Il diario di un viandante

Part 4

Chapter 43,810 wordsPublic domain

È vero è vero! Una pinguedine gialla, molle, traballante, gelatinosa; qualcosa di informe, una specie di elefantiasi artificiale mi sta innanzi. Quali campioni della specie! Tutto è cresciuto a sproporzione deformandosi in una mostruosità bofficiona che desta ilarità e compassione. Ogni linea ha superato le misure della verosimiglianza. Le guance non si posson più chiamar tali, non sono guance anzi gotoni, due sfericità sovrabbondanti che sopravanzano dando al volto un che di badiale e di allegroccio che fa pensare a cose ridanciane. La grazia della gola e la linea del mento scompaiono sotto una enorme pappagorgia. Il naso è ridotto ad una coserellina minuscola, umilmente inutile; la bocca si è arrotondita, costretta com’è a rimaner dischiusa; assomiglia al becco del pesce palla. Il resto del corpo non ha linea, è una deformità impacciata che stenta a muoversi e il costume ne compie la grazia. Le solite brache fino alla caviglia e il corsaletto e l’ampio velo che dipartendosi dal cono fermato sui capelli si stende lungo tutta la persona a pareggiarla in una linea ancor più goffa. Vedute di dietro in tal costume codeste giovinette da marito non sembrano già creature ma otri fantastici, semoventi faticosamente fra il brusìo delle vie popolose.

Nessuno dice parola.

Debora guarda con vivo compiacimento la sua pingue prole poi, a un cenno di Jacob, le due grazie fanno una specie di inchino, si rivolgono ed escono senza dir parola. Non ho udita la loro voce, non so, ma mi pare debba essere sottile, eunuca, tremante. I grandi involucri hanno talvolta sorprese simili.

Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e i pochi passi faticati e le rotondità mostruose.

[Illustrazione: Una via di Susa.]

Quando siamo per la strada, Jacob mi dice che da quattro o cinque mesi non escono di casa ma stanno rinchiuse di continuo in una stanza buia, tutte intente a rimpinzarsi, a trangugiare, fin che resistono, certi cibi speciali preparati ad arte dalla madre loro. Più ingrassano e più sono certe di raggiungere il termine estetico verso il quale si appunta il desiderio maschile. Per un ebreo tunisino una donna magra è ripugnante; esso porta nell’apprezzamento della bellezza femminile gli stessi criteri seguiti dai mercanti di certi quadrupedi commestibili. Dio mi guardi dal voler adombrare con ciò la gentilezza di cotali vergini ebree; dopo tutto esse non fanno che piegarsi alle esigenze maschili, si deformano perchè ciò è necessario; debbono piacere, e si sottopongono alla cura dell’impinguamento. Le ottentotte, allo stesso scopo, si allungano le labbra per mezzo di dischetti, tanto da sembrare mostruosi anatroccoli; le negre di Bengasi si infilano un corallo rosso nel naso; le sudanesi cercano di avere i piedi enormi e via dicendo. Non v’è cosa più insensata del desiderio umano, soggetto, com’è, a deformazioni stravaganti.

— Vuoi vederne ancora? — mi chiede Jacob.

— No; mi basta ciò che ho veduto.

E si prosegue per viottoli sempre più neri, sempre più fetidi.

Incontriamo ancora donne goffe nei loro goffi costumi a colori vivacissimi. Quanto più vivo e stridente è un colore tanto più sembra bello. Non conoscono o non sanno apprezzare le sfumature.

Ma non sono tutte brutte codeste donne; qualcuna si salva e più precisamente _le ridestate_, quelle che non seguono la macabra tradizione.

Ecco Rebecca. L’ho veduta su lo sfondo di un piccolo patio nel quale mormorava una fontanella. Era appoggiata ad una colonnetta bianca. Vestiva di scarlatto. Era bella come le donne di Moab, come le vergini d’Israel sotto i padiglioni lucenti. Bella d’occhi e di capelli e di persona; il suo colore era quello dell’oliva quando il sole la feconda.

Per il silenzio di lei fioriva il Cantico d’amore, dato al Capo de’ Musici dei figlioli di Core, sopra Sosannim:

.... _Ascolta, fanciulla, e riguarda, e porgi l’orecchio: e dimentica il tuo popolo, e la casa di tuo padre:_

_Ed il Re porrà amore alla tua bellezza_....

_E la figliuola di Tiro, ed i ricchi fra i popoli, ti supplicheranno con presenti_....

