Part 3
Aggirandomi così per i vicoli mal selciati e pieni d’ombra, nei quali, senza quasi ve ne avvediate in causa all’oscurità, vi trovate innanzi uomini che scivolano via silenziosi e che non avevate intravvisto; passando da tana a tana venivo rievocando la suburra di Pompei: le stesse angustissime stanzuccie aperte su la via e, ritta o seduta su la soglia o sdraiata, in fondo, sul giaciglio, la creatura indifferente che attende e tenta sorridere e non sa più e si angoscia in una smorfia tragica.
Ho cercato procedere con lentezza senza preoccuparmi degli urtoni piuttosto frequenti ricevuti casualmente dai frettolosi passanti.
Le stanze sono arredate quasi tutte ad un modo: un giaciglio o un divano, un piccolo tavolo, alcune stuoie e una lampada dalla luce raccolta che lascia intravvedere appena i volti e sì li vela e li accarezza e li avvolge da creare la fuggevole illusione di un lontano fascino giovanile. Lontano sì, chè, se pur giovani d’anni, son vecchie di corpo queste derelitte dai grandi occhi bistrati che hanno una luminosità falsa come certe gemme create ad arte.
Talune sono su la soglia, su la nuda soglia accosciate: il mento su le palme, gli occhi fissi e inebetiti. Non portano veli; hanno scoperto il volto e i capelli uniti e intrecciati a nastri rossi e gialli. Vestono un paio di brache, un corsaletto a colori vivaci, una maglia; hanno le unghie rosse, tinte con l’_henne_; le sopracciglia unite da una linea nera trasversale, sono dipinte e tatuate. Maschere inespressive a volte, a volte feroci, pietose sempre.
Ne ho osservato una che era sola, sul principio di un vicolo oscuro. Non passava gente in quel punto, ho potuto soffermarmi nell’ombra e sogguardarla. Sedeva sopra una misera stuoia, le gambe incrociate su lo scalino della soglia; appesa all’architrave, alta sul capo di lei, ondulava una lampada e fiammeggiava e fumigava guizzando. Tale intermittenza di luce dava al volto appassito, come la contrazione di un singhiozzo, di uno spasimo dilacerante. Era orribile a vedersi.
A volte pareva si scarnificasse nell’ombra; rimaneva il teschio coronato dai rossi capelli accesi. Poi il moto della lampada si è fatto più lento, è cessato, e allora ho potuto osservare, nella luce tranquilla, il volto della sperduta. La faccia del silenzio, nulla più; un volto impietrito, mummificato, tutto spento.
Chi avesse core di truccare la faccia di una mummia e di infiggere nelle orbite vuote due grandi occhi di vetro otterrebbe l’immagine esatta della donna ch’io vedevo.
L’età? Nessuna. L’età del patimento. Non si poteva numerare gli anni a tale spettro; era su la soglia del trapasso; cominciava la trasfigurazione finale.
Il vicolo era deserto, buio. Sul bianco muro che fronteggiava la tana della donna sola, si apriva, ingrandito più volte dalla luce della lampada, il rettangolo della piccola porta e in quella chiazza di luce che faceva più densa la tenebra circostante appariva l’ombra della sciagurata che attendeva un ignoto e il suo pane.
Nessuna voce: un busso di zoccoli lontano, il suono di una _guzla_ più remotamente; non un suono distinto ma una eco interrotta, malcerta; languida e lieve, sospirata e remota. Intorno, lungo il vicolo breve, nessun altro lume: due archi moreschi, il muro di un giardino occulto, l’incerto biancore di una terrazza sotto alle stelle e l’ombra e il silenzio deserto. Chi poteva attendere in tale solitudine la reietta? da quanto tempo sedeva su quella soglia? Chi, senza sentirne ribrezzo e pietà, avrebbe osato chiederle un simulacro d’amore? Le altre non erano sole; ella non conosceva se non l’incubo del silenzio.
Stava diritta sul torso, immobile, gli occhi muti come la bocca sottile. Dietro di lei era un piccolo giaciglio intatto, coperto da uno sciamma rosso; una vecchia stuoia sul pavimento umido, e, su la parete bianca, tracciata da mano inesperta, simile in tutto ai disegni di certi pazzi, la sagoma di un leone. Una sagoma rossa, grottesca e spaventosa. Riempiva la camera di un terrore fanciullesco, era l’unico, singolare adornamento che apparisse su le nude pareti.
