Part 21
— Non lo farai! — rispose Almerico. — Te ne supplico. Lascia che il mio destino si compia.
— Che storie son queste? — gridò il Buonsanti, spazientito. — Io sarò, come tu dici, più severo di Dio padre e più realista del re. Ma tu, caro Montegalda, sei più fatalista dei Turchi. Pure, vedi quel che è successo ai tempi della Crimea. Se si lasciava fare il destino, addio Impero Ottomano. Ma noi siamo entrati in ballo, e le cose si sono mutate. Anche quello era destino.
— Come ti piacerà, — disse l’altro. — Ma tu mi vuoi bene, e lascerai per amor mio che le cose non si mutino dal loro corso naturale. Del resto, a quest’ora, sarebbe troppo tardi. Lasciami soffrire. Io ho fatto quel che dovevo. Sciocco fin che vorrai, e tacendo per me stesso, e parlando per altri!... Il cuore mi si spezza, ma la coscienza non mi rimorde.
— Che nobili sentimenti! O eroe, lascia che io ti ammiri! O santo, lascia che io baci un lembo della tua giubba! — esclamò il cavaliere Buonsanti, con un accento d’ironia, donde pur traspariva una grande benevolenza, mista di ammirazione. — Tu hai una bella forza, dentro di te: una forza maravigliosa, che non va lodata solamente in prosa, ma celebrata anche in versi. Di miei non so fame; ma ho ancora tanto di buoni studi, da citarti quelli di Dante. —
E il buon cavaliere di Carpigliano ripetè enfaticamente la famosa terzina:
Se non che coscienza m’assicura, La buona compagnia che l’uom francheggia Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
XVII.
Arte e natura.
Il conte Massimo di Riva era rimasto pensoso, dopo la risposta di Almerico. Il «faccio o non faccio?» di tutti i monologhi, il «vado o non vado?» di tutte le ariette metastasiane, gli girarono a lungo per la testa. E la cosa vi parrà naturale, io credo. Non era egli, a quel punto, un personaggio drammatico, anzi melodrammatico in sommo grado?
— Infine, — pensava egli, tentando di vincersi, — che cosa succederà? La duchessa mi farà una scenata.... Oh, questo, sì; e bisognerà anche dire che me la son meritata. Ma io, perbacco, piangerò.... piangerò a calde lacrime. Massimo, amico mio dolce, non hai tu pianto mai? ed avresti già disimparata quell’arte?
Sorrise, il giovanotto, e il sorriso fu la risposta unica alla doppia domanda ch’egli faceva a sè stesso.
Povere lacrime, versate nelle grandi occasioni, nei solenni colloquii della vita, come vi si vede, dopo qualche anno, e quando son passati i bollori, i turbamenti, le angosce da cui prendevate origine! Vi consideriamo, generalmente, come bei ricordi della nostra abilità sopraffina. Perchè tutti, quanti siamo, ignoranti e dotti, ma la più parte ignoranti, ci abbiamo la dolce manìa di essere artisti finiti, e pur di gloriarci dell’arte nostra vittoriosa, non dubitiamo neanche di calunniare quei buoni momenti di sincerità, quei fieri impeti di passione, in cui e per cui fummo schiettamente e nobilmente inesperti. Quei dolori, quei rimescoli, quelle lacrime, che dovrebbero dimostrare alla nostra coscienza come anche noi fossimo uomini, e a certe ore buoni, ci appariscono allora come la quintessenza dell’ingegno e dell’arte mascolina. Così il bravo dottor Segato doveva ammirare le sue tavole simulanti il marmo, tutte composte di parti dei corpo umano, miracolosamente pietrificate, piallate, levigate, condotte a pulimento, terse e lucenti come specchi. Che bella cosa! che bella cosa! Questo, se crediamo al principe di Ligne, era anche il grido di un celebre concittadino di Massimo, quando aveva fatta qualche gran scioccheria e si fermava a considerarne il lato comico, il lato teatrale.