Era pura come un mattino sul mare.

Le Tombe dei Santoni.

Poco distante dal _Suk_ dei profumi, entro il recinto dei mercati coperti, una griglia verde fra colonne policrome, rosse e turchine chiude l’accesso a un piccolo cimitero. È un quadratuccio di terreno alto quasi mezzo metro sul livello della strada; vi cresce un’erba rada e pallida poichè vi manca la luce. Ivi sono raccolte due tombe quadrangolari che assomigliano a due arche, ma sono di legno, dipinte in rosso ed in celeste ad archi moreschi. Vi riposano due santoni, due saggi che vissero in santità e onorarono Iddio. Data la singolarità della loro ultima dimora, vien fatto di pensare contengano ben altra cosa che non poche ossa polverose, raccolte tuttavia negli ultimi brandelli di un sudario. Arche sembrano, sì, ma arche nuziali, odorate di spigonardo e d’ambra. La santità de’ buoni vecchi non basta a inciprignire la gaiezza della loro dimora.

D’altra parte gli arabi non temono la morte e non la vogliono nera. Non conoscono nè la tetraggine, nè la sfacciata volgarità dei nostri cimiteri. Meglio è sorridere di una tomba anzichè ritrarsene con paura o con disgusto. Una morte che si perpetui in un sorriso non è morte compiuta. Noi, sì, ci annientiamo miseramente in un lugubre rituale, per il nostro spirito misero, troppo misero di sole e di gaiezza.

Ho ripensato alle due tombe medioevali elevate a due legisti in una piazza di Bologna, alte sopra sottili colonne gemine, circondate d’aria e di luce, simili a un dolce nido sotto l’azzurro. Non so concepire come il medioevo abbia potuto creare qualcosa di tanto sereno.

L’età moderna non ne comprese la bellezza quando negò a un suo grande poeta una simile esaltazione.

L’anima nostra è ancora troppo oscura. Noi non amiamo i morti.

Ecco quattro proverbi che ho raccolto oggi da un vecchio, in un bagno arabo:

I. — Fa il bene e buttalo a mare; se non lo sanno i pesci lo sa Iddio.

II. — Se venissero esaudite le preghiere dei cani, dal cielo pioverebbero ossa.

III. — Il cane abbaia e la carovana passa.

IV. — Il segreto ti è schiavo; se lo riveli ne diventi schiavo.

Ciò che vide Kadir.[3]

Fu chiesto una volta a Kadìr, che la benedizione sia su di lui!,[4] quale fosse la cosa più meravigliosa ch’egli avesse veduto durante le sue lunghe peregrinazioni per il mondo; Kadìr rispose:

— “Una volta giunsi ad una città magnifica, una città di potenti, ricca e gloriosa; prima di entrarvi vidi, in un piccolo giardino, un uomo che raccoglieva certe sue frutta. Mi soffermai e gli chiesi:

— Dimmi: sai tu da quanti mai anni sia sorta la città dei magnifici?

Egli si rivolse, mi guardò e rispose:

— Sia gloria a Dio! Essa è sempre stata nei tempi dei tempi. Sorse dopo il diluvio; impererà in eterno!

Partii. Dopo qualche anno, tornato sul luogo, gli occhi miei si affaticarono invano a ricercare le torri e le mura, le cube e i minareti: dov’era la città dei magnifici?... Io non vedevo che un immenso prato smeraldino.

Un pastore seguiva il suo gregge. Mi avvicinai; gli chiesi:

— Sai tu da quanto tempo fiorisca questo prato fra gli alberi e le paludi salate?

Il pastore levò gli occhi e mi guardò sorridendo. Rispose:

— Nei tempi dei tempi!

Ripresi il cammino, l’eterno cammino mio.

Dopo molti anni ancora, non so più quanti, ebbi a ritornare nello stesso luogo, e vidi con mio grande stupore che anche il prato era scomparso. Il mare ne ricopriva l’immensa distesa. E vidi uomini che si tuffavano nell’abisso dell’acqua e ne sortivano recando perle e coralli; vidi altri tender reti ed altri giungere e partire su le velivole navi.

Chiesi ad un vecchio:

— Sai tu da quanto tempo si naviga e si pesca in questo luogo?

Rispose:

— Nei tempi dei tempi! Da quando il sole riluce„.

I Notai.

