Part 16
— È vero; — riprese il Savelli; — e voi ragionate benissimo. Ma perchè presentar me, elemento perturbatore?
— È il mio torto; ma potevo io pensare che foste mai un pretendente, voi, nemico giurato del matrimonio?
— Giurato! è un po’ troppo; — rispose Don Memmo. — Avevo un’opinione. Si può cambiar d’opinione.
— Ora, dunque? la cambiate ora?
— Ora.... o un’altra volta, non importa cercare. Stabilisco il mio diritto. Che volete, conte mio? Si deve pur mettere un fine, alla propria gioventù e a tutte le graziose follìe che l’accompagnano. Ci si stanca d’ogni cosa, alla lunga; perfino della libertà!
— Perciò, — chiese Massimo, volendo metter egli alle strette il suo avversario, — vi atteggiate a pretendente presso i Lockwood? Chiederete la mano di miss Madge?
— No, nel senso che voi immaginate; — rispose Don Memmo. — Sentite, conte; ho incominciato con la sincerità, e con la sincerità voglio finire. Non chiedo io.... son chiesto. —
Qui il conte di Riva diede un balzo sulla seggiola.
— Come? — gridò egli. — Voi chiesto? È nuova!...
— Negli annali del mondo, sia pure; — rispose placidamente Don Memmo. — Quantunque, badate, mio caro! gli annali non dicono, non possono dire ogni cosa. Quanti sono i matrimoni combinati per offerta, nel vecchio mondo e nel nuovo! Le grandi alleanze di famiglia, come le grandi operazioni commerciali, si trattano con molta delicatezza, per via d’intermediarii....
— Ma qui non ne vedo, intermediarii! — esclamò Massimo. — Se pure non è stato il cavaliere di Malta....
— No, niente Malta. Non accusate quel povero Gerolifi, così garbato nella sua galanteria, così misurato in ogni suo atto, che vive in società stando sulla vita e sempre in guardia, come se fosse sul tavolato di una sala di scherma.
— Non accusiamo il Gerolifi; — rispose Massimo. — Voi mi direte allora come sia andata la faccenda.
— In un modo semplicissimo, quantunque possa parervi strano. Il signor Montgomery ha fatto egli stesso le prime aperture. Pare che sia l’uso, in America. Ieri, nel bel mezzo dell’anfiteatro di Pozzuoli, mentre voi, con le dame e col marchese Gerolifi eravate scesi a visitare i sotterranei, mister Lockwood mi ha sparato il suo colpo a bruciapelo. Sì, caro mio, quell’ottimo gentiluomo mi ha invitato a fare una passeggiatina in America.
— Come ha invitato me! — disse Massimo. — Anche a me, sui primi giorni del nostro soggiorno in Napoli, egli ha fatto questo discorso.
— Benissimo! — esclamò il Savelli. — Quasi quasi ci sarebbe da credere che il signor Lockwood fosse un agente di emigrazione. Ma sentite il resto, e vedremo poi se combinerà con tutto quello che egli ha detto a voi. Il nostro amico deve ritornare agli Stati Uniti, ma non fa conto di rimanerci. Vuol liquidare in due anni, al più, le sue grandi fortune. È stanco di lavorare, è sazio di arricchire. Gli piace immensamente l’Italia. La nostra patria, per sua confessione, è un paese privilegiato. «Tutto è fatto, da voi» si è degnato di dirmi. «Qui solamente si capisce e s’impara la bellissima arte di non far niente. Io l’ho capita, l’ho imparata in due mesi, e non desidero altro che di venire ad esercitarla nella vostra gran Roma». Basta, — soggiunse Don Memmo, — lasciamo le chiacchiere e veniamo al punto essenziale della conversazione. Il signor Montgomery, dopo avermi preso per il braccio, e quasi parlandomi all’orecchio, mi fece quest’altra confessione sincera, che un genero come me gli andrebbe moltissimo. Io, capirete, rimasi di stucco. Avevo indovinato l’animo suo, ma non potevo immaginarmi che dovesse venire così presto a mezza spada. Aggiungete che avevo indovinata la vostra passioncella per miss Madge, e mi pareva strano che a quest’ora non aveste parlato. Infatti, è una cosa strana, stranissima, che siate giunto a quest’oggi, senza fare un passo decisivo.
