Part 20
— Sì, col cavaliere Buonsanti....
— L’eterno, l’inevitabile Buonsanti! — borbottò Massimo, che aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno.
— E con la marchesa Terenziani; — soggiungeva frattanto Almerico. — Anch’io, dopo una ventina di giorni, ebbi occasione di andarci. —
Gli esciva a stento, la confessione; ma era necessario che escisse.
— Anche tu? — gridò Massimo stupito. — Anche tu, a Parigi?
— Sì, per un incarico governativo.... ed anche urgente. Dovevo trovare ed ottener copia di certi documenti, al ministero di grazia e giustizia della Repubblica francese; documenti che erano necessarii al mio ministro, e che ho avuto la fortuna di trovargli.
— Ah, già! dicevo bene, io! — esclamò allora il conte di Riva. — Tu non ti muovi così facilmente dal tuo guscio. E dimmi, era calma, a Parigi?
— Calmissima.
— Ne godo; — disse Massimo. — Ed ora.... non c’è nessuno.... sui ranghi?
— Che ranghi? Non ti capisco.
— Sì, dico, sulla linea, alle viste, come vorrai tu. Mi hanno parlato del Mattei, questa mane. —
Almerico era infastidito di quella conversazione, e lo muoveva a sdegno la leggerezza con cui Massimo buttava là quegli accenni pettegoli. Si fece forza, nondimeno, ed eludendo la domanda, rispose con un’altra all’amico.
— Hai già avuto di queste confidenze, stamane? Non sono dunque io il primo che tu vedi!
— Per via, sai! — disse Massimo. — È stata una combinazione. Si parlò di conoscenze, e venendo per caso al Mattei, mi fu detto che corteggiava assiduamente la duchessa. Io, come puoi immaginarti, non andai al fondo di nulla. Non volevo aver l’aria di chiedere informazioni, di prendere interesse a certi particolari....
— Sei stato prudente, per la prima volta in vita tua; — notò il Montegalda. — E lo saresti anche più, non prestando fede alle chiacchiere degli sfaccendati. Nino Mattei è un grazioso giovanotto, ma niente di più, come sai.
— Eh, caro mio, son così strane, le donne!
— Che discorsi son questi? Non farai strada presso di loro, se incomincierai a stimarle così poco.
— Lascia correre; — disse il conte di Riva. — Io non mi lagno di farne poca, come non mi vanto di farne molta. Ho il mio modo di vedere, e non lo muto. —
Almerico si chiuse nelle spalle, come se volesse dirgli: fa il comodo tuo.
— Del resto, — proseguiva Massimo, — ammettendo ciò che tu affermi del Mattei, le cose vanno bene. Niente è dunque perduto. —
Quella conclusione inaspettata fece rizzar la testa ad Almerico.
— Niente perduto! — ripetè egli. — Che cosa vuoi dire?
— Che non c’è nessun aspirante, nessun pretendente, nessun preferito, ad impedirmi la strada; — rispose Massimo. — Un solo guaio ci vedo, e non gravissimo: ch’ella non ha creduto alla storia della mia perdita al giuoco.
— Aggiungi, poichè io te l’ho detto, ch’ella ha saputo del tuo viaggio a Napoli; — disse Almerico.
— Questo si capisce. Partito da Roma, poco importava che io andassi a destra piuttosto che a sinistra. L’essenziale è che tu sia stato fermo nella versione a te nota, e che dev’essere la vera, tranne un piccolo inganno, fatto anche a te, intorno alla strada che ho presa, partendo. Così tu puoi rendermi ancora un servizio da amico.
— Ancora! e quale?
— Ecco qua: devi dirle che son ritornato, e che imploro la grazia di esser ricevuto da lei.
— Io? io dovrò dir tutto questo?
— Sì, tu; non sei forse più il mio amico?
— Sono, sicuramente; — balbettò Almerico di Montegalda, confuso da tanta audacia di Massimo. — Ma tu mi domandi una cosa....