I notai sono gente preziosa; sono gli uomini della buona fede in Grecia come nella Svezia. Necessariamente non è ammissibile una buona fede unica; il concetto varia da Atene a Stoccolma come variano il clima, l’indole, le disposizioni, le abilità, le percezioni. Un gesto che potrebbe chiamarsi piacevole e che farebbe sorridere il pubblico di Atene scandalizzerebbe quello di Stoccolma. La buona fede o è troppo buona o non lo è punto, secondo lo spirito che la informa. Ora i notai sono i rappresentanti di codesto spirito. Gente preziosa, comunque sia.

A Tunisi la loro frequenza ne dimostra l’importanza. Hanno certe botteguccie dalle imposte azzurre come le loro buone intenzioni; siedono gravemente dietro il loro banco, uccellando. (Ogni bottega è come una ragna. Vi si potrebbe scrivere sopra: Qui si uccella).

Hanno, posate su la stuoia accanto al sedile, le loro babbucce e hanno a portata di mano una grande giara piena d’acqua. Portano gli occhiali e lunghe barbe e pare meditino sul problema dell’universo.

L’atteggiamento dell’uomo che si dilunga verso le amare conclusioni del pensiero e dell’uomo che gravita in un suo piccolo mondo oscuro, quasi bestiale, è sempre lo stesso: Una maschera uguale per un uguale silenzio.

L’Anima del Viandante.

L’anima del viandante è come una prora che solca il mare: incontro alle tenebre e alle tempeste e incontro alle aurore. Scacciamo la tristezza, su, anima mia; la vela si distende al respiro del mare.

Se l’acqua ristagna, imputridisce; compiamo il corso come le limpide vene che vedemmo su le montagne della Norvegia lanciarsi dalle cime al mare dirittamente, lungo le coste brulle.

Più ti dilunghi e più ti senti sola; il cerchio del tuo orizzonte non si amplifica; tu porti con te il tuo confine.

Su, anima mia, triplica il giro delle tue illusioni intorno a te stessa; vivi come vive la Terra per la propria atmosfera, nel vuoto spazio tenebroso. Oggi, ad una fonte, oltre l’arco moresco di Sidi Abdallah, su l’ora del crepuscolo, è riapparsa Hadda, fiore di giovinezza.

Si è detersa i piccoli piedi alla fonte e le armille d’argento tintinnivano su le fini caviglie.

Nessuno c’era all’intorno; unica voce quella dell’acqua azzurrina. Il silenzio dell’ora e la dolcezza del fiore umano turbavano il pulsar delle vene.

L’acqua cantava entro l’anfora sottile traboccando, come trabocca il miele dagli otri, la dolcezza dagli occhi innamorati.

Nessuno l’ha veduta quand’ella ha sorriso; nessuno l’ha veduta quando ha inchinato il mento al seno.

C’era una sola stella sopra le bianche cube di Melassìn.

L’Eternità.

Nel centro dell’Africa, in una parte remota e solitaria sorge una grande montagna, nera come la notte, dura come il diamante. Un cavallo lanciato al galoppo non potrebbe compierne il giro se non in due ore e a un uomo saldo occorrerebbero quattro ore per dominarne la cima.

Ogni mille anni un uccelletto esiguo giunge alla montagna nera ad affilarsi il becco.... ogni mille anni.

Ora sappi che quand’egli avrà consumata tutta la montagna, solo allora e non prima sarà trascorso il primo attimo dell’eternità.

Tutto, al mondo, si consuma. Iddio è eterno. —

Questo raccontano i saggi agli uomini del deserto.

La Casa abbandonata.

Ho visitata una casa abbandonata; un antico palazzo arabo comprato da un cristiano, consacrato al culto cristiano, deturpato da mani cristiane per il futile motivo che mani cristiane lo avevano eretto qualche centinaio d’anni fa quando i corsari saraceni battevano il mare e traevano schiavi gli uomini delle nostre spiagge.

Un’epigrafe ampollosa, redatta nello stile dei vecchi quaresimali sta sul muro sgretolato fra le piante rampicanti che vi si abbarbicano. Che cosa dica precisamente non ricordo bene, ma pare che il compratore fosse convinto di compire opera altamente meritoria verso la Chiesa, riscattando da mani arabe il bel monumento per depredarlo e saccheggiarlo e ridurlo a uno scheletro nudo.

