Part 19
Almerico di Montegalda salì in carrozza a sua volta e si recò al suo quartierino solitario di Fontanella Borghese. Un’ora dopo ricompariva al ministero di grazia e giustizia, per occupare il suo posto.
Il ministro era all’ufficio, e Almerico domandò di potersi presentare a Sua Eccellenza.
— Venga, venga subito! — gridò, balzando in piedi, il più nervoso e il più dolce dei guardasigilli. — Ebbene, così presto? — soggiunse, dopo aver stretta la mano del suo segretario. — Avevate libertà di più lunga assenza, e non vi è piaciuto di usarne?
— Eccellenza, non mi vuole? — disse Almerico. — Le son dunque così inutile?
— No, perbacco, e vi voglio. Mi siete mancato più volte, perchè, lo sapete, nessuno mi contenta come voi. Ma io abomino gli egoisti, caro Montegalda, e il mio odio, per essere ragionevole, deve incominciare da ogni sentimento di questa natura, che potesse nascere in me. Vi sapevo felice, e ciò bastava a farmi paziente. —
Almerico rispose alle parole del ministro con uno de’ suoi malinconici sorrisi.
— Ditemi ora; — ripigliò il ministro; — e non vi paia impertinente la domanda di un amico. Quando faremo le nozze? —
Qui non era più il caso di sorridere. Almerico si turbò senz’altro.
— Eccellenza.... che dice? — balbettò egli, confuso. — Non so di nozze, io.
— Come? Siamo ancora tanto lontani? — esclamò il ministro. — L’amico vostro, il cavaliere di Carpigliano, mi aveva pur lasciato trapelare....
— Il cavaliere è troppo buono per me;. — rispose Almerico, schermendosi. — Mi ama troppo....
— E vi dispiace che vi amino troppo? Badate, conte, mi metterete nella necessità di non potervi più esprimere la mia amicizia.
— Ah, fossero tutti come Vostra Eccellenza e come il cavaliere Buonsanti! — gridò Almerico, grato al suo nobile interlocutore del nuovo giro che aveva dato al discorso.
— Ebbene, — riprese il ministro, — chi vi conosce davvero non può far altra stima di voi; stimandovi così, non può far altro che amarvi, come noi due. Abbiate più fiducia in voi medesimo. Averne molta e mostrarla è da sciocchi; averne abbastanza è necessità, per non ricever danno da un eccesso di modestia. Questa è una virtù, sicuramente; ma nessuno è disposto a tenervene conto. Anzi, vedete, molti vi crederanno sulla parola, quando voi confesserete umilmente la vostra pochezza. Siamo così felici, quando riusciamo a farci intorno uno strato di mediocrità, su cui possa regnare, o creder di regnare la nostra! È un triste mondo, quello in cui viviamo, un triste mondo! —
Come andavano le cose per il ministero, alla Camera? O piuttosto, come andavano per il guardasigilli, nel ministero di cui era parte? Non lo sappiamo; ma dal vedere che quella era una giornata di nervi per lui, dobbiamo arguire che una ragione delle accennate ci fosse. Soltanto la improvvisa venuta del suo buon segretario poteva rasserenare un pochino il guardasigilli, che poco dopo parlò di smettere il lavoro, per andare a prendere una boccata d’aria verso il ponte Nomentano.
Ritornata in Roma, la duchessa di San Secondo aveva ripreso il suo tenore di vita: non quello degli ultimi tempi, intendiamoci, ma quello dei primi. Riceveva molto, andava spesso a teatro e ogni giorno alle solite passeggiate dell’alta società romana. Veramente, un po’ d’aria forastiera non fa bene soltanto al corpo, ma ancora allo spirito. Siamo di gran fanciulli, noi! Nati al mare, ci giovano le arie ossigenate della montagna; nati alla montagna, ci rimettono in salute le arie jodurate del mare. Colpiti da un gran dolore, ci abbattiamo facilmente; la casa nostra, le solite vie, la solita città, coi suoi aspetti noti e con le sue usanze quotidiane, ci riescono una morte continua. Ma se ci leviamo di lì, se andiamo a respirare in un ambiente diverso, ricevendo come una scossa morale dalla novità delle cose, ci sentiamo rivivere, e ritorniamo a casa nostra così rifioriti da non parer più quelli di prima. — «Oh caro!» vi grida il conoscente, stendendovi le braccia. «Come vi ritrovo bene!» — «Ma sì, perbacco! Anche a me pare di aver guadagnato vent’anni». — Così non solamente voi crepate di salute; altri ne crepa di rabbia. E non crepi, poi; chè veramente non si ha da augurare la morte del peccatore; ma è sempre una gran soddisfazione interna poter dire al prossimo suo: «vi voglio tutto il bene.... che voi volete a me».
