamente che il grande oratore che preparava Demostene ai magnanimi impeti e alle glorie della civile eloquenza fosse l'ignobile patrocinatore di una ignobile mariuoleria.
Ora, _mutatis mutandis_, e messi gli accessorî da parte, intorno a quelle semplici parole di Iseo si svolgono e favola e intreccio della commedia presente. La quale nel pensiero dell'autore mirava a innocentissimo scopo: e non quello già — Dioneguardi! — di scrivere intorno al divorzio una commedia a tesi; genere di roba a cui l'autore professa insuperabile repugnanza e ch'egli volentieri abbandona ai moderni riformatori della società; ma senza tante pretese, fra le cento e cento soluzioni del problema, escogitate in cento e cento drammi, una affacciarne, esempligrazia, già scritta nel diritto e nel costume antico, adatta a moderni casi, e sul teatro moderno non comparsa ancora: e questa, ad argomento non di tirate nè prediche filosofico-sociali, ma di una azione comica che ritraesse al vero la vita intima greca del secolo di Menandro e profili e idee e affetti e tipi della _nova commedia_ menandréa. L'autore però non avea pensato ad un guaio: che quella vita intima d'allora, così diversa per chi la guardi alla superficie, studiata dappresso, e minutamente, somiglia in moltissime cose, come due goccie d'acqua si somigliano, alla vita intima d'oggidì: e che molti di que' tipi, di que' caratteri, di quegli affetti della commedia greca del IV secolo, trovano ancora oggi negli affetti e ne' tipi della società nostra riscontro meraviglioso: chè appunto non per nulla fu gloria di Menandro lo avere studiato dentro di sè e intorno a sè ed evocato sulla scena l'_eterno umano_, tutto ciò che nelle passioni, e nei dolori e nei ridicoli ha di eterno la umana natura: e per dirla con Manilio, «_data la vita umana in ispettacolo ai viventi_» (MANILIUS, _Astronomicon_, lib. V. E già prima di lui, Aristofane il critico esclamava: _O Menandro! O vita umana! chi di voi due ha imitato l'altro?_).
E così avvenne che la mia povera _Sposa_ trasse seco dalla nascita la condanna sua, al cospetto dei critici... che la sanno lunga: i quali senz'altro, lì sui due piedi, con grande sussiego sentenziarono lei non essere che una moderna sposina sotto spoglie mentite; e non avere altro di greco fuor che le vesti ed il nome. Anzi qualcuno dei meno arcigni tra questi andò più in là, e si degnò con indulgenza domandarmi perchè mai, _dal momento che la mia era una commedia affatto moderna_, avessi ricorso al travestimento e non avessi dato addirittura ai miei personaggi moderni nomi, e messa la scena a Milano od a Cuneo. Eh, Dio buono! i perchè sono tanti: e tra i cento anche questo, che a Milano od a Cuneo, la soluzione pensata dal vecchio Mènecle, e a noi da Iseo testificata, se anche risponde al sentimento nostro, con i codici nostri non sarebbe stata possibile; sebbene anche a Milano ed a Cuneo essa forse sarebbe, pure ai dì nostri, in moltissimi casi desiderabile. E il mio Mènecle non essendo un moralista delle commedie a tesi, non declama su le leggi come sono da farsi, ma si serve delle leggi come sono già. Il che, per questi tempi di _verismo_, m'è parso anche più vero.
Ma con quei critici sapienti, autorevoli, competenti e consumatori di _enciclopedie_, dilungarmi in risposte non parmi del caso: e con le loro nozioni profonde della vita greca e del mondo greco, di riuscire ad intendermela dispero. Ai benevoli poi, i quali lessero nello intendimento artistico dell'autore, e furono larghi alla _Sposa_ ne' teatri d'Italia di accoglienze cortesi, a questi dedico il volume con le note che l'accompagnano: soverchie certo a molti di loro per l'amore che professano a questi studî: non soverchie all'autore per il rispetto che deve all'arte sua.
FELICE CAVALLOTTI.