Le vendette della fede hanno simili incoerenze: giusto perchè elevata da mani cristiane la dolce casa doveva essere saccheggiata. Non domandiamo un perchè nè cerchiamo la logica di tali fatti; potrebbe dirsi fanatismo se non fosse ciò che oggi chiamano affarismo; un affarismo ipocritamente beghino che rivolge al suo Dio occhi pietosi e ne fa commercio.

Tutti i magnifici lavori in ceramica di cui si adornava questa casa di letizia hanno esulato. Le belle stanze circondanti il _patio_, i loggiati, le fontanelle, il _patio_ stesso serbano le tracce di tale depredazione. Si è venduto tutto, non sono rimaste che le mura dispoglie, i marmi bianchi e neri e la grazia architettonica che non poteva essere incassata per qualche collezionista. Una malinconia viva; come un volto sfregiato che non ha perduto il suo sorriso.

Nessuno abita il bel nido. Nel _patio_ quadrato, racchiuso fra l’armonico giro degli archi moreschi, crescono erbacce e rovi; nelle stanze polverose corrono ragni e topi.

Se gli uomini che credono in Dio rispettassero l’arte che non ha paese, nè setta religiosa, nè intendimenti meschini! Essa potrebbe dimostrar loro come esista in realtà, nell’anima umana, qualcosa che l’avvicina ad una fede universa, che l’eleva ad una zona uguale nella quale non è che una luce divina per tutti i nati di donna i quali abbiano cuore e intendimento.

In via.

_Aprile._

Camminiamo con la primavera. Tunisi è scomparsa fra il bianco mareggiare delle sue terrazze fiorite da gerani rossi, fra i minareti quadrati e ottagonali, le cupole, le cube, le mezzelune e i globi dorati. È scomparsa in fondo all’orizzonte.

Altre lagune, altri stagni sono passati, innanzi agli occhi miei innamorati. Immense pianure verdi, circondate dai monti; piccole case biancheggianti; esigui corsi d’acqua e vigneti e boschi d’ulivi e siepi di fichi d’India. La campagna; la libertà primitiva.

Tribù di beduini sono accampate a grandi distanze. Di tanto in tanto, su la linea piatta dell’orizzonte, un gruppo di tende ne indica la presenza. Pascolano intorno mandre di buoi rossi e neri, pecore e cammelli.

Fra le sterpaglie e i fichi d’India è apparso ad un tratto un villaggetto arabo, una macchia bianca. Ad _Hamman-el-lif_ la pianura si è estesa ancor più; un solo palmizio lontano ne interrompeva la monotonia.

Altri paesi sono trascorsi, altri tempii, altre case. Una via interminabilmente diritta va da un punto all’altro del cielo fra una distesa di margherite rosse e di cardi azzurri.

I miei compagni di viaggio cambiano ad ogni stazione; si rinnovano come l’acqua in una vasca, ma ciò non significa che l’ambiente sia puro.

Ebrei nella loro _dgebba_ ricamata; arabi con la cecìa e col turbante; donne sdegnose e donne compiacenti! C’è chi dorme, c’è chi fuma, c’è chi pensa con la testa inchina. Un grande odore di muschio aleggia intorno con le mosche e la polvere. Ad ogni sussulto nel treno, un uomo che sonnecchia si desta di soprassalto e spalanca gli occhi spaventati guardandosi intorno, poi riprende a sonnecchiare. Si giunge, si riparte, si ruzzola, ci si intontisce, ci si guarda, si sbadiglia.

[Illustrazione: Il Cantastorie.]

[Illustrazione: KAIRUAN. — Un _fùnduk_.]

[Illustrazione: Giovinette arabe tessitrici.]

[Illustrazione: Hadda, l’Almea.]

Alle singole stazioni le identiche scene: gente che scende, gente che sale; parole scambiate sommessamente: un addio, un consiglio, un augurio. Poi l’invito dei conduttori:

— _En voiture, s’il vous plaît!_

Un sibilo e via. Ricomincia il dondolio interrotto da sobbalzi e il rumore monotono delle ruote su la via ferrata.

Ci si guarda sempre più stanchi.

Vorreste distendervi e non lo potete: avete accanto un grosso ebreo.

Il paesaggio? Sempre lo stesso! Nulla lo anima; almeno voi non vedete nulla; tutto si dipinge del vostro dispetto. Una fila di beduini inebetiti, laceri, sporchi, con la bocca aperta vi guarda ad ogni passaggio a livello. Uno stupore vuoto come la loro bocca aperta; una vivacità simile a quella dei loro dromedari.