Massimo di Riva, all’età sua, non era tanto ricco d’avventure come quell’altro, concittadino suo, a cui il principe di Ligne aveva dato per l’appunto il nome di «Aventuros». Nondimeno, egli ne contava parecchie, e poteva ricordare d’aver pianto molto. Quante volte, e come, e sempre, era stato creduto alle sue lacrime! Già, non lo dimentichiamo, le donne non credono veramente che a quelle. Vi provate a ragionare? Si annoiano, a sentirvi, come quella principessa tedesca, che ascoltava la disputa del cattolico e del protestante. Sottilizzate? Sono più sottili di voi, e vi mettono nel sacco. Piangete? Son vinte; non sanno più rispondervi nulla. Il pianto è lì, che sgorga, in frequenti luccioloni, e quello è un fatto fisiologico, che non si finge, da una parte, che non si può negare, dall’altra. Il fatto è vero; dunque è vera la passione che lo ha cagionato; la conseguenza par logica. Infine, è l’omaggio che gradiscono di più, nella loro divinità passeggiera. È di una donna questa frase, non detta solamente per celia:
— Amico, piangetemi qualcheduna di quelle lacrime, che voi piangete così bene! —
Dato il sorriso della intima compiacenza ai suoi dolci ricordi, e passate rapidamente in rassegna tante figure di care donnine che avevano creduto a queste secrezioni amarognole del sentimento, Massimo di Riva diede anche un’occhiata alla sua gentile persona. Non c’era male, perbacco! anzi, poteva dirsi senz’ombra di vanità che tutto era bene in lui; la chioma nera, ondata e lucente, la fronte bianca e nitida come alabastro, l’occhio vivo e fosforescente sotto il fino arco delle ciglia, il naso diritto e sottile, il labbro vermiglio all’ombra di due baffettini morbidi e profumati, l’orecchio.... Ah, l’orecchio meritava un paragrafo da sè, come la mano, come il ginocchio, come il piede: tutti miracoli di finezza, donde si conosce la purezza del sangue, condotta per otto o dieci generazioni di oziosi. Aggiungete che era elegantissimo nel taglio degli abiti, e concludete pure con lui che tutto andava a quel dio.
— Oh, perbacco! — esclamò, quand’ebbe finito l’esame. — Non vorrà mica divorarmi! Si tratterà di qualche graffiatura: divertimento che si può anche permettere. Io l’amo, infine, non ho mai amato davvero che lei. Che cosa potrà opporre a questo ragionamento? —
Così pensando, si avviò verso la regione Capitolina. Gli auspicii erano buoni: il Campidoglio pronunziava il trionfo.
— Strano animale è l’uomo! — proseguiva egli frattanto, degnandosi di filosofare sul suo caso. — Mi ero stancato. E di che? Dei suoi rigori? Sì, certo; ella non aveva saputo legarmi con vincoli abbastanza stretti. Alcina, Armida, Circe, e tutte insieme le grandi lusinghiere della favola, avrebbero fatto altrimenti. Fidando nella loro bellezza, non si sarebbero rattenute come lei, che veramente riconoscerà di essere stata troppo severa, troppo fredda con me. L’uomo si prende con la passione, come le mosche col miele. Ma già, non tutte le donne la intendono in questo modo. Quistione di temperamento! Ci son quelle che amano e chiudono il loro amore dentro di sè, non lasciandone trapelare una goccia. Son fatte per prender marito, costoro. E infine, non è meglio così? Di che cosa ci lagniamo noi? Non ci rivolgiamo forse a queste, quando vogliamo chiudere lo stadio delle pazzie? Son donne perfette: d’una perfezione che annoia, qualche volta, d’una perfezione che ammazza, ma che è sempre bene di avere in casa propria, scambio di tanti graziosi difetti che si preferiscono in casa d’altri. Il marito è un idolo, e vive tranquillamente da idolo. È lui che fa tutto bene; è lui che sa tutto, e nessuno potrebbe essergli paragonato. —
Passò in quel punto per la mente di Massimo il ricordo della signora di Girardin. Era stata bella anche lei, donna d’ingegno e di spirito tra le più celebrate di Francia; pure non aveva veduto che per gli occhi di suo marito, e l’uomo che si vantava di avere un’idea al giorno l’aveva affascinata, facendole dimenticare che ognuna di quelle idee era morta e sepolta il giorno dopo. Una sera, nel salotto della vezzosa Delfina si parlava dei mali della patria e della difficoltà di trovar uomini che provvedessero a tanti bisogni suoi. — «Speriamo, signori» diss’ella, levando i begli occhi in alto, «speriamo in quel di lassù». — La perifrasi accennava a Dio; in questo senso fu intesa da tutti, meno uno; e quell’uno pensò al signor Emilio di Girardin, che lavorava nella camera di sopra.