— Naturalissima. Non vedi come sono pentito!
— Tu sei pentito? tu?
— Ne dubiti forse? quando io te lo giuro?. —
Almerico rimase un istante pensoso; poi disse:
— Caro mio, vedendo la leggerezza con cui cambi d’amori, sì, ne dubito. Non ho forse ragione a dubitare?
— Ebbene, — rispose Massimo, — sappi che soffro; sappi che nel mio volontario esilio da Roma non ho fatto altro che piangere. Amico mio, — soggiunse il giovinotto, con voce lagrimosa, — io sono il più infelice degli uomini. Piango, ora, non vedi? piango come un bambino. —
E piangeva davvero, a lagrime dirotte. Pareva che tutto ad un tratto si fossero squagliati i ghiacci del suo cuore, e che un fiume si gonfiasse di quella piena improvvisa. Ma non diciamo il fiume, per carità; diciamo piuttosto il torrente. Le piene improvvise son proprie dei torrenti, anzi che dei fiumi, generalmente più calmi nella ampiezza del letto e nella costanza del corso.
Almerico frattanto pensava. Ma che uomo era quello che piangeva così? Un carattere esagerato, sicuramente. Tutto, nella vita, gli era andato a seconda; ragazzo viziato dalla fortuna, era diventato un uomo prepotente. Non cattivo, per altro, se Almerico lo aveva conosciuto tanto da poterne giudicare con qualche fondamento. Ad ogni modo, non ricordava di averlo veduto mai vile; scettico sì, qualche volta, ma per capriccio di atteggiamento; volgare, anche, ma per originalità; pieno di difetti, insomma, non di vizi propriamente detti. Anche i difetti vanno biasimati; ma notate che Almerico non doveva fare lì per lì il moralista; ricordava e notava; notava tra l’altre cose che i difetti di Massimo erano quelli che comunemente piacciono, ottenendo ogni maniera di fortune a chi li possiede. In verità, bisogna credere che tanta varietà d’uomini civili possa ridursi a due specie, per ciò che riguarda i sorrisi della cieca Dea: i modesti e i vanagloriosi, i quieti e i romorosi; gli uomini che sentono e soffrono davvero, non conosciuti, nè apprezzati; gli uomini che fanno chiasso d’ogni cosa, anche del loro amor proprio ferito, e ingannano tutti, perfino la gente da bene, coi loro orpelli, con le loro mostre da cerretani. E Massimo, frattanto, il fortunato Massimo, dopo tanti errori che ad ogni altro avrebbero meritata una severa lezione, veniva ancora in tempo per guastare i bei sogni di Almerico, per rapirgli il fiore delle sue prime speranze. Ahi povere speranze, tenute così gelosamente, così scioccamente chiuse nel più profondo del cuore! E in quel punto gli veniva davanti agli occhi l’immagine del Buonsanti, del vero amico suo, che avrebbe voluto spingerlo innanzi, obbligarlo a parlare.... Ah sì, lo aveva ben secondato, l’onesto desiderio! lo aveva ben seguito il consiglio amorevole dell’amico Buonsanti!
Così pensava Almerico di Montegalda; e a Massimo che piangeva non seppe dir altro che questo:
— Calma, ti prego! che cosa sono queste lagrime?
— Calma! calma! — ripetè con accento drammatico il conte di Riva. — Tu ne parli facilmente, tu che hai il cuore di ghiaccio. Io, vedi, son fatto così: quando soffro, è uno schianto dell’anima. Ah, tu non sai che cosa sia l’amore; no, non lo sai, te lo dico io; tu non conosci, tu non senti che l’amicizia; l’amore ti è ignoto. È una fiamma, l’amore, una fiamma che divora. Ed io che avevo creduto, sciocco, di non amar più quella donna! Ben mi avvidi da lontano, e più veramente là, sui nostri colli Euganei, vulcani spenti, che potrebbero riaccendersi un giorno, dar fiamme, come il mio povero cuore. Almerico, te ne prego, non mi abbandonare, in questo frangente. Mi sei amico? Devi assistermi; non puoi ricusare; io non ho più speranza che in te. Ebbene, parla, rispondi! che cosa pensi tu, ora?