Proprio incontro a voi un’araba si affanna a tirarsi le bende sul viso per poco che l’occhio vi sfugga a guardarla.

Per rassicurarla le volgete le spalle e l’occhio vi corre al finestrino senza volerlo.

Ecco: un palmizio spelacchiato, polveroso in mezzo a un’arida pianura; vi pare un fruciandolo; poi lo sgorbio vegetale che si chiama fico d’india: una mostruosità gibbosa, appiattita, contorta, irta di spine come la castimonia di una brutta donna; e qualche _marabùt_; e qualche beduino rimbecillito nel sole.

Tutto ciò non dà tregua.

Guardate con fissità le reticelle del vagone; porgete la tessera al controllore che viene a bucarvela per la ventesima volta; vi stendete un poco più appoggiando il capo alla spalliera.

Avete trovata la positura favorevole ecco.... nasce l’idea bella che vi conduce al riposo del sonno.

Uno scrollone, un sobbalzo, una spinta. Vi ridestate spaurito.

Siete a una nuova stazione....

Vi trovate fra un monte di ceste e di stuoie; un nuovo viaggiatore è seduto incontro a voi, anzi una viaggiatrice e vi guarda con un occhio solo attraverso alle bende. E il caldo vi cuoce e un terribile tedio vi assale.

Susa.

_Aprile._

Susa, la città saracena. Passa nella storia con molti nomi: _Adramatos, Hadrumetum, Unurico polis, Djoerah, Soussa, Sisa, Sissa Negra_ e vai dicendo.

Fu nel dominio di molti ma non ha serbato che il carattere saraceno.

Fondata dai fenici in epoca troppo remota per esser determinata, passò dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Vandali, dai Vandali ai Bisantini, ai Turchi, agli Arabi.

Gli arabi la dissero Djohera, pietra preziosa.

Una graziosa leggenda spiega come fosse chiamata in seguito, Susa.

“Un governatore arabo fece sospendere una volta, sopra Bab-el-Bahar, una bella perla legata a un filo. Ora avvenne che, durante la notte, il filo fosse tagliato.

“Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando che un verme (_sussa_, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era sospesa la gemma.

“Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum„.

Per me rimane _Djohera_ il gioiello. Una gemma bianca incastonata su l’orlo del mare turchino. È tutta bianca. L’immagine di una nube che passa nel cielo mattutino di un maggio, ne dà la sensazione, non foss’altro per ciò che è colore.

Si stende sopra un colle su la riva del mare, è piatta, le sue bianche mura orlate paiono trine. A quando a quando dalla sua massa frastagliata che sale dolcemente col salire del colle si leva un palmizio, un minareto, una cuba, e sopra è il turchino del cielo profondo, e sotto è il turchino del mare. Un nido fra due immensità gioconde.

È il vero sorriso dell’oriente, una fra le immagini che assecondano maggiormente il nostro sogno. In tutta la costa fra cielo e mare, non ha sorella.

Nessun’altra città la supera in gaiezza serena nè in Siria, nè in Egitto, nè in Algeria. È la gemma saracina: Djohera.

Intorno le si distende il Sahel dagli immensi oliveti.

L’Ombra del Mandorlo.

C’è, a Susa, una piccola fonte remota fra gli ulivi; la chiamano l’_Ombra del Mandorlo_.

L’ho veduta ieri; vi sono giunto per caso, aggirandomi per le viottole fra gli uliveti.

Ero felice, contento di un nulla, della chiara mattina. Mi è parso che il sole sorgesse in me. La grande letizia del giorno si era trasfusa in tutti i miei sensi; ho sentito l’anima mia, figlia del mondo, riempirsi di luce come tutte le cose.

Ad un tratto un mormorio di acque correnti mi ha fatto sostare e, in un lembo di terreno dispoglio, ho veduto un mandorlo e una piccola fonte. Da questa derivava un ruscelletto gorgogliante che scorreva fra ciottoli e fiori e si perdeva ben tosto sotto l’ombra degli ulivi. Il mandorlo era in fiore.

Mi sono seduto all’ombra azzurrina, d’altro non mi importava: nè di andare, nè di sapere dove ero; mi erano innanzi due cose vive, due voci, due forze misteriose quanto il palpito del mio cuore: un albero e una fonte.

El Djem.

El Djem ora non è che un villaggio arabo, un miserrimo villaggio, un aggruppamento di sudicie tane. Fu già grande città e si chiamava Thysdrus.