Orrori, concedo; ma qualche volta il mondo vi farebbe dir peggio. E non c’è bisogno, per questo, di essere il guardasigilli del nostro Almerico. Del quale nessuno domandò, nè fece discorso alla duchessa di San Secondo, fra tanti cavalieri, Pietri, Paoli e Mattei, che frequentavano il suo salotto. Nessuno seppe ch’egli fosse andato a Parigi, poichè con nessuno si era egli confidato di quella gita; nè il ministro ne parlò, nè il Buonsanti. Aggiungete che nessuno badò alla sua presenza in casa San Secondo, andando egli di rado ai ricevimenti della duchessa. Egli era poi di quegli uomini che vivono in società tenendoci il meno di posto possibile. Tanta gioventù frivola non pensa che a sè; ignora facilmente gli altri, quando non si mettono in mostra.
In questi, come in tanti altri casi, son più accorte le donne. Alla loro perspicacia, sempre desta, sempre in esercizio, non è facile nascondere il vero; dai più lievi indizii riconoscono qual sia l’uomo pericoloso e fatale, od altrimenti il preferito, anche se molti s’inframmettano a far da comparse. Dopo il ritorno della duchessa Serena parecchi si erano rifatti assidui nel suo salotto. Pietro e Paolo, per esempio, i due baroncini, i due fratelli Siamesi; ma quelli avevano un bel comparire: non davano ombra a nessuno. Assiduo del pari il Mattei, e si notava ancora una certa sua insistenza a farsi vedere accanto alla carrozza di Donna Serena, nelle fermate della fontana, a Villa Borghese. — «È il Mattei, questa volta» s’incominciava a susurrare. «Nino, l’incostante Nino, si è finalmente posato». E Nino lasciava dire, felice in cuor suo che dicessero.
A questa sua nuova passione si accennava per l’appunto, lui presente, in casa Cempino. Dame e cavalieri a gara, quelle più copertamente, questi senza tanti riguardi, gli avevano tirate parecchie frecciate, accolte da lui col sorriso ineffabile di san Sebastiano dipinto dal Reni; un san Sebastiano che sente i colpi e intravvede la gloria dei beati.
La principessa, bella dama ed arguta, ed anche maligna parecchio, trovò il buon momento per dire a Nino Mattei:
— Badate, caro mio; giungete tardi.... nei pressi del Campidoglio.
— Davvero? e perchè? — domandò il giovanotto.
— Il perchè lo so io. Posto preso!
— Ed anche abbandonato, se mai.
— Ah sì, voi pensate al conte di Riva. Ma quella è storia antica; — replicò la principessa. — Temete di un altro.
— Non so di chi dovrei temere, perchè non ho da sperare; — disse il Mattei. — Ma, dato il caso, quale sarebbe il pericoloso rivale?
— Non ve ne siete ancora avveduto? Il conte di Montegalda.
— Ah, quello?... — esclamò il Mattei, sorridendo di compassione. — Quello è un poeta.
— Ebbene, che importa? Diffidate del poeta.
— Donna Emilia, io credo che v’inganniate. Il Montegalda non si vede mai, a far la sua corte.
— Come il poeta; — ribattè Donna Emilia; — precisamente come il poeta. Non appare in nessun luogo, ed è dappertutto. Non la conoscete voi la ballata tedesca? Il poeta era presente perfino alla creazione del mondo.
— Mi pare di ricordarla, così, vagamente; — rispose Nino Mattei. — Domineddio diede a tutti qualche cosa, e a lui nulla.
— È vero; ma spero che ne saprete il perchè.
— No, veramente. Vi ho detto, signora, che ho della ballata tedesca un ricordo assai vago.