— Penso al modo di servirti; — rispose Almerico, sospirando. — Farò anche questo; ma senti, vorrei che tu mi domandassi un altro sacrifizio.
— Che paura è la tua? — disse Massimo. — Ti negherà di ricevermi. Ma tu la pregherai tanto.... le dirai tante cose del mio stato compassionevole!... Infine, se anche negherà, sarà almeno avvertita del mio ritorno e del mio vivo desiderio di ottenere il suo perdono. Assistito da te, farò io il rimanente; scriverò....
— Potresti farlo prima; — mormorò il Montegalda.
— No, il primo annunzio deve giungerle per bocca tua. Ella andrà in collera, lo prevedo; ma una tua parola, come sai dirne tu, la calmerà. Ad ogni modo, il primo urto sarà sostenuto, e sarà come averlo respinto. —
Almerico pensò che il suo caro Massimo, per un amante acciecato dalla passione, ragionava assai sottilmente.
— Sia come vuoi; — gli disse; — parlerò. —
Il conte di Riva diede una rifiatata; le lagrime cessarono come per incanto, e i suoi occhi mandarono un lampo di gioia.
— Quando? — gridò egli.
— Questa sera.
— Così tardi? Non potresti prima? Va, te ne prego. Cerca un pretesto; ti sarà facile di trovarlo per via. Io ritorno da te alle sette. Si pranza insieme?
— No, grazie, non posso; — rispose Almerico, che non sentiva affatto la voglia di passare altre due ore a quella tortura. — Vieni pure alle sette, anche alle sei, e ti darò la risposta.
— Grazie! tu mi rendi la vita.
— Ma bada! non ti prometto di vincere.
— Oh, tu vincerai, ne son certo; — rispose Massimo, stringendo la mano del suo Montegalda. — Tu sei il più fortunato degli uomini; tutto quello che vuoi ti riesce a bene.
— Ahimè! — mormorò Almerico, quando fu solo. — Gran fortuna, la mia! —
Il conte di Riva se ne era andato via saltellando, come un cardellino spensierato. Almerico di Montegalda era rimasto accasciato al suo posto, in un angolo del canapè. Pochi minuti dopo si affacciò sulla soglia l’usciere.
— Signor conte, che ha? si sente male? — domandò, vedendo Almerico in quella postura.
— No, grazie, — rispose questi; — non è che un capogiro, per il gran discorrere che s’è fatto, con quell’ottimo amico.
— Debbo dire a Sua Eccellenza che lei ha bisogno di riposarsi un pochino?
— Perchè? mi voleva forse?
— Sì, mi aveva detto di pregarla a passare di là quando fossero partite le visite.
— Bene! vado subito; — disse Almerico, facendo uno sforzo per levarsi di là.
Il ministro era ritornato da una mezz’ora nel suo studio, e desiderava sapere dal Montegalda se fossero state scritte certe lettere. Almerico le presentò, perchè veramente ci aveva pensato assai prima che gli capitasse tra capo e collo quella mazzata del conte di Riva. Sua Eccellenza lesse, approvò largamente, ringraziò l’estensore; ma notò che questi aveva la cera stravolta.
— Che c’è, conte, — disse il ministro, — che mi parete anche voi in una giornata di nervi?
— Nulla, Eccellenza! — rispose Almerico, sforzandosi di sorridere. — Sono stato affogato per un’ora dalle ciarle di un amico, che non vedevo più da tre mesi.