Ci siamo soffermati a guardare il grande anfiteatro che è il terzo nel mondo per bellezza.

Tale monumento, che pare una copia del Colosseo, contava sessantaquattro arcate. Fu costruito nel III secolo dall’imperatore Gordiano.

Nel 689, dopo aver riportato numerosi successi sugli Arabi, la regina dei Berberi, Damiah-el-Kahena, fu costretta a rinchiudersi nel detto anfiteatro del quale fece distruggere le scalinate per otturare le arcate inferiori.

La tradizione racconta che, obbligata dalla carestia, ella fece scavare un sotterraneo che trovava sbocco a dodici chilometri da El Djem.

Tale sotterraneo, oggi in parte interrato, sembra essere l’avanzo di un condotto d’acqua che permetteva di innondare l’arena per i combattimenti navali.

Nel 1695 una banda di Arabi rivoltosi si rifugiò a El Djem.

Mohamed Bey assediò l’anfiteatro, lo tolse loro a viva forza e per impedire che le larghe breccie fossero riparate fece distruggere tre arcate.

Tale mutilazione forma un’entrata gigantesca all’immenso anfiteatro.

Tutto il suolo intorno ricopre le rovine di una grande città.

Scavando si sono trovati tesori. Quando vi siamo giunti fervevano le opere di sterro.

Operai arabi e mori erano intenti a scavar larghe fosse, a trasportare lontana la terra di rifiuto.

Passavano nel sole, fra gli archi, donne avvolte in un grande manto vermiglio. Singolari fantasmi contro l’enorme rovina.

Intorno, la campagna è quasi brulla, sabbiosa e l’anfiteatro vi appare come lo scheletro di una città sepolta.

La miseria che gli si intristisce ai piedi non lo adombra. Il suo dominio è nell’immensità.

Monastir.

Si arriva fra gli ulivi. Monastir sorge sul mare. Abbiamo costeggiato la _sebkra_, il lago salato; siamo passati sopra un vecchio ponte romano, poi fra i gioiosi giardini di Skanes contro il mare.

Ancora una volta l’anima delle terre calde sorgeva in tutto il suo fulgore.

Monastir è preceduta da una vasta necropoli e cinta da un giro di bianche mura che la inghirlanda. Gruppi di palmizi le sovrastano.

Guerin dice che questa città racchiudeva, al tempo dell’invasione araba, un monastero cristiano (_El Menstir_ che avrebbe dato il nome alla città attuale) trasformato poi nella moderna _Casbah_ o fortezza.

La _Casbah_ è dominata da un’alta torre che si chiama _El-Nador_. Vi saliamo per godervi il magnifico panorama.

Al nord si abbraccia tutta la costa e il Sahel: Hammamet, Hergla, Hammam-Susa, Akuda, Susa; al sud la veduta si distende fino a Lemta.

Una delizia di sole e di verde, di azzurro e di bianco e d’oro. Città candide e densi oliveti e colli perlacei e distese piatte dalle quali il sole trae riflessi dorati. Non saprei paragonare tutto ciò se non al sorriso di una giovinezza esuberante.

Sono luoghi e ore che lasciano per sempre in fondo all’anima la nostalgia dell’oriente.

Più tardi visitiamo il palazzo della Karaia che appartenne al generale tunisino Si Osmar.

Dal lato architettonico non presenta alcun interesse ma è magnifico il luogo nel quale sorge.

Si eleva sopra una roccia che si avanza nel mare e sopra lunghe gallerie nelle quali le onde si precipitano ululando.

Pare il nido di una procellaria. L’immensa distesa turchina gli sta d’intorno.

Entrando nelle gallerie scavate dalle acque, ai piedi della roccia, si ha l’illusione di visitare un antico stabilimento di bagni.

Vi sono sale e piscine d’acqua chiara. Uno, fra i suddetti trafori naturali, è lungo sessanta metri.

Djeziret-el-K’mam.

Djeziret-el-K’mam, l’isola dei colombi, sorge di fronte a Monastir.

È un isolotto disabitato pieno di rovi e di sterpaglie. Solo le colombe vi nidificano.

L’ho veduto di lontano, nel sole, fra un abbarbaglio di bianchi voli. Nessuno vi approda. Vi cantano le allodole tutto l’anno.

Ustania.

Anche Ustania è un’isola che sorge di fronte a Monastir. Vi ho approdato per osservarvi le caverne.

Si tratta di una cinquantina di caverne scavate in una rupe gigantesca.