Part 14
— Savelli mio, — diss’egli, poichè la carrozza fu passata, — ecco un fiore che Napoli ha rubato a Roma.
— Ah, sì, la Lockwood; — mormorò il Savelli. — Mi ricordo, infatti, di aver veduta questa famiglia a Roma.
— Un fiore di bellezza, di bontà, d’intelligenza! — riprese con la sua abbondanza di frase il Gerolifi. — Non è vero, conte? —
Massimo, così interrogato, assentì del capo; ma con una voglia matta di mandare a quel paese tutta la discendenza dei Gerolifi di Monte Carmelo.
Frattanto il Savelli, messo in sulla via dalla parlantina del suo interlocutore, aveva preso a dirgli, con lo stesso suo tono confidenziale:
— Ne parlate con un grande entusiasmo, marchese! Per caso, avrei io salutata con voi una futura parente?
— Ah, ah, mi fate ridere! — rispose il Gerolifi. — Ecco l’impossibile di tutti gl’impossibili.
— E perchè, di grazia?
— Per una ragione semplicissima: la mia ascrizione all’Ordine sovrano di San Giovanni di Gerusalemme. —
A quelle parole, proferite con grande solennità, Massimo aveva rizzato l’orecchio.
— Voi siete cavaliere di Malta? — esclamò.
— Non ve l’ho detto, mio caro conte? — riprese il Gerolifi. — Credevo che oramai lo sapeste. Ad ogni modo, ve lo dico ora: son cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, comunque vi piaccia chiamare il vostro servitore ed amico.
— Me ne congratulo con voi; — disse il conte di Riva. — Ma in che l’esser cavaliere di Malta potrebbe impedirvi il matrimonio? Ci son forse più voti?
— Altro! — replicò il Gerolifi. — E voti solenni.
— Così, dunque, il vostro bel nome.... si spegnerà con voi?
— No, caro amico. Vive ed ha figli il mio fratello maggiore, il duca di Santa Maria. —
Qui, se Massimo non abbracciò il marchese Gerolifi di Monte Carmelo, cadetto della casa ducale di Santa Maria, credete pure che fu per riguardo al luogo pubblico, e per timore di far ridere la gente.
XII.
Tempo grigio.
Dopo quella scoperta del cavalierato di Malta, il conte Massimo ebbe un istante di felicità, e di felicità tanto più profondamente sentita, quanto più gli giungeva inaspettata, fra i sospetti e i timori di quegli ultimi giorni. E che scappate di allegrezza, da quella profonda felicità! Non erano sicuramente più vivaci nè meglio colorite le fiammate di zolfo, dallo sfiatatoio del cratère di Pozzuoli. Con che gusto matto pensava egli allora al domani! Perchè, infatti, gli era sembrato di capire che mister Montgomery Lockwood, ad onta di tutte le dimostrazioni araldiche di lui, anteponesse i marchesi ai conti: preferenza di nessuna importanza, se si fosse trattato di ogni altro cittadino della libera America, ma importantissima, e grandemente pericolosa, trattandosi del padre di miss Madge. Ah, ah, povero signor Montgomery! Egli non aveva ancora una giusta idea di ciò che fossero i cavalieri di Malta. Con che gusto matto si sarebbe incaricato egli, Massimo di Riva, dell’ufficio amorevole d’istruirlo in proposito!
Glorioso, trionfante, Massimo non sentì neanche il bisogno di correre quella sera all’albergo. Notate, del resto: era la prima volta che passava la giornata lontano dai suoi compagni di viaggio, e Massimo non credette fosse conveniente di presentarsi all’ora del thè. Il Gerolifi non aveva parlato di andare all’albergo, per fare una visitina che era passata oramai in consuetudine; e Massimo non ne parlò nemmeno lui. Stette adunque con l’amico Gerolifi e con Memmo Savelli; passeggiò lungamente con ambedue, facendo poi una bella fermata al caffè dell’Europa, ritrovo serale di tutta la gioventù elegante. Si ritirò molto tardi, e i due compagni di passeggiata lo accompagnarono all’albergo. Tanto, era tutta strada, anche per Don Memmo; e il marchese Gerolifi di Monte Carmelo avrebbe poi accompagnato quest’ultimo, cinquanta passi più in là, ritornandosene a casa sua per la riviera di Chiaia.