Con questi pensieri il conte di Riva giunse davanti al palazzo San Secondo. Tremò un pochino, quando fu là, sebbene non ci fosse subentrata nessuna scritta minacciosa.
— E se io commettessi una bestialità?... — diss’egli entrando. — A prima vista non pare. Tutti i principii si rassomigliano in questo, che non lasciano vedere la fine. Ecco la stessa quiete fastosa che ho sempre osservata in quest’atrio, e in quel gran giro di scale. Ecco il solito saluto cerimonioso e grave di un portiere, che darebbe dei punti a tutti i nove ministri del regno. Ah, se ci fosse qualcheduno, per compagnia! il Montegalda, almeno! Egli era particolarmente indicato, dal gran servizio che m’ha reso. E perchè non ha voluto compir l’opera? Che amici! Per un sentimento d’orgoglio, e della specie più sciocca, mi lascia andar solo. Che stupido animale è l’uomo! L’amico si vergogna di servire all’amico. Ah, non intendevano in questo modo l’amicizia, gli antichi. Per il suo Oreste, vivaddio, Pilade si metteva animoso ad ogni sbaraglio. Se almeno trovassi già qualcheduno, nel salotto della duchessa! Avrei tempo a ricogliere il fiato, ad osservare, a prepararmi. Quel suo noioso commendatore Buonsanti diceva un giorno che il capitare d’improvviso al fuoco dà una scossa maledetta anche ai più valorosi. Sarà vero? —
Frattanto era giunto davanti al grande uscio di noce, tutto partito a riquadri, ornato d’intagli e arricchito da fregi di bronzo dorato. Rimase un istante sospeso; poi si armò di coraggio e toccò il bottone del campanello, che mandò tosto uno squillo argentino. Ahi, campanello traditore! Massimo aveva suonato, e gli fu subito aperto, per dar ragione al detto evangelico. Il testo, veramente, diceva: bussate! ma bisogna pensare che i campanelli elettrici non erano anche inventati. Le cose non van prese alla lettera, perchè un altro testo soggiunge: la lettera uccide.
Massimo di Riva fu introdotto, ossequiato dal vecchio servitore, che lo rivedeva con giubilo, dopo tre mesi di assenza. Era là, quella vasta anticamera, nobilmente vuota nel mezzo, severamente arredata di cassepanche di noce, sulla cui spalliera si vedeva intagliato a colorito lo stemma ducale dei signori di San Secondo. Era là, quell’uscio che metteva al salotto: un uscio su cui era teso lo stupendo arazzo, rappresentante un arciero del Quattrocento, in atto di armare la sua balestra, premendone la staffa col piede. Di gran giorni erano passati! A Massimo parevano anni. E l’arciero stava sempre là, curvo sulla balestra, che ancora non si era rotta allo sforzo. Paziente uomo di guerra! Egli non aveva provato stanchezza, ad aspettare quattrocento e più anni, impigliato ne’ suoi fili di seta. Egli non temeva, egli, d’essere accolto male: non temeva di doversi umiliare, egli che non si era mosso di là, che non aveva gittata la balestra, per correr sulle tracce delle bionde americane. Miss Madge.... che follia! La futura principessa Savelli.... che vergogna per lui!
Il giovinotto intravvide tutte queste cose, ed entrò nel salotto. Il pericolo non era ancora là; era di là da una bussola di panno cremisi, tutta ornata di borchie d’ottone. A quella bussola lo aveva preceduto il vecchio servitore; e la dischiudeva, proferendo ad alta voce il nome del visitatore. Massimo lo sapeva pure, che così doveva essere, che il suo nome doveva essere proferito in quella forma solenne. E nondimeno, quando il vecchio servitore ebbe detto, annunziando: «il signor conte di Riva», egli si sentì scuotere ingratamente per tutte le fibre.
Era ammesso nel santuario, finalmente, e la porta di panno cremisi, discretamente strisciando, si richiudeva dietro a lui!
