La spada di fuoco

Part 15

Chapter 153,861 wordsPublic domain

Le dame fecero lieta accoglienza al nuovo venuto, ma senza follìe di gente nuova. Mistress Eliza era compassata per indole, e le sue articolazioni avevano anche poca elasticità di movimenti. Miss Madge, nella sua condizione di fanciulla, non poteva apparire niente più espansiva, ed era già molto quando esciva dal suo «veramente?» per arrisicarsi ad una frase formata. Anche il Savelli fu molto misurato nelle parole e negli atti; non andò in visibilio per la conoscenza dei Lockwood, non rimase in estasi davanti alla unica erede d’una miniera d’argento. Checchè ne pensi il signor Massimo, conte di Riva, e geloso feroce, il romano moderno ritiene ancora molto de’ suoi antichissimi progenitori; egli conserva per intanto la loro bella gravità. Niente lo stupisce; niente gli par superiore a sè stesso. Era ben romano quel Don Camillo Borghese, che non mostrò di aver perduta la testa per l’altissimo onore d’imparentarsi con Napoleone Bonaparte, primo console, poi imperatore dei Francesi ed arbitro dei destini d’Europa. Forse gli parve naturalissimo d’esser cognato al grande uomo. Men naturale dovette parergli che il grande uomo non facesse di lui un re di corona. S’aspettava un trono, il bravo Don Camillo; e non ebbe che uno straccio di prefettura; come a dire una derisione, un affronto!

Presentato in venerdì, Don Memmo fu subito invitato ad una gita per il sabato. Si andava all’isola di Capri. Niente noioso, quel Savelli! Non ebbe l’aria di voler disturbare nessuno. Stette tutta la giornata a far conversazione col vecchio Lockwood, che non era sempre piacevole. Massimo potè credere che il suo amico romano avesse un gran rispetto per tutti i diritti acquisiti.

Una gita all’isola di Capri non si racconta più, dopo tante descrizioni che ne son state fatte, in libri di viaggi e romanzi. Chi non sa che si parte da Napoli in piroscafo, o direttamente per l’isola, o per la spiaggia di Sorrento, donde poi vi porta alla marina di Capri la famosa barca postale di Don Michele Desiderio? Dalla marina di Capri alla grotta Azzurra non si va che in piccole barche, ognuna delle quali è capace di tre viaggiatori. Veramente potrebbe contenerne di più; ma c’è una ragione fortissima per restringere il numero a tre persone, anche lasciando l’antica e proverbiale dell’«omne trinum est perfectum»; e la ragione fortissima è questa, che entrando nella grotta bisogna coricarsi in fondo alla barca, non essendo l’ingresso più alto d’un metro sul livello dell’acqua.

La distribuzione di sei viaggiatori in due squadre non costò nessun dispiacere al conte di Riva. Don Memmo pareva attaccato ai panni del signor Lockwood, e il marchese Gerolifi si attaccò facilmente per quella occasione ai panni di tutti e due. Massimo rimase con le signore, e senza aver dovuto fare il menomo sforzo. Fin qui, tutto bene; e fu anche meglio, allorquando, costeggiata un tratto la rupe e veduta apparire la bassa apertura, per cui doveva entrare la barca, i viaggiatori dovettero accoccolarsi sotto il capo di banda. In quel punto la guancia di Massimo (e quasi potremmo dire il suo labbro) si ritrovò naturalmente sopra una mano di miss Madge. Ci fu uno sfioramento lieve lieve, che non doveva esser poi contro le leggi di una garbata «flirtation», e che ad ogni modo era giustificato dalla incomoda postura del conte di Riva. Voi mi direte che il signor Massimo avrebbe potuto piegarsi da un’altra parte, dov’era mistress Eliza. Lo so anch’io, che avrebbe potuto; ma forse non ci pensò, e dovendo piegarsi, seguì ciecamente l’istinto, quel benedetto istinto che ci tien di qua o di là, secondo che una parte mette più conto dell’altra. Anche miss Madge, benedetta fanciulla, perchè era rimasta con quella mano distesa?