Quando fu all’albergo, non era più ora di bussare dai Lockwood. Massimo scrisse alcune righe in fretta sopra un biglietto di visita, e questo biglietto consegnò al cameriere, perchè lo portasse la mattina seguente a mister Montgomery, insieme col suo caffè nero; poscia si ritirò nel suo quartierino, consolandosi di non aver data la buona notte a miss Madge, col pensiero di quella nobilissima istituzione che era l’ordine antico ed accetto dei Cavalieri di Malta.
Ah, sì, veramente egli amava quella bionda fanciulla. E le gioie del futuro, come gli passavano gloriose davanti agli occhi della fantasia! Trascorrere nel mondo, ricchi, belli e felici, come in un cocchio d’oro, e con tanto d’aureola d’intorno, che sogno maraviglioso! Perchè questa è consuetudine in noi, anche quando l’esperienza vorrebbe insegnarci il contrario: noi pretendiamo di godere nell’eternità quella gioia sperata, che è un punto luminoso, ma un punto unico, un istante, un attimo, nella vita dell’uomo.
Ma il conte di Riva non doveva per allora fermarsi a raccogliere le ammonizioni dell’esperienza. Sognava, sognava bene, e chi sogna bene non ama svegliarsi.
Il sole, puntualissimo principe, apparve dai monti Amalfitani, stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo. Ma il conte di Riva non si svegliò per lui dal suo sogno. Venne più tardi a risvegliarlo il cameriere, portandogli la risposta di mister Montgomery Lockwood. Massimo gli aveva domandato, nel suo bigliettino, che cosa contavano di fare le signore nella mattina seguente, per essere anch’egli ai loro ordini; e mister Montgomery gli rispondeva: «nessuna decisione è stata presa; si risolverà all’ora di colazione; felicissimi di concertare con l’aiuto del vostro consiglio».
Non c’era niente di strano; era anzi naturalissimo che, trattandosi di andare in giro per Napoli, o per i dintorni di Napoli, si aspettasse il consiglio di Massimo, accompagnatore costante. Ma per quella volta gli parve d’essere un gran personaggio! tanto è vero che le cose più naturali e le più comuni possono parere straordinarie e maravigliose, secondo il momento in cui le vediamo, o secondo il colore degli occhiali che la nostra fantasia, miope graziosa, ha voluto inforcare. Lo dice anche un proverbio spagnuolo:
_Todo es segun el color_ _Del cristal con que se mira._
Il conte di Riva si vestì in fretta, andò a farsi bello, più bello del solito, poi capitò nel salottino dei Lockwood. Miss Madge era là, seduta accanto alla finestra, leggendo, in attesa della madre, che finiva di abbigliarsi, e del babbo, che era andato a fare la sua passeggiata mattutina alla Villa.
— Non vi abbiamo veduto, iersera! — gli disse la fanciulla.
Le parole potevano essere di rimprovero; ma l’accento non c’era. Miss Madge parlava italiano, ma non dava colore alla frase.
— Signorina! — esclamò Massimo, mettendo egli in una sola parola tutto il colore che sarebbe potuto bastare al più lungo dei discorsi. — Fu un giorno di pena, quello di ieri. Doveva essere intiero. Ed io lo segnerò tra i nefasti.
— Veramente? —
E gli sorrise, miss Madge, gli sorrise, mormorando il suo deliziosissimo avverbio. Ah, il sole, apparendo dai monti Amalfitani, e stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo, non era più bello di lei in quel punto.
Poco stante, capitò mister Montgomery, e dopo di lui mistress Eliza.
— Vi abbiamo veduto alla Villa; — disse il Lockwood. — Perchè non siete venuto a prendere il thè?
— Perdonate, sir Montgomery! Avevo trovato un amico di Roma, e mi ero trattenuto a discorrere con lui; — rispose Massimo. — Poi capitò il marchese Gerolifi, e dovetti presentare l’uno all’altro. S’incominciò a chiacchierare, e si fece tardi, non potendo io più liberarmi dalla compagnia, del resto piacevolissima. Quel marchese Gerolifi è un così grazioso discorritore!
— Ah, davvero? — esclamò mister Montgomery.
— Certamente! Ho conosciuto in vita mia pochi uomini la cui conversazione fosse tanto piacevole come quella del signor marchese di Monte Carmelo.
— Gli siete diventato molto amico; — notò mistress Eliza, che non aveva mai sentito parlar Massimo in tal modo del Gerolifi.