La duchessa di San Secondo era sola nel suo salottino. Leggeva; ma appena fu annunziato il conte di Riva, depose il libro sulla tavola, davanti a cui stava seduta, e levò la bella fronte alabastrina. Sul volto di lei si diffuse allora il roseo lume della lampada alta, il cui bocciuolo di cristallo opaco esciva tondeggiante come un fior di magnolia da un gran vaso della Cina. Quel volto lumeggiato appariva anch’esso un bel fiore, uscente da una gala di merletti, che spiccavano sul nero della veste di raso pieghettato, con frappe e sboffi di seta bianca, di bellissimo effetto. Così vestita ed illuminata, sembrava una figura di dama del Cinquecento, spiccata da una tela del Tiziano, o di Paris Bordone. Ah, miss Madge, biondina sciocca; ci dovevate esser voi, là, daccanto a quella maravigliosa figura; e si sarebbe veduto come avreste sopportato il confronto.
Massimo rimase un istante, da vero artista drammatico, immobile al suo posto, in vicinanza dell’uscio. Fu un gran silenzio, allora, un silenzio di quattro o cinque secondi, un silenzio in mezzo al quale si udì il passo discreto del servitore, che si allontanava, traversando il salotto. Massimo fece un gesto; la duchessa accennò un saluto; non una parola fu proferita dai due. Ma il ghiaccio era rotto; Massimo corse, si precipitò verso di lei, prese la sua mano, e cadde in ginocchio, mormorando qualche frase, vuota di senso, ed anche più di grammatica.
La mano si era lasciata afferrare; inerte da principio, come quando si concede per cerimonia; poi mezzo repugnante al bacio, che è tuttavia un atto di reverenza, ma può essere interpetrato come un segno di passione. E perchè Massimo baciava e ribaciava quella mano, non accennando a smetter subito, quella mano si ritrasse, e tutta la persona con lei.
— Alzatevi, conte! — mormorò la duchessa. — Che è ciò che voi fate?
— No, ve ne supplico, lasciatemi qua, ai vostri piedi! — rispondeva egli, con accento commosso. — È la mia posizione. Se sapeste quanto ho sofferto, duchessa!
— Anch’io; — diss’ella, costringendolo nondimeno ad alzarsi e accennandogli una sedia poco lungi da lei.
— Anche voi? — esclamò il conte Massimo. — Dolce parola! anche voi?
— Potevate dubitarne, signor conte? Dopo una notizia così orribile come quella con cui vi eravate congedato da noi?... La rovina delle sostanze.... il disonore, se non giungevate in tempo a pagare un debito come quello.... Non vi pare che fossero cose da rattristare profondamente i vostri amici migliori? —
Massimo ascoltava, e non osava credere alla testimonianza del suo orecchio medesimo. Era proprio lei, la duchessa di San Secondo, che parlava così? Gli passò per la mente che ella volesse prendersi giuoco di lui, e levò gli occhi a guardarla, cercando negli occhi di lei, o nelle labbra, il segno di una ironia che non appariva dalla frase.
— Il Montegalda, — balbettò egli poscia, — mi aveva detto che voi, Serena, non prestavate fede....
— Al vostro racconto, è vero; — rispose Serena, compiendo la frase di Massimo. — Il conte Almerico non vi ha riferito niente più di quello che io ho detto a lui e a qualchedun altro, con cui si è parlato di voi e della vostra improvvisa partenza da Roma. Con gli amici intimi ho mostrato di non credere alle vostre perdite di giuoco; con tutti i conoscenti, che parlavano di voi, e dei vostri viaggi, ho lasciato credere che voi mi pareste un uomo leggiero, dimentico di tutte le vostre consuetudini. Ho fatto questo, io, l’ho fatto risolutamente, amando meglio di farvi passare per un uomo leggiero, cosa che dopo tutto non poteva nuocere alla vostra riputazione di cavaliere, anzi che di compiangervi come un giuocatore disgraziato, che in una notte consuma un patrimonio, e in qualche ora di follìa rasenta il disonore, e non lo sfugge che riducendosi alla miseria. Voi conoscete il mondo, signor conte. Il mondo è cattivo; perdona ad un uomo di essere incostante, non gli perdonerà mai di esser caduto in bassa fortuna. Questo ho pensato io, ed ho preferito, in faccia al mondo, di credervi un uomo incostante, un uomo leggiero. Fu un atto d’amicizia, il mio; dovreste ringraziarmene. Ma dentro di me sapevo bene che se voi mi scrivevate: «ho perduto, debbo partire, per trovar modo di soddisfare un impegno d’onore», quella e non altra era la verità, perchè voi non avevate mentito mai, ed io vi avevo sempre creduto. Una cosa, ve lo confesso, una cosa sola non ero riuscita ad intendere....
