Il diario di un viandante

Part 5

Chapter 53,697 wordsPublic domain

È difficile stabilire quale sia stata l’origine e quale fosse la destinazione di queste cinquanta camere quadrate. Dicono siano di origine fenicia e si suppone servissero, nei primi tempi del cristianesimo, di rifugio ai monaci.

Si tratta di un vero e proprio villaggio di Trogloditi con anditi, camere comunicanti, scale sinuose scavate nella roccia. Un remotissimo mondo che nessuno ha saputo vivificare.

Verso Thapsus.

Abbiamo proseguito fra il mare e i giardini; fra una rossa fiorita di melograni e le vele bianche. Aranci e mandarini, gli alberi del sole, ombreggiavano qualche solitario _marabùt_; grandi boschi di ulivi mettevano sul cielo il loro tremolìo d’argento.

Vedevamo piccole case bianche e minuscole. A volte, vicino ad un _ajbab_ (pozzo) si udiva il suono dei campani di un vecchio cammello che faceva salire, girando, la _guerba_ stillante acqua.

Alcuni villaggi; alcune rovine.

Ecco _Lempta_ l’antica _Leptis parva_ dei Romani. Città formidabile un tempo, ora misero aggruppamento di casette bianche.

_Leptis-Parva_ era una città molto più antica di Cartagine. Rimangono i resti di un acquedotto, gli avanzi di un anfiteatro e qualche altra rovina dispersa. Gli Arabi ne fecero scempio.

Nel villaggio moderno si eleva il _marabùt_ di un santone: Moudjadin, che i nativi venerano grandemente.

Oltre Lempta si attraversano i villaggi di Saiada, Kasser Hellal e Moknin per giungere a Tebulba, centro di una terra fecondissima ricca di selve di aranci e di mandarini.

A Tebulba segue Bekalta ed è dopo tale villaggio, su la sinistra della strada che conduce a Mahdia, che si trovano le rovine di Thapsus.

Sono abbandonate, nessuna cosa viva sorge intorno; dormono nel loro silenzio.

Sotto le mura dell’antica città della quale non restano che pochi ruderi fra le sterpaglie Cesare vinse Scipione.

Presso il capo Dimas si osservano ancora i resti di una diga in muratura che si avanzava per buon tratto nel mare.

Enfida.

L’Enfida è un immenso dominio agricolo, fertilissimo; è uno dei centri più ricchi della Tunisia. Ne ho un ricordo dolce di luce e di verde. Fu rinomatissima fino dall’antichità.

“Le innumerevoli rovine romane che si incontrano ad ogni passo testimoniano dell’antica prosperità di questo suolo.

“La Tunisia è, in realtà, la terra dei ricordi romani e bisantini. La dolcezza del clima, la fertilità del suolo, la vicinanza della Sicilia o della Grecia avevano determinato un grande movimento di colonizzazione verso le due provincie romane Lengitana e Byzacena che corrispondono alla Tunisia moderna.

“L’Enfida rappresenta la parte più ricca della Byzacena, che ebbe già il nome di granaio di Roma.

“Uno storico romano ci dice che si poteva andare da Hadrumetum a Cartagine all’ombra della città e dei giardini. Tale strada meravigliosa attraversava in tutta la sua lunghezza l’Enfida.

[Illustrazione: SFAX. — Donne in un cimitero arabo.]

“Le rovine delle città, delle fortezze, dei ponti, delle ville, delle tombe, delle cisterne, le innumerevoli rovine che ricoprono detto territorio ci attestano della veridicità delle parole dello storico. Diciassette città con una popolazione di non meno di diecimila abitanti sono state ricostituite con le vestige sparse per il territorio dell’Enfida e con l’aiuto degli antichi autori che ne fanno menzione.