— Milady, che debbo dirvi? — rispose il conte di Riva. — Io non ho l’uso di giudicar gli uomini alla prima. Li studio molto attentamente, e quando li ho conosciuti, la mia amicizia ha fondamento sicuro nella stima che meritano. Il marchese di Monte Carmelo è un perfettissimo gentiluomo.
— E di buona nobiltà; — soggiunse mister Montgomery.
— Eccellente; — replicò Massimo. — Può aggiungere al suo titolo quello dei duchi di Santa Maria. Sotto questo nome, che appartiene di diritto al ramo primogenito, i Gerolifi hanno bellissime pagine nella storia del reame di Napoli.
— Oh! — disse l’americano, col suono gutturale e lungo, che rende così importante e fa parer così piena di significato la interiezione sulle labbra del ceppo anglo-sassone.
Quell’«oh!» voleva dire, per esempio, al signor conte di Riva: — Caro amico, in verità, mi fate stupire. È la prima volta che io vi sento parlare con tanto calore del nostro bravo Gerolifi. Che cambiamento è avvenuto in voi, da un giorno all’altro? —
Ma quell’«oh!» poteva anche non dir nulla di ciò, ed esprimere soltanto un sentimento di soddisfazione, per il reame di Napoli.
Comunque fosse, mister Montgomery si era fermato lì, e Massimo non ebbe modo di aggiunger altro al suo inno. Con che gusto avrebbe conchiuso: — il nostro Gerolifi è cavaliere di Malta! — Il signor Lockwood avrebbe fatto un altro: «oh!» Miss Madge avrebbe esclamato: — veramente? — Ed egli allora si sarebbe fermato con molta compiacenza a spiegare che cosa fossero i cavalieri di Malta, quali i loro uffici, quali i voti che pronunziavano, entrando in quella vecchia religione. Ma l’occasione di fare tutti quei discorsi mancò, e il conte di Riva sentì la inopportunità di venire a quei particolari, senza averne un appiglio.
— E così, — diceva intanto mistress Eliza, — siete andato a passeggio, col nuovo amico di Roma.
— Sì, milady, col vecchio amico; — rispose Massimo, cambiando destramente l’aggettivo. — Mi era capitato tra i piedi, e non potevo liberarmene. Lo avevo anzi presentato al marchese di Monte Carmelo, e la conseguenza fu questa, che si dovette rimanere tutta la sera insieme.
— Ah, ricordo che eravate in tre, alla Villa Nazionale; — disse mister Montgomery. — Ed era quel signore alto e bruno?
— Per l’appunto.
— Romano, avete detto. Chi è?
— Un Savelli.
— Savelli! — esclamò l’americano. — Aspettate! Colonna.... Orsini.... Caetani.... Mi avete detto i nomi delle più antiche famiglie di Roma. E tra queste c’è anche la Savelli, non è vero?
— Verissimo; potete dire la più antica, perchè è citata nella storia prima di tutte le altre. Ha dato due papi, nei primi secoli della Chiesa, e questi papi furono anche santi. Ma a voi questo particolare importerà meno, sir Montgomery....
— Oh! importa moltissimo; — rispose il Lockwood. — In Germania abbiamo conosciuto un discendente di Lutero. Tutte illustrazioni! Stanno bene, in famiglia. E questo principe Savelli è venuto a Napoli?
— Sì, di passaggio. Va nelle Puglie, dove ha qualche possessione. Credo che parta domani.
— Che peccato! — esclamò mister Montgomery. — Se si fosse fermato, avreste potuto presentarmelo. Amo tanto le famiglie storiche della vostra bella Italia! —
Massimo incominciò a pentirsi di aver magnificate le grandi famiglie storiche d’Italia, in confronto alla poca nobiltà dei Gerolifi. E più ancora incominciò a pentirsi di avere accennato quell’incontro del Savelli alla Villa Nazionale. Con quei cittadini della libera America era molto pericolosa l’araldica. Per fortuna il Savelli doveva partire. Non così presto, com’egli aveva detto a mister Montgomery; ma infine, giorno più, giorno meno, sarebbe sparito, e non era il caso di fare la presentazione d’uno dei quattro o cinque più antichi nomi d’Italia al padre di miss Madge, della bionda divina.