— Aspettavo ancora qualche giorno; — disse il conte di Riva, un po’ stordito dalla parlantina del Savelli, ma più da quel tegolo che gli rovesciava sul capo la stravaganza del Lockwood. — Capirete.... non si fanno questi discorsi senza pensarci molto. Io non sono ricchissimo....
— Neppure io lo son tanto da aspirare a venti, trenta, forse quaranta milioni di dote. E gliel’ho detto, sapete? gliel’ho confessato candidamente. «Che importa?» mi ha ribattuto il degno signor Lockwood, ficcando a dirittura il suo braccio sotto il mio. «Voi siete ricco per due, ed io son ricco per venti. Debbo forse andare a cercare uno che sia ricco per venticinque? Non badiamo, per carità, a queste miserie». C’è da ridere, non è vero? — soggiunse Don Memmo. — Il signor Lockwood ha proprio detto: miserie! —
Massimo non aveva nessuna voglia di ridere, e però non tenne bordone alla ilarità del Savelli.
— E voi, — diss’egli, dopo un istante di pausa, — che cosa gli avete risposto?
— Che ci avrei pensato, perbacco! Sentivo tutto l’onore che mi faceva; ma in verità non ne sarei stato degno, se avessi accettato con tanta prontezza il largo partito che egli mi offriva. Ero confuso. Si poteva esser confusi per molto meno. Gli domandavo perciò di lasciarmi un po’ di tempo, per raccapezzarmi, e per ringraziarlo degnamente più tardi. Allora il signor di Montgomery si staccò da me, mi guardò in faccia e mi disse: «Patti chiari, principe mio! Vi ho parlato da uomo per cui il tempo è moneta. In tutte le cose mie son sempre andato diritto al fine, e così pure ho amato di fare con voi, perchè mi piacete moltissimo. Quello che io vi ho detto sia pure per non detto, se la cosa non vi torna. Voi ci pensate, naturalmente, ed anche prendete le vostre informazioni. Il signor Mapleson è il primo banchiere di Napoli. Egli conosce lo stato della mia casa. A Roma, poi, mi conoscono i Flaminii, gli Spada, i Marignoli, gli Schmid, Krüger e compagno, e a farvela breve tutti i banchieri primarii della città. Se la cosa vi conviene, voi già conoscete l’animo mio ben disposto per voi; mi fate la vostra domanda, io l’accolgo, e non vi resta più che di piacere a mia figlia, come piacete a me. Di mistress Lockwood non vi parlo neanche; ella vede con gli occhi di suo marito». —
Massimo era sconfitto, senza speranza di tornare alla riscossa.
— E siete rimasti così? — domandò.
— Così; — rispose il Savelli.
— Liberi, dunque?
— Liberissimi.
— Potete dire di no, — riprese Massimo, — o non dir nulla, che sarà come un no.
— Potrei benissimo; — replicò il Savelli; — ma per una liberalità del signor Lockwood, della quale io non vorrei approfittare. Del resto, sentite, signor conte, io vi fo una proposta da gentiluomo, anzi meglio, da galantuomo. Volete battervi con me? Lo farò, per compiacervi, ma senza trovarci nessun gusto, perchè non ho da prendere più, nè da voi, nè da altri, i miei sproni di cavaliere. Un duello, se vorrete, ci sarà sempre tempo a farlo; ma io, che non lo fuggo, non lo desidero; credo anzi che sia, nel caso nostro, una cosa ridicola. Fate meglio: inoltrate, come si dice in lingua ufficiale, la vostra brava domanda. Io vi prometto di stare in disparte. Se il vecchio mi chiede parere (e lo farà certamente, dopo il discorso di ieri) io gli rispondo che siete un partito eccellente e per tanti rispetti superiore a me. Infine, caro mio, vi son debitore di questa cortesia, perchè voi eravate primo sull’orma. Se dopo ciò egli s’incoccia a non volervi per genero, la colpa non sarà mia. E voi, cavaliere come siete, non vorrete mica condannare miss Madge a morir fanciulla, perchè l’avranno ricusata a voi!
— Allora, — disse Massimo, andando diritto in fondo al pensiero di Don Memmo, — sarete voi, che la sposerete?