— Rinfrescherò io la vostra memoria; — ripigliò la principessa arguta. — Eccovi quello che avvenne. Domineddio aveva creato, e non gli restava più che di regalare virtù, qualità ed altri bei doni a tutti gli esseri viventi, ch’erano esciti dalle sue mani. Quando ognuno ebbe la parte sua, anche il Signore aveva finita la sporta. Tutti erano andati; uno solo restava, e con le mani vuote. «E tu chi sei?» domandò. «Io non ho nulla per te. Che cosa facevi, che non ti sei avanzato, fin tanto che io avevo qualche cosa da dare?» Quell’altro, allora, timidamente rispose: «Sono il poeta: ero qua, mio Signore, tutto occupato a consigliare la vostra munificenza». Allora Iddio disse: «È vero; ma io frattanto non ho più nulla da darti in compenso, e tu non ti sei affrettato a chiedere. Bene! quel che è fatto è fatto, e non ci si rimedia. Se ti piace, mi farai compagnia; starai sempre con me, nelle nuvole». —
Rise il Mattei, a quella chiusa della ballata e del discorso di Donna Emilia; ma rise male, vi so dir io, rise male. Di quel riso certamente non rideva san Sebastiano, nel dipinto del Reni.
Almerico di Montegalda era dunque, per concessione di Nino Mattei, un poeta; secondo l’uso di tutti i poeti, e per benigno consenso della principessa di Cempino, viveva nelle nuvole. Ma anche dalle nuvole si casca; e ne cascò davvero, il nostro Almerico, quindici o venti giorni dopo il suo ritorno da Parigi, quando l’usciere del gabinetto entrò nel suo studio per annunziargli la visita del signor conte di Riva.
XVI.
“Zefiro torna e il bel tempo rimena„.
Come l’uomo che si desta in soprassalto da un sogno felice e si vede ripiombato nella realtà dolorosa, così Almerico di Montegalda rimase, all’annunzio dell’usciere. Nondimeno, aiutando la consuetudine al mancamento dello spirito, le sue labbra mormorarono istintivamente un: «fate passare».
Si era alzato frattanto e andava incontro al visitatore, nel salottino attiguo allo studio.
Massimo, l’elegantissimo e sorridente Massimo, apparve poco stante sull’uscio.
— Buon giorno; — gli disse Almerico, non trovando lì per lì una frase più lunga, nè, sopra tutto, più calda.
— Come? — gridò Massimo. — E non mi abbracci nemmeno.
— Ma.... — balbettò Almerico. — Sei tu veramente?
— O l’ombra mia, volevi soggiungere? Son io, non dubitare; — rispose Massimo. — E se dubiti al vedere, ti permetto di fare come l’apostolo Tommaso.
— In verità, — disse Almerico, sorridendo alla celia, che gli dava modo di attaccare discorso, — io dovevo crederti morto. Vieni da Napoli?
— No, da Venezia e da Padova. Non volevo passare che dieci giorni tra i miei, e mi sono fermato un mese. L’uomo propone e gli zii dispongono. Sai, son l’erede naturale, ed ho fatto il mio dovere di erede. Ma eccomi qua, finalmente. E tu che fai?
— Come vedi, lavoro, dalla mattina alla sera; e qualche volta dalla sera alla mattina.
— Non ti rovinerai la salute? Sei molto pallido, infatti. Abbiti cura! La patria, di solito, non è riconoscente che ai morti, ed anche di questo lascia l’incarico agli scalpellini. Essa ad ogni modo non ti darà in gratitudine quello che tu spendi in salute per lei.
— Che pensieri! — disse Almerico. — È un lavoro, il mio, da meritare che se ne rammenti la patria? Mi dica un «bene» il mio ministro, e mi stimerò pagato ad usura.
— Sempre lo stesso! — esclamò Massimo, chiudendo con quella brevissima lode il capitolo delle occupazioni di Almerico. — Ma tu non mi domandi neppure che cosa io abbia fatto, in tutto questo tempo che non ci siam più visti.
— Sei stato a Venezia.... a Padova.... Non me l’hai già raccontato tu stesso? — rispose Almerico.
— Sta bene; è l’ultimo mese. Ma dell’altro passato a Napoli, non hai curiosità di sapere?
— Non ne avrò che fin dove ti piacerà di confidarmi; — rispose Almerico. — Sai che sono discreto. Tu, poi, avrai fatto quel che ti sarà piaciuto di fare. Ricordo di averti sconsigliato il viaggio; ne sarò lieto, se saprò che ti sei divertito.
— Ma sì, perbacco, ma sì! — disse Massimo. — Come ci si diverte in tutte le follie passeggiere.
— Ah, passeggiere? Non c’è dunque più nulla?
— Fuochi di paglia, mio caro! Gran fiamma, e poi.... neanche un pugno di cenere.