“Citeremo la cittadella di Battaria in mezzo alle montagne; Ulisipena col suo acquedotto che raccoglieva le acque di El-Garci; Grassum nella quale si rifugiò Belisario dopo aver vinto i Vandali chiamati dal patrizio Gregorio; Thac ricca di torri e di fortezze; Sedjermès nella quale si trovano tuttavia gli avanzi di un tempio pagano, di una basilica bisantina, la facciata del pretorio, un teatro, un tempio cristiano ed altre innumerevoli costruzioni delle quali non restano che fregi, capitelli, colonne infrante, architravi scolpiti e ammassi di bianche pietre ricoperte dal lentisco o dagli olivi; Upenna con le sue strane epigrafi; Mediocera, chiamata oggi _Ain-M’deker_ con le sue belle tombe romane; Aphrodisium, la città di Venere (gli Arabi la ribattezzarono _Sidi-Khalifat_) che mostra tuttavia gli avanzi del suo tempio magnifico e del suo arco di trionfo, dorato da secoli di sole.„

L’Enfida non è che un’immensa necropoli; una terra magnifica depredata già da barbare turbe, devastata dalla cieca bestialità di una razza feroce uscita dal deserto come le cavallette.

Kairuan.

È la città araba per eccellenza, è la storia araba scritta dopo il passaggio dei Vandali, coi resti della storia fenicia, romana, bisantina.

Sorge in un’immensa pianura. I colli remoti s’intravvedono appena sul terso cielo.

Lo storico arabo Bu-Dinar è il solo che attribuisca a Kairuan un’origine anteriore all’invasione araba; però l’opinione più accreditata la vuol fondata dal conquistatore Okba il quale avrebbe fatto costruire la città santa nel bel mezzo di una inestricabile foresta piena di serpi e di bestie feroci. Ciò fece, secondo la tradizione, con l’aiuto del potere divino e per questo la città fu dichiarata sacra.

I dati approssimativi storici, ci fanno noto che, abbattuta nel 703 e nel 744 (d. C.), fu in gran parte ricostruita da Ziadet Allah, secondo principe della dinastia degli Aglabiti.

Oggi conta all’incirca 24,000 abitanti; è una città bianca in mezzo a una pianura immensa, senza alberi, mal coltivata; il nido di una vita occulta, gelosa, strana che lascia nella mente nostra un ricordo indefinibile quasi di sogno. Questo nido saraceno è incantevole con le sue cupole e i minareti chiusi in una cinta di bianche mura smerlate. Quando il sole sorge, il biancore delle case e dei tempii e delle mura si cangia in rosa, in un pallido rosa diffuso; verso il tramonto tutto si incendia e nella dolce ora del brevissimo crepuscolo l’ombra assume il soave colore dell’ametista.

La città santa contiene non meno di 90 zanias e di 85 moschee. Fra queste ultime le più importanti sono: la Grande Moschea; la Moschea del Barbiere; la Moschea delle Sciabole e la Moschea delle Tre Porte. Nella Grande Moschea sono raccolti capitelli sì disparati da abbracciare cinque secoli di architettura.

Vi si trovano rappresentate la scuola africana e la scuola orientale e vi si può osservare il degenerare dell’ordine ionico e corinzio.

Magnifiche colonne gemine di porfirio (un vero tesoro) stanno all’entrata del santuario (_Djamâ-el-Kebir_). La Moschea delle Sciabole non è notevole che per le sue cinque cupole; la Moschea delle Tre Porte per la facciata nella quale sono murati frammenti di scultura bisantina. Vien per ultima la Moschea del Barbiere, così detta perchè vi si conserva e vi si venera Abu-Zema-el-ben-Aui che fu un compagno del Profeta. La leggenda dice che questo Abu, ecc., ecc., avesse in cura la barba di Maometto e vuole che, come talismano, serbasse e custodisse tre peli della suddetta barba dai quali peli nacque la grande venerazione che circonda il barbiere.

La moschea che ospita i suoi avanzi mortali è notevole per il minareto quadrato, tutto adorno, nella parte superiore, da belle ceramiche verdi e azzurre e per un gran patio sul quale si apre una specie di alta loggia decorata con belle ceramiche antiche.

Ai fùnduk.

Questa sera tornando dalla visita alle moschee (alla Moschea del Barbiere nè le ova di struzzo, nè la terra della Mecca, nè le venerabili bagattelle adunate in onore dei tre santi peli mi hanno commosso, bensì due occhi ingenui, chiari, azzurri che mi seguivano ovunque sorridendo, gli occhi della piccola figlia del guardiano che veniva dietro di noi, scalza, su le spesse stuoie) tornando sono passato dal quartiere dei _fùnduk_. Una folla multicolore, urlante vi era adunata; una folla cenciosa che aveva sul volto le stigmate della fame.