Si dolse ella dell’atto? Voglio creder di no. Era una cosa da nulla, e poteva attribuirsi al caso, cieco anche lui, come è cieco l’istinto. Del resto, la bionda fanciulla aveva altro da pensare in quel punto. Entrata là dentro con un po’ di terrore, era rimasta presa da una grande maraviglia. E non già per l’ampiezza della grotta. Il barchettaiuolo aveva un bel dire che la vôlta era alta tredici metri, e l’acqua profonda quindici, che la lunghezza della grotta era di cinquantatrè e la larghezza di trentadue. Quelle misure potevano strappare qualche «oh!» al labbro di mistress Eliza; ma la sua bella figliuola non ascoltava neanche, colpita com’era dalla bellezza dello spettacolo, affascinata dal colore azzurro che prendeva ogni cosa fuor d’acqua, e dal colore d’argento che aveva ogni cosa entro l’acqua, perfino l’immagine sua, riflettendosi, fuori dal capo di banda, in quel magico specchio.

Nei luoghi topici d’ogni escursione ci sono le consuetudini inveterate, le esperienze inevitabili, obbligate in chiave. Sulla via di Pozzuoli, e presso le stufe di San Germano, è una piccola grotta, celebre per le sue esalazioni di gas acido carbonico, dove fanno entrare un povero cagnolino, per darvi lo spettacolo di una passeggiera asfissia, e per dimostrarvi che se il cane è l’amico dell’uomo, l’uomo non è altrimenti l’amico del cane. Nella grotta Azzurra di Capri vi dànno volentieri l’altro spettacolo, fortunatamente più umano, del marinaio che si butta nell’acqua, e nuota un pochettino sotto i vostri occhi. Così quando è sott’acqua, come quando ne esce fuori, il nuotatore vi offre la grata illusione di un pesce rivestito di scaglie d’argento.

— Vedete! — esclamò miss Madge, osservando il palombaro, che si era buttato in acqua per lei. — Poc’anzi lo abbiamo veduto color di rame, dalla marina di Capri alla Grotta; qua dentro era d’acciaio brunito; ora è d’argento. Pare un Dio marino.

— E voi, miss?... — mormorò il conte Massimo. — E voi, con quei capegli d’oro, e con quella figura dolcemente azzurrina, sembrate una Dea del mare, la più bella tra le figliuole di Nettuno; se non forse Venere istessa, quando apparve la prima volta dalle spume dell’Oceano. —

Vi fo grazia della risposta di miss Madge (una risposta che oramai conoscete), e vorrei tenere per me il suo divino sorriso. Ho sempre amato un bel sorriso, anche quando l’anima non era bella egualmente. Qui poi non è il caso di far distinzioni, poichè niente ci offre argomento a credere che l’anima di miss Madge non fosse bella come la sua bocca.

Mister Montgomery Lockwood vedeva l’argento nell’acqua, e sebbene non si trattasse che di una immagine, di un riflesso ingannatore, possiamo dire che fosse nel suo proprio elemento. Il marchese Gerolifi faceva da Cicerone, ed essendo napoletano, da Cicerone «pro domo sua»; anch’egli, adunque, si ritrovava nel proprio. Don Memmo Savelli era calmo; fu calmo, impassibile, per tutta quella giornata di Capri. Non maravigliarsi di nulla, era questo il suo programma. Infine, non era egli romano? E non si poteva supporre, pensando all’antichità della sua stirpe, che uno de’ suoi maggiori fosse vissuto a Capri, fin dai tempi dell’imperatore Tiberio?

— Sono molto contento di Capri; — disse il signor Lockwood, ritornando quella sera a Napoli.

Frattanto, perchè il sabato era stato dedicato all’isola di Capri, Massimo non potè colorire il suo disegno di parlare a quattr’occhi col signor Lockwood. La domenica, poi, fu destinata ad un’altra corsa fuor di città. Si andava a Pozzuoli, per vedere il suo magnifico anfiteatro e il tempio di Serapide, con le sue colonne bucate dai molluschi litofagi, di cui è fatta menzione in tutti i trattati di geologia per le scuole.

Don Memmo fu ancora della brigata: con che gusto per Massimo, lascio immaginare a voi. Ah perchè il Savelli non era anche lui cavaliere di Malta? Il conte di Riva, per verità, pensava spesso all’avversione di Memmo per lo stato matrimoniale, e ricordava volentieri la frase di lui: «i Savelli finiranno con me». Ma questi conforti non gli bastavano ancora: un cavalierato di Malta per quell’inevitabile amico gli avrebbe fatto più comodo.

L’albergo della «Bella Venezia», dov’erano andati a pranzo, diede occasione di un mezzo trionfo e di un gran dispiacere al conte di Riva. Mistress Eliza aveva notato, prendendo argomento dal nome dell’albergo, che ancora non erano stati a vedere la città delle lagune.