Ho atteso inutilmente un gesto, un sospiro, un nuovo atteggiamento della solitaria; ella non soffriva, non aveva coscienza della propria miseria; il pensiero ed il dolore erano morti in lei, se pure avevano avuto mai un albore remoto.
Le sue guance infossate erano rosse, accese dal carminio. Aveva il colore delle bambole, se non l’espressione dolcemente idiota, quella bambola muta che attendeva un padrone per giacersi con lui senza nulla dire, senza contrastare, impassibile e compiacente.
Sono uscito dall’ombra. Non appena mi ha veduto si è guardata intorno, poi è sorta in piedi lentamente.
— _Nehârak sa’ îd!_ (Che il tuo giorno sia felice!)
Ha mormorato l’augurio; ho visto solo un breve tremito delle labbra, ma gli occhi e il viso non hanno mutato espressione.
Le ho chiesto:
— Come ti chiami?
— _Zubeida_[1].
— Quanti anni hai?
— Ventidue.
L’ho guardata meravigliato. Ella non si è accorta della mia meraviglia. D’altra parte chi le aveva mai chiesto simili cose? Forse le apparivo strano come lo sono tutti gli europei agli occhi degli arabi i quali non si spiegano il loro amore al viaggio e alla investigazione.
— Da quanto tempo vivi qui?
— Da quindici anni.
— Sei sola?
— Sola.
— Non hai figli?
— Ne avevo uno, è morto.
Neppure il ricordo della sua creatura l’ha turbata.
— _Tfaddal!_ (Entra, prendi qualcosa!)
Ha mosso l’invito timidamente, senza guardarmi in viso, guardando l’ombra sua sul muro bianco.
Non le ho risposto nè il mio silenzio l’ha sorpresa. Ho veduto sopra un tavolinuccio un vassoio di lacca con alcune mandorle di _lukùm_[2], ma la prospettiva di doverne inghiottire qualcuna per corrispondere alla cortesia di Zubeida (cortesia disinteressata, d’altra parte, perchè è costume tanto degli arabi quanto dei turchi, anche nelle malinconiche case della lussuria, di offrire ai visitatori qualcosa senza richiedere per questo alcun sacrifizio personale) mi ha trattenuto dal rispondere all’invito.
È trascorso un silenzio penoso, per me non per lei forse che era solita ad ogni più rude rifiuto, poi le ho chiesto:
— Ma non hai paura di viver sola in questo vicolo buio?
Ella ha rivolto su di me i suoi grandi occhi di vetro; come un’ombra di stupore ha animato un attimo le pupille larghe nella scarsa luce:
— Paura? — e ha alzato leggermente le spalle.
— Ma se passano i soldati ubbriachi?
Ha chinato il viso esclamando:
— _Mâchallâh!_ (Ciò che Dio vuole!)
— E se ti bastonano?
— _Inchâllâh!_ (Se così piace a Dio!)
— Non hai nessuno che possa difenderti?
— _Robbi!_ (Iddio!)
E su tale parola ha taciuto guardando, sul muro del giardino occulto, il bianco rettangolo di luce che la lampada vi proiettava. Chiusa nel suo fatalismo immutabile, radicato profondamente nell’essere suo, fino alle radici della vita; insensibile ad ogni sofferenza fisica o morale, impietrita come la sfinge, simile in tutto a’ suoi grandi occhi di vetro senza luminosità nessuna, il muto fantasma, la carne martoriata, sottoposta ad un vituperio diuturno, trovava nella propria fede l’impassibilità della cosa, la forza inerte della cosa che non vede e non sente e non partecipa e non si addolora. Un bagliore in alto: Iddio; una spessa tenebra intorno. Per lei la morte non era che un fenomeno come il sonno: nè un incubo, nè una liberazione; non l’affrettava col desiderio nè la temeva; quando fosse giunta l’avrebbe trovata sola più che mai (anche se un’ombra fosse stata accanto alla sua sul giaciglio), nè avrebbe penato troppo a trascinarla con sè. Il silenzio della sua bocca non sarebbe stato accresciuto che di un niente: del fruscìo de’ suoi piedi scalzi, immobili ormai.