Certi _fellàh_ che giungevano dall’interno, e fra piccoli e grandi deserti avevano percorso centinaia e centinaia di chilometri, erano talmente sparuti da far pietà; si reggevano a stento, inebetiti nello stupore della fame.

Bisogna convenire che, fra gli arabi, il sentimento caritatevole non è troppo diffuso.

Un simile spettacolo di miseria muta; un simile orrore di uomini e donne e fanciulli assolutamente disfatti dai patimenti, accoccolati in tutti gli angoli, fra i loro cenci luridissimi non destava l’attenzione di alcuno, non spegneva nè un sorriso, nè una canzone. La carestia è terribile quest’anno, nell’interno sono centinaia di creature che muoiono di fame ma la cosa non commuove i ricchi arabi, non li commuove neppure per lo spettacolo diretto che hanno sotto gli occhi, per la fame che si trascina ai loro piedi languendo. Ci sono abituati; poi: era scritto!...

Se tu muori nell’inedia ed io mi impinguo beatamente di ogni ben di Dio: era scritto.

Nè tu nè io possiamo aver colpa di ciò: Allah vuole così.

Da tale comodissimo sistema deriva l’indifferenza bruta di coloro che muoiono e di coloro che godono.

Il Governo della Reggenza distribuisce grano ai più poveri. La folla si accalca dove si fanno tali distribuzioni. Ognuno reca un suo sacchetto meschino. In prevalenza sono donne e fanciulli e attendono senza impazienza, per ore ed ore, che la porta si apra, poi entrano, poi ritornano con una manciata di grano senza essere nè più contenti, nè più tristi. Può darsi che la disperazione della fame li tragga alla rivolta? Non credo. Potranno sollevarsi domani se qualcuno approfitti del loro fanatismo religioso per trarli al tumulto, alla guerra e allora si faranno uccidere dal primo all’ultimo tranquillamente. Ma la fame in sè, o un concetto astratto non può nè convincerli nè unirli.

Allah ha mandato la carestia perchè l’acqua non è discesa dal cielo per mesi e mesi; essi debbono morire perchè Allah ha deciso così.

E li vedete aggruppati lungo le cancellate o i muri dei _fùnduk_, accosciati su la terra, il capo raccolto in una piega del _burnus_, muti, tranquilli, morenti. Il loro volto è tragico, sottile, sparuto come il volto di un asceta, ombreggiato dalla barba incolta, sinistramente vivo per gli occhi profondi.

Hanno venduto i cammelli, i montoni, gli arnesi di lavoro, tutto ciò che avevano, li hanno ceduti per pochi soldi agli strozzini; non resta loro che aspettare la volontà di Dio.

Qualcuno possiede ancora il cammello più vecchio, una bestia pietosamente viva, un alto scheletro dalle immense piote e dalla pelle scialba e l’ha trascinato al _fùnduk_ con l’estrema speranza di trovare un compratore.

Non chiedono l’elemosina, non sanno mendicare, attendono raccolti e stremati che qualcosa giunga: un po’ di pane o la morte.

Sul tramonto si levano e ripartono; ritornano ai loro attendamenti nella campagna.

Li vedo allontanarsi sotto il cielo color sangue. Vanno lentamente senza rivolgersi, ammantati nei loro cenci, solenni; è in realtà una miseria dignitosa, sdegnosa, e vi desta tanta maggior pena quanto più la sentite tale.

Pare che la campagna li inghiottisca nella sua luce di fuoco. Si vedono per la strada polverosa le loro grandi orme uguali. Per le vie di Kairuan o qui, nel quartiere dei _fùnduk_, vedrete molto difficilmente un uomo mendicare. Se offrite accettano; ma non chiedono. Parlo dei _fellàh_, dei contadini, non già degli altri che sono petulanti e incontentabili. Vedete mendicare bensì le donne e i fanciulli e quelle e questi non vi daranno tregua e se ne accontentate uno vi troverete circondati da venti da trenta chè si moltiplicano come le mosche e come le formiche.