Quel giorno si doveva andare a Pozzuoli, che un’altra volta i Lockwood avevano veduto passando, senza fermarsi, avviati com’erano a Cuma e al Capo Miseno. Ma il conte di Riva pensò che si sarebbe passati per Chiaia, e che c’era pericolo d’incontrare il Savelli. Propose adunque di fare una gita ad Ischia. Ma il signor Lockwood non voleva per quel giorno mettersi in mare. Aveva anche da vedere il suo amico Mapleson, che gli proponeva l’acquisto di due bei quadri antichi, per il suo salotto di Baltimora.
— Ebbene, — osservò Massimo, allora, — ecco una ragione di più per non andare nemmeno a Pozzuoli. Voi, sir Montgomery, andrete dal signor Mapleson; io accompagnerò le signore a vedere il Tesoro di San Gennaro. Sarà una gita in città, e ci ritroveremo all’ora del pranzo.
— Mi conviene; — rispose mister Montgomery.
Conveniva anche alle dame. Mistress Eliza amava molto le pietre preziose, le oreficerie, le stoffe antiche e i merletti: tutte cose che sicuramente avrebbe vedute nella cappella del Tesoro. Miss Madge avrebbe potuto ammirare dei quadri di Luca Giordano, un pittore col quale ella aveva un punto di somiglianza, artisticamente parlando. Un punto solo, per verità, e non il migliore. Luca Giordano era stato dai suoi contemporanei decorato del soprannome di Luca «Fa presto», e la bella biondina tirava giù i suoi disegni sull’albo, con una rapidità portentosa.
La giornata fu buona. Si andò al Duomo e si ritornò all’albergo, senza aver veduto ombre pericolose, od altrimenti moleste.
Ma più tardi, quando capitò il marchese Gerolifi a far visita, Massimo ebbe la noia di sentir parlare da capo del suo buon amico Savelli. Ed era mister Lockwood, che lo rimetteva in ballo, accennando ancora all’incontro e al saluto del giorno innanzi, sull’ingresso della Villa Nazionale. In verità, io vi dico, quel cittadino della libera America aveva la manìa dei titoli, dei privilegi e di tutte l’altre malinconie della povera Europa.
Il marchese di Monte Carmelo non mostrò di dolersi d’una conversazione che tendeva a glorificare gli assenti. In ciò, veramente, era superiore al conte di Riva. — «Bella forza!» pensò quest’ultimo. «Egli è cavaliere di Malta». Comunque fosse, il Gerolifi lodò grandemente il suo amico Savelli, ricordando ancora una volta, con nobile compiacenza, i vincoli di parentela che stringevano la sua famiglia a quella di Don Memmo. E quando il signor Lockwood, nella sua ingenua tenerezza per le grandi famiglie storiche, ebbe detto al marchese Gerolifi: «dovreste presentarcelo», il cavaliere di Malta rispose prontamente:
— Ci avevo già pensato, e volevo appunto parlarne al conte Massimo, per procurarmi questo piacere insieme con lui. La nostra parentela coi Savelli è antica e lontana, oramai; la mia amicizia col suo ultimo rappresentante è di ieri soltanto, e ne son debitore al conte di Riva.
— Ma... — balbettò questi, schermendosi. — Sarà difficile, per ora. Il nostro amico va nelle Puglie.
— Non ancora, mio buon Massimo, non ancora; — rispose il Gerolifi. — Ho fatto io il miracolo di trattenerlo.
— Davvero? E in che modo?
— In un modo semplicissimo. Quando abbiamo accompagnato voi all’albergo, siamo andati oltre chiacchierando, verso la Riviera di Chiaia. Si parlò, naturalmente, del troppo breve soggiorno che Don Memmo voleva fare tra noi. Che diamine! gli dissi. Ciò non va bene. Un proverbio, che ha ricevuta la sanzione dal tempo, comanda a tutti i viaggiatori: vedi Napoli e poi mori. Qui non si vuol più la morte del viaggiatore; gli si domanda almeno di veder Napoli; e non si chiama vederla il restarci tre giorni. Neanche si può dire di averla veduta, quando ci si capita dopo cinque o sei anni di assenza, com’è per l’appunto il caso di Don Memmo Savelli. Di questo egli ha dovuto convenirne con me. Gli ho poi ricordato che egli ha qui dei parenti, oltre i duchi di Santa Maria. Il principe di Serra Grimalda è suo alleato, perchè figlio di una Savelli. Tutti i Palombara di qui sono parenti dei Savelli alla quarta generazione. Non gli pareva necessario di fare una visita? —
Massimo avrebbe mandato volentieri a quel paese tutti i Palombara, tutti i Serra Grimalda della terra e il marchese Gerolifi per giunta. Oh andate a fidarvi d’un cavaliere di Malta!