Se l’avessero veduta non ne avrebbero avuto maggior ribrezzo di quello che poteva destare quando attendeva ad occhi aperti un ignoto padrone. Il volto imbellettato, biaccoso, rosso di carmino; le sopracciglia unite dal nerofumo, le unghie tinte di _henne_, le labbra screpolate ma fiammanti come il fior dei gerani, per i sapienti pennelli, non avrebbero subìto oltraggi. Qualcuno si sarebbe affacciato alla porta, una voce bestialmente rauca avrebbe gridato:
— Zubeida?... o Zubeida, destati!... — Poi un fiato grave, le avrebbe ventato su la faccia fredda finchè la lampada, come l’anima di lei, non si fosse spenta per mancanza d’alimento.
La bambola dagli occhi di vetro avrebbe trovato un suo signore per l’eternità.
Ancora per Zubeida come per il vecchio centenne abbandonato in fondo a un cortile, come per cento altri che ho osservato durante il mio peregrinare, l’islamismo è un fulcro di resistenza, un cosciente irrigidimento morale e materiale, una passività tetragona ad ogni assalto. Si annienta la vita per annientare il dolore. È come una morte innanzi alla morte poichè tutti i sensi si ottundono, si addormentano, si annientano; una potenza negativa; un ritorno alla quiete della tenebra. Senza disperazione, senza grida, senza follie convulsionarie la creatura si isola in sè in un suo concetto solo e attende. Prepara le vie alla morte, non ha fretta nè tormento, discende agli ipogei del suo destino.
L’anima nostra turbolenta, instabile, timorosa ne è sorpresa e stupita.
Ho proseguito il cammino chè un improvviso urlìo di arabi sopraggiungenti mi vi ha sospinto. Sorpassato il piccolo arco moresco la lampada di Zubeida è scomparsa. La scena ha mutato aspetto.
Le tane sono successe alle tane, l’una appresso all’altra come le celle di uno strano alveare. L’identico ammobigliamento: un giaciglio, un divano, alcune stuoie, una lampada dalla luce modesta.
I tipi quasi sempre gli stessi. Donne invecchiate anzitempo; truccate, imbellettate, coperte da stoffe vistose, gialle, rosse, verdi. A volte sono in due, in tre nella stessa tana; siedono intorno a piccoli bracieri nei quali ardono profumi, le gambe incrociate, il viso indifferente.
Con la paziente lentezza dei ruminanti masticano e rimasticano una sostanza gommosa profumata, una specie d’ambra che dovrebbe ingentilire l’alito; sono sempre occupate in tale faccenda quando non fumano.
A quando a quando una porta si chiude, una lampada si spegne.
Talune hanno sul grembo un loro marmocchio giallo come lo zafferano e lo cullano con la stessa indifferenza con la quale masticano l’ambra.
Una piccola beduina tutta piena di medagliette, di ciondoli, di armille, una giovinetta di undici anni forse, se pure ne ha tanti, ritta su la soglia del suo tugurio provoca i passanti. La sua giovinezza è sfiorita benchè negli occhi grandi, cinerei, se ne mantenga il lume. La volgarità della piccola traviata non ha nome; non ho udito mai un turpiloquio simile. In fondo, una sudanese, nera come la fuliggine, guarda accigliata a simiglianza di un vecchio scimmione inciprignito.
Frotte di fanciulli passano da porta a porta ridendo e urlando.
Qualcuna esce ad inseguire un uomo che scivola via ammantato nel bianco _burnus_.
Un’ebrea che ha un gorgo di capelli nerissimi, seduta su la porta, il capo appoggiato allo stipite in un atto di languido abbandono, canta lentamente accompagnandosi sul salterio che tiene sul grembo. Le sue babbucce rosse sono vicino a lei su la stuoia gialla accanto a una tazza di caffè. Rievoca le nenie de’ suoi remotissimi padri, dei popoli pastori dai quali discende.
Vedo la bianca gola tutta scoperta, tremare nel fremito del canto. Poi mi allontano, mi allontano sempre più verso l’ombra delle vie deserte.
La favola di un cieco.
Rientrando oggi, verso sera, su l’_avenue_ Bab Djedid mi sono imbattuto in un piccolo gruppo di beduini. Erano raccolti sotto un albero, in circolo. Tenevano il volto levato un poco verso il cielo e un sorriso vago, quasi interiore errava su la loro faccia olivigna. Erano ciechi. Forse attendevano chi li guidasse. C’erano due vecchi, tre uomini, una giovinetta e due fanciulli.