— E che voleva vuotare il sacco delle notizie, non è vero? — disse il ministro. — È una assai brutta usanza, questa di venirsi a sfogare con chi ne ha già troppo del suo lavoro! Dev’essere una eredità delle tragedie dell’Alfieri; non vi sembra? Prime e seconde parti debbono versar tutto nel seno del confidente. Ma ora io non voglio fare come uno di quei personaggi. Andate a prender aria.
— Se Vostra Eccellenza non ha altro da comandarmi....
— Nient’altro. —
Il ministro consigliava bene: una passeggiata era il meglio che per allora potesse fare Almerico. Escì dal ministero, e prese aria, ma non andò veramente a passeggio; come va la biscia all’incanto, andò verso il palazzo San Secondo. Aveva promesso, e voleva mantenere; al resto avrebbe provveduto il destino.
Era degli intimi; non doveva aspettar giorni fissi, nè fare anticamera. Donna Serena lo ricevette subito nel suo salottino.
— Novità! ed anche bella! — esclamò la duchessa, stendendogli la mano. — Che buona ispirazione vi ha condotto?
— Ero triste, signora, — rispose il giovanotto, — e son venuto da Donna Serena.
— Per rasserenarvi lo spirito? Avete fatto bene; — diss’ella; — e vorrei che questo non fosse solamente un giuoco di parole. Animo, dunque! raccontatemi le vostre pene.
— Ahimè, signora! — esclamò egli allora. — Ce ne ho tante di quelle degli altri, che debbo pur mettere da banda le mie, quantunque non possa dimenticarle.
— Mi fate tremare, signor conte. Di che si tratta.... e di chi?
— Di un amico.... che è ritornato. —
Era detta, e Almerico trasse un respiro, dopo aver così incominciato il discorso.
La duchessa fremette, involontariamente; ma il Montegalda era così turbato egli stesso, che non si avvide di nulla.
— Ritornato! — esclamò Serena. — Di chi parlate voi?
— Del conte di Riva. —
Quelle parole furono seguite da una pausa, che ad Almerico parve lunghissima. Nè egli osò levar gli occhi a guardare che senso avessero fatto sull’animo di lei. Certo, se la duchessa fu colpita dall’annunzio inaspettato (e non poteva essere altrimenti), ella si riebbe subito, poichè con voce tranquilla rispose:
— Ebbene, speriamo che ci ritorni in salute. Non si viaggia, quando si è ammalati.
— No, non è ammalato, fisicamente; ma moralmente sì, — riprese Almerico. — È molto triste; è venuto da me poc’anzi, con le lagrime agli occhi, per chiedermi una grazia. Non a me, veramente; — soggiunse il giovane; — io non dovrei essere che il messaggero. La grazia egli la chiede a voi, Donna Serena. E voi la indovinate già.... Egli implora di essere ricevuto da voi.
— Quanta paura!... — esclamò la duchessa. — Ed ha bisogno d’intercessori, per fare una visita? Di gran peccati deve aver commessi, quest’uomo? E poi, a quale intercessore si volge per aiuto!...
— Signora, se potete.... — supplicò il Montegalda. — Egli mi ha detto di soffrir tanto.... di aver tante cose da dire! —
La duchessa stette alquanto in forse, guardando negli occhi il suo interlocutore, che veramente aveva un’aria molto compassionevole. Poi volle parlare, e già aveva dischiuse le labbra ad un «ma voi....» che rimase interrotto. Poi mutò pensiero, evidentemente; e la frase escì in questa forma dalle sue labbra:
— Me lo consigliate voi? Sta bene. Sentiremo quello che ci dirà. Egli può presentarsi. Del resto, signor conte, la porta di casa mia non era stata chiusa a nessuno.
— Ah! dunque.... gli perdonate? — domandò allora Almerico.
— Dunque, — rispose ella placidamente, — lo riceverò. Non si concederà qualche cosa all’intercessore? Il conte di Riva non deve credere di essersi male appoggiato. Piace a voi che ritorni? Lo aspetto. —
Era un dire e non dire. Almerico non vide se non ciò che era detto.