— Me ne consolo; — rispose Almerico; — tu fai così tutte le cose tue, non è vero? Prendi il mondo come viene, e lo lasci andare come va.
— Sì, questo è il mio sistema, e mi pare il migliore; — disse il conte di Riva. — Accade negli amori come nelle ubbriacature, che la ragione sembra smarrirsi; ma poi ritorna, quando i primi fumi ti son passati dal cervello, e sei ancora quello di prima.
— Che paragoni! — mormorò Almerico, torcendo la bocca.
— Di che ti lagni? — chiese quell’altro. — Offendo io forse il buon vino, paragonandolo all’amore?
Almerico si avvide che la volgarità del pensiero entrava come parte essenziale nel discorso di Massimo, e lo lasciò dire e pensare come voleva oramai.
— Sicchè, — riprese egli, — ti è passata, per parlare il tuo linguaggio, ti è passata l’ubbriacatura di Napoli?
— E come, mio caro! Vedi un po’; c’ero cascato da sciocco, da ragazzo, da vero collegiale. Non penai troppo a riconoscerlo, là, sotto quel cielo, dove certe malinconie non attaccano. Avvedermi e cambiare, è stato un punto solo. Ma la cosa non era facilissima, per quanto riguardava le convenienze sociali. Se ho voluto cavarmene con onore, o almeno con mediocre infamia, ho dovuto lavorare per un altro.
— Per un altro?
— Sì; non lo sapevi ancora?
— Io non so nulla.
— Come? Nessuna notizia è giunta a Roma.... della mia sublime trovata?
— Nessuna, ch’io sappia.
— È strano, perbacco! — gridò Massimo ridendo. — E poi diranno che la buona società si occupa dei fatti altrui! La buona società è calunniata. Eccone una, la prima d’Italia, poichè qui siamo nella capitale, che ignora il matrimonio di Don Memmo Savelli. —
Almerico era già cascato dalle nuvole una volta; egli non ebbe da cascare un’altra; ma certamente rimase stupito di quella gran novità che l’amico Massimo con tanta sicurezza annunziava.
— Il Savelli sposa la tua americana? — esclamò.
— Non la mia, poichè io l’avevo ripudiata; — rispose Massimo. — Ma egli la sposa, e diventerà per sua moglie l’erede di una miniera d’argento.
— Che tu hai ripudiata! — soggiunse Almerico. — Te ne faccio le mie congratulazioni sincere.
— Grazie, ma in verità, quello era sempre stato l’ultimo dei miei pensieri; — disse il conte di Riva, facendo una spallucciata. — Tu conosci le mie opinioni. Non ho mai badato al denaro, io, e la fortuna mi ha posto anche in uno stato da non dover cedere a queste tentazioni. Ti confesserò, per altro, che son felice di una rottura, la quale farà evitare perfino il sospetto di un secondo fine da parte mia. —
Qui il signor Massimo, vedendo l’amico ben disposto, prese a raccontargli ogni cosa per filo e per segno. Era andato a Napoli, fieramente invaghito di miss Madge. Il paragone della ubbriacatura scusava quella grande follia. Ma giunto a Napoli, e vissuto qualche giorno nella intimità dei signori Lockwood, aveva incominciato a pensare che egli commetteva una insigne sciocchezza. Quei signori Lockwood, con tutti i loro quattrini, erano gente volgare. Un po’ di vernice esotica poteva a prima giunta farli parere una gran cosa; ma guardando meglio, e più da vicino, quella vernice non era di qualità sopraffina. Comunque fosse, non era poi che vernice, e il legno che stava sotto non era àcero, nè palissandro. Ma che palissandro, e che àcero? Non era neanche _pitch-pine_. La ragazza, sì, era belloccia; ma infine, Dei immortali! una vanerella, una puppattola, un grazioso automa, che apriva la bocca per dire: «Veramente?». Tutto ciò avrebbe potuto far grande onore all’arte di un Vaucanson e di un Faber; non ne faceva altrettanto a quella di casa Lockwood; e il signor Massimo, come gli si fu snebbiato il cervello, sentì che non avrebbe potuto vivere una settimana al fianco di quella donna meccanica.