Conversavano; mi sono soffermato ad ascoltare. Si raccontavano antiche novelle, favole, enigmi. Il rosso sole tramontava dietro le loro spalle e l’aria era infocata, era come una fiorita di papaveri vermigli.
Il più vecchio, lo chiamavano Salah ben es Sa’ad, ha detto:
— Queste sono le nozze della formica.
La formica si tinse con l’_henne_ e si fece le labbra rosse. Partì e lungo il cammino incontrò uno sciacallo che le chiese:
— Dove vai? perchè ti sei tinta con l’_henne_? perchè sono rosse le tue labbra e sei tanto profumata?
— Voglio maritarmi, — rispose la formica.
— Sposa me!
— Parla. Io ti conoscerò alle tue parole.
Lo sciacallo parlò; la formica rispose:
— Non fai per me.
Dopo aver lasciato lo sciacallo incontrò il grillo che le disse:
— Formica, mi sposerai?
— Parla.
Il grillo parlò e la formica lo sposò.
Sgozzarono un montone: con la pelle costruirono una tenda; con le tibie fecero delle vanghe e con le coscie dei vasi.
Il grillo portò la farina. La formica cominciò a passarla allo staccio.
[Illustrazione: Un mercato a Kairuan.]
[Illustrazione: KAIRUAN. — La tomba di un santone.]
[Illustrazione: _Chadliia._]
[Illustrazione: Giovinetta araba.]
— Scuoti la polvere che hai su la testa, — le disse il grillo.
La formica scossò tanto forte che la testa si staccò dal busto e cadde ruzzoloni.
Il grillo per il gran ridere crepò e morì.
Quando Salah ben es Sa’ad si è taciuto, il sole era già scomparso.
La piccola Jasmina.
Avrà sei anni forse. Ella non sa numerare il tempo alla sua vita; quando le ho chiesto: — Quanti anni hai? — mi ha risposto: — Sono nata da Alì ben Hamed, a Mohamedia.
La incontro tutti i giorni vicino a un arco moresco a Bab Djedid. Ella è là e si balocca; o ride o passeggia grave. I primi giorni mi chiamava _Khanâdja_ (signore); ora mi dice: — Addio!
Jasmina è nera, ha la pelle liscia come il velluto e il visetto tondo; gli occhi grandi e sereni e una boccuccia di fiore. Se ride è un dolce biancore sul suo viso; allora il nome di lei: Gelsomina, pare le stia dipinto, chè sono gelsomini i bei denti serrati e gli occhi bianchi fra le palpebre nere.
Se mi vede, sorride. I primi giorni mi guardava imbroncita con una sua gravità di donna esperta che diffida dello straniero; ora appena appaio in fondo alla via di Bab Djedid mi si fa incontro. Ha letto forse negli occhi miei quanto io ami i bimbi; si è accorta che non saprei dirle male parole, che non saprei guardarla con viso torvo; si è accorta che poteva dirmi: — _Khanâdja_, dammi questo; _Khanâdja_, regalami un fiore, un balocco, una moneta.
Jasmina ama i fiori come tutti i bimbi in tutto il mondo.
Non appena sbocco all’un capo della strada sento gli zoccoletti di Jasmina, odo il loro busso affrettato sui ciottoli.
Se non la guardo mi segue, mi si pone al fianco, mi sfiora un braccio:
— Addio, _Khanâdja_....
E se non rispondo insiste. Una volta mi ha chiesto:
— Sei inquieto?... Che cosa ti hanno fatto le tue donne?...
Ella crede ch’io possegga un _harem_ con mogli e schiave circasse e serve sudanesi.
Siamo diventati tanto amici che non lascierei trascorrere un giorno senza passare, alla solita ora, per la via Bab Djedid.
Ella sa che debbo andarmene presto e mi chiede quando ritornerò e quante settimane debbo viaggiare per giungere alla mia tenda lontana.
È figlia di una schiava. Verrà anche il suo tempo, quando il rapido amore la farà sbocciare per trarla alla bestiale cecità di qualche padrone. Il suo cuore che sa intenerirsi sarà fatto di selce allora.
Oggi le ho detto addio.
L’Hara (il Ghetto).
La sudiceria del quartiere ebreo a Tunisi è cosa che non ha paragone. Non v’è luogo sulla terra che non abbia gente sudicia, ciò resta inteso; all’estremo nord i contadini della Scania, ad esempio, potrebbero gareggiare senza timore di perder la partita, coi contadini delle nostre Calabrie i quali, nonpertanto, in tema di sporcizia godono di una immeritata fama mondiale. Gente sporca, ce n’è per tutta la terra e chi arriccia il naso nominando l’Italia meridionale segno è che ben non conosce casa propria.