— Come, signora? — esclamò il Gerolifi. — Avete veduto Torino, Genova, Milano, nell’Italia superiore, e non siete giunti a Venezia?

— No, siamo invece discesi nella Toscana, per veder Pisa e Firenze. L’itinerario è stato fatto da mio marito.

— «Seigneur et maitre»! — ripigliò il Gerofili, sorridendo. — Ma io già capisco che sir Montgomery, dopo aver veduto Palermo, vorrà risalire per la spiaggia Adriatica fino a Ravenna e Bologna. Di là, veduta Ferrara e il suo maraviglioso castello, proseguirete per Padova e Venezia. Là, poi, signore mie, avrete un ottimo cicerone, la perla dei ciceroni, nel nostro buon amico, il conte di Riva. —

Quella era una gran cortesia del marchese Gerolifi, che con poche parole buttate là a caso, offriva al conte Massimo un eccellente appiglio per fare accanto a miss Madge tutto il giro d’Italia. Massimo ringraziò il cavaliere di Malta con una occhiata amorevole. E subito, cogliendo la palla al balzo, fece di Venezia una pittura stupenda. Venezia non era men bella di Roma e di Napoli; era una bellezza d’altro genere, circondata dalle acque, vera perla del mare. Quei miracoli di architettura che nel mezzogiorno d’Italia si vedevano in tanta parte distrutti, erano rinnovati e freschi a Venezia. L’arte bizantina non si vedeva in piedi che là, nella basilica di San Marco; l’arte gotica e quella del Risorgimento offrivano i loro più graziosi esemplari nei palazzi del Canal Grande, sulla riva degli Schiavoni, sulla piazza monumentale di San Marco, sulla famosa piazzetta. Il palazzo dei dogi, da solo, era un mondo di maraviglie. E qui molto Byron, per dar colore al discorso. Non ignorate che il conte di Riva, dopo aver fatta la conoscenza di miss Madge, si era dato a rileggere tutte le opere di lord Byron, l’autore prediletto della bionda americana.

Miss Madge ascoltava con molta compiacenza, gustava gli accenni veneziani del poeta, attraverso le descrizioni del prosatore.

— Ah! — mormorò ella, levando i suoi begli occhi al cielo. — Vedrei volentieri Venezia!

— E ci andremo, figlia mia, ci andremo; — disse il signor Lockwood, con accento di promessa solenne. — Dovreste venire anche voi, signori miei; — soggiunse egli, volgendosi al Gerolifi e al Savelli. — Questa sarebbe una scappata per voi, e un gran piacere per me. —

Il marchese di Monte Carmelo non poteva allontanarsi da Napoli, ed espresse con molto garbo il rammarico che sentiva, di non poter accettare una proposta così bella, così onorevole, così degna dei più caldi aggettivi. Don Memmo Savelli era più calmo e più sobrio nell’espressione dei suoi sentimenti. Egli rispose brevemente:

— Perchè no? In vostra compagnia, caro amico, si può fare anche questo. —

Qui il conte di Riva s’inquietò per davvero.

— Ma che gli salta in testa? — pensò. — Di seguirci dappertutto? Sarò io condannato a vedermelo tra’ piedi per tutta l’eternità? —

Ah no, conte Massimo! non per tutta l’eternità. In queste cose le grandi parole non servono. O giù l’uno, o giù l’altro: resta nella posizione chi ha vinto, e l’eternità non ci ha nulla a vedere.

Ma intendiamoci bene: queste cose il conte Massimo le intendeva, senza mestieri delle nostre osservazioni critiche. La sua esclamazione interiore, con tutta quella forma iperbolica, non esprimeva altro che un gran timore di dover lasciare a Don Memmo Savelli il benefizio della eternità sullodata. Gli accresceva il timore quella medesima calma olimpica del principe romano; gli schiudeva orizzonti paurosi quel «caro amico» che egli non s’era mai arrischiato di dire a mister Lockwood, e che Don Memmo Savelli aveva messo fuori con tanta prontezza, con tanta facilità di discorso familiare. Caro amico! che si fa celia? Bisogna esser molto sicuri del fatto suo, per chiamare in tal forma il padre di una bella ragazza, il possessore di una miniera d’argento.