PROLOGO
[Illustrazione: Scena]
_PERSONAGGI DEL PROLOGO_
TESMOTETA (presidente del tribunale). BEOTO, accusatore. EUDEMONIPPO, autor comico, accusato (Eudemonippo: εύδαιμων, felice; ἵππος, cavallo). CANCELLIERE. ARALDO. 1º, 2º, 3º GIUDICE. Altri GIUDICI (_eliasti_) che non parlano, e TESTIMONI. CUSTODE della _clessidra_, e ARCIERO scita in sentinella, che non parlano.
_L'azione del prologo ha luogo in Atene l'anno 300 avanti l'E. V. (1º della 120ª Olimpiade) ossia 80 anni dopo l'epoca in cui è posta l'azione della commedia._
PROLOGO
_UN PROCESSO ATENIESE_[1]
DICASTERO ATENIESE.[2]
Aula del _Tribunale verde_ (_Batràchio_).[3] Pareti colorite in verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali.
Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede. Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (_eliasti_) occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una sentinella (_arciero scìta_),[6] sorge la statua o simulacro di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due tribune elevate (βήματα), quella dell'_accusatore_ (_ringhiera dell'implacabilità_, ἀναίδεια) e quella dell'_accusato_ (_ringhiera della protervia_, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre alle tribune, due tavoli, l'uno del _cancelliere_ o scrivano (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la _clessidra_ od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le misure.
All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena, in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e dell'incenso.[10]
1º EL. (_prendendo posto_). Neh, Simone, speriamo la tengan corta...
2º EL. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12]
TESMOT. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni.
AR. (_proseguendo ad ardere l'incenso_).[13] «O Giove e Febo Apollo, e Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14] sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a Nettuno, e a Cerere».
TESMOT. ed ELIASTI (_in coro_). _Così piaccia_...
TESMOT. Araldo, vedi se vi son giudici ancora fuori. Appena si incominci non entrerà più alcuno.[16]
AR. (_guardando e verso i cancelli e verso la platea_). Pare ci sian tutti...
TESMOT. (_accennando verso l'ingresso_). Sian chiusi i cancelli. Chi dei giudici fosse ancor fuori, perderà la paga...
4º EL. e altri GIUDICI (_in ritardo, che vengon correndo mentre la sentinella sta per chiudere i cancelli_). Aspetta! aspetta!
1º EL. (_a quei che vengono di corsa_). Oh, oh, Carione! Zantia! Presto, presto! se no, non bevi il latte del questore!...[17]
4º EL. (_sedendosi cogli ultimi arrivati_). Auff!... maledetta la furia!... Buon dì, Simone...
TESMOT. Silenzio!... (_all'araldo_) È chiuso? Chiama i litiganti.
AR. Causa di Beoto, figlio di Blèpiro, del borgo di Tòrico...
BEOTO (_avanzandosi_). Presente!
AR. Contro Eudemonippo, figlio di Evalce, del borgo di Cefiso...
EUDEM. (_avanzandosi_). Presente!
TESMOT. Cancelliere, recita l'accusa.
CANCEL. (_leggendo_).[18] «Il giorno sei della luna crescente di Munichione,[19] Beoto di Blepiro, Toricese, innanzi all'Arconte accusò con giuramento Eudemonippo, autore comico, di leggi violate e corruzion del costume, perchè nella commedia _La Sposa di Mènecle_, presentata all'ultima gara delle feste Dionìsie,[20] mise in iscena cittadini col loro nome, disse ingiuria a magistrati, e divulgò idee contrarie alle leggi, alla famiglia, alle cose sante e stabilite della città. La pena sia dieci talenti e il bando dalle gare teatrali.[21] Stia in carcere fin che avrà pagato».[22]
TESMOT. Giudici, udiste l'accusa. Fu affissa nel termine prescritto, sotto le statue degli eroi.[23] Le parti hanno dato il giuramento.[24] Accusatore Beoto, monta in ringhiera.[25] Silenzio!...
(Beoto sale lento la ringhiera, dispone le carte a sè davanti, ne passa alcune giù al cancelliere con cui scambia sottovoce brevi parole, per mostrargli quelle da tener pronte, poi si mette la corona in testa e si soffia il naso).[26]
3º EL. (_durante la pausa preparatoria i giudici disattenti van chiacchierando fra loro_).[27] Sai, chi ho visto ieri? Alce la sonatrice...