— Tutte illustre parentele! — esclamò il signor Lockwood. — E siete così riescito a trattenerlo?
— Sì, ha dovuto arrendersi a discrezione; rimarrà un paio di settimane.
— Da bravo, dunque, presentateci il vostro amico. Mi ha l’aria di un gentiluomo.
— Oh, per questo, — rispose il Gerolifi, — lo è fino alla punta dei capegli. Domandatene al conte di Riva, che lo ha tra i suoi amici migliori. —
Massimo, così tirato in ballo, rispose con un cenno del capo.
— Abbiamo anche parlato dei signori Lockwood; — proseguiva intanto il Gerolifi. — Io gli avevo chiesto come mai non avesse conosciuta questa rispettabile famiglia, nel suo passaggio a Roma....
— Ah sì! — interruppe il signor Lockwood. — Mi maraviglio anch’io di non aver conosciuto il principe Savelli.
— La maraviglia è reciproca; — rispose il Gerolifi. — Ma egli diede una spiegazione della cosa, osservando che sir Montgomery Lockwood aveva fatto una troppo breve sosta nella eterna città.
— Oh, ci ritorneremo! Dopo Napoli e Palermo, ci ritorneremo sicuramente; — replicò mister Lockwood, decorato dal marchese Gerolifi del titolo di «Sir».
E forse non solamente da lui, ma anche da Don Memmo Savelli. Non riferiva egli, infatti, un discorso di Don Memmo? E Massimo, che aveva fatta egli la maravigliosa trovata, se la vedeva sfruttare dagli altri. Era proprio il caso di ripetere con Virgilio: «Sic vos non vobis mellificatis apes!»
— Siamo dunque intesi; — ripigliò il signor Lockwood. — Voi ci presenterete il principe Savelli.
— Barone, sir Montgomery! — notò Massimo, che sentiva l’americano già per la terza volta risciacquarsi la bocca con quel titolo di principe. — I Savelli sono baroni.
— Sì, baroni romani; — ribattè il signor Lockwood. — Me le avete insegnate voi, queste cose, mio caro conte Massimo. I baroni romani son tutti di là dal Mille, e se il mondo fosse finito nel Mille, sarebbero morti baroni. Ma il mondo non è finito, ed essi hanno ancora avuto il tempo di diventar conti, marchesi, duchi, principi, ed anche grandi di Spagna. Ho notato, — soggiunse l’americano, — ho notato, leggendo l’almanacco di Gotha, che i principi romani son tutti grandi di Spagna.
— Non tutti, veramente, ma una gran parte sì; — corresse discretamente il marchese di Monte Carmelo.
— È del resto una particolarità di minor conto; — osservò Massimo, sforzandosi di dare alle sue parole un tono accademico. — Son grandi di Spagna, ma non hanno avuto dogi in famiglia.
— Ci hanno avuti dei papi; — ribattè il signor Lockwood. — E alcuni di essi ci hanno anche avuto dei santi.
— Ah, questo è innegabile; — disse il conte di Riva, inchinandosi all’evidenza.
Del resto, il signor Lockwood non faceva che ricordare le sue stesse lezioni. In una sola cosa il cittadino della libera America non si era voluto piegare alla dottrina del conte di Riva. Nell’ammettere la piena eguaglianza dei titoli di nobiltà, mister Montgomery, peccatore ostinato, seguitava a credere nella gerarchia. Che tenesse un conte superiore ad un barone, poco male! Ma egli teneva un marchese superiore ad un conte, e questo era un guaio; teneva un duca od un principe superiori a un marchese e ad un conte, e questo era intollerabile senz’altro. Povero Massimo di Riva, che i suoi antenati avevano tenuto alla misura di conte, con nove perle in vista, e neppur l’ombra di un doge!
Le dame tacevano, lasciando al capo della famiglia il carico di quella conversazione, che dava tanta noia al signor Massimo. Delicatezza, od istinto, consiglia certi silenzi alle donne? Le due cose si confondono spesso, tanta è la sottigliezza loro; e la psicologia e la fisiologia non arrivano a sceverarle, nella traccia sinuosa dei loro incerti confini.