— Mio Dio! non lo so; — rispose languidamente Don Memmo. — Io sono capriccioso, e non posso dirvi oggi quel che farò domani, in materia di sciocchezze. Ma voi pensate al patto che vi offro. È leale, e risponde con molta liberalità, con molta benevolenza, alle intenzioni quasi feroci con cui siete venuto a farmi visita. Pensateci dunque. Siamo qui, l’uno davanti all’altro, come i Francesi e gl’Inglesi alla giornata di Fontenoy. Arrivati a cinquanta passi dalla linea francese, gli ufficiali inglesi salutarono, levandosi il cappello, e al saluto inglese risposero con pari cortesia gli ufficiali delle guardie francesi. Allora milord Hay gridò: «Signori delle guardie francesi, tirate!» Il conte di Hauteroche rispose: «Signori, non siamo mai i primi, a tirare; tirate voi!» Allora gl’inglesi fecero una scarica, che mise fuori di combattimento ventitrè ufficiali e trecento ottanta soldati. Non c’è male, come vedete; — soggiunse il Savelli. — Io dunque non vi dico nemmeno, come in queste occasioni si suole: «chi ha più polvere spari»; vi offro di sparare per il primo.
— Se siete sincero.... — balbettò il conte Massimo.
— Voi dubitate ancora? — disse il Savelli. — Ebbene, in questo caso, non più parole. Esciamo, cerchiamo un paio d’amici, andiamo al Vomero, ai Bagnoli, dove vorrete, e facciamo una cosa ridicola, dopo la quale nessuno di noi potrà presentarsi più ai signori Lockwood.
— Avete ragione; — rispose Massimo. — Scusate! Accetterò il primo partito. Ma voi mi prometterete almeno una cosa.
— Quale?
— Di rimanere un giorno fuori di scena.
— Anche due, conte. Aspetterò le vostre notizie. Se la risposta del signor Lockwood sarà quale la desiderate, o tale da lasciarvi una fondata speranza, io me ne andrò nelle Puglie. Se non lo sarà, vedete la mia larghezza, andrò egualmente; ma libero io di ritornare, e lasciando ancora a voi la facoltà di tentare la prova, in virtù della massima: «chi ha più polvere spari».
— Grazie! — disse il conte di Riva.
— Ah, sia lodato il cielo! — esclamò allora Don Memmo. — Voi fate giudizio. Vedete, Massimo, che io non sono quel cattivaccio che voi immaginavate, insidiatore della vostra felicità, o dei diritti che credeste di averci.
— Vado; — disse il conte di Riva, desideroso di metter fine a quella scena, che ancora non distingueva bene se fosse girata a suo vantaggio, o a suo danno.
Il Savelli lo accomiatò con garbo signorile, non potendo con dimostrazioni di affetto, e cerimoniosamente lo accompagnò sulle scale; quindi rientrò nel suo quartierino, stropicciandosi allegramente le mani.
— Non ci sarebbe mancato altro che un duello inutile! — pensava egli frattanto. — Ora se la intenda un po’ lui col signor Montgomery, che vuol regalarmi la sua miniera per forza. Miss Madge è una bella ragazza, e vale anche il sacrifizio della nostra libertà. Ma sono ben sicuro io che ella non veda il conte Massimo più volentieri di me? Ecco qua, dunque: ciò che il mio rivale otterrà oggi, facendo il maggiore sforzo possibile con le sue batterie, sarà un ottimo elemento di prova per me. —
Massimo non faceva di questi ragionamenti. Massimo, per dirvi la verità, non ragionava affatto. Gli passava per la mente di aver guadagnato un gran punto, ed anche di non aver guadagnato nulla; ma era una coscienza oscura e confusa. Infine, il Savelli restava inerte, ed egli, Massimo, poteva operare. Se il signor Lockwood aveva manifestato un suo pensiero a Don Memmo, la signorina Lockwood non aveva ancora manifestato il suo a nessuno. Le preferenze di miss Madge non potevano essere diverse da quelle di suo padre? Ma a chi avrebbe egli parlato prima? al padre o alla figliuola? Non lo sapeva ancora; non lo cercava nemmeno. Aveva la giornata davanti a sè, e la sorte per condurlo. In questa confusione di pensieri andò verso l’albergo, non vedendo nulla, neanche una frotta di persone che facevano circolo intorno a due suonatori di piazza, davanti all’ingresso e sotto le finestre dei Lockwood.
Salì al primo piano e bussò all’uscio del quartierino occupato dai suoi compagni di viaggio. «Entrate!» disse una voce argentina, che gli fe’ battere il cuore. La sorte lo favoriva; miss Madge era sola nel salottino, accanto alla finestra, donde si mosse, per salutare il conte di Riva.