1º EL. Come? È qui?
3º EL. È tornata da Mileto, dove ha fatto fortuna. E come s'è fatta bella!...
1º EL. Dove la sta?...
3º EL. Ih, che fretta! Dietro il Pritanèo. Zitto... Sentiam questo chiacchierone...
TESMOT. Fate silenzio... attenti, giudici...[28]
2º EL. To' che si soffia il naso per tirar giù le idee! Ah, sì, se crede che per tre oboli io voglia star qui fino a domani... (_al servo che sta versando in più riprese l'acqua dall'anfora grande nella piccola che serve di misura, e da questa nella clessidra_) Ehi, ehi, quell'anfore tienle scarse![29]
BEOTO (_dopo messasi la corona, e aggiustate le carte, comincia a parlare, appoggiandosi sul bastone[30] e rivolto al Tesmoteta_). O giudici Ateniesi! La accusa testè letta mi dispensa...
1º EL. Forte!...
3º EL. Più forte!...
2º EL. Che voce da chioccia!...
BEOTO (_alzando la voce_) ... la accusa testè letta mi dispensa da lunghe parole, e sarò brevissimo...
1º EL. Bravo!
2º EL. Bene!...
BEOTO. ... brevissimo... e mite: e regalo all'accusato tutta l'acqua che m'avanza...[31]
EUDEM. Non so che farne...
BEOTO. ... perchè la evidenza dei fatti val meglio di ogni arringa eloquentissima. Nè alcuno di voi creda, per l'olimpico Giove, che privata invidia o rancore m'abbiano mosso all'accusa:[32] chè l'animo nel muoverla mi piange...
3º EL. Poveretto!...
BEOTO. ... e pagherei volentieri, perchè i fatti non fossero, la multa dell'accusator soccombente.[33]
2º EL. Eh, che generoso!...
BEOTO (_con accento e gesto di declamatore_). Ma in vedere costui farsi giuoco dei patrii magistrati, e sommuovere con funeste massime la città,[34] chiamando complici della iniqua opera le Muse, santo e puro zelo d'indignazione mi prese per la offesa fatta a quelle dee: le quali invoco e gli altri numi ed eroi tutelari di questo suolo, perchè vendichino sè stessi, e voi, e le leggi, e i patrii templi, e i boschi, e i domestici sagrifici...[35]
2º EL. (_interrompendolo_). Tira il fiato!...
BEOTO. Che se, per far breve, a poche leggi sole nella accusa mi restrinsi, ben potrei portar qui tutto intero l'archivio di quante leggi e sentenze si conservano nel tempio della gran madre degli dei,[36] perchè questo impudentissimo tutte in una le calpestò. E tu, che tanto osasti, sei ancora vivo? sei qui?
TESMOT. Neh, oratore, se è qui, mi par inutile domandarglielo. Bada all'acqua...
(Mentre Beoto parla, Eudemonippo è ritto in piedi a lato della propria tribuna, e prende annotazioni.)[37]
BEOTO. Ci bado!... non temere, sarò cortese con questo... scelleratissimo. La commedia vi sta, o giudici, davanti: essa vi parli per me. Vietano le leggi nostre, o Ateniesi, sian messe sulla scena persone vere sotto il loro nome e dicasi ingiuria a magistrati: savio divieto, perchè l'onore di questi è onor dei cittadini che li elessero, e l'onor dei cittadini è patrimonio della Repubblica. E pur qui nella commedia si nominano e Fania ed Elèo: e pur non ignorate che il vecchio Mènecle fu eletto due volte tesmoteta, e andò ambasciatore ai Corintj e governatore in Lesbo: giudicate voi, dopo tanta dignità di uffici, qual parte nella commedia gli tocca di fare. Bellissima anzi, vi dirà questo istrion da dozzina:[38] ma voi non sorprenderanno le sue parole, perchè appunto la commedia è intesa a capovolgere ogni concetto e della famiglia e della virtù. Vedo molti fra voi dalla testa calva o canuta, i quali condussero in tarda età giovane sposa...