Ammetto come verità dimostrata quanto ho esposto sopra, ma conviene aggiungere che nessun paese e nessuna razza può sperare di portar la palma su gli ebrei di Tunisi. La loro sudiceria è una cosa iperbolica, colossale.
Volevo percorrere il loro quartiere da vari giorni; oggi solo mi vi sono azzardato perchè è sabato, è festa, e le donne fanno pulizia.
Avanziamo turandoci il naso; sarà prudente far ciò.
Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui. Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata da chi sa quali elementi. Meglio è non guardare; tirar diritto con cuore risoluto.
Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre. Il lerciume non ha avuto riguardi, nè pudori, nè titubanze: si è esteso con bella franchezza dalle strade alle stanze; è salito dai marciapiedi ai comignoli; ha accolto tutte le cose sotto il suo velo pareggiatore. Una veste bianca pone una nota stridente fra tutto questo grigio: stona, non è a posto, dispiace, direi quasi disgusta. Due mani candide farebbero ribrezzo. È questione di far l’occhio, di abituarsi ad uno stato di fatto, a una predilezione. Si vede tutto uguale, tutto concorde in una mirabile armonia e si pensa: — Questo è un mondo a parte: ha i suoi gusti, le sue tradizioni, le proprie preferenze e conviene accettarlo tal quale esso è. Discuterlo significherebbe diminuirlo.
E per diminuire il lerciume del quartiere israelita tunisino occorrerebbero tutte le pompe a vapore di cui può disporre Londra e forse non basterebbe. No, perchè si tratta di una veste secolare di una qualità che non si ferma alla superfice ma che ha raggiunto l’anima delle cose.
Oggi le donne fanno pulizia. Convien dire così perchè non si può disporre di una parola diversa; converrebbe crearla per significare esattamente ciò che fanno le donne ebree (tunisine) nel giorno consacrato al riposo. Rinnovano la superfice, mescolano le varie sostanze di rifiuto, le tramutano o le adunano su la soglia. Ogni soglia è una concimaia; ciò è esatto. Può darsi che tale uso leggiadro abbia una ragione; ad esempio quella di non invitare il passante ad entrare; sarebbe la ragione opposta al _salve_ patriarcale. Una soglia fetida non vi lusinga anzi è un invito a proseguire. Comunque sia, la via è di tutti, ragione per la quale nessuno si sente in obbligo di curarla, di rispettarla. Le cose di tutti sono sempre le più disgraziate. All’infuori del _mio_ e del _tuo_ l’uomo non ci vede chiaro e doventa un animale maligno. Parlategli del bene sociale ed egli vi capirà solo allora quando potrà pensare di chiamarsi società. In ogni uomo c’è un _Io-società_ e basta; più oltre c’è la tenebra. Le astrazioni non hanno fortuna e, sotto un certo punto di vista, una strada non potendo essere nè mia nè tua è una specie di astrazione. Ecco perchè su la strada, nella strada e per la strada ogni cosa è lecita. In questo quartiere, ad esempio, è diventata per comune accordo uno sterquilinio.
A quando a quando certe zaffate come d’aglio stantio giungono non si sa da dove; sono per l’aria; caratterizzano l’ambiente.
Tutte le porte sono aperte: sogguardo: ecco una fila di anditi angustissimi, scivolosi, nerastri; un’umidità tenebrosa e puzzolente. Sono lastricati? E chi lo sa? Le pareti furono un giorno imbiancate a calce? Chi potrebbe dirlo? In fondo riluce qualche _patio_, qualche cortiletto in cui la grigia giornata affoga malinconicamente in un lungo sbadiglio.
Le donne si muovono, gridano, cantano, urlano. Assisto a frequenti bisticci. È una razza irrequieta, nervosa e litigiosa; si accapiglia con facilità, strilla che pare abbia di continuo le doglie del parto. È affannata: un niente la fa montare in furore. Oh santa pace! Come potrà prosperare il classico istituto della famiglia dati simili temperamenti? È come una antropofagia intenzionale; se non si mangiano in realtà, si consumano nell’ira, le quali cose hanno punti di contatto. Vivono in tempesta; sono come legni che si cozzano in un porto malsicuro.