— Buon giorno, signorina! — diss’egli. — E la mamma?
— È ancora nella sua camera; — rispose la fanciulla. — Non ha passata bene la notte!...
— Oh Dio! ammalata?
— No, niente di grave. Era un po’ stanca della gita di ieri.... con quel sole!...
— Capisco; — disse il conte Massimo. — Infatti se ne lagnava un poco, mentre salivamo all’Anfiteatro. Speriamo che qualche ora di riposo le giovi. E voi, miss, niente stanca? Sempre forte ed alacre come Diana.... a cui somigliate tanto!
— Veramente? Avete conosciuto Diana?
— Sì, come è stata raffigurata dai grandi scultori di Grecia. Sapete, signorina, che per dare un’immagine alle loro divinità, gli artisti greci andavano a cercare le più perfette creature.
— Benissimo! — esclamò miss Madge, ridendo. — Venite a sentire questi cantatori. Mi diverto tanto anche senza capirli. Voi mi direte che cos’è questa povera Cicuzza.
— Cicuzza! — chiamò il conte Massimo. — Ah sì, è il titolo d’una canzoncina popolare. Una scioccheria, veramente. Si racconta la storia di una fanciulla che è stata presa dai Turchi, perchè si lasciò cogliere a passeggio lungo la spiaggia del mare. —
Frattanto, i suonatori ambulanti, vedendo la giovane coppia che si era affacciata alla finestra, riprendevano lena, uno con la chitarra, l’altro col suo passagallo e con la voce, attaccando non so bene se l’ultima o la penultima strofa della canzone. Qualunque fosse, il ritornello era sempre il medesimo:
E come fu? come non fu? Povera figlia, contalo tu.
Quel ritornello, già tanto ameno nelle parole, annegava nella sua onda melodicamente canzonatoria ogni tristezza di racconto; e miss Madge rideva, e col suo accento anglo-sassone si provava a ripeterlo, canterellando sottovoce.
Il conte di Riva gittò uno scudo d’argento al suonatore, che gli diede dell’Eccellenza e del principe a tutto spiano.
— Lo avvezzerete male; — disse miss Madge.
— È piaciuto a voi, signorina; — rispose Massimo. — Non gli avrò dato mai abbastanza.
— Veramente?
— Veramente, e col cuor sulle labbra, perchè voi.... — siete un angelo. Vogliate ascoltarmi, signorina. Posso io confidarvi un mio segreto? —
La fanciulla levò gli occhi a guardarlo; arrossì, vedendolo così infervorato, e scosse ripetutamente la sua bella testina.
— No, no; — rispondeva frattanto.
— Perchè, signorina? Perchè mi negate la prima grazia che io vi domando?
— Perchè, signor conte, io non posso sentir segreti, non potendo custodirne.
— Neanche di persone amiche?
— Neanche.
— È triste; — riprese il conte Massimo. — Ma potrò almeno confidarlo a vostro padre? Mi date licenza di far ciò? —
La fanciulla rimase un istante perplessa.
— Per darvi licenza, — rispose poscia, — dovrei conoscere questo segreto. E siccome non posso saper nulla.... —
Qui, senza finire la frase, miss Madge si riaffacciò alla finestra, sperando di potere con quell’atto troncare egualmente il discorso.
— Siete molto severa, stamane! — mormorò Massimo, offeso e contristato da quella durezza.
— Son quella di tutti i giorni, — rispose miss Madge, non voltandosi che a mezzo.
— No, permettetemi di dirlo; — replicò il giovanotto; — eravate più buona con me, nel tempo passato. A Roma, per esempio!... Napoli vi ha cambiata, miss Madge!
— Questo non è bello nè per Napoli, nè per me; — disse miss Madge. — Voi mi fate pensare che a Roma io abbia potuto parere un’altra da quella che credo di essere sempre stata. Signor conte, vi prego!... Voi non siete buono, quest’oggi.
— Ah, io? io non sono buono? Non siete voi, che vi siete mutata? — mormorò Massimo, con accento d’amarezza. — Ma come fu, ve lo domando con le stesse parole che poc’anzi vi piacevano tanto sulle labbra d’un povero cantastorie, come fu che il vostro amico devoto, il vostro servo obbediente, ha perduta la vostra grazia? —
Il conte di Riva credeva di averla intenerita, o almeno almeno di averla disarmata, con quell’accenno alla canzone di piazza. Ma niente gli valse.
