La spada di fuoco

Part 22

Chapter 223,789 wordsPublic domain

— Ecco qua; — rispose Massimo, con aria di sommo candore. — Dovete sapere che a Roma, sul principio dell’inverno, avevo conosciuto un signore americano. Era una conoscenza superficiale, di cui non avevo fatto caso, come non lo feci poi dell’incontro delle due signore, al ballo dell’ambasciata inglese. Il signor Lockwood, poichè di lui si parla, mi aveva preso in grande amore. Simpatie naturali, che non si spiegano, perchè non si bada alle loro origini, al modo in cui sono nate! Io avevo portati due biglietti di visita all’albergo di Roma, dove i signori Lockwood erano alloggiati, e poi.... m’ero anche dimenticato di loro.

— Non però di fare una visita nel loro palco a teatro; — osservò placidamente la duchessa.

— Me ne fate ricordare; — rispose Massimo. — Cercavo il Mattei, per quella certa questione d’onore, in cui eravamo impegnati; dovevo parlargli ad ogni costo, mi dissero che era nel palco dei Lockwood, e approfittai della conoscenza, per andarlo a cercare. Non rimasi là che due minuti.... Anche di questa circostanza ho parlato al Montegalda, mi pare. Comunque sia, ecco il fatto, spogliato di tutti i suoi abbellimenti; i signori Lockwood avevano lasciato Roma per andare a Napoli. Laggiù, non so come, nè perchè, aveva dovuto recarsi il Savelli. E laggiù, vedendo la signorina Lockwood, se ne era invaghito. Una delle sue stravaganze! Don Memmo, infatti, soleva dire che non gli erano mai piaciute le bionde.

— In queste materie si cambia così facilmente d’opinione! — notò la duchessa, sorridendo.

— Dev’esser così.... per Don Memmo; — rispose il conte di Riva, felicissimo di vedere accettate con tante benignità le sue stentate invenzioni. — Egli dunque si era invaghito di una bionda, e d’una bionda americana. Il caso aveva fatto che non fosse entrato in relazione con quella famiglia, quando era a Roma. Bisognava far conoscenza allora....

— Ed era necessario chiamar voi da Venezia? — esclamò Serena. — In verità, non credevo così povero di spirito il vostro Don Memmo!

— Qui forse non lo giudicate bene, signora. Egli non aveva modo di farsi presentare da nessuno, perchè i Lockwood, che a Roma facevano vita di società, a Napoli ci stavano da semplici viaggiatori, senza nessuna relazione con la buona compagnia. Un solo personaggio, non so come, era riuscito ad entrare in qualche dimestichezza con loro: un certo marchese Gerolifi di Monte Carmelo: gran nobiltà, con pochi quattrini, e urgente pericolo per l’innamorato Don Memmo. Fu allora che questi, ricordando di avermi veduto a Roma in compagnia con mister Lockwood, e non vedendo lì per lì altro modo di entrare in relazione con lui, mi scrisse la sua lettera, chiedendo soccorso. Gli ero obbligato da quel debito maledetto; non potei ricusarmi ad un appello, di cui ignoravo tuttavia le cagioni. «Non è che questo?» gli dissi, quando egli ebbe parlato. «Oggi stesso vi presenterò a mister Lockwood». Egli così freddo e contegnoso, come un antico barone, poco mancò non mi gittasse le braccia al collo. Quel medesimo giorno, per fargli servizio, andavo a visitare i Lockwood, ed accettavo di fare insieme una gita a Pompei. Due giorni dopo, presentavo Don Memmo. Era tempo. Infatuato dei titoli, il minatore americano aveva disegnato di fare della sua figliuola una marchesa di Monte Carmelo e di non so quali altre terre ipotecate e castella smantellate. Don Memmo aveva più titoli, ed era ricco per giunta: non si poteva credere che sposasse soltanto per entrare al possesso di una miniera d’argento. Egli, ad ogni modo, copriva le gracili spalle di miss Lockwood con un mantello di ermellino; cingeva la sua piccola fronte con una corona chiusa di principessa del Sacro Romano Impero. Mister Lockwood, una settimana dopo la presentazione di Don Memmo, non vedeva più che per gli occhi di lui. Il marchese Gerolifi se ne ritornò a Monte Carmelo, e il principe Savelli ebbe la consolazione, che io veramente non riesco ad intendere, di vedere accolta la sua domanda formale.