— Signora, — mormorò egli, — voi mi togliete un gran peso dal cuore. Io vi ringrazio.
— Perchè? — disse a lui di rimando Serena. — Dovete ringraziarmi voi, conte Almerico? In verità, siete il re degli amici. —
Sì, povero conte Almerico; diciamolo anche noi con la duchessa Serena: il re degli amici, ma anche il più umile degli innamorati. Altri direbbe: dei poveri di spirito; ma io non l’ho per tale, e non posso farne un eguale giudizio, che sarebbe veramente eccessivo.
Il Montegalda stette alquanto senza dir nulla, non avendo nulla da dire, ed ascoltando la duchessa che aveva preso a parlar d’altro. Donna Serena, non mentendo al suo nome, appariva tranquilla. Poco dopo, giunse la Terenziani, e la duchessa, di tranquilla che era, diventò anche ilare, espansiva, abbondante di parole, com’egli non l’aveva vista mai.
Ah, proprio ci voleva il leggerissimo tra gli uomini, per vincere la più seria tra le donne? Ma così è, pur troppo, così è, nell’ordine delle cose naturali. Almerico rammentava in quel punto d’aver letto, nella sua infanzia, un graziosissimo verso, posto ad epigrafe d’una bella scena campestre: «Zefiro torna e il bel tempo rimena». Zefiro ritornava, infatti, ed era bel tempo nel palazzo San Secondo.
Almerico era diventato triste, tanto più triste, quanto più la duchessa gli appariva gioconda. Si congedò il più presto che potè, con un pretesto facilmente trovato. E quella sera disse al conte di Riva:
— Ho parlato alla duchessa. Va pure liberamente; sarai bene accolto. —
Massimo non s’aspettava una così pronta vittoria.
— Come? — gridò egli. — E non ha detto nulla? non ha resistito alle tue preghiere?
— No, affatto; mi ha ascoltato, e molto benignamente; poi mi ha risposto: ditegli che venga a vedermi; la porta di casa mia non è mai stata chiusa per lui. —
Massimo stette a lungo pensoso.
— Ebbene, — gli disse Almerico, — che hai? Ti dispiace ora di avere ottenuto ciò che desideravi tanto ardentemente stamane?
— Mi dispiace, sì, — rispose Massimo, — mi dispiace una cosa, in tutto questo: la facilità con cui ella mi ha dato licenza di ritornare. E senza chiederti nulla delle cagioni che mi avevano fatto partire, che è peggio! Perchè sicuramente, se ella non ha voluto credere a quella che tu le avevi detta, e sulla quale avevi anche insistito....
— Sì, e di questo puoi esser certo, — disse Almerico. — Sebbene dentro di me avessi a vergognarmi di sostenere una cosa non vera, non ho mancato alla mia promessa, e quando mi sono avveduto di non poterla convincere, poichè tutte le prove erano contro di me, mi sono chiuso in un silenzio assoluto.
— Ed ella non è ritornata oggi su quella ragione che tu le avevi detta? — replicò Massimo. — Non ha ricordate neanche le prove in contrario?
— No, ed io ne fui molto contento, come puoi immaginarti. Che cosa avrei potuto risponderle? Ho solamente accennato a giuste discolpe, che potevi fare tu solo.
— Capisco.... — mormorò Massimo. — Capisco, ed è giusto che le spiegazioni debba darle io. Ma per intanto, andare al primo fuoco.... Senti, Almerico; sarà meglio che ci presentiamo insieme.
— Oh, questo poi no, — rispose Almerico.
— No? e perchè? Quale amico sei tu? Si va dovunque, per un amico.
— Non lo credo: e ad ogni modo, non mi sentirei di servirti. Ognuno fa quel che può, ed io quel che potevo ho lealmente fatto; non mi domandare di più.