Petulanti lo sono, ma con gli europei non già coi loro simili dai quali sanno che poco o niente debbono aspettarsi. Se non vedono europei siedono all’angolo di una via e cominciano una loro cantilena monotona la quale non è quasi mai esaudita. Di tale gente seduta agli angoli delle vie Kairuan è piena.

Ho veduto oggi una vecchia; era in realtà uno spettro. Sapendo inutile ogni sua questua aveva adottato un metodo originale: innanzi alle botteghe da fornaio che incontrava su la sua via si lasciava cadere come stremata e, una volta caduta, se la gente non si occupava di lei, si distendeva tutta quanta attraverso la via. Allora qualcuno si soffermava, e con un motto e una risata la rimetteva in piedi e la mandava per il suo destino.

Nessuno le ha dato un pane.

Nel mondo islamitico la pietà ha pochi seguaci.

La folla indifferente non si accorge dei morituri che le stanno intorno; ascolta un novellatore il quale, battendo in cadenza sopra un tamburo, racconta la storia degli Aglabiti; si sofferma sorridente innanzi a un incantatore di serpenti. Due negri battono su certi loro tamburelli cantando, un terzo suona una piccola cennamella, in terra son le borse di cuoio nelle quali dormono i serpenti cobra. Un giovine urlante e strepitante, danza intorno a tali borse e si accosta e fugge invocando il nome di Maometto. Il suo volto è congestionato quantunque riesca troppo evidente la commedia. Alla fine si protende, cauto, afferra i cordoni di una borsa, li allenta, introduce una mano e estrae un serpentello arroncigliato che depone in mezzo al circolo formato dagli spettatori.

Da principio la bestia striscia lingueggiando, inebetita, e l’incantatore le salta intorno urlando sempre più per impedirle di prendere una qualsiasi direzione. Il fracasso musicale cresce di tono, diventa frenetico. Come ne sono storditi gli astanti ne sarà stordito il serpente e tale può essere il segreto dell’incantesimo. Ma ad un tratto la brutta creatura nera pare cambi opinione, si ferma, si leva su la coda, gonfia enormemente le borse disposte alla base del piccolo cranio e assume un aspetto grottesco e mostruoso. Certo il ribrezzo che desta anche senza tale apparato di guerra, si raddoppia. È come una grande pistagna, una improvvisa deformità minacciosa. In tale assetto il serpente si volge intorno, segue con gli occhi il suo incantatore, lingueggia disperatamente, si avventa a mordere ma si ferma a mezza strada.

La musica e folle è convulsionaria. Si inizia un dialogo rapidissimo fra l’incantatore e i suonatori. Si invocano Maometto e i Santoni perchè la cosa abbia ancor più del sopranaturale. Ad ogni nome di santo la folla si tocca la fronte e si inchina mormorando.

È un miracolo. Iddio ha dato al giovane furibondo una potenza sovrumana la quale ora non toglie che il suddetto giovine, scorto fra la folla un europeo, non interrompa ogni cinque minuti il suo incantesimo per chiedergli un altro soldo.

Ad un certo punto il congestionato si getta a terra carponi, urlando sempre, si avvicina lentamente alla serpe che lo adocchia minacciosa, gli arriva di fronte, fissandola negli occhi a un palmo di distanza e la bestia si inarca, prende lo scatto al morso ma ancora una volta si ferma a mezza strada vinta dall’immobile fermezza dell’avversario. Le movenze di lei si addolciscono, cede il lingueggiare, come un irrigidimento la prende; ristà diritta, immobile, impietrita. Gli occhi negli occhi, la serpe e l’incantatore sostano così per qualche secondo. La musica tace; solo dalla folla si leva un “oooh!...„ modulato e prolungato.

Poi l’incantatore afferra la serpe dietro la testa, con un ago la costringe ad aprir la bocca e la porta in giro per mostrare agli increduli i lunghi denti del veleno.

Lo spettacolo è finito e ricomincia con due, con tre, con quattro serpenti finchè un po’ di luce sia ancora nei cieli, finchè qualcuno resti a gettar qualche cosa.

Mi allontano. Nelle immense campagne appaiono minareti neri. Il cielo è di fiamma.