— Dite piuttosto come non fu; — rispose miss Madge; — perchè io non ho avuto nulla da mutare, e non ho nulla da dire. Aggiungete che non ho servi, io; non ho altri amici che quelli di mio padre. —
C’era da andare in collera, non vi pare? Davanti agli occhi di Massimo passò come una nube; e in quella nube si addensavano tutti i ricordi di due mesi di follìa, gli atti continui di una amorosa servitù, che doveva parergli accettata, poichè era ricambiata da gentili sorrisi e da una dolce intimità di consuetudini. Ahimè! consuetudini di viaggio! intimità di strada ferrata! sorrisi di tavola rotonda!
— Capisco... — rispose il conte Massimo, non potendo più reggere a tanta freddezza. — Capisco benissimo. Il barone Savelli è il nuovo sole, che si è levato sull’orizzonte di Napoli. —
Miss Madge fece un gesto d’impazienza, e si spiccò dalla finestra, con impeto subitaneo.
— Permettete! — diss’ella. — Credo che mia madre abbia bisogno di me.
— Signorina!... perdonate!... vi prego, vi supplico, rimanete un istante... un solo istante!... —
Ed era per inginocchiarsi, il pentito. Ma l’America non vide l’umiliazione dell’Europa, poichè miss Madge era andata risolutamente verso un uscio, lo aveva aperto, ed era sparita, richiudendolo dietro di sè. L’Europa, nella persona del conte Massimo di Riva, sentì il bisogno di sfogar le sue collere, e stracciò con le sue dita convulse un fazzoletto di tela batista.
Ah, perdio, era dura! e per un semplice accenno al Savelli, a quell’ultimo venuto, che miss Madge conosceva a mala pena, e da cui non aveva avuto che riverenze cerimoniose, mentre egli, conte di Riva, si era dedicato a lei con tanta servitù cavalleresca! Il conte di Riva rimase un pezzo nel salottino, aspettando che la fanciulla ritornasse, pentita anche lei di averlo trattato con tanto rigore. Ma la bionda americana non ritornò, e Massimo escì disperato.
Mille idee, tutte feroci, gli passavano per la mente. Non si sarebbe già fermato a stracciar fazzoletti, nè a sfogar la sua rabbia contro gli oggetti inanimati. Volti d’uomini, avrebbe sfregiati; petti, e petti di traditori, avrebbe squarciati. Ah, Don Memmo Savelli, l’avreste pagata voi, quella fuga!...
Ma infine, vediamo, non poteva anche essersi ingannato? La colpa di quella fuga non poteva esser sua? Quando era entrato nel salottino, miss Madge gli aveva sorriso, come al solito; gli aveva dato la mano con la stessa intimità degli altri giorni. La dolce consuetudine non appariva punto mutata. Ad uno de’ suoi complimenti, ad una delle sue galanterie, miss Madge aveva risposto: «veramente?» Era poco, sì, ma era tutto quello che la bella biondina soleva dire di più vivo, in simili circostanze. Ebbene, di che si doleva egli dunque? Di un ritegno naturalissimo, rispettabilissimo in lei? Poteva ella accogliere una confidenza come quella che egli le aveva annunziata con tanta solennità? Dandogli licenza di fare quella confidenza al babbo, non avrebbe avuto l’aria di riceverla anticipatamente ella stessa? E poichè egli aveva insistito, poichè aveva fatta una scena di gelosia, non giustificata da veruna leggerezza di lei, poteva miss Madge rimanersene fredda? non fare quel che aveva fatto?
Il ragionamento andava, non faceva una grinza. Poteva esser falso, poteva esser vero; l’essenziale era di assicurarsene, tenendo la via più diritta, per rintracciare la verità. Ora, la via più diritta era quella del Chiatamone, che, seguitando per Santa Lucia e per la salita del Gigante, riesciva alla piazza del Plebiscito e al caffè di Palazzo Reale.
XIV.
Il resto del carlino.
Mister Montgomery era là, seduto al suo solito posto, col suo gran sigaro ai denti, il suo bicchier di birra daccanto e il suo arcipelago intorno: un arcipelago che non impediva ai venditori ambulanti di accostarsegli tratto tratto, per offrirgli la loro mercanzia, scatole di cartone, incrostate di nicchi marini, orecchini di lava del Vesuvio, corni di corallo contro la jettatura, libriccini di amena e scorretta letteratura, nè ai piccoli lustrascarpe di presentargli la cassetta, accompagnando l’atto col loro piangoloso: «Eccellenza, vulìte?»