Egli era nondimeno gravemente impacciato. Voleva escirne, ma non trovava la gretola. «Cerca, cerca, alfin trovò» come il re della canzone di «Cenerentola». I suoi compagni di viaggio, democratici di tre cotte, non vedevano in lui, non amavano veramente che il suo titolo di conte. Quella era stata una luminosa scoperta. E da quel giorno aveva incominciato a fare un corso di araldica, dimostrando prima di tutto che marchese val più di conte. Come li ebbe persuasi di questa superiorità marchionale, Massimo presentò ai suoi compagni di viaggio un marchese; ma invano; i Lockwood non avevano forse riconosciute in lui tutte le qualità necessarie. Allora egli aveva seguitata la lezione, dimostrando che duca era da più di marchese, e principe da più di duca. Gli era per l’appunto capitato fra i piedi un principe duca: i due più alti gradi di gerarchia in un solo personaggio; e allora, messo l’esempio di costa all’insegnamento, aveva presentato il principe duca, marchese, conte, barone, tutto quello che si poteva desiderare, di meno e di più.
— Mi rallegro; — disse Almerico, approfittando di una pausa che Massimo aveva fatta nel suo gaio racconto. — Ma tu non hai pensato che spesso una famiglia illustre si compiace di un titolo minore nella scala gerarchica, e lo antepone ai maggiori, quando quel titolo ricorda importanti fatti di storia a cui il nome della famiglia è associato.
— Verissimo, quel che tu dici; — rispose Massimo. — Ma per quella gente là sarebbe stato come dar perle.... alle galline. Del resto, capirai, mi sarei dato della zappa sui piedi. Mi è parso meglio star fermo alla gerarchia moderna. Avevo un principe; ho pensato che fosse la man di Dio, ed ho scaraventato un principe nelle braccia dei Lockwood. Non m’era andata bene con un marchese, forse perchè non giovanissimo, e squattrinato per giunta; mi andò meglio con un principe, giovane abbastanza, ricco egualmente, se la fama porge il vero, ed anche provveduto del nome storico. Due papi in famiglia, che si canzona? anzi, due santi in cielo, ad intercedere per tutta una razza di metodisti! Ah, ah! non ti pare un bel colpo?
— Se debbo dirti quel che ne penso, — rispose Almerico, — mi pare che tu abbia condotto quel povero principe a fare un grosso sproposito. Quello non è un matrimonio da pari suo.
— Ecco una delle tue esagerazioni cavalleresche; — replicò il conte di Riva. — All’onor del blasone ci ha da pensar lui. Del resto, senti, una ventina di milioni.... mettiamo anche una diecina, perchè non saranno poi tanti come ne corre la voce.... non sono neanche da disprezzare. L’argento può ridursi in oro; ed oro ed argento sono metalli di grande riputazione, anche in araldica. Aggiungi che gli è piaciuta la ragazza meccanica; che egli è piaciuto molto al vecchio minatore; moltissimo alla sua degna metà. Io allora ho colto la palla al balzo; ho fatta una scena di gelosia.... Se tu mi avessi veduto in quel punto! Otello poteva andarsi a riporre. Ho gridato, ho fatto casa del diavolo; mi perdonino l’ombre degli avi, ho detto perfino qualche impertinenza. Ma era necessario, per escirne. E ne sono escito, mio caro, escito sano e salvo, che proprio non era più da sperarlo.
— Bravo! — disse Almerico, quantunque avesse poca voglia di lodare. — Ecco un talento di commediante che io non conoscevo ancora nel signor conte di Riva.
— E m’è costato, sai, m’è costato! Fino a quel giorno io non avevo saputo mai fingere. Tu mi dirai che con una finzione sono escito da Roma.... È vero; ma non ho saputo sostenerla io, la parte; ho scritto, ho pregato te di aiutarmi.... E che follia fu quella! fu la peggiore di tutte! —
Almerico lasciò cascar l’allusione al fatto di Roma, e alla parte che ci aveva dovuto sostenere egli stesso.
— Così, sei andato a riposarti della tua grande fatica a Venezia? — diss’egli, per dare un altro giro al discorso.
— Naturalmente; ero così stanco e seccato! — rispose Massimo. — Avevo bisogno di dormirci, su quella maledetta ubbriacatura. Ed eccomi ora libero e sano, nella nostra gran Roma.
— Quando sei arrivato?
— Stamane alle sei. E tu capirai, Almerico mio, che la mia prima visita doveva essere per te.
— Grazie! — mormorò Almerico, che volentieri avrebbe rinunziato ad un onore così grande.