Frattanto il signor Massimo aveva un diavolo per occhio. E a proposito di diavoli, quale fra i tanti aveva condotto a Napoli il Savelli, per cacciarglielo tra’ piedi? Di sicuro, in tutto ciò che era avvenuto, non aveva ombra di colpa Don Memmo. Si va a Napoli come in ogni altra città, per semplice diporto, e Don Memmo ci aveva anche la ragione naturalissima del viaggio nelle Puglie. Quando si è in Napoli, non è meno naturale che sull’ora del passeggio si vada anche alla Villa Nazionale. Fin qui non c’era nulla a ridire. Tutto il resto, poi, era avvenuto per colpa di Massimo. Gran sciocchezza, la sua, di presentare il marchese Gerolifi al nuovo venuto! Maggior sciocchezza, di citare i Savelli come una delle primissime famiglie storiche italiane, ad un uomo tanto desideroso di fumo quanto era provveduto di arrosto, come quel signor Lockwood, re di denari e possessore d’una miniera d’argento!
Era egli, conte di Riva, che aveva tirato in casa dei Lockwood il gran signore romano! Era egli, che, uscito a mala pena di sospetto per uno, apriva la porta ad un altro!
Vi parrà strano, ma questo pensiero lo calmò. Virtù di analogia! L’uomo, già lo sapete, è un animale superstizioso e cabalista per eccellenza. Or dunque, il nostro Massimo pensò che aveva temuto tanto del Gerolifi, e che il pericolo di un pretendente, di un rivale, gli era svanito ad un tratto. Temeva tanto del Savelli, e non doveva egualmente svanirgli quel nuovo pericolo? Ma sì; la cosa era chiara, andava pari pari come la regola del tre. Infine, il Savelli non era noto a tutta Roma per i suoi corteggiamenti da Don Giovanni? E questi non erano tali da escludere ogni idea matrimoniale? Don Memmo aveva una avversione profonda contro ogni vincolo eterno. Quante volte non gli aveva sentito dire: i Savelli finiranno con me!
Non c’era dunque da temer tanto; anzi, non c’era da temere affatto. Il primo dei sospettati, il Gerolifi, non poteva; il secondo, il Savelli, non avrebbe voluto. A premunirsi contro il pericolo di un terzo pretendente, Massimo voleva fare la sua brava domanda di matrimonio.
Era un giovedì, giorno eccellente per ogni impresa che debba essere tentata in buon punto. Ma disgraziatamente quel giorno era anche trascorso mezzo. Occorreva dunque rimandare l’attacco. Ma il domani era un venerdì, giorno nefasto tra tutti. Nel sabato, adunque, nel sabato avrebbe aperto il suo cuore a sir Montgomery, messo un termine a tante incertezze proprie, a tante debolezze pericolose di quel ricco plebeo.
Al pari di Massimo non era superstizioso il Savelli? O forse aveva il venerdì per un giorno fortunato? O forse non pensava affatto al calendario? Comunque fosse, Don Memmo Savelli si lasciò presentare in venerdì. Bel giovanotto, alto, bruno, tutto d’un pezzo, piacque molto al signor Lockwood.
— Come si vede che è romano! — esclamò questi, parlando al conte di Riva. — C’è in lui il tipo degli antichi dominatori del mondo. —
Massimo avrebbe voluto temperare un pochino quegli ardori di romanità: parlar d’innesti servili, della Grecia e dell’Asia minore; poi d’invasioni barbariche, di Vandali, di Goti, di Bisantini, di Longobardi e simili altri elementi perturbatori; poi delle condizioni particolarmente infelici di una città discesa a poche migliaia d’abitanti, e dovuta rinsanguare con nuovi e ripetuti arrivi di Toscana. Ma il signor Lockwood non gli avrebbe dato retta. — «Tutto bene, quel che voi dite», gli avrebbe risposto quell’ostinatissimo uomo «ma questi Savelli sfuggono alla vostra statistica. Non mi avete detto voi medesimo che le memorie della loro famiglia risalgono al terzo secolo dell’Era cristiana?» Massimo pensò queste cose, e si astenne prudentemente da una serie di osservazioni critiche ancor più pericolose d’ogni entusiasmo. Infine, non voleva aver l’aria di temere. Egli era il conte di Riva, perbacco!