— Di matrimonio? — gridò Serena.

— Sicuramente.

— Il principe Savelli.... il principe Savelli sposa miss Lockwood? E siete voi, conte, che avete combinato il matrimonio! Voi, al quale si attribuiva anzi l’idea....

— L’idea sciocca di essere andato a Napoli, perchè invaghito della bionda signorina, non è vero? — disse Massimo, torcendo le labbra con aria di superbo dispregio. — Queste cose poteva pensarle soltanto un uomo che non mi conoscesse; solo un nemico poteva dirle, ma ancora senza crederle. Ora eccovi la mia giustificazione nel fatto. Avrei lavorato per altri, se quella ricca dote e quella povera figura fossero piaciute a me? —

La duchessa taceva, guardando sempre fissamente il signor Massimo, come se volesse leggergli dentro l’anima quelle idee che egli andava vestendo così faticosamente di parole. E tacque ancora, nella pausa ch’egli fece, ammirato dell’antitesi che gli era fiorita dal labbro. Perdoniamogli questo gaudio d’artefice, noi che nel caso suo, o in altro consimile, faremmo altrettanto, e senza sentirne vergogna. Quante volte non ci avviene egli di ammirarci, ingenui fabbricatori di frasi, che volentieri abbiamo in conto d’idee!

— E così, — disse lentamente Serena, dopo quell’istante di pausa, — avete assistiti gli amori nascenti di Memmo Savelli e della signorina Lockwood? Non supponevo in voi tanta pazienza, davvero!

— Non è infatti nell’indole mia; — rispose Massimo, non intendendo il pensiero di lei, o prendendolo troppo alla lettera. — M’importava poco di assistere; mi cuoceva anzi di restare, poichè avevo reso all’amico il servizio che aspettava da me. Ma io, per rendere quel servizio a Don Memmo, avevo dovuto fingere un viaggio di piacere; e perciò fui costretto a restare una diecina di giorni ancora, sempre in compagnia degli amici, girando di qua e di là, come un grande curioso, ammirando tutto quello che gli altri volevano ammirare, da Sorrento, dove il Tasso è nato, fino al capo Miseno, dove Augustolo è morto. Come avrei voluto correre a Roma, per raccontarvi ogni cosa! Ma ricordavo il mio debito; quantunque Don Memmo mi pregasse di non darmene pensiero, io non pensavo ad altro, in quei giorni. Orgoglio e vergogna volevano così, lo immaginate anche voi; più allora che mai, mi comandavano di provvedere a quel negozio, urgente fra tutti. Se il principe Savelli avesse potuto immaginare che nell’animo mio ci fosse la speranza di aver saldato un debito d’onore con una.... mediazione!... Anche il vocabolo, oggi che ho pagato, mi scotta le labbra. Ritornai a Venezia, e non osando confessare neanche allora il mio triste caso ai parenti, ma alquanto più calmo, poichè avevo più tempo davanti a me, ricorsi ai consigli di un avvocato. I miei beni non erano gravati di nessuna ipoteca; potevo ottenere un imprestito. La somma era forte, nè io avrei saputo a chi domandarla; ci pensò l’avvocato, e trovò egli il mutuante. Si chiama così, il personaggio che impresta; — soggiunse Massimo, sforzandosi di rallegrare la materia con una piccola celia. — Ma queste cose non si fanno alla lesta; il personaggio è lento a risolversi, minuzioso nell’osservare dove e in qual modo colloca il suo denaro. Soltanto otto giorni fa potei aver conchiuso il contratto. E neanche allora mi fu possibile allontanarmi da Venezia, perchè la cosa era giunta all’orecchio dei miei signori zii. Dovetti umiliarmi, raccontando come e perchè io mi fossi trovato in quel grave bisogno. Meglio così, finalmente! Fui sgridato, ma fui anche perdonato. Ora essi non hanno altro pensiero che di restituire la somma per me. Sul castello dei conti di Riva, mi dissero, non sono mai state ipoteche; sarebbe brutto incominciar ora, dopo seicent’anni di storia. Ah, nobili vecchi! Li ho abbracciati, piangente, dopo aver fatto il giuramento solenne di non dar loro mai più un altro dispiacere come quello. Oggi finalmente respiro. Son ritornato a Roma, e mi sento quello di prima, poichè ho riconquistato me stesso, e mi pare di essermi svegliato da un sogno. Da un brutto sogno, diciamo, perchè il giuocatore è assai brutto.