— Tutto ciò non va bene; — diss’egli ancora tra sè. — Ho veramente indugiato troppo a parlare. Ma, Dio santo, chi poteva prevedere queste noie? Ci metteremo buon ordine. Oh, se ce lo metteremo! Il signor Savelli mi dirà donde ha preso questo «caro amico» e il diritto di servirsene. —

Miss Madge, per altro, non era niente mutata con lui. Quel giorno, fosse il pensiero di Venezia, o la poesia di lord Byron, Massimo trionfava ancora con lei, ne otteneva qualche frase gentile, oltre il solito avverbio. Don Memmo, poi, non aveva punto l’aria di contendergli la compagnia nè la conversazione della fanciulla. Andava sempre col vecchio, e lasciava a lui la sua bella figliuola. Non a lui solo, veramente! non a lui solo, poichè c’era anche la mamma, e non mancava, tratto tratto, l’accompagnatura del cavaliere di Malta.

Curiosa brigata, del resto! Quella bionda fanciulla, decorata di quel babbo e d’una miniera d’argento, si trascinava dietro, satelliti costanti, un conte, un marchese, un principe. Vedute da vicino, sembrano cose da nulla; ad una certa distanza, e ragionandoci su, fanno senso. Se verbigrazia quei tre signori avessero portate in capo le rispettive corone dei loro biglietti di visita, ci sarebbe stato da filosofare, e da ridere, filosofando, a vedere quei tre satelliti coronati, che descrivevano la loro orbita intorno ad una bella massa d’argento.

XIII.

Come fu? come non fu?

La notte che seguì alla gita di Pozzuoli, il conte Massimo non potè chiuder occhio. Era fortemente irritato contro il mondo e contro sè stesso. Voleva escire ad ogni costo da quello stato d’incertezza in cui era vissuto fino a quel giorno; cercava le vie, senza trovarne una buona; mulinava cento disegni, uno più strambo dell’altro. Ora chiedeva un abboccamento a sir Montgomery, e tremava di averlo chiesto; ora aveva un dialogo con miss Madge, da cui non poteva cavar altro che un dolcissimo ma oscurissimo avverbio. Ritornava al babbo di lei, e ne aveva molte dichiarazioni d’amicizia, ma tanti se, tanti ma, che avrebbero levato di speranza il più ostinato dei postulanti. Ah, egli la intendeva bene la ragione di tutti quei se, di tutti quei ma, del signor Montgomery Lockwood. Era una ragione araldica! Il conte di Riva non gli pareva abbastanza alto nella gerarchia del patriziato italiano, per ottenere la mano della figlia d’un minatore americano. Con mistress Eliza il conte Massimo era più fortunato. Brava donna, quella signora Lockwood; ma un’oca, Dei immortali, e non avrebbe salvato Massimo, come le sue sorelle del vecchio Mondo avevano salvato una volta il Campidoglio. Mistress Eliza poteva poco sull’animo duro del minatore. Da giovane, forse, era stata bella, e amata, per conseguenza, ed ascoltata; ma per allora, diventata una giraffa.... Badate, o lettori, non le invento io, tante bestie; è il signor Massimo, nella sua notte tormentosa. Vedeva tutto nero, il signor conte di Riva, tutto nero! e sotto quel cielo di Napoli, così sereno e bianco nelle sue notti divine! Ma forse il cielo di Napoli non ha mai avuti e non avrà mai i sopraccapi del signor conte di Riva. È alto, prima di tutto, così alto, che nessuna gerarchia umana può offenderlo; inoltre, le bellezze sovrane non ha avuto da cercarle, perchè son giunte a lui, desiderose de’ suoi sorrisi immortali, da Clodia Metella ad Emma Liona. Massimo di Riva non era per verità in una condizione così bella, per essere egualmente sereno. E come mai era venuto a mettersi in tante difficoltà? Perchè non aveva colto il primo momento, l’unico buono, per parlare ed essere ascoltato, quando i suoi dolci americani gli avevano detto: venite a Napoli con noi?

A giorno chiaro, il conte Massimo rise un pochino dei suoi timori della notte. Ma il suo era un riso superficiale, e sentiva di convulso. Quella doveva essere la sua grande giornata. Non era necessario farsi coraggio, molto coraggio, per attaccare quel benedetto discorso con mister Lockwood? Proprio uno dei tanti discorsi che aveva abbozzati nella notte, e che gli erano riesciti tutti così male! Perdio! male o bene che dovessero riescire, non si doveva indugiare dell’altro. Voleva parlare, voleva averne l’intiero. Avrebbe lasciato andar le dame col marchese Gerolifi; magari con Memmo Savelli; ma avrebbe dato battaglia a sir Montgomery; e battaglia campale.