— Quale? — domandò Massimo, che ancora non era ben persuaso di ciò che udiva da lei.
— Dove e con chi aveste perduto; — rispose Serena. — Lascio stare la somma. Doveva esser forte, se vi costringeva a partire da Roma, per recarvi dai vostri. Ma chi poteva avervi guadagnata quella somma così forte? Doveva essere un amico, un conoscente, un gentiluomo; perchè certo voi non avete giuocato che con pari vostri....
— Sicuramente; — disse il conte di Riva. — Quantunque, alle volte, succede che la compagnia.... Ma non era il caso quella volta; — riprese egli subito; — la compagnia era buona, sebbene si facesse una cosa non buona, di cui porterò il rimorso per tutta la vita. Ma il Montegalda non vi ha detto?...
— Nulla, signor mio! Il conte Almerico non seppe dirmi nè dove, nè con chi. Voi, nella confusione del momento, avevate dimenticato di dirglielo; ed egli, nel turbamento che gli cagionava la notizia, non aveva pensato a domandarvelo.
— Proprio così! — sospirò il conte di Riva. — Fu una notte assai triste. Io ero fuori di me.
— Nè altri, — proseguì la duchessa, — volle dirmi di più. Come potevo io rintracciare la verità, nel silenzio ostinato di tutti coloro che dovevano saperla? Noi donne, di ciò che avviene non conosciamo altro se non quello che ai nostri visitatori piace di raccontarci. Ora, a farlo a posta, nessuno di tanti gazzettieri da salotto parlava di perdite al giuoco; accennando a voi e alla vostra partenza.... per Napoli, raccontavano tutti, o lasciavano indovinare dell’altro. So già quel che volete dirmi, conte Massimo. Noi siamo mal circondate. Intorno a noi non ci sono che insidie; ognuno guarda al suo fine; la notizia che potrebbe giovare ad altri non vuol darla nessuno; soltanto quella che nuoce, o si crede che possa nuocere al vicino, al rivale, la dànno tutti e la commentano a gara. Così è avvenuto che io rimanessi al buio d’ogni cosa. Unico in cui si vedesse chiaro il desiderio di servire all’amicizia, era il conte di Montegalda. E a lui, dopo avergli detto già tanto, non avevate raccontato abbastanza. Così ci siamo trovati, fra una notizia incompiuta, insufficiente, che era stata data da voi, e tante altre che venivano d’ogni parte a screditarla. Anch’io, ve lo confesso, anch’io ho qualche volta dubitato, e non ci volle che il ricordo di tutto il vostro passato, per farmi vergognare dei miei dubbi intorno alla vostra sincerità. Che volete? Non si ha una fede da apostoli. Anche gli apostoli, poi, domandavano prove. E queste, nel caso presente, erano piuttosto contrarie che favorevoli a voi. Eravate a Napoli, mentre avevate detto di andare a Padova. Che si doveva pensarne?
— È vero; — disse Massimo; — le apparenze si erano voltate tutte contro di me. Ma a Padova ero andato; ed anche a Venezia; e aveva veduti i miei, ma senza trovare dentro di me il coraggio di esporre la triste verità. Son gente onorata, i miei; gente antica di costumi e d’idee, niente disposti a scusare ciò che non intendono, ciò che non farebbero mai. Pensate che io non avevo solamente perduto una somma enorme; ma che mi ero avvilito, giuocando una parte del mio patrimonio, come uno sciocco vizioso, senza aver dato mai a quei vecchi e venerati parenti ragione di credermi vizioso, nè sciocco. Tutte queste cose io le intesi benissimo, le vidi chiaramente, quando fui là. No, non parlerò, diss’io tra me; scriverò, ed essi sapranno il vero, quando io non sarò più in caso di arrossire. Sì, questo avevo pensato, — soggiunse Massimo, abbassando la fronte; — mi era parso minor vergogna il suicidio, che una confessione sincera a quei nobili vecchi. In quel punto mi giunse la lettera di Don Memmo....
— Don Memmo! — esclamò la duchessa. — Che c’entra Don Memmo?