— Dite benissimo, conte; — replicò la duchessa. — Il giuocatore non è neanche un uomo. Ma che racconto mi avete voi fatto! Anche a me par di sognare. Non avrei creduto mai che un uomo serio come il Savelli....

— Ah, che dirvi? — interruppe Massimo. — Certo la sente anche lui, la vergogna del fatto; anzi, diciamo pure che la sente più di me. Perchè, infine, tra due giuocatori brutti, il più brutto è ancora quegli che vince. Parlo di giuocatori gentiluomini, s’intende, e non considero i giuocatori di professione. Vergognato da parte sua, Memmo Savelli mi chiese il silenzio. Ma voi, Serena, dovevate sapere ogni cosa.

— Ed ora, speriamo, non giuocherete più.

— Ah, no davvero! Se anche non l’avessi giurato, me ne riterrebbe l’orrore della cosa.

— E il gran rischio, — aggiunse la duchessa, — il gran rischio a cui vi esponevate, di fare una brutta figura nel mondo. A quali pericoli si va incontro, in un momento di follia! —

Massimo era contento e mortificato ad un tempo. Contento prima di tutto, che la sua stramba invenzione fosse così facilmente creduta. Ma era poi così stramba, se veniva a corroborarla il fatto del matrimonio di Memmo Savelli? No, niente stramba, o non più di tante cose che paiono inverisimili, ma che hanno per sè la dimostrazione irrepugnabile dell’evidenza. Quanto all’essere mortificato, vi sarà facile intenderlo, se penserete, come lui in quel punto, alla prontezza con cui aveva riportata la sua grande vittoria. Quella donna non gli aveva neanche lasciato il tempo di piangere nessuna di quelle lacrime, che egli avrebbe piante così bene. Ma già egli riconosceva anche in questo particolare la sua duchessa di San Secondo, gentile e buona, ma fredda, come una bella statua di marmo. Le belle donne, del resto, non sono un po’ tutte così, come le belle statue? A queste il sole più ardente, a quelle il fuoco della passione più viva, non riscalda che la superficie; alle une e alle altre non si può chieder di più.

Così pensava, il signor conte, e frattanto rispondeva a Serena.

— Ma se vi dico che fu un momento di aberrazione!... Io l’ho scontato con dolori ineffabili. Se sapeste come ho pianto, lontano da Roma.... e da ogni cosa più cara! Ma voi mi avete perdonato, non è vero?

— Sì, conte. E perchè non dovrebbe perdonarvi, l’amicizia, se ritornate pentito?

Non era ciò che Massimo voleva. E capì in quel momento che meglio del raccontare sarebbe giovato il piangere. Ma l’occasione di spargerle, quelle lacrime vittoriose, non si era offerta ancora: gli bisognava cercarla.

— L’amicizia! — esclamò, con accento drammatico. — È grande fortuna. Ma di certe donne.... e per me di una sola al mondo.... l’amicizia è poco. Voi solevate ridere, Serena, quando io, povero innamorato, vi parlavo d’altro; quando nell’impeto della passione prorompente....

— Ora, come allora, — interruppe la duchessa, — io vi dico: fermatevi! Non era bene, il ridere? Non era bene il trattenervi? Sapete pure che le parole mi son sempre parse parole. L’amore, poichè volete ancora ricordarlo, si conosce alla prova. E la prova è lunga, quando non può ottenere l’evidenza da una solenne occasione.

— È giusto; — rispose Massimo, intendendo che bisognava passare per un capitolo di filosofia. — E mancandomi l’occasione della prova solenne, io non potevo far altro che darvi la prova di un amore continuo, paziente, che nessun rigore poteva comprimere, nessuna freddezza soffocarmi nel cuore. Fui sempre il vostro umile schiavo, ve ne ricordate? E voi, che da principio ridevate, incominciaste un giorno a non rider più. Mi fermavate ancora, lo so; volevate così, ed io vi obbedivo, riluttante. Ma allora anche il mio silenzio continuava a parlare. Serena, se conservate memoria di quei lunghi giorni d’angoscia.... Serena, se il vostro cuore non è mutato, se è ancora capace di compassione.... se avete perdonato ad un errore, che non poteva offendere la donna adorata, e di cui ho sofferto io le pene atrocissime.... se credete alle mie lacrime amare.... vi prego, vi supplico, lasciate l’amicizia, che è troppo, se io sono indegno di perdono, che è troppo poco, se io valgo ancora qualche cosa per voi. Serena, io mi butto ai vostri piedi. Calpestatemi, se volete; ma ditemi che mi amate ancora. —

E stava per inginocchiarsi, il lacrimoso eroe; ma la duchessa lo trattenne col gesto.