Si vestì, e andò fuori a prender aria. Per far ora, e per dare un pochino di elasticità alle sue fibre, entrò all’Haman, novità balnearia parigina, da poco tempo introdotta anche a Napoli. Ma le sudate del «Laconicum» e il tragitto a nuoto nella gran vasca d’acqua fredda non valsero a calmarlo: gli accrebbero in quella vece la tensione dei nervi.

Riprese la via del Chiatamone e del Giardino d’Inverno, passò davanti all’Albergo, senza pure alzar gli occhi, e proseguì verso la Riviera di Chiaia, andando a fermarsi davanti al portone di una casa elegante, ridotta ad albergo, ma senza insegna, e gradito ritrovo di gran signori in viaggio, che amano avere il loro bel quartierino, senza l’apparato e le seccature della vita d’albergo.

— È in casa il principe Savelli? — domandò Massimo al portiere gallonato, che era escito dalla sua loggia per fargli riverenza.

— Sì; — disse il portiere; — ha preso ora il suo caffè. Ma non riceve ancora.

— Fategli passare questo biglietto e vedrete che mi riceverà; — disse Massimo allora. — In caso diverso, mi farà sapere a che ora potrò ritornare. —

L’asseveranza del visitatore vinse la ritrosìa del portinaio. La corona di conte e lo stemma, veduti sul biglietto di visita, lo fecero correre. Pochi minuti dopo egli discendeva le scale, dicendo a Massimo:

— Eccellenza, degnatevi di salire. Il signor principe vi aspetta. —

Don Memmo si degnava anche lui, venendo sul pianerottolo per fare accoglienza all’amico.

— Oh, che fortuna! — esclamò, mentre stendeva la mano.

Si accorse allora che Massimo era molto serio, e la mano distesa per offrirsi descrisse un giro sapiente nell’aria, come per indicare la strada. Don Memmo frattanto sorrideva, ma d’un sorriso interrogativo. Sapete pure che c’è anche questa forma di sorriso, tra i molti della buona società, che debbono naturalmente servire ad ogni maniera di casi.

— Don Memmo, — incominciò Massimo, appena fu entrato, — vorrei avere un colloquio, e piuttosto lungo, con voi. —

L’esordio fece senso a Don Memmo. I due amici si davano ordinariamente del tu. E il conte di Riva passava di schianto a dargli del voi! Novità, dunque, e novità di mal augurio. Ma niente paura, il principe Savelli si strinse nelle spalle, ed accettò quella variante, senza discuterla.

— Vi ascolterò; — diss’egli. — Ma voi mi sembrate molto inquieto, stamane.

— Or ora ne udrete la ragione; — replicò il conte di Riva.

— Sedete, ad ogni modo; — ripigliò il Savelli. — Sedete, prima di tutto. Si può sedere, anche dandosi del voi.

— Il voi, — rispose Massimo, — è la forma di discorso che si conviene ancora ad un certo grado di conoscenza, ed anche, se volete, d’intimità. Il tu non è che dell’amicizia, e della fede scambievole. Posso io aver fede in voi, Savelli? Non fate voi la corte a miss Lockwood?

— No; — rispose pronto il Savelli.

— Veramente no? — disse il conte di Riva. — Potreste giurarmelo? —

Il Savelli aggrottò le ciglia, e stette alquanto sopra di sè, guardando il suo interlocutore.

— Ah, sentite, signor conte; — riprese egli poscia, con accento severo. — Vi ho detto di no, perchè non è vero, e non ho potuto resistere al primo sentimento, che fu quello di respingere un vostro erroneo giudizio. Avrei dovuto custodir meglio la mia dignità, rispondendovi.... che non rispondo. Ma basti di ciò: attribuite il mio no alla schiettezza naturale dell’animo, ed anche ad un resto d’amicizia, di intimità, di consuetudine, di tutto quel che vorrete. Ed ora ditemi voi: con che diritto mi fate certe domande? —

Massimo rimase un istante perplesso.

— Vi ho per un gentiluomo.... — diss’egli.

— Lo sono, e me ne vanto; — rispose Don Memmo.