— Oh, caro amico, siete voi? — gridò il signor Lockwood, alla vista del conte. — Posso offrirvi qualche cosa?
— No, grazie, sir Montgomery; non prenderei nulla; — rispose Massimo; — ho la bocca amara.
— Un bicchierino di ginepro, allora; — ripigliò il signor Lockwood. — È indicatissimo.
— Grazie, non mi sento di bere.
— Voi avete dormito male, caro amico! Siete anche molto pallido.
— È vero, ho dormito malissimo; — replicò Massimo. — E mi pare che dovrei farvi un certo discorso, per rimettermi un poco.
— Un discorso, a me? Fatelo subito.
— Voi non mi giudicherete un impertinente, poi?
— Come? che c’entra l’impertinenza? Spero bene che non vorrete offendermi; — disse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad un sorriso di caimano.
— Che dite, sir Montgomery? Per quanto riguarda le mie intenzioni, la cosa è impossibile affatto. Ho un gran rispetto per voi e per tutta la vostra cara famiglia. Solamente questo rispetto mi aveva trattenuto fin qui dal parlarvi di cosa che a me preme assai, ma che potrebbe non premere a voi nè punto nè poco.
— Fate conto che possa premermi, — rispose il signor Lockwood, — e parlate.
— Ma.... — disse il conte, perplesso. — Questo, in verità, non sarebbe il luogo più adatto. Siamo in mezzo a due usci.
— Verissimo; andiamo dunque al largo. Si potrà bene discorrere passeggiando?
— Certo, — replicò Massimo, — ed io vi ringrazio, sir Montgomery, dell’incomodo che vi prendete per me.
— Oh, niente, niente! — esclamò il signor Lockwood, sciogliendo l’intreccio delle due grandi seste che servivano molto bene alla sua locomozione, ma che spesso impacciavano i suoi riposi. — È anche bene di muovere un poco le gambe. La gran piazza del Plebiscito è fatta a posta per questo esercizio. Non vi darà noia il sole? —
La domanda non era fuori di luogo. A quell’ora la piazza del Plebiscito era tutta inondata di luce, un vero lago di sole.
— Non importa: suderemo; — rispose Massimo, sforzandosi di sorridere. — Purchè la cosa non dispiaccia a voi! Io, del resto, ho già un sudor freddo alla fronte, dovendo parlarvi di ciò che mi preme. E per cominciar subito, vi rammenterò un discorso che mi avete fatto a Roma, con la vostra solita bontà. Mi diceste allora, in un salotto dell’albergo del Quirinale, alla presenza delle vostre gentili signore: conte, volete venire a Napoli con noi?
— Mi ricordo benissimo di avervi detto ciò; — rispose il signor Lockwood. — E vi dico oggi egualmente: volete venire a Palermo? Se non conoscete quella città, o se vi piace di rivederla, ecco un’occasione come un’altra. Voi siete un _gentleman_, un’eccellente compagnia. E poi, in viaggio, più si è, più ci si diverte. —
Non era la risposta che Massimo avrebbe desiderata; ma infine, poichè il signor Lockwood non aveva certe delicatezze di pensiero, bisognava contentarsi di un complimento come quello.
— Grazie; — riprese Massimo allora. — E mi avete anche detto un giorno: venite con noi agli Stati Uniti.
— Sicuro; — replicò l’americano. — È un paese da vedere. Noi siamo pur venuti nel vecchio Mondo! Perchè non verreste voi nel nuovo? L’uomo deve istruirsi, quando ne ha i mezzi, e il miglior modo d’istruirsi è quello di viaggiar molto, di osservare, di paragonare.
— Ebbene, è anche questa la mia opinione, sir Montgomery. Io verrò a Palermo, e verrò anche in America. Ma ditemi, ora, — soggiunse Massimo, con voce tremante, — posso io sperare che il conte di Riva, mio zio paterno, e il marchese di Villabruna, mio zio materno, gli unici parenti che mi rimangono e dei quali io sono l’erede, saranno bene accolti da voi, se verranno a chiedervi per me l’onore che ambisco.... di esser considerato da voi come figlio? —
Ah, finalmente, era detta! Massimo respirò, dopo aver messo fuori quella stentatissima frase.