— Non sei tu il mio migliore amico? — riprese Massimo. — Anzi, diciamo pure l’unico amico. Tu senti il valore dell’amicizia: lo senti all’antica, come ai tempi di Niso ed Eurialo, di Oreste e di Pilade. Tu non sei capace di tradire l’uomo che ha riposta in te la sua confidenza. Oh, ti conosco bene, io! Sono anche certo che tu hai eseguito fedelmente tutto ciò che io ti avevo raccomandato, partendo. Non è così? Non hai tu parlato in quel senso che io ti scongiuravo di fare?
— Certamente; — rispose Almerico. — Non una parola di più, non una di meno.
— E sei stato creduto? — domandò Massimo, ansioso.
— Debbo confessartelo; — rispose Almerico chinando la testa; — assai poco.
— Ah! — gridò Massimo. — E come? Quella che tu dicevi era pure una ragione, a giustificare la mia partenza precipitosa.... e vergognosa per giunta!
— Era una ragione, sì, ma stravagante; — rispose Almerico. — Io te lo avevo pur detto, che non sarei stato creduto. Nessuno, tra le conoscenze.... di quella persona, sapeva di grosse perdite al giuoco. Si seppe invece che tu, la notte prima della partenza, eri stato al Circolo, e molto tranquillo, anzi allegro....
— O come? — interruppe Massimo. — Un cavaliere che ha perduto centomila lire al giuoco, sulla parola, e si dispone a partire, per trovar modo di pagarle, o per farsi saltar le cervella, non ha neppure il diritto di fingere allegria, in una brigata di amici, o di nemici intimi, che torna lo stesso?
— Sarà come tu dici; — replicò il Montegalda, pacato. — Ma il fatto sta ed è che non sono stato creduto; che nessun cenno d’altra parte venne a corroborare il mio racconto; che anzi parecchi indizi gli furono contrarii. Da amico leale, questo io ho l’obbligo di dirti. —
Massimo di Riva non diede tregua all’amico, fino a tanto che questi non gli ebbe raccontato minutamente ogni cosa. Contro sua voglia, anzi profondamente seccato di dover toccare tutti quei tasti, il Montegalda ritornò sui particolari di due conversazioni che gli spiaceva perfino di ricordare. Due conversazioni soltanto! La cosa parve strana al conte di Riva. Ma come? la duchessa non aveva parlato con Almerico che due volte di lui, del gran Massimo, del prezioso, del non mai dimenticabile Massimo? Così era, pur troppo! e la vanità del personaggio toccava un colpo fatale. Si aggiunga che Almerico accennando i discorsi della duchessa, senza metterci malizia, e solamente per un intimo senso di delicatezza, attenuava le frasi, o non le rendeva intiere, o non dava loro il colore, il sentimento di tristezza profonda che avevano avuto sulle labbra della duchessa di San Secondo. E il signor Massimo, sapendo tutto, non aveva a insuperbirsi di nulla; ciò che in altri tempi, cioè due mesi prima, gli sarebbe parso un bel guadagno, gli suonava male all’orecchio, in quel punto, gli dava una noia ineffabile.
— Ma tu, almeno, — diss’egli, dopo che Almerico ebbe finito di raccontare, e di ripetere ciò che aveva raccontato, — hai sempre negato che altre ragioni mi facessero partire da Roma? Non ti sei sbilanciato mai, nè con discorsi tuoi, nè con cenni di consenso alle notizie degli altri?
— Ne dubiti? — rispose il Montegalda. — Io, quando non ho più potuto dir nulla che giovasse a te, mi sono chiuso nel più rigoroso silenzio. Avrei anche sfuggite le occasioni di fare il menomo cenno, che ti potesse nuocere. Ma le occasioni non sono venute, e ciò mi è stato di sollievo, te lo confesso; perchè infine, persistere in una bugia, sapendola tale, ostinarmi su ciò che tu avevi creduto necessario di dirmi, mentre tutte le prove erano contrarie, sarebbe stato un passare agli occhi della gente per uno sciocco a cui si può dar bere ogni cosa, o per un furbo che ha il suo tornaconto a mentire. —
Il dilemma era stringente, e Massimo non ardì replicare.
— E poi.... — diss’egli, invitando Almerico a proseguire il racconto. — Che cosa venne a pensare di me la duchessa?
— E poi, non so dirtene nulla; — rispose Almerico. — La mia amicizia non era tale da permettere nessuna confidenza. Ella taceva, nè io ho ardito di domandarle nulla, o solamente di ricondurre il discorso su certi argomenti. Poi ella fece un viaggio a Parigi....
— Ah, davvero? — interruppe Massimo. — È stata a Parigi?