— Non sapete? — riprese Massimo. — Ah, è vero; non lo avevo detto ancora. Don Memmo Savelli era il mio maggior creditore. Per quattrocentomila lire!... Una inezia per lui: una somma enorme per me. Potevo pagarla, vendendo una parte del mio; ma la cosa non sarebbe avvenuta senza scandalo, e mi avrebbe alienato l’animo degli zii, fatto perdere il loro affetto, per me più prezioso di tutta la loro eredità. Poveri vecchi! Come io abbia potuto mettermi al rischio di addolorarli tanto, non saprei dir veramente. Ci eravamo riscaldati al giuoco.... Notate, Serena! Io che non giuoco mai, che ho sempre avuto orrore per il tappeto verde, mi ero lasciato trascinare dalla compagnia. Quando ebbi perduto tutto il denaro che avevo con me, il demone ignoto mi afferrò, mi fece smarrire la ragione. Giuocai sulla parola; perdetti ancora, perdetti sempre, e nella speranza di rifarmi, nella vergogna di ritirarmi dal giuoco, venni fino a quel punto che vi ho detto. Il Savelli è un gentiluomo; neanche a lui piaceva di passare per un frequentatore di bische, fossero pure eleganti, e molto meno per un giuocatore troppo fortunato. Mi prese in disparte e mi disse: «Conte Massimo, s’intende che abbiamo giuocato per celia». Io non accettai, come potete immaginarvi; avevo perduto; volevo pagare. «Ebbene» mi disse allora «prendete tutto il tempo che vi piacerà». Risposi che quindici giorni mi sarebbero bastati, dovendo andare a casa mia, per raccogliere una somma così forte, che naturalmente non avevo sotto la mano. «E quindici, e venti giorni» mi rispose il Savelli, «anche un mese; fate il comodo vostro». Ringraziai, ma l’orgoglio mi consigliava di non approfittare della sua generosità. Partii ventiquattr’ore dopo. Avrei voluto partir subito; ma, se ricordate, una questione d’onore, in cui ero padrino, mi tratteneva; solo appena mi fui liberato dall’impegno, corsi alla stazione, dopo avervi mandato il mio triste biglietto, donde m’immagino che avrete capito ben poco. Ero tanto confuso! Anche al Montegalda non so che cosa abbia detto. Ricordo ch’egli rimase esterrefatto, il mio povero amico; come se a lui, non a me, fosse toccato quel colpo!
— Ha un gran cuore, il conte Almerico! — esclamò la duchessa. — Ma voi mi avete parlato di una lettera del Savelli....
— Sì, la ricevetti quattro o cinque giorni dopo il mio arrivo in famiglia. Don Memmo mi chiedeva un servizio. «Lasciate stare» mi scriveva «lasciate stare il vostro debito, che penserete a pagarmi più tardi. Io vado a Napoli, e là mi bisognerebbe l’aiuto di un amico come voi; anzi, per dirvi tutto, mi bisognate voi, e un altro non potrebbe servirmi come voi». La lettera non diceva di più; solo insisteva sulla necessità di avermi a Napoli, e subito. Non posi tempo in mezzo, immaginando che si trattasse di cosa gravissima, e pensando che a Don Memmo Savelli io non potevo oramai ricusare nessun sacrifizio. —
Qui il signor conte di Riva sentì il bisogno di ricogliere il fiato. Aveva già detto molto; ma proprio allora veniva il difficile. La duchessa taceva, ma con molta attenzione seguiva il racconto, guardando fissamente Massimo, pendendo quasi dalle sue labbra. Buon segno, non è vero? E così doveva pensare anche lui.
Dopo un istante di pausa, Massimo ripigliò in questa forma:
— Che cosa vorrà il principe Savelli, che rinunzia alla speranza di un pronto pagamento, per avermi a Napoli con lui? Fatta questa domanda a me stesso, cercai tutte le spiegazioni possibili, senza appormi alla vera. Questa, io non la conobbi che a Napoli, e proprio alla stazione della strada ferrata, perchè egli era venuto ad aspettarmi, all’arrivo del treno. «Massimo, mi disse egli subito, voi solo potete rendermi il più felice degli uomini». E perchè io mi maravigliavo di tanto potere che egli supponeva in me, Don Memmo fu pronto a soggiungere: «Vi parrà strano, ma così è: la mia sorte è nelle vostre mani; sono innamorato.... di miss Lockwood».
— Ah! — esclamò Serena. — E che c’entravate voi, conte?