Passa un _bahlul_, un uomo coperto da una sola camicia e sporco come non lo sanno essere che gli uomini. Il _bahlul_ è quella specie di serio imbecille il quale serba la castità, non lavora, non si occupa di nulla, non si lava, non si veste, non si pettina, non parla, non sa niente, non si occupa di niente: dorme e cammina. Mangia se gli danno da mangiare, ma glie ne danno sempre perchè è un _bahlul_. Un sorriso ebete gli piega le labbra. È pieno di pidocchi ma tollera in santa pace tale delizia. Il popolo lo ama, lo crede divino per la sua lercia imbecillità e così sia! Entro in città, entro nella discreta penombra delle vie. La folla dilegua, son quasi solo. Ogni tanto colgo un dialogo sommesso o mi incrocio con un bimbo che rasenta il muro. In un vicoletto, una donna velata parla piano con un giovine. Trascorrono bianche ombre silenziose. Un abbaiare di cani dietro le porte, un gatto che guizza via improvviso e silenzioso, un uscio che si chiude, un busso di zoccoli che si allontana, ecco la vita di queste vie strette e buie. A grandi distanze qualche fanale rompe l’oscurità.

Seguo il noto cammino fino alla porta saracena, alla rossa porta dalla quale due grandi occhi mi spiano ansiosi, gli occhi di Chadliia, la tutta amorosa.

Una sera avevo lasciato l’uscio dischiuso ed ella entrò e si tolse il velo dalla faccia. Aveva sette piccoli cuori dipinti sul volto e sul seno, sopra la pelle bruna.

Mi guardò con un sorriso triste. Rimase con me come una rondine sperduta.

Il mulino.

Un antro polveroso e buio; si ode il tinnire assiduo di un campanaccio, un tinnire ritmico misurato sopra un passo uguale. Mi soffermo e aguzzo gli occhi per la tenebra. Non distinguo sul principio, fra il pulviscolo bianco che aleggia per l’aria, se non un fioco lume appeso ad una trave e un’aureola breve che gli fa ghirlanda, poi intravedo due ombre.

La prima è quella di un uomo il quale, accoccolato sopra un muricciuolo, pare legga; la seconda è quella di un mulo bendato che gira lentamente a muovere una pesante mola. Distinguo pure, su la polvere bianca, l’esiguo cerchio del suo andare. Esiguo sì, ma non tanto ch’io possa vederlo distinto. A quando a quando, sotto il suono intermittente del campanaccio, la bestia bendata esce dalla tenebra e vi rientra.

[Illustrazione: Alle porte di Sfax.]

[Illustrazione: SFAX. — Lavandaie.]

[Illustrazione: SFAX. — Un mercato.]

L’opera è lenta e faticosa. Un arabo dorme su la porta del mulino e il mugnaio che sorveglia la macinata, legge, nella penombra, un suo libro ignoto, forse il Corano:

— Non vi è altro Dio che Iddio....

Un giro di macina, uno stridore, un bagliore sopra il grano che si frantuma.

Facili misteri.

Una via compiutamente oscura. L’ultima lampada a petrolio è ormai troppo lontana, per poter rischiarare anche debolmente la strada inuguale, disselciata, piena di pozzanghere. Si ode dal Bacino degli Aglabiti, dietro la Grande Moschea, il tremulo gracidare delle rane, che infuria ed affievolisce assecondando gl’impeti del vento. Le case sono basse; tutte chiuse, tutte oscure: dalla soglia alla terrazza. Sul cielo notturno, luminoso di stelle e come di uno strano bagliore fosforico, passano velocemente cumuli di nubi nere, dei quali possiamo discernere la forma. Un esile quarto di luna appare e scompare fra gli alti minareti e le cube; traspare dai veli di nebbie meno spessi, si spegne per riaccendersi più in alto, sopra una guglia, come un falcetto d’argento.