— No; — gli rispose poscia, con accento tranquillo.

— No? — gridò egli, turbato. — No, avete detto?

— Se debbo dirvelo ancora!... — riprese la duchessa. — Non so che gusto ci troviate a sentirlo ripetere. Ma sia pure come volete: no, non posso amarvi, non vi amo.

— Ma è possibile, Dio santo? — gridò Massimo, piangendo davvero. — Ma che ho fatto io, per dispiacervi così? Non intendete dunque come io sia stato travolto dalla fatalità? Non avete voi perdonato?... Ah no, pur troppo, voi non mi avete perdonato veramente, perchè non avete inteso.

— Ho inteso, conte; — rispose pacatamente Serena. — Calmatevi, signor Massimo, e ragioniamo. Ho inteso che noi non eravamo nati l’uno per l’altro. Anch’io ho sognato, un giorno. E quando sogno, credetemi, sogno bene. Non so pensarli e non li voglio, gli amori vili, che nascono nell’ozio elegante e si trascinano nella consuetudine, per morire nella stanchezza. Valgo di più, e lo sento, e non mi abbasso. Sto sul mio plinto, se volete, come una statua di marmo. Mi pare che una volta siate arrivato a dirmelo voi, ed ho sorriso allora, come ora. Statua greca, o idolo indiano ch’io sia (anche questo m’avete detto un giorno, ed ho ancora sorriso), non sono una donna che si possa lasciare.... neanche per una tavola da giuoco. Non sono una donna a cui basti la prova di una servitù che tutte le abitudini di società rendono molto facile ai gentiluomini come voi. Eravate forse nel deserto, vivendo accanto a me? In questa Tebaide rumorosa, eremita da burla (ve lo lascerete dire da una statua greca e da un idolo indiano), voi passavate agli occhi di tutti per un cavalier servente.... chi sa? fors’anche per un cavalier fortunato. Non ho io fatto molto? non ho io fatto troppo, lasciandolo credere? Era venuto il momento di fare a vostra volta qualche cosa, un po’ più di quello che la mia passata condizione vi permettesse. Ma allora, proprio allora che io vivevo più ritirata, non più a teatri nè a feste, che facevate voi, conte Massimo? Seguitavate a frequentare i teatri, dove io non ero; a mostrarvi nelle feste da ballo, dove io non andavo; a far conoscenze e visite, che io non dovevo sapere. E mi son io lagnata? No. Son così fredda, io! così insensibile! Povero conte, non piangete, vi prego; le lacrime non ci hanno a far nulla.

— Son vere; — mormorò Massimo, tra un singhiozzo e l’altro.

— Lo credo; — ripigliò la duchessa. — Ora soffre in voi l’amor proprio, e per quello si piange davvero, la finzione non c’entra. Anche il mio ha sofferto, non mi vergogno di confessarvelo, ha sofferto più lungamente del vostro. Facciamo una cosa, signor conte, la migliore che possiamo fare in questo momento doloroso: prendiamo il vostro e il mio, buttiamoli a fiume, e ridiamo. L’amicizia che io vi offro, è sincera, consente almeno di ridere.

— E mi avevate permesso di venire da voi! — esclamò il conte Massimo, che non sapeva rassegnarsi.

— Dovevo io proibirvelo? — replicò la duchessa. — Ho pensato invece che l’onor vostro e l’onor mio domandassero questa scena. Ma noi, salvo l’onore, non lo faremo più triste che la cosa non meriti.

— Io vi amo, signora! — gridò Massimo, esacerbato da quell’accento tranquillo, donde traspariva lo scherno. — E voi.... amate un altro. —

A quel colpo inatteso, la duchessa rizzò fieramente la testa, saettando il conte Massimo di una occhiata severa.

— E se fosse?... — diss’ella.

— Ucciderei quell’uomo; — rispose Massimo, il cui amor proprio offeso aveva finalmente trovato la via di sfogarsi.