— Io dunque vi credo; — soggiunse Massimo. — Ma che debbo io pensare di ciò che avviene? Amo miss Lockwood; per lei son fuggito da Roma.... ho dimenticato ogni cosa....

— E non fu bene; — osservò freddamente il Savelli.

— Perchè?

— Il perchè lo sapete; lo sentite voi stesso, poichè riconoscete di esser fuggito. Vi si faceva il più felice degli uomini.

— E non era vero; — gridò il conte di Riva.

— Me ne accorgo ora; — riprese Don Memmo. — Perchè, infatti, la dama.... di cui non dirò il nome nè il titolo, è di quelle che si amano per tutta la vita; poichè esse, come son fatte per ispirar l’amore più forte, comandano ancora il rispetto più grande a chi le avvicina. Comunque, vi si credeva un uomo felice. Nessuno ha turbata la vostra felicità. E ce n’erano, ne converrete con me, ce n’erano moltissimi che avrebbero potuto invidiarvela, molti che avrebbero potuto contendervi il posto. Non lo hanno fatto, e voi avete creduto che fosse per timore. Troppa sicurezza, conte!... Lasciatemi dire tutto quello che penso, come lo dite voi: troppa sicurezza era la vostra. Ed ora v’è piaciuto di cambiare. Non eravate il felice che tutti credevano, ed io non insisterò su questo punto, poichè la vostra lealtà e il fatto istesso lo dimostrano. Eravate in quella vece innamorato della signorina Lockwood. Anche questo è dimostrato dalla vostra confessione leale. Ma ditemi: con quali speranze?

— Perchè mi domandate ciò? Con quale diritto? — gridò Massimo, che era stato già troppo ad udire la predica.

Il Savelli sorrise, vedendo che il cavaliere, sceso in giostra con lui, perdeva le staffe.

— Non ho nessun diritto, in verità! — diss’egli, continuando a sorridere. — Non lo avevate neppur voi, a farmi una domanda consimile. Riconosciamo sinceramente di essere due matti.

— E sia! — rispose Massimo. — Ma io.... sono un matto furioso.

— Voglio sperare che non lo sarete con me; — replicò tranquillamente il Savelli. — Se parlate da amico, e solamente da amico, ci sarà modo d’intenderci. Altrimenti, no. —

Il conte di Riva stette pensoso un istante, considerando il pro ed il contro dell’alternativa di Don Memmo. Poi, ravveduto a mezzo, gli disse:

— Voi mi domandavate poc’anzi quali fossero le mie speranze?

— Sì, — rispose il Savelli, con quella sua calma maravigliosa, — e se permettete rinnovo la domanda. Avete voi una promessa?

— No; — disse quell’altro.

— O allora?... — esclamò egli, accompagnando le parole con un gesto di trionfatore.

— Allora.... — rispose Massimo, messo alle strette, — allora io perdo il lume della ragione. Son venuto a Napoli.... perchè mi hanno detto di venirci. Non pare a voi che un invito così formale.... quando si ha una figliuola da marito....

— Ahimè! — interruppe il Savelli. — Voi, caro mio, fate i conti senza gli usi americani, che non conoscete niente più di me; fate i conti senza le costumanze di viaggio, assai più libere e sciolte di quelle della vita sedentaria, nel proprio paese, nella propria città. Se non avete altri.... argomenti.... — (e voleva dire: moccoli, il trionfante Savelli; ma si trattenne in tempo) — se non avete altri argomenti, potete far conto di non esser neppure escito da Roma. Vi concedo, per altro, che se voi avete dalla vostra il cuore di miss Madge....

— L’ho sperato; — disse Massimo.

— È già qualche cosa; — ripigliò il Savelli. — Di solito, queste speranze non nascono senza aiuto di parole. Voi avete detto, miss Madge vi ha risposto....

— No; — interruppe Massimo. — Ella non ha avuto da rispondermi, perchè io non ho detto nulla di molto chiaro. Certi discorsi aperti non si fanno senza averli incominciati prima col padre.

— Vi lodo, signor conte; — disse il Savelli. — E perchè non li avete incominciati col padre?

— Stavo per farlo, quando voi siete capitato. Introdotto da me, diventato compagno nostro a tutte le ore del giorno, siete stato, ne converrete anche voi, un elemento perturbatore.

— Ma non il solo, conte, non il solo. C’è anche il marchese Gerolifi, non lo dimenticate.

— Che! quello è cavaliere di Malta.