2º EL. (_scherzoso al vicino_). Neh, senti Glaucone!...
BEOTO. ... essi, essi diranno, per gli dei, se la condotta che a Mènecle costui attribuisce, sia imitabile e seria, se degna di un Arconte ella sia! Ad essi, ad essi, se a loro è pur caro sentirsi sui freddi levigati avorî della testa la carezza di mano morbida e tepida, e stringere la fresca dolce compagna fra le braccia antiche e dignitose — ad essi, ad essi[39] io domando se meriti pena costui che dalla scena osa propor simili esempî, e proporli in persona di un magistrato che porta corona, affinchè l'esempio, reso più autorevole, porti più presto, o vecchi giudici, nei talami vostri la solitudine...
(Esclamazioni dei giudici).
1º EL. Eh, eh! senti?
2º EL. Come, come? La solitudine nei talami nostri? Questo osa quel tristo?...[40]
BEOTO (_rilevando, con voce vibratissima, la interruzione_). Sì... questo osa!... e difendeteli, difendeteli, i vostri talami, per gli dei!...
2º EL. Ma anche per le dee, se occorre!... o sta a sentire!...
BEOTO. Io non so se io deva... non vorrei...
1º EL. Parla! parla! galantuomo!...
2º e 3º EL. Sì, sì, segui!... segui!...
BEOTO. Non vorrei eccedere nei diritti della accusa, fedele al mio proposito di essere cortese con questo... solennissimo birbante...
1º e 2º EL. No, no, non esser cortese!...
BEOTO. Ma egli forse vi dirà che nei panni di Mènecle altro partito non v'era da quello che egli inventò: e voi rispondetegli che miglior partito era la morte...
1º EL. Sicuro!...
2º EL. Sicuro!
BEOTO. ... e che in quei panni ognun di voi preferirebbe morire...
1º e 2º EL. Cioè, cioè...
3º EL. Adagio, un momento...
BEOTO. Perchè la legge non vieta a chi versi in tristi impicci nel mondo l'andarsene... (_passa un foglio al cancelliere_) dilla su, cancelliere... tu (_al custode della clessidra_) ferma l'acqua...[41]
CANCEL. (_leggendo_). «Chi non voglia più vivere, lo annunzi al Senato: gli esponga le cause: ottenutone il permesso, vada pure...»
3º EL. Ah, quando c'è il permesso, è un altro affare... ma io non lo domando...
BEOTO. Come vedete, o Ateniesi, la via d'uscita e magnanima vi era: magnanima costui poteva rendere la condotta di Mènecle: ma a lui premeva sovvertir la famiglia, e dare ai vecchi mariti detestabile suggerimento... Or io mi volgo tra voi, giudici, anche a color che son giovani; a voi, che appena in quest'anno avete avuto la tabella e prestato in Ardetto il giuramento:[42] e a voi domando, se baldanza di mogli sia lecita in Atene, quanta costui nelle donne di Cròbilo e di Fània ne pensò... Ben più modesto ufficio, saviamente, o Ateniesi, fra noi si assegna alla sposa del cittadino: poichè abbiam le cortigiane pei piaceri dello spirito e per gli affetti della vita... e abbiam le mogli per crear figli legittimi e per la custodia della casa e della roba.[43]
ELIASTI. Bravo! benissimo!
BEOTO (_segue riscaldandosi e battendo del pugno sulla ringhiera_). Questa la legge, questo il costume, questa la base della città: se v'ha chi altra ne sappia, la indichi, salga qua, gli cedo l'acqua.[44] Ma costume, e legge, e città, che diverranno se manderete assolto costui che insegna alle mogli ad alzar la voce, quando parla il marito? O terra, o sole, o dei![45] Così tu, celibe, insidii dei mariti l'autorità, e nulla avendo da far nella tua casa, metti sossopra la loro?
1º e 2º EL. Ah, ma la vedremo!...
3º EL. Basta, basta! non dir altro!... lo aggiusterem noi!...