— In verità, non ti capisco, — riprese il conte di Riva. — Hai fatto il più; potresti aiutarmi nel meno. Tu vieni con me, per sostenere il mio coraggio; poi, se credi, e appena lo credi opportuno, te ne vai.
— Una cosa io credo, — rispose Almerico, mettendosi sul grave; — che tu ora voglia ridere.... e far ridere di me.
— Perdonami! — disse l’altro. — Riconosco di averti domandato troppo. Ma che vuoi? Ho tanta paura!... La tua presenza mi avrebbe dato un po’ d’animo. Non se ne parli più. Andrò io, solo, e succederà quel che vorrà succedere. Infine, ho meritato il mio male, e questo non sarà poi un mal da morire. —
Massimo se ne andò, ringraziando il re degli amici, in cui spero oramai che nessuno vorrà vedere un povero di spirito. Buono, troppo buono, lo doveva giudicare per altro il Buonsanti. Quella sera i due inseparabili cavalieri della duchessa Serena dovevano trovarsi insieme a pranzo. Ora, prima che il pranzo finisse, il Buonsanti chiedeva ad Almerico:
— Si va a salutar la duchessa?
— No, — rispose Almerico, turbato. — Questa sera no; debbo lavorare.
— Benedetto il tuo lavorare! Andrò io solo, allora.
— E se non ci andassi neanche tu?... — disse Almerico. — Senti, mio caro, — soggiunse, vedendo l’atto di stupore con cui accoglieva la sua proposta quell’altro; — lasciamola libera, per questa sera. La duchessa riceverà la visita di.... qualcheduno, la cui presenza ti seccherebbe.
— Ah diavolo, diavolo! — gridò il cavaliere. — È ritornato?
— Sì.
— Ed è venuto da te?
— Sì. —
Il monosillabo di Almerico diceva assai più di quello che domandava il Buonsanti.
— Non sarà dunque nemmeno il caso di chiederti se tu hai accettato l’incarico di negoziare questo trattato di pace! — disse il Buonsanti, con accento severo.
Almerico chinò la testa, senza risponder parola.
— Di te non mi maraviglio, — rispose quell’altro. — Tu sei un uomo d’altri tempi. Mi maraviglio invece ch’egli abbia avuta la sfrontatezza di chiedere a te un simile servizio.
— Che vuoi? Pare che abbia delle buone ragioni; — rispose Almerico; — Io penso che si sia pentito, subito dopo commesso l’errore. Certo, egli era in tempo per tirarsi indietro e cedere il suo posto di pretendente ad un altro. Fatto ciò, egli viene a ridomandare il suo, presso la signora.
— Che storia è questa? — borbottò il Buonsanti. — Come ha ceduto egli il posto ad un altro? —
Almerico raccontò tutto quello che aveva saputo da Massimo. Il cavaliere ascoltava, tentennando la testa e collocando qua e là, nel discorso dell’amico, certe sue interiezioni e certi suoi atti, che dimostravano la più ostinata incredulità.
— Capisco, — gli disse finalmente Almerico. — Tu non credi nulla, perchè non lo vedi di buon occhio.
— E ci ho, per bacco, le mie brave ragioni! — rispose il Buonsanti. — Tutti si può fallire; ma una volta presa una strada, non si ritorna più indietro.
— Neanche per segno di ravvedimento? Neanche per chiedere ed ottenere perdono? Tu sei più severo di Dio padre!
— E tu vuoi avere una virtù che è tutta propria della bontà infinita, — replicò il cavaliere, stizzito. — Perdono! perdono!... Lo abbia da Dio, non dagli uomini; e molto meno dalle donne.
— Sia come tu dici. Ma se le donne perdonassero, dovremmo perdonare anche noi. Vorrai tu esser più realista del re?