— Ah, veramente? lo uccidereste? Dovrò io dunque nasconderlo con molta cura, signor conte di Riva, per custodirlo dalle vostre vendette?

— Non lo custodirete, non lo nasconderete, signora. Saprò ben trovarlo io.... l’ho già trovato: è un vil traditore dell’amicizia.... è Almerico di Montegalda.

— Conte! Vi proibisco di offendere quell’uomo; — gridò la duchessa, levandosi in piedi, sdegnata.

Ma l’atto imperatorio e l’accento severo non valsero a trattenere la foga furibonda di Massimo.

— Ah, ah! — rispose egli, accompagnando l’esclamazione con un riso sarcastico. — Voi me lo proibite, signora? Non mi basteranno allora le parole, lo schiaffeggerò. —

La duchessa fu per replicare; e il gesto della mano distesa accennava già con la replica il comando. Ma in quel punto la bussola si aperse, e un nuovo interlocutore entrò in scena.

— Chi parla di schiaffeggiare? — diss’egli. — Chi alza la voce in casa vostra, signora duchessa? —

Massimo si era voltato in soprassalto, e aveva riconosciuto il Buonsanti. Irritato com’era, non poteva mutarsi di punto in bianco per l’arrivo di un uomo. Insolente con una dama, doveva essere impertinente col cavaliere che veniva in mal punto a sostenerne le parti. Meglio così, del resto; aveva trovato con chi sfogare il suo grande dispetto.

Poc’anzi rideva sarcasticamente; fu allora il caso di ghignare. E ghignando rispose:

— Si ascolta agli usci! È usanza da servitori.

— Non mi dispiace il nome; — replicò serio il cavaliere. — Quando la padrona è offesa da un mascalzone, il servo entra e mette l’insultatore nel caso di scegliere tra la porta e la finestra. Ho fatto promessa a me medesimo di castigarvi, signor conte di Riva. Escite! —

Massimo strinse i pugni, sbuffando, e si morse le labbra a sangue. Guardò il suo avversario; guardò la duchessa, che stendeva la mano al nuovo venuto; poi disse, con voce soffocata dalla rabbia:

— E sia. Ci rivedremo.

— Come, e dove, e quando vorrete; — rispose il cavaliere.

Ciò detto, gli volse le spalle, senza darsi più cura di lui.

Massimo balenò tra due pensieri un istante; poi scosse la testa, borbottò una minaccia e scomparve.

— Ah, cavaliere! che avete voi fatto? — esclamò la duchessa.

— Signora, il mio dovere; — rispose il Buonsanti. — Sapevo di questo colloquio. Quel povero ragazzo di Almerico non aveva potuto nascondermi nulla. Capirete che non ero tranquillo. Ho girato un pezzo per le vie; finalmente mi son risoluto di venire da voi. «Non disturbiamo la signora» ho detto al servitore «aspetterò, leggendo i giornali». Ed ho aspettato, pazientemente, finchè non ho sentito gridare a quel modo. Ah! il signorino vuol schiaffeggiare ed uccidere? Troverà il fatto suo. Non mi si tocca Almerico; non si va contro lui, senza trovar me sulla strada. Glieli darò io, gli schiaffi; in piombo, o in acciaio, a sua scelta.

— Ah! — gridò la duchessa, atterrita. — Non accadrà nulla per me. Questo duello è impossibile. Io non lo voglio. Qualunque cosa io farò, per impedirlo.

— Signora, — disse il Buonsanti, — voi rimarrete tranquilla e fiduciosa, nella vostra dignità di dama. Credete a me: le donne non debbono frammettersi in queste cose. Infine, dovete pensare che avete un cavaliere, e che in casa vostra non si alza impunemente la voce. —

Ma così non vedeva le cose la duchessa Serena. Come tutte le donne profondamente buone, aborriva da questi giuochi scellerati, non voleva a nessun conto che si spargesse sangue per lei. Salda nella propria dignità, quando era sola a custodirla, si sarebbe umiliata, prostrata ai piedi del più vile tra gli uomini, pur d’impedire uno scontro di cui ella fosse, o solamente dubitasse di poter essere la cagione innocente. Il cavaliere di Carpigliano non durò fatica ad intendere lo stato dell’animo di lei, e subito abbassò d’un tono la sua musica guerriera.