La mia guida ha acceso una lanterna, e procede diguazzando co’ suoi grandi piedi fra le pozzanghere e la melma. Avvolta nel _burnus_ bianco, rialzato il cappuccio fioccuto, tace preoccupata dalle difficoltà della via, mi lascia tranquillo. Da cinque ore ero costretto ad ascoltarla; da cinque ore, trotterellando da un canto all’altro di Kairnan, la città santa, mi aveva ripetuta in una lingua commista di francese, di arabo e di italiano, la sua lezioncina alla quale m’ero interessato fino ad un certo punto. Ora pare abbia definitivamente esaurite le sue risorse ed io preferisco rimanere nella mia santa ignoranza anzichè ridestare con una domanda improvvisa il sacro fuoco di _Khalifa ben Gassem ben Si Krema_ soprannominato _Courage_. Perchè i francesi lo abbiano battezzato _Courage_ non si sa. Non lo so io come non lo sa il buon Khalifa. Quando gli chiedo di chiarirmi la ragione di tale appellativo mi risponde con un sorriso indefinibile:

— Mi hanno chiamato così forse perchè sono coraggioso!

Ma io vedo bene che il buon Grassem non è perfettamente convinto di tale sua virtù straordinaria e non insisto. È un uomo piuttosto piccolo, con enormi baffi neri e sopracciglia marcatissime. La parte pelosa del suo volto ha, in verità, un carattere eroico.

Non è eccessivamente forte; non è eccessivamente bello. Dispone di due piote elefantesche e di una parlantina infaticabile. Come guida possiede le qualità richieste.

E procediamo per le stradicciuole oscure, appena biancheggianti se la luna si disveli e sorrida fra l’ardua grazia delle innumerevoli moschee.

Nel tramonto rosso ma di un rosso violento che ha spento ogni altro colore per avvolgere l’intera città come in una sola fiamma e farla apparire tutta ardente agli occhi miei, tutta accesa a simiglianza della mitica Dite, su lo sfondo di un cielo fatto più pallido da quell’improvviso bagliore; nell’ora ultima del giorno allorquando il grido nasale del _muezzin_, dall’alto delle moschee, chiama il popolo alla preghiera, _Courage_ mi ha chiesto:

— Questa sera vuoi uscire?

— Certamente.

— Allora ti condurrò in una casa araba. Vedrai come si tessono i tappeti di Kairuan.

Poi si è taciuto, mi ha fatto il cenno del silenzio, si è guardato attorno sospettosamente, come se mi avesse promesso il vietato paradiso delle Urì o fosse per violare ad un tratto, proprio per me che non ho alcun titolo speciale a tal privilegio, le più rigide leggi maomettane. Mi sono prestato al giuoco come gl’infiniti miei predecessori. Per quanto sia battuto il campo di questo facile mistero qualcosa di nuovo potrà apparirmi ed eccoci quindi per le vie oscure e deserte della singolare città.

Qualche passante ci scivola vicino silenziosamente, avvolto e nascosto negli ampi panneggiamenti del _burnus_ tanto da non poterne distinguere neppur l’ombra del volto, appare ad un tratto giganteggiando nello scarso lume della nostra lanterna, scivola nell’oscurità senza guardarci. Qualche altro lume ondeggia più lontano: sbuca da un vicoletto, palpita e si riflette su le pozzanghere, scompare. Udiamo lo stridere e il cigolare delle vecchie porte scosse dal vento; è questa l’unica voce delle case taciturne. Pare che qualcuno voglia forzare i vecchi battenti sconnessi.

Passano due sacerdoti preceduti da un sudanese che reca una grande lanterna infitta su la cima di un bastone. _Courage_ si precipita a baciar loro la mano, si inchina, si umilia, mormora incomprensibili parole. Essi non lo degnano di uno sguardo, seguitano il loro cammino diritti ed impassibili nella loro immutabile dignità.

Proseguiamo, proseguiamo senza fine per l’inestricabile rete dei vicoletti uguali fiancheggiati da case basse o da qualche moschea su le scalinate della quale dormono, avviluppati nei loro cenci, i beduini più poveri. Ad un punto mi accorgo che la mèta non deve essere lontana.

_Courage_ non cammina più in fretta, procede lentamente, sospettoso e guardingo; colorisce piacevolmente la sua parte di violatore dei santi precetti del Corano. Pericoli non ve ne sono perchè nessuno sorveglia il nostro andare, ma è bene far intravvedere al viaggiatore nuovo una infinita serie di possibilità nemiche. Ad un tratto il buon Khalifa spegne la lanterna e mi porge la mano:

— Vieni con me, presto!

Ubbidisco. Ormai sono nelle sue mani e mi lascio guidare saltando da pozzanghera a pozzanghera.