— Sì, perbacco, è la mia divisa. Quando si crede che una causa sia giusta, bisogna difenderla ad ogni costo. Io non credo alle invenzioni di quel.... figuro. Egli non ha ceduto nessun posto, ci giocherei la testa: è stato cacciato dalla miniera, e ritorna ai primi amori; non lo hanno voluto laggiù, nell’orto delle Esperidi, e tenta di rientrare nel paradiso perduto. Ah, per tutti i diavoli, glielo darò io, il paradiso!
— Buonsanti!
— Non mi dir nulla. So quello che debbo fare, e lo farò.
— Quello che tu farai, — disse Almerico, — non sarà contrario alle convenienze, m’immagino. Tutte queste cose le sai in confidenza da me. Passerai sul mio corpo, prima di fare uno scandalo. —
Il cavaliere Buonsanti diede al suo giovine amico una guardata, che parve volesse passarlo fuor fuori.
— Ah, sciocco! — gridò poi. — Sciocco! Tre volte sciocco! Sii almeno sincero. Ami tu la duchessa?
— L’amo, sì, immensamente l’amo; — rispose Almerico. — Che importa ciò?
— E tu, amandola così, — riprese il Buonsanti, senza rispondere alla domanda, — non hai bocca per dirglielo! E ti ricordi di averla, quando si tratta di parlare per gli altri!
— Era l’obbligo mio; — disse Almerico. — Non potevo dimenticare di aver conosciuta la duchessa per lui. Ebbi, non chiesto, la confidenza di lui; costretto da un ufficio, leggermente accettato, se vuoi, ma pur sempre accettato, ebbi la confidenza delle tristezze di lei. Tutto ciò pesava sulla mia coscienza, sull’amor mio vivo, e grande e profondo, come pesa una pietra sepolcrale. Non mi far dire di più. Soffrirò, perchè amo quella donna. Amandola veramente, debbo soffrire; ella deve esser libera....
— Di scegliere, sì, — replicò il Buonsanti, compiendo egli la frase, che esciva stentata dalle labbra di Almerico. — Ma perchè ella scegliesse, tu dovevi metterti innanzi. E questo non lo hai fatto. Per buona sorte, sono qua io.
— E tu non farai nulla! — disse Almerico.
Il cavaliere Buonsanti guardò ancora il suo giovane amico, ma accompagnando l’occhiata con un riso sarcastico.
— Ancor qui dovrò passar prima sul tuo corpo? — gli disse. — Bada, Almerico! non saresti più in tempo. Quello che tu non osavi fare, io l’ho fatto.
— Che? tu le hai detto?...
— Che sei innamorato, sicuro. Non ho detto immensamente, perchè il tuo avverbio lì per lì non mi è venuto alle labbra. Credo per altro di averle detto che sei innamorato violentemente di lei; che l’amor tuo è così grande da non poterti escire neanche la confessione sua dalla bocca, quantunque tanto già ne tralucesse dagli occhi.
— Tu hai detto ciò? Ed ella?...
— Ed ella, capirai, ha sorriso.
— Non era una risposta.
— Chi lo sa? Volevi forse una confessione per interposta persona? —
Almerico di Montegalda strinse la mano del suo caro Buonsanti; gliela strinse con violenza, quasi a sfogo della passione ond’era sopraffatto in quel punto.
— Bada, — gli disse il cavaliere, ridendo, — ho un pugno di ferro; non riescirai a stritolarlo.
— Ah, Sandro mio! — mormorò Almerico, non raccogliendo la celia, che non era tempo da ciò. — Vedi allora il bel guadagno che hai fatto, con le tue indiscrezioni. Ella ha sorriso a te; ma non ha detto nulla a me. Le ho parlato del conte di Riva, ed ella mi ha risposto: venga pure liberamente. A quest’ora egli è ricevuto da lei.
— Verissimo, — rispose il Buonsanti. — E ciò mi pare un po’ strano, e mi mette in collera con te. Vorrei andare a vedere quel che succede.