— Ebbene, — diss’egli mostrandosi scosso dalle sue paure, — sia come volete. Io sono andato troppo innanzi, e forse sarebbe bastato che io mi presentassi, visitatore discreto, per interrompere un penoso colloquio. Ma non restava egualmente il pericolo che il conte di Riva, escito di qui, andasse ad offendere, a provocare Almerico? Il conte di Montegalda è d’animo prode, e non si lascia intimidire dai rodomonti. Vedete, signora? è dunque assai meglio che il primo sfogo sia stato contro di me, e che con me sia impegnato, prima che con altri, qual birichino insolente. Impedire che egli si batta con me, mi pare impossibile, nel modo che vorreste voi. Pensateci, duchessa; mi fareste passare per un vile, che si trinciera dietro una gonnella.... scusate il vocabolo!... e un vile, perdio, non lo sono mai stato, nè incomincierò ad esserlo, a cinquantadue anni.... suonati. Andrei piuttosto io a schiaffeggiarlo, per ricominciar la partita.

— Ma allora.... — balbettò la duchessa.

— Ma allora, ecco qua; — rispose il buon cavaliere. — Ho forse ascoltalo agli usci più che non dovessi, e certamente più che non abbia detto poc’anzi. Il signor conte, dimenticando la vecchia massima: «noblesse oblige», ha detto un sacco di bugie, per iscusare la sua partenza da Roma, e per colorire la sua presenza a Napoli, al fianco di madamigella Lockwood. Ma che colorire? A quel suo sciocco romanzo è mancata ogni tinta di verisimile. Come abbia osato tuttavia di sciorinarvelo, io non arrivo a capire. Forse ha fidato molto nell’audacia dell’invenzione, ed anche un poco sul vostro silenzio. Ma un terzo l’ha udito, e quel terzo son io, che so per l’appunto tutto il contrario di ciò ch’egli narra. Ora sentite: egli manda da me i suoi padrini; questo è naturale, è necessario, se egli non è vile, quanto è stato bugiardo. Io rispondo, mettendo le carte in tavola, convincendolo di menzogna; e scambio di condurlo sul terreno, lo faccio scappare da Roma. —

La duchessa era stata ad udire con grande attenzione il discorso del Buonsanti.

— Io non so come queste cose si facciano; — diss’ella, confusa. — Ma voi mi promettete che una via si può trovare....

— Vi dico che ne son sicuro, sicurissimo.

— E che voi la cercherete?

— Naturalmente; non dubitate. —

XVIII.

Gli avanzi della Cernaia.

Sicurissimo? Non lo era punto, il buon cavaliere di Carpigliano. Aveva parlato così, per una di quelle ispirazioni subitanee, che qualche volta sono divinazioni del vero, ma più spesso gretole trovate in buon punto, per cavare un uomo d’impiccio.

Certo, il buon cavaliere non amava il conte Massimo; certo, dubitava della sua sincerità, come aveva dubitato della sua serietà; certo lo aveva per il più bugiardo tra gli uomini. Ma in quel discorso di Massimo, discorso lungo, donde traspariva lo stento della invenzione, una cosa era notevole: l’annunziato matrimonio del principe Savelli. Di quel matrimonio, cosa strana, a Roma non si sapeva ancor nulla. E come poteva saperne già tanto, il signor conte di Riva? Con qual fiducia si sarebbe egli arrischiato a dar la notizia, se avesse pensato di dir cosa non vera? Sicuramente, egli annunziava un fatto, o il principio d’un fatto; sicuramente tra Don Memmo Savelli e la famiglia Lockwood erano corse promesse d’alleanza, e il conte di Riva ne era consapevole; fors’anche ne era stato testimone. Ma come poteva essere avvenuto ciò? e con qual gusto per il conte di Riva? Invaghito della bionda americana, o forse de’ suoi milioni (il cavaliere Buonsanti propendeva piuttosto per questa seconda opinione), fuggito a bella posta da Roma per correre sulla traccia luminosa di quella miniera d’argento e di quei capegli d’oro, come aveva potuto il conte di Riva lasciarsi prendere il fatto suo da Don Memmo Savelli? lasciarsi soppiantare da lui, senza far resistenza? ed apparendone ancora felicissimo?

Il nodo era lì. Al buon cavaliere di Carpigliano il cuore diceva: qui bisogna cercare.