Dalle finestre aperte, basse, difese malamente da griglie in isfacelo mi giungono, quasi da ogni casa, simili concerti vocali: sono donne e bambini, ragazzetti e fanciulle; ne deduco che il giorno festivo sia dedicato di proposito a tale novissima esercitazione.
Un uomo mi sorride. È fermo sopra una soglia immonda come tutte le sue sorelle. Lo guardo in viso, lo riconosco. Piccolo, grassoccio, sorridente; affogato nelle ampie brache farebbe la fortuna di un circo equestre. Si chiama Jacob. Da dieci giorni lo trovo alla _Porte de France_ e da dieci giorni mi chiede imperturbato se sono disposto a vendergli un paio di calzoni. La mia impazienza non lo ha scoraggito nè punto nè poco. Una volta la sua petulanza è giunta a tanto, che mi si è fatto incontro con le mani unite a giumella facendo risuonare le monete che vi teneva rinchiuse per trarmi al mercato proposto.
— Buongiorno, signore.
— Buongiorno.
Con un gesto ripete l’offerta; ormai sa che non occorrono parole a spiegare il desiderio che lo anima.
Gli dico:
— Accompagnami per il quartiere ebreo; fammi entrare in qualche casa; avrai una buona mancia.
Jacob sorride e annuisce.
— Vieni con me.
Lo seguo. Si passa di vicolo in vicolo, ci si addentra per un laberinto pantanoso e oscuro. Le case sono alte; il buio aumenta sempre più.
— Dove mi conduci?
— Non vuoi vedere una casa ebrea?
— Sì.
— Vieni. Vedrai delle ragazze da marito.
— E che me ne importa?
— Vedrai!...
Lo seguo docilmente; vedremo. Jacob è l’uomo dalle sorprese.
Si entra in un andito. Ci si fa incontro una donna immonda, dal volto gialliccio, dalle mani giallicce. Quando ha parlato con Jacob tenta un sorriso e si volge a precederci. Ha le calze rotte, un paio di brache ampissime che le giungono alla caviglia, un giubboncello poverino, ma tanto poverino che non copre nulla e, sui capelli grigi, una specie di cono sul quale è appuntato un velo. Batte gli zoccoli sul selciato, si sofferma ad una porta e, mentre la dischiude, parla in una lingua che non intendo.
Dove si andrà? quale sorpresa ci attende?
Entriamo. Una stanza quadrata; alcune stuoie luridissime; due divani lungo le pareti, un tavolo nerastro, qualche sedia zoppa; tale è l’ammobigliamento.
Siamo immersi in una penombra spessa. La donna che ci ha accompagnato scompare da un’altra porta.
— Ed ora? — chiedo a Jacob.
— Ora si aspetta.
— Che cosa?
— Le figlie di Debora.
— Per che farne?
— Per vederle.
— Sono tanto belle?
— No, sono grasse!
— Grasse?
— Sì, ingrassano perchè debbono sposare presto.
Non riesco ad orientarmi. O che si ingrassa per sposare? Quale concetto hanno del matrimonio queste genti? Non risolvo il dubbio ed attendo; quand’ecco che la porticina si riapre per lasciar passare Debora la quale reca un lume a petrolio. La stanza ne è rischiarata. Trascorrono altri dieci minuti; siamo seduti vicino alla tavola attendendo; si ode l’acqua sgrondare.
La signora Debora dopo averci illuminato l’ambiente è scomparsa di bel nuovo.
— Ma che fanno? — chiedo a Jacob.
— Si vestono. Vogliono farsi vedere nei loro costumi più belli. Ti piaceranno.
— Ah!
Frattanto guardo le travi che sono nere come il pavimento; tutta una architettura di tele di ragno ne riempie gli angoli.
La porta si riapre: un sussulto, un bagliore, un biancore inusitato: ecco Debora ed ecco le belle figlie: l’una appresso all’altra, in fila indiana.
Fanno due passi e si soffermano presso la soglia guardandomi; credo mi abbiano sorriso, qualcosa è passato infatti sul loro volto enorme.
Resto stupito, inchiodato al mio posto, incapace di far parola.
Odo Jacob che mi chiede:
— Ti piacciono? L’una ha sedici anni e l’altra diciotto. Andranno spose fra qualche settimana. Debora ha lavorato per bene, vedi? Sono fra le più